Dott.ssa Giulia Malavasi
- Prof.ssa Anna Oliverio Ferraris
Università degli Studi di Roma “ La Sapienza “
Relazione presentata
al Convegno "Psicologia e psicologi in rete: ipotesi e prospettive"
- 23/24 febbraio 2002 - on line
LA FRAMMENTAZIONE DEL SE’
Non molto tempo addietro
si attribuiva un notevole valore alla stabilità a livello sociale, ribadita
a livello culturale. Rigide divisioni tra i due sessi, occupazioni ripetitive,
aspettativa di svolgere un solo tipo di lavoro o di vivere in un’unica città
per l’intera esistenza, tutto questo conferiva alla solidità un ruolo centrale
nelle definizioni di buona salute.
Poi dall’America grazie
anche allo sviluppo tecnologico, alla facilità di viaggiare, al mito del ‘forever
young’, alla facilità di un guadagno realizzato in brevissimo tempo senza bisogno
di studiare, in una parola allo yuppismo dilagante, si è arrivati alla concezione
di un io forte, che si poteva autodeterminare. Ognuno di noi aveva il mondo
in mano, bastava avere un minimo di iniziativa, un ‘progetto’ di vita da perseguire,
una scorza fatta da una notevole dose di competitività e da un bel po’ di pelo
sullo stomaco.
Le ideologie
politiche erano sfumate, i compromessi un prezzo obbligatorio da pagare per
poter ‘arrivare’. Niente era diventato impossibile: i miti degli anni ottanta,
novanta (attori, cantanti, calciatori, imprenditori, giocatori di borsa) potevano
essere raggiungibili.
Oggi
anche questo punto di vista tende a sfumare.
Il numero
davvero preoccupante di persone depresse, l’uso massiccio di psicofarmaci usati
anche dagli adolescenti, ci fanno capire che qualcosa non va. Questo mito dell’identità
forte che si autoafferma tende a scemare con una velocità sostenuta, ci si scopre
al contrario più fragili di quanto non sospettassimo, i casi di ‘frammentazione
dell’identità’ si moltiplicano.
C’è
davvero la necessità di ‘avere un progetto’? Questo è segno della nostra salute
psicologica? E se non ce la facessimo a raggiungere quell’alta vetta che ci
siamo ripromessi di raggiungere, vorrebbe dire che siamo dei miseri falliti?
Cosa
vuol dire ‘stare bene’?
Sembra
che una risposta a questi interrogativi sia non più nella stabilità o nella
ricerca forsennata di arrivare a una meta, ma nella fluidità. Ciò che conta
oggi è la capacità di adattamento e cambiamento nei confronti di nuove professioni
e nuove carriere, nuovi ruoli sessuali e nuove tecnologie.
In Flexible
Bodies, l’antropologa Emily Martin sostiene che il linguaggio del sistema
immunitario ci fornisce le metafore del sé e dei suoi confini. Nel passato il
sistema immunitario veniva descritto come una fortezza privata, un muro compatto,
solido, che proteggeva l’interno dall’esterno. Oggi si preferisce parlare di
flessibilità e di permeabilità del sistema immunitario. Soltanto ciò che è adattabile
risulta sano. [1]
Nella
sua analisi della cultura delle flessibilità, la Martin non si sofferma sulle
comunità virtuali, ma queste rappresentano ottimi esempi a sostegno di quanto
scrive. In questi ambienti si gioca esplicitamente ai ruoli (come nei MUD),
oppure si costituiscono più ingegnosamente delle identità online. Gli adulti
sono in grado di apprendere un tipo di esistenza multipla e fluida - come i
bambini.
In “Una
vita sullo schermo” [2] Sherry Turkle ci racconta di un gruppo di discussione
di The WELL (un sito di IRC) sulle personae online.
I partecipanti
concordavano sul fatto che le identità virtuali costituissero oggetti evocativi
con cui poter pensare al sé. Per molti, l’esperienza nell’ambiente virtuale
li costringeva a prestare maggiore attenzione a certi aspetti che si davano
scontati per la realtà.
Ciò
che più caratterizzava la discussione di The WELL sulle personalità online,
era il fatto che molti dei partecipanti esprimevano l’opinione che fosse stata
quella loro esistenza su The WELL ad averli introdotti ai molti sé interiori.
Il sentimento che la vita online potrebbe fornire un’esperienza diversa da sé
è stato confermato da un partecipante, che si descriveva come un uomo le cui
capacità conversazionali da adulto risultavano danneggiate dall’essere stato
balbuziente da bambino. Solo online è riuscito a vivere l’esperienza di partecipare
al flusso della conversazione:
“Sento
che il mio personaggio online differisce alquanto dalla mia persona offline
e, per molti versi, il primo corrisponde in misura maggiore al vero me stesso.
Provo molta libertà di parole in quest’ambito. Durante l’adolescenza ho avuto
un periodo di balbuzie. Non riuscivo a pronunciare una sola parola senza balbettare,
e allora parlavo solamente se assolutamente necessario. Ho affrontato questo
problema quando avevo circa vent’anni e ora non si nota neppure; però, a 37
anni sono ancora molto timido nella conversazione. Mi sento molto più a mio
agio ad ascoltare che a parlare. E quando parlo, di solito mi sento fuori sincronia:
involontariamente mi intrometto nel discorso di altri, perdo l’attenzione di
chi mi ascolta, o mi rivolgo a tutti e a nessuno, piuttosto che a qualcuno in
particolare. Non ho imparato quella dinamica della conversazione che la maggior
parte delle persone dà per scontata, credo. Qui, invece, è tutto completamente
diverso: ho il senso dei flussi dei discorsi, ho il tempo di calibrare la mia
risposta, non mi devo preoccupare dell’equilibrio nello spazio della conversazione.
Un’esperienza meravigliosamente liberatoria.” [3].
Quando,
verso la metà del ventesimo secolo, l’America divenne il centro delle filosofie
psicoanalitiche, la nozione di un ego forte e deciso divenne l’ortodossia della
psicoanalisi.
La psicologia
contemporanea si sta confrontando con ciò che è stato trascurato dalle teorie
unitarie del sé, grazie ai sé frammentari presentati dai pazienti e alle teorie
che enfatizzano il soggetto decentrato. Ma ora occorre chiedersi: “Che cos’è
il sé quando divide il proprio agire tra gli ‘altri’ sé che lo costituiscono?”.
La Turkle
suggerisce che le persone affette da disturbi di dissociazione post-traumatica
devono confrontarsi con questioni simili: le stesse questioni con cui invece
giocano coloro che partecipano alle comunità virtuali.
Le idee
sulla mente possono costituire una presenza culturale vitale, se sono sostenute
da oggetti evocativi con cui confrontarsi. Tali oggetti non devono necessariamente
essere materiali. Ad esempio sogni e lapsus costituiscono oggetti con cui confrontarsi,
con cui poter pensare. Si può lavorare con i sogni e con i lapsus, propri o
altrui. Oggi la concezione di identità come molteplicità si diffonde anche sulla
spinta di una nuova pratica di identità come molteplicità nella vita online.
Le personae virtuali rappresentano oggetti con cui pensare. Quando si adotta
un personaggio online, alcuni provano uno sgradevole senso di frammentarietà.
Altri un senso di sollievo. Alcuni sperimentano la possibilità di scoprire sé
stessi, addirittura di trasformazione.
In questo
e altri modi, molti stanno sperimentando la molteplicità come mai prima d’ora.
La Turkle
afferma che le numerose manifestazioni della molteplicità nella nostra cultura,
compresa l’adozione di diverse personalità, stanno contribuendo alla riconsiderazione
della tradizionale concezione unitaria dell’identità.
Ad un
estremo, il sé unitario conserva la sua unità mediante la repressione di tutto
quello che gli è estraneo. Censurate in questo modo, le parti illegittime del
sé risultano inaccessibili. Ovviamente un simile modello potrebbe funzionare
in condizioni ottimali all’interno di una inflessibile struttura sociale con
ruoli e regole definite con chiarezza. All’altro estremo, troviamo un paziente
affetto da disturbi di personalità multipla, la cui molteplicità esiste nel
contesto di una inflessibilità ugualmente repressiva. Le parti del sé non comunicano
con facilità. La comunicazione risulta estremamente simbolica; una personalità
deve parlare con l’altra. In effetti il termine “personalità multipla” appare
fuorviante, perché le diverse parti del sé non costituiscono delle personalità
complete. Sono invece frammenti separati, scissi.
“Ma
se il disturbo, quello della personalità multipla, è espressione di pareti solide
tra i sé (che blocchino i segreti protetti da ciascuno di essi), allora il suo
studio può iniziare a fornire modi per pensare a sé che siano sani pur senza
risultare unitari, con una fluidità d’accesso tra i vari aspetti .
Così,
oltre alle ipotesi entrambe estreme del sé unitario e dei disturbi di personalità
multipla, possiamo concepire un sé flessibile. Un sé flessibile che presenti
un’essenza non unitaria, come pure parti stabili. In cui sia facile passare
ciclicamente dall’uno all’altro dei suoi diversi aspetti, che mutano in continuazione
attraverso la costante comunicazione reciproca…….
….
Quel che maggiormente caratterizza il modello di un sé flessibile consiste nel
fatto che le linee di comunicazione tra i suoi vari aspetti rimangono aperte.
La comunicazione aperta incoraggia un atteggiamento di rispetto nei confronti
dei molti che vivono dentro di noi e dei molti che vivono dentro gli altri.
[2] (pagg. 393-394)
Ognuno
di noi è incompleto, a suo modo. L’ambiente virtuale può fornirci la sicurezza
necessaria per poter manifestare quello che ci manca, in modo da iniziare ad
accettarci così come siamo. Il virtuale non deve necessariamente rappresentare
una prigione. Può essere la zattera, la scala transitoria, la moratoria, situazioni
che vanno abbandonate dopo aver raggiunto una maggiore libertà.
Dunque
la simulazione può aiutarci a realizzare la visione di una identità multipla
ma integrata, la cui flessibilità, duttilità, e capacità di felicità provengano
dalla possibilità di accedere ai nostri molti sé.
La
gente può perdersi nei mondi virtuali. Alcuni sono tentati di pensare che la
vita nel cyberspazio sia insignificante, come una fuga o una distrazione insensata.
Non è così. Le esperienze che viviamo al suo interno fanno parte di un gioco
molto serio. Senza una comprensione dei molti sé che si esprimono nel virtuale,
non saremo in grado di usare le nostre esperienze in quell’ambito per arricchire
il reale. Se coltiviamo la consapevolezza di quel che si trova dietro i personaggi
dello schermo, avremo maggiore possibilità di riuscire ad utilizzare le esperienze
virtuali per una trasformazione personale.
Ora,
se è parsa interessante e piena di fascino la teoria di Sherry Turkle sul “Sé
fluttuante” e l’approfondimento delle molteplici identità attraverso il virtuale,
non sembra possibile non fissare l’attenzione sul problema di se e come la propria
immagine corporea subisca modificazioni quando con il virtuale in qualche modo
si interagisce.
IL
CORPO DISSEMINATO IN RETE
Una
ipotesi sulle modificazioni della percezione del corpo attraverso il mondo virtuale
viene proposta da Antonio Caronia, un cultore del cyberg.
Il suo
libro “Il corpo virtuale. Dal corpo robotizzato al corpo disseminato in rete”
(Muzzio Editore, Padova, 1995) contiene spunti interessanti di discussione sul
tema. [4]
Caronia
inizia col sottolineare quanto le nuove tecnologie, rispetto a quelle del passato,
siano ‘tecnologie del possibile’ nel senso che rendono sempre più possibili
eventi che siano a ieri non sembravano poter essere tali, ma anche nel senso
che tendono a “derealizzare”, a togliere alla realtà tradizionale, in primo
luogo a quella materiale, quell’aura di unicità e di immodificabilità con cui
ogni essere vivente su questo pianeta si scontra dalle origini della vita. L’immaginario
del corpo non poteva non essere toccato profondamente da questa svolta. A prima
vista, i procedimenti di simulazione digitale, il proliferare delle possibilità
di travestimento ‘virtuale’ nelle reti, la prospettiva di mettere in comunicazione
a distanza non solo la voce, ma altre funzioni fisico-comunicative di due o
più persone, sembra andare in direzione contraria a quella in cui portava il
cyborg. Se il contatto sempre più intimo del corpo con tecnologie elettromeccaniche
intrusive ci fa pensare a un cambiamento della stessa ‘materia prima’ biologica
del corpo, ma non certo a un deperimento della sua dimensione materiale, le
tecnologie digitali sembrano andare invece verso un’evanescenza del corpo, verso
una sua tendenziale scomparsa nella nuova immaterialità delle interazioni elettroniche.
Preso alla lettera, naturalmente tutto ciò è insensato. Il corpo non scompare
affatto, soprattutto non scompare la sua funzione di campo simbolico dei processi
di interazione fra uomo e uomo. Ma certo si modifica, e si potrebbe dire che
ai processi di replica del corpo e di invasione del corpo, le
tecnologie virtuali cominciano ad affiancare un terzo processo, quello di disseminazione
del corpo nelle reti e negli spazi virtuali, immateriali, delle macchine digitali.
Il corpo disseminato è destinato a modificare e a minacciare un rapporto basilare,
quello tra corpo e identità.
Quando
a William Gibson, il famoso scrittore di fantascienza, venne chiesto quali fossero
le fonti di ispirazione del suo romanzo Neuromancer, egli descrisse la fusione
tra un umano e la macchina che aveva avuto modo di seguire in un videogame giocato
da un ragazzo in un locale cittadino:
“Non
avevo mai pensato al videogame e, quando decisi di dare un’occhiata in una
di quelle grandi sale per giochi, mi sono sentito molto imbarazzato: erano tutti
più giovani di me. Ma poi, una volta dentro, osservando l’intensità fisica
del loro atteggiamento, mi resi conto di quanto fossero estasiati questi ragazzi.
C’erano fotoni che uscivano dallo schermo per ficcarsi negli occhi dei ragazzi,
i neuroni che scorrevano nei loro corpi, gli elettroni che si spostavano attraverso
il computer. E questi ragazzi credevano veramente negli spazi proiettati da
questi giochi. Chiunque operi con i computer pare sviluppare l’intuitiva fiducia
che al di là dello schermo esista un qualche tipo di spazio reale.” (Colin
Greenland “An interview with William Gibson”, Foundation 36, pagg. 5-9).
Sia
l’effetto di realtà dunque, che l’eventuale interazione con altri soggetti che
abitino lo stesso spazio virtuale, sono immateriali.
Prosegue
Caronia. “Mi trovo in uno spazio tridimensionale, per esempio una stanza, che
risponde ai movimenti della mia testa, rivela ai miei occhi ciò che rivelerebbe
uno spazio materiale: prospettive differenti. Però coerenti con l’ipotesi di
un unico ambiente che mi si mostri di volta in volta diverso in relazione alla
diversa posizione dei miei occhi. Nella stanza ci sono anche altri esseri: possono
apparirmi sotto una qualsiasi forma, ma io posso allontanarmi o avvicinarmi
a loro come farei nel mondo reale, posso sentire le loro voci, posso percepirli
accanto o dietro a me. Ma tutto ciò ha effetto solo sulla mia percezione dell’esterno,
non su quello che capita al mio corpo fisico. Io percepisco i corpi degli altri,
anche lontani, come se fossero vicini: quanto a me, continuo a percepire il
mio corpo nel modo usuale, ma gli effetti di questo corpo avvengono in uno spazio
diverso dal mio, e con modalità dissimili ….. “
Quello
che è importante notare è che, nelle realtà virtuali di ogni tipo, il rapporto
con lo spazio virtuale dipende sempre meno da una proiezione immaginaria del
partecipante (come avviene nella lettura di un libro o nella visione di un film),
e sempre più dalla percezione sensoriale diretta dello spazio stesso. Con questo
non si vuole affermare che il virtuale annulli d’un colpo le congetture e le
interpretazioni che ognuno di noi fa in presenza di una nuova esperienza, anche
di spazi immaginari o simulati, ma solo che questo lavoro coinvolge adesso l’insieme
dei sensi, e non solo più facoltà mentali come l’immaginazione.
Anche
De Kerckove insiste sull’importanza nel virtuale della percezione della realtà
attraverso tutti i sensi:
Mentre
il nostro feedback sensoriale si estende ben oltre la nostra pelle, non abbiamo
espanso di pari passo la nostra immagine corporea. Quando telefono da Toronto
a Monaco, divento di colpo un cieco lungo settemila chilometri. Quando uso la
videoconferenza sono più completamente là, nella stanza lontana che contiene
la mia immagine, di quando uso semplicemente il telefono. In effetti,
nella simulazione e nelle estensioni del nostro sistema nervoso, complete di
protesi tecnologiche per la vista, l’udito, il tatto e ora perfino l’olfatto,
noi figuriamo personalmente come entità nodali che si muovono avanti e indietro
su trame di corrente elettrica coestensive con la nostra formazione biologica
e neurologica. Come fare i conti in termini psicologici? Qual è l’effetto sulla
mia immagine di me stesso?
La
nostra percezione propriocettiva della realtà coinvolge il corpo intero in tutti
i sensi. Il modo in cui io mi pongo rispetto al mondo delle comunicazioni istantanee
è legato al mio punto di stato, non al mio punto di vista. C’è solo un
luogo dove io mi trovo completamente, ed è dentro la mia pelle, anche se quella
pelle e le sue estensioni tecnologiche hanno una portata che va ben oltre i
limiti immediati della vista, del tatto e dell’udito.
Solo
gli ultimi brandelli dei nostri vecchi pregiudizi visivi possono ancora impedirci
di riconoscere quello che è palese: l’interattività è contatto. [5]
LE
COMPONENTI DELL’IDENTITA’
Uno
dei modelli più interessanti sull’identità è stato elaborato da Lèon e Rebeca
Grindberg negli anni ‘70 (Identità e cambiamento, 1976, Armando Editore). [5]
Per
gli autori l’acquisizione del sentimento di identità avviene attraverso un processo
di interrelazione costante di tre rapporti o canali di integrazione: spaziale,
temporale e sociale.
Il rapporto
di integrazione spaziale comprende la relazione delle varie parti del Sé tra
loro, ivi compreso il Sé corporeo: esso serve a mantenere la coesione tra le
varie parti suddette e a permettere la comparazione e la distinzione del Sé
nei confronti degli oggetti; tende alla differenziazione tra il Sé e il non
Sé, ossia all’individuazione.
E’ sul
concetto di Sé corporeo che in questo contesto è interessante riflettere.
Ciascuno
sperimenta sé stesso come legato inestricabilmente al proprio corpo e, nella
misura in cui percepisce di essere vivo, sente di essere reale e concreto; forte
di questa unione vivrà anche il senso della continuità nel tempo, nonché della
continuità delle proprie relazioni d’oggetto e sociali che nel tempo si sono
stabilite.
Il sentimento
della propria identità si origina dal contatto corporeo gradevole con la madre,
sia nel sonno che nella veglia, contatto in cui la superficie del corpo viene
percepita come limite tra l’Io e l’ambiente. La situazione iniziale è quella
di una precaria integrazione; ciò è osservabile nei lattanti alle prime settimane
che, lasciati nudi, si agitano e strillano, a volte con scosse di tutto il corpo,
come se si sentissero in pericolo, afferrandosi a volte ai vestiti della madre
o a quello che hanno a portata di mano: la paura sembra essere quella di non
possedere limiti del corpo.
Con
il tempo e attraverso fasi che qui non si affronteranno, si arriva alla percezione
del corpo come unità, che serve come base alla nozione di “schema corporeo”.
Lo schema
corporeo è l’immagine tridimensionale che ciascuno ha di sé stesso. Tuttavia
la nozione di schema corporeo comprende, oltre l’esperienza cinestetica e l’esperienza
delle strutture posturali, un rapporto tra spazio e tempo. L’immagine corporea
si espande al di là dei limiti del corpo. Così, ad esempio, le persone che guidano
l’automobile considerano abitualmente questa come un’estensione del proprio
schema corporeo e ciò risulta dal linguaggio, quando dicono: “mi hanno urtato“,
”di qui non ci passo”…. Così, i vestiti vanno a formare parte dell'immagine
corporea. Quando il primitivo indossa travestimenti e maschere terrificanti
per i suoi riti, si identifica con gli dei che vuole rappresentare.
L’immagine
corporea è inoltre un fenomeno sociale. Il corpo può essere attraente e non
attraente, snello, grasso, ecc. Ma il corpo è sempre il corpo di una persona,
e ogni persona ha sentimenti, emozioni e pensieri. La percezione del corpo altrui
e della sua espressione emozionale non è secondaria rispetto alla percezione
del proprio corpo e della propria espressione emozionale. La nostra propria
immagine non è possibile senza le immagini degli altri.
Un corpo
è sempre l’espressione di un Io e di una personalità ed è situato in un mondo.
Il rapporto
di integrazione temporale riguarda le varie rappresentazioni del Sé nel tempo
e le connessioni che l’individuo tende a stabilire tra esse. La continuità tra
tali rappresentazioni forma la base del sentimento di essere se stessi. Alle
successive integrazioni spaziali che si vanno producendo tra le diverse parti
di se stesso e dell’oggetto, fanno riscontro corrispondenti integrazioni temporali
tra le immagini di sé e dell’oggetto in differenti momenti dell’esperienza vissuta..
Il terzo
rapporto, quello di integrazione sociale, implica la nozione di appartenenza
a un gruppo.
Le varie
parti del Sé non potrebbero integrarsi nel tempo se non si integrano spazialmente:
è sulla base delle integrazioni spaziali e gruppali che il soggetto potrà contrarre
relazioni con oggetti del mondo esterno (rapporto sociale) nel mondo reale e
discriminato.
Questo
modello, di cui è stata fatta una stringatissima sintesi, pone a mio avviso
alcuni interrogativi rispetto alle teorie sulla disseminazione corporea del
virtuale e sul concetto del Sé fluttuante della Turkle .
Come
è possibile mirare ad una integrazione spaziale, temporale e sociale, quindi
ad una nostra identificazione, accettando contemporaneamente la nostra frammentarietà
e la nostra dispersione in rete?
BIBLIOGRAFIA
[1]
Emily Martin, Flexible Bodies (Boston: Beacon Press, 1994)
[2] Sherry
Turkle, La vita sullo schermo, Ed. Apogeo, 1997
[3] The WELL,
conferenza sulle comunità virtuali (vc 20.17), 18 Aprile 1992
[4] Antonio
Caronia, Il corpo virtuale: dal corpo robotizzato al corpo disseminato
nelle reti, Muzzio, Padova, 1997
[5] Derrick
de Kerckhove, La pelle della cultura, Costa & Nolan Editori, 1996
[6]
Leòn e Rebeca Grinberg, Identità e cambiamento, Armando Armando Editore,1976
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