Dr. Enrico Caruso, psicologo, psicoterapeuta - Milano
Introduzione
La balbuzie colpisce circa il 2% della popolazione mondiale, e quasi
un milione di italiani sono colpiti da questa sintomatologia. La balbuzie riguarda particolarmente
il sesso maschile, con un rapporto di 7 a 1, anche se negli ultimi anni la
percentuale femminile sta aumentando.
Nella maggioranza dei casi la balbuzie compare tra i 3 e i 7 anni. Può comparire
in età pre-puberale (10-12 anni), e solo in casi rari potrebbe manifestarsi
in età adulta dopo un evento traumatico.
Solitamente
la balbuzie tende a peggiorare, o a scatenarsi con l’ingresso
alla scuola materna o elementare. Peggioramenti del sintomo solitamente, si
registrano in tute le fasi di passaggio che delineano il periodo evolutivo
della persona, come: affrontare un nuovo ciclo di studi, o ancora con l’entrata
nel mondo lavorativo.
Verso i due anni d’età, ancor prima che la balbuzie faccia la
sua comparsa, si possono osservare già nel periodo prescolare degli
importanti indici premonitori quali: un eccessivo tasso
di ansia e di aggressività,
disturbi del sonno e dell’alimentazione, enuresi e/o encopresi, ritardi
nell’acquisizione delle competenze motorie ed eccessiva dipendenza dall’adulto.
Il più delle volte il bambino disfluente manifesta una richiesta eccessiva
di vicinanza da parte della figura genitoriale.
Da
un punto di vista eziopatogenetico, la balbuzie ha un’origine
multipla, potendo emergere da un substrato di conflitti emotivi, da alterazioni
di tipo organico o funzionali del sistema nervoso. Si tratta di una nevrosi
della parola di origine atassico-spastica, che ostacola e interrompe il normale fluire del
discorso (Massa A. e Lucchini A., 1968).
Per altri autori, la balbuzie è caratterizzata da una momentanea incapacità d’iniziare
l’eloquio o dall’interruzione della parola. Spesso è accompagnata
da spasmi tonici, clonici o misti, che possono interessare qualsiasi parte
dell’apparato del linguaggio: respirazione, fonazione, risonanza ed
articolazione (Bassi A. e Cannella S., 1968)
Per U. Galimberti (1999), la balbuzie è un disturbo del linguaggio,
detto anche disfemia, che si manifesta con involontarie esitazioni,
rotture, blocchi, e ripetizioni; nei casi più gravi il sintomo assume
un carattere spasmodico.
Altri autori definiscono la balbuzie come un disturbo
del comportamento psicomotorio (Rossi-Giberti, 1983), in cui
la difficoltà d’espressione verbale
interessa la regolarità e il ritmo della muscolatura fono-respiratoria.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce questo complesso
sintomo nel seguente modo: “La balbuzie è un disordine nel ritmo
della parola, nel quale il paziente sa con precisione ciò che vorrebbe
dire, ma nello stesso tempo non è in grado di dirlo a causa di involontari
arresti, ripetizioni o prolungamenti di un suono.”
Tale definizione ben sottolinea l’intreccio della componente psicologica
con una difficoltà dell’articolazione del sistema linguistico.
Il soggetto sa con precisione cosa vorrebbe dire e nell’intenzionalità di
esprimersi, non riesce a coordinare i centri motori del linguaggio con i
centri che organizzano la struttura linguistica.
La complessità, la profondità e la poliedricità del sintomo
balbuzie, viene esplicitata dal DSM IV (Manuale di psichiatria - Criteri diagnostici),
che situa la patologia nell’area dei Disturbi nell’infanzia,
fanciullezza o adolescenza, definendola:
“A) Un’anomalia del normale fluire e della cadenza dell’eloquio,
(inadeguati per l’età del soggetto) caratterizzata dal frequente
manifestarsi di uno o più seguenti elementi:
1. ripetizioni di suoni e sillabe;
2. prolungamento di suoni;
3. interiezioni;
4. interruzioni di parole (cioè, pause all’interno di una parola);
5. blocchi udibili o silenti ( cioè pause del discorso colmate o non
colmate);
6. circonlocuzioni (sostituzioni di parole per evitare parole problematiche);
7. parole emesse con eccessiva tensione fisica;
8. ripetizione di intere parole monosillabiche (per es., “O-O-O-O fame”).
B) L’anomalia
di scorrevolezza interferisce con i risultati scolastici o lavorativi,
oppure con la comunicazione sociale.
C) Se è presente un deficit motorio della parola o un deficit sensoriale,
le difficoltà nell’eloquio vanno al di là di quelle di
solito associate con questi problemi”
Senza
perderci in una miriade di definizioni, personalmente credo che la balbuzie,
per la sua complessità e profondità, ancor prima di esser definita
come disturbo del linguaggio sia essenzialmente una “sindrome”,
o meglio una “costellazione di sintomi” , che coinvolge la persona
a più livelli: psicosomatico, affettivo, sociale, lavorativo o scolastico,
comportamentale, famigliare. Infine il sintomo tende a strutturarsi come un
codice inconscio da decodificare.
Paure tipiche del soggetto balbuziente adulto
Dopo il periodo adolescenziale, per il soggetto adulto disfluente le
crisi non sono finite: solitamente in adolescenza vi è un aggravarsi delle
difficoltà foniche. Dopo i 18-19 anni, nella maggioranza dei casi,
vi è un lieve miglioramento. La crisi esistenziale è ancora
in atto.
La paura tipica di quest’età è l’incontro col
mondo universitario, o con la scelta professionale.
Le domande tipiche dell’adulto affetto da balbuzie saranno: “sarò in
grado di superare gli esami con questo problema? Come farò a lavorare
con queste difficoltà foniche? Come farò se nel lavoro mi chiederanno
di rispondere al telefono? Riuscirò ad avere altri rapporti sociali?
Come si svilupperanno i rapporti con i futuri colleghi? ecc.”
Il “terrore del nuovo” ricompare, ponendo
nuovi dubbi esistenziali.
In età adulta al maschio, almeno un tempo, si richiedeva di affrontare
l’anno di leva. Per la maggioranza degli adulti che hanno dovuto affrontare
questo “rito sociale”, l’anno del militare è stato
veramente drammatico. Durante questo periodo una buona parte di soggetti balbuzienti
hanno affermato che all’inizio dell’anno di leva difficilmente
avevano tollerato la separazione dall’ambiente famigliare. Veniva loro
imposto un “bagno sociale e normativo” al quale nessuno era sufficientemente
preparato per affrontarlo. La dipendenza rigida asservita all’autorità militare,
o alle regole implicite del “nonnismo”, diventava fonte d’angoscia
terrificante.
Al cospetto delle autorità militari, per molti soggetti la balbuzie
peggiorava, raggiungendo picchi che mai si erano verificati. Nel rispetto di
una dipendenza assoluta verso un capo, era estremamente difficile pronunciare
quei termini d’uso formale come: “ Signorsì!.. Comandi!”,
oppure presentarsi con tutta la “pappardella” che definiva l’appartenenza
alla propria compagnia.
Per una minoranza di soggetti al contrario, l’anno di leva è stato liberatorio,
rivelandosi altamente terapeutico. Il trovarsi in questa nuova situazione,
lontano dall’ambiente famigliare, per alcuni soggetti il
periodo militare è stato fonte di riscoperta di abilità sociali
inaspettate.
Per il sesso femminile le angosce in età adulta sono quasi identiche
a quelli del sesso maschile: anche per la donna la balbuzie è vissuta
come un limite, sia per gli obiettivi professionali, sia per le relazioni
sociali.
Per entrambi i sessi, con l’avanzare dell’età adulta si
fa strada il desiderio di vivere un vero rapporto di coppia, con la speranza
di trovare una compagna, o un compagno, che sia in grado di accettare implicitamente il problema fonico. Dico implicitamente in
quanto solitamente, quando si forma un rapporto di coppia, il problema balbuzie
non viene mai affrontato, diventando spesso un’ “area tabù” per
entrambi i partners. Tutto questo succede anche dopo il matrimonio: vi sono
coniugi che per anni hanno sempre evitato qualsiasi argomentazione che riguardasse
la balbuzie di uno dei due.
In età adulta il sintomo tende a peggiorare ogni qual volta si presentano
nuove tappe evolutive, come: cambiamenti della situazione professionale, scelta
del matrimonio, nascita dei figli, separazioni o lutti.
Nella persona che balbetta, così come in ogni soggetto colpito da
un sintomo psicogeno, accanto al desiderio di guarire, albergano anche controforze
che contrastano qualsiasi sforzo di cambiamento mentale e comportamentale.
Queste controforze, tendenti a mantenere lo “ status quo” mentale,
si manifestano soprattutto durante la terapia, determinando la mancanza di
fiducia e di empatia nei confronti del terapeuta. Sotto l’azione di queste
forze oppositive, è come se una parte della persona intavolasse una
continua sfida nei confronti del terapeuta per farlo sentire impotente e
non degno di fiducia.
Già lo stesso S.Freud si era occupato di queste forze definendole “controcariche
psichiche”, che si oppongono all’emergere dello stato emotivo.
Il sintomo viene mantenuto da queste controcariche che sono alla base dello status quo della struttura mentale.
Inoltre, sempre secondo questo autorevole psicanalista, il quadro sintomatico
viene mantenuto in virtù dei cosiddetti “vantaggi
secondari” che
esso produce. Per quanto la persona possa definirsi sofferente, ogni sintomo
psicologico, come la balbuzie, nella realtà quotidiana permette di
godere di specifici vantaggi.
Guarire dalla balbuzie significa abbandonare tutti i vantaggi che essa ha permesso,
come ad esempio: non affrontare la realtà o la competizione, manipolare
l’ambiente famigliare e sociale, aspettarsi continuamente un aiuto, delegare
ad altri le proprie responsabilità. ecc.
Nel primo colloquio molti adulti riferiscono di aver effettuato molteplici
tentativi per uscire dal labirinto della balbuzie.
Durante il processo terapeutico è stato
poi dimostrato che essi non avevano mai creduto negli
obiettivi di riuscita a causa proprio di queste controforze
che pur essendo incoscie, si manifestano “boicottando” qualsiasi
forma di terapia.
Senza il monitoraggio e l’elaborazione di queste controforze che
si oppongono al cambiamento, la terapia sarà comunque destinata al
fallimento.
Per questo motivo, il più delle volte, una pratica
intensiva (o prettamente
fonica) per il trattamento della balbuzie lascia inalterate queste forze oppositive,
senza instaurare un reale cambiamento nel soggetto disfluente.
Attraverso un approccio terapeutico basato su un esame attento dell’equilibrio
dinamico tra forze propulsive ed oppositive, la
persona gradualmente, con amore e fiducia, sarà preparata a lasciare il sintomo, riorganizzando la propria
vita e rispettando i propri tempi di maturazione.
La ricerca di un nuovo assestamento esistenziale non si conclude in poco
tempo. A tal proposito mi viene in mente una ragazza che per sua fortuna,
dopo qualche seduta, aveva quasi abbandonato il sintomo. Non contenta di
ciò, un
giorno con viso addolorato mi disse: “E adesso senza la balbuzie cosa
farò, a cosa penserò ?”
In chiave psicodinamica, in molti adulti affetti da balbuzie vige comunemente
un senso di colpa soffocante, che non lascia spazio alla libera espressione
delle emozioni. L’adulto balbuziente è come se combattesse tutti
i giorni contro questo senso di colpa estenuante, e qualsiasi azione protesa
ad espiare questa sensazione del sentirsi accusato da se stesso , sarà destinata
al fallimento.
Questo senso di colpa può essere correlato a vari elementi personali
o famigliari. L’adulto è come se si sentisse incriminato da
se stesso. Tale sensazione nasce dalla contrapposizione tra il desiderio
di sentirsi soggetto “normale” e la sensazione d’essere
impedito, o inadeguato, nel raggiungimento degli obiettivi prefissati.
Chi balbetta vive un senso di colpa che si correla al non sentirsi sufficientemente “forte” nell’arginare
le emozioni negative, senza riuscire a controllare le strategie cognitive e
linguistiche. Queste sensazioni di colpevolezza fortificano i meccanismi coatti
della balbuzie: la persona più si sente in colpa e più balbetta;
più desidera dimostrare di esser capace e più il tormento
di non riuscire si rivela attraverso la confusione verbale.
Il senso colpa può essere vissuto anche in relazione agli affetti famigliari.
Vi sono bambini che per le balbettate incontrollate si sentono come se avessero
commesso dei crimini. Sotto forma di sensazioni e di fantasie irrazionali,
questi bambini avvertendo le ansie del nucleo famigliare, si sentono sempre
più colpevoli . Queste sensazioni spiacevoli possono perdurare o peggiorare
in età adulta .
Quando il senso di colpa raggiunge il culmine, la persona potrà essere
soggetta a forti stati depressivi o melanconici. In questi momenti, quando
il senso di colpa sta svuotando la persona da tutte le energie
vitali, sarà necessario
prendere in seria considerazione l’aiuto offerto da un trattamento,
anche farmacologico.
Aspetti diagnostici: applicazione del test Rorschach.
In questa sezione vengono riportate le conclusioni del test Rorschach
somministrato a 100 soggetti balbuzienti in un’ età compresa tra 16 e 58 anni,
svoltasi presso il centro Equipe Logodinamica di Milano. Con tale ricerca
si è voluto verificare la concordanza delle ipotesi psicodinamiche
e psicoanalitiche che hanno cercato di descrivere la balbuzie.
Otto Fenichel (1951), inserisce il sintomo nell’ambito delle conversioni
pregenitali, ossia un tipo di patologia nella quale gli impulsi repressi
che si esprimono attraverso la balbuzie, sono di carattere inconscio collegati
a desideri infantili , che non possono essere ammessi dalla propria coscienza.
In questa sintomatologia l’emozione repressa si converte in
ansia o angoscia, che si rivela attraverso il linguaggio balbettato. L’orientamento
di conversione determina un comportamento conflittuale di origine
nevrotica che si manifesta nei processi di pensiero e nella parola. Tale
comportamento indicherebbe una parziale regressione dell’Io che attiverebbe modalità arcaiche
di funzionamento.
La balbuzie, in quanto sintomo di conversione, rappresenta l’espressione
di pulsioni irrefrenabili che detronizzano il controllo dell’Io nell’ esercizio
della regolazione della funzione linguistica. Lo spasmo muscolare sarebbe
dunque determinato dalla risultanza di una lotta fra impulsi opposti: da
una parte vi è il desiderio di esprimere contenuti inconsci, e dall’altra
vi è lo sforzo di inibire l’emozione spiacevole.
L’inibizione
della funzione motoria è dovuta alla controcarica
psichica, una forza
che si oppone contro la libera espressione emotiva.
Secondo Fenichel, anche l’esigenza di voler spiegare il sintomo secondo
una concezione prettamente organicistica sarebbe dovuta all’opera
di una difesa architettata dalla controcarica psichica.
Sigmund Freud (1973) inserisce la balbuzie nel quadro delle nevrosi
di fissazione:
parte della carica istintuale si concentrerebbe a livello dell’apparato
articolatorio. Con tale spostamento l’Io permette la soddisfazione
di desideri aggressivi, punitivi o sessualizzati.
Anche Didier Anzieu (1980) definisce il sintomo come conversione
isterica,
espressione di pulsioni aggressive, o di desideri a carattere pregenitale.
Il balbuziente tenderebbe con lo stesso sintomo a controllare l’aggressività e
desideri primordiali, che si collegano all’evoluzione dei primi anni
di vita.
Per tale ricerca, atta a verificare le osservazioni psicoanalitiche, si è pensato
di somministrare il test proiettivo Rorschach in quanto con esso, a differenza
di altri metodi proiettivi, la valutazione delle risposte date al reattivo
si basa su una tecnica precisa, la quale riduce al minimo la soggettività dell’esaminatore.
Dalla ricerca, compiuta attraverso l’impiego del test proiettivo Rorschach,
sono emersi alcuni dati significativi, che comunque mal si accordano con quanto è stato
riportato dalla letteratura psicoanalitica, invalidando le ipotesi passate.
Sulla base di questa ricerca si evince quanto segue:
• I soggetti mostravano un livello intellettivo nella
norma; pertanto non
sono stati rilevati disturbi evidenti nell’ambito della sfera cognitiva.
La realtà veniva percepita attraverso un atteggiamento poco concreto,
con un orientamento prevalentemente astratto e superficiale. Nella maggioranza
dei soggetti esaminati vi era un alto grado di ambizioni,
alle quali non vi corrispondeva un sufficiente sentimento di autostima.
• Nella strutturazione della personalità, i risultati riportati evidenziavano
una connotazione di tipo “orale” , espressa attraverso la tendenza
alla sopravvalutazione del Sè, accompagnata da tratti narcisistici e dalla
presenza di forti aspirazioni alle quali non sembravano rispondere le reali risorse
dei soggetti. Inoltre si rivelava una modalità difensiva dell’Io
atta ad evitare l’approfondimento delle tematiche conflittuali. Tale rilevazione
va contro ogni ipotesi passata, che collocava la balbuzie in associazione ad
una personalità di tipo “anale”.
• Nel campione maschile si notava una certa difficoltà nell’esternare
le risposte affettive in relazione agli stimoli presentati dal materiale
testale.
• Nel campione femminile emergeva invece una reattività emotiva agli
stimoli esterni, ossia una maggiore capacità di esternare i propri vissuti
affettivi, anche se dal punto di vista comportamentale era presente una certa
labilità emotiva.
• In entrambi i campioni si evidenziavano la presenza di forti
impulsi aggressivi associati alle esperienze della prima infanzia.
• Nei maschi il rapporto con la figura materna appariva conflittuale e strettamente
dipendente, per cui il processo di separazione e di de-fusione dalla figura materna
si presentava poco evoluto. Anche nel campione femminile il conflitto sembrava
cristallizzarsi nell’area del processo di separazione dalla figura
materna.
• Nel campione totale sono state rilevate difficoltà nello stabilire
rapporti interpersonali affettivamente equilibrati, ricercando un adattamento
sociale passivo e conformista.
• Dal materiale testale emergevano numerose risposte di ansia ed elementi
conflittuali di natura nevrotica, che nei soggetti maschi si associavano una
componente depressiva, mentre nelle femmine gli elementi ansiogeni sembravano
associarsi all’evoluzione della propria identità femminile.
• Più dettagliatamente l’intero campione ha espresso un maggior
numero di risposte globali buone (G+%). Questo tipo di
percezione riflette un modo di affrontare la tavole attraverso una lettura
superficiale del materiale proiettivo. Esse confermano un adattamento percettivo
di base, che indica la possibilità del soggetto di rapportarsi al mondo socializzato. Queste
riposte evidenziano anche un atteggiamento difensivo, attuato mediante un approccio
superficiale alla realtà, espresso dall’assenza di curiosità di
fronte al materiale testale, che può essere accompagnata anche dall’assenza
di curiosità per la realtà interna. Viene così rilevato
un atteggiamento passivo ed acritico rispetto alla realtà interna
ed esterna, maggiormente riscontrabile nei maschi.
• Il pensiero psicoanalitico ( S.Freud, O. Fenichel) ha sempre associato
il sintomo balbuzie alla nevrosi ossessiva, o ad una strutturazione di tipo anale.
In realtà nella presente ricerca questo dato non è stato
assolutamente confermato. La mancanza di risposte ai dettagli
(D) ed ai piccoli dettagli (Dd) , fa presupporre l’assenza di problematiche
relative ad una fissazione anale della libido.
• Per ciò che concerne il tipo di percezione, la maggioranza di risposte
G fornite dal campione, fa presupporre un buon contatto con la
realtà,
anche se nel campione maschile è di tipo superficiale. La l’eccessiva
presenza delle risposte G, esprime la presenza di
una massiccia componente orale, associata ad una forte spinta ambiziosa;
però non rilevando risposte
originali,
a queste ambizioni non sembrano corrispondere reali capacità creative.
• Considerando il tipo di successione delle tavole, è stata verificata
un’assenza di rigidità mentale, mentre la maggiore presenza
di risposte
alla forma (F%) sottolinea una maggiore rigidità affettiva , dove viene
considerata solo la realtà esterna a discapito della realtà interna.
• Per quanto riguarda la percentuale di risposte di
forma buona (F+%), si
denota una caduta della precisione formale nella strutturazione degli engrammi
.
• Escludendo effettivi disturbi del rapporto con la realtà, l’abbassamento
qualitativo nell’organizzazione formale dei percetti, sembra poter essere
attribuito all’interferenza di problematiche di natura conflittuale inscrivibili
in un contesto nevrotico. La gestione degli impulsi aggressivi, gli elementi
affettivi collegati alle figure parentali e al processo di identificazione, sembrano
mettere frequentemente in crisi il sistema difensivo e le capacità adattive
dei soggetti, interferendo negativamente con le loro capacità di
organizzare ed integrare il materiale proiettivo del test Rorschach.
• Le risposte M (movimento umano) è inferiore alla media, facendo
presumere la mancanza di contatto con la dimensione interiore, ossia l’incapacità di
elaborare l’esperienza con il mondo esterno.
• La caduta degli FC (forma colore) dimostra la
netta inibizione della capacità affettive.
• Facendo riferimento alla risonanza intima come
capacità di elaborare
interiormente i vissuti esterni e di riconoscere la dimensione affettiva nell’interazione
con l’ambiente, il campione maschile denota una netta risonanza coartata,
ossia un’inibizione delle capacità introspettive e della propria
vita affettiva. In questo campione il tono dell’umore si presenta
depresso, accompagnato da elementi aggressivi.
• Il campione femminile riporta un maggior contatto con l’ambiente
ed una maggiore capacità introspettiva. Mentre nei maschi si può osservare
una netta polarizzazione verso il tipo coartato con incidenza massima del 50%,
e incidenza minimale dell’introversione nel 3%, nelle femmine, la situazione
sembra presentare una maggiore distribuzione, che pur polarizzata verso l’estroversione
con un valore massimo del 33%, presenta un’incidenza minima del tipo
introversivo e coartato del 20%.
• Le riposte ai contenuti animali (A%) rientra
nei valori normali; questo dato potrebbe essere indice di stereotipia, immaturità affettiva, umore
depresso, ansietà e tendenza al conformismo.
• Una frequenza significativa si trova per i contenuti
oggetto (Ogg) che
potrebbe essere collegata alla difficoltà nei rapporti interpersonali
dei soggetti esaminati, sia maschi che femmine. Tale problematica viene
compensata attraverso la ricerca di situazioni non relazionali, affettivamente
meno pregnanti, espresse dal legame con oggetti inanimati.
• La percentuale di Ban (contenuti banali), essendo
sopra la norma, indica un’aderenza passiva alla realtà e al mondo sociale. Questo dato
potrebbe suggerire l’ipotesi di un rapporto molto ansiogeno con l’ambiente,
permeato dal conflitto tra la ricerca della relazione interpersonale e dall’incapacità di
realizzare tale intento per la presenza di forti elementi aggressivi.
• Lo shock alle tavole è stato più frequente nei soggetti
maschi soprattutto alla tavola 2 associato al colore rosso. Tale dato riguarda
la difficoltà a separarsi dalla figura materna. Sempre per lo stesso campione,
la tavola 6 ha evidenziato maggiori risposte di stupore, legata alla sessualità,
evidenziando un’incidenza di problemi sessuali. Per il campione femminile
lo shock si è presentato nella tavola 9, legata alla sfera affettiva,
seguita dalla tavola 1 associata al rapporto con la figura materna.
• I rifiuti alle tavole, quale indice d’incapacità ai strutturare
la macchia dovuta ai meccanismi di rimozione, si presenta con maggiore frequenza
nei maschi. Nel campione femminile la tavola 9 pur essendo vissuta come la più problematica
e conflittuale veniva comunque affrontata, mentre nei maschi ciò non succedeva
nel 19% dei casi, forse per la difficoltà nella gestione degli impulsi
affettivi, al punto da indebolire le capacità elaborative dell’Io
nella percezione della strutturazione dell’engramma.
Tale problema si presenta anche nelle femmine per la tavola 8: la prima
dove compaiono i colori. Al secondo posto compare la tavola 6, che nei
maschi evidenzia profonde problematiche relative all’identità sessuale, mentre
per le femmine evidenzia difficoltà col sesso opposto.
• Considerando il processo identificatorio delle riposte fornite dal campione
maschile al contenuto umano della tavola 3, il 19 % dei soggetti esaminati
evidenzia un legame con la figura paterna, mentre il 16% un legame con la
figura di sesso opposto.
Nel campione femminile il 33% evidenzia una scelta per la figura femminile,
mentre il 7% per quella maschile. In sintesi le femmine mostrano un’adeguata
identità sessuale; sotto un’altra ottica tale dato evidenzierebbe
un rapporto di tipo fusionale con l’oggetto primario materno.
Nell’intero campione prevale il legame con questo introietto, mentre
risulta più precario il legame con la figura paterna, facendo presagire
una maggiore difficoltà nel raggiungimento della situazione triadica.
Questo rapporto fusionale con la figura materna non sembra costituire
un ostacolo per lo sviluppo identificatorio delle femmine, mentre lo
diventa per maschi.
Il 6% dei maschi evidenzia una situazione più confusa riguardo
alla scelta identificatoria, percependo nella tavola 3 un maschio e una
femmina. Nelle femmine questo tipo di risposta non si riscontra.
Il rimanente 64% dei maschi e il 66% delle femmine non ha dato alcuna
risposta al contenuto umano della tavola 3: questo dato indica l’assenza di una
relazione con la coppia genitoriale , con ipotetiche difficoltà nell’ identificazione
sessuale e con carenza nelle capacità relazionali in generale.
• Valutando i contenuti aggressivi date alle tavole, emergono elementi a
sfondo persecutorio ed elementi con connotazione orale che prevalgono nei maschi,
polarizzandosi nelle prime tre tavole. Secondo questo dato si potrebbe presupporre
la presenza di problematiche relative alle esperienze primarie, un difficile
rapporto con la madre arcaica, problemi di separazione e difficoltà di
rapporto con la coppia genitoriale.
Nelle femmine i contenuti aggressivi sono maggiormente associati alle prime
due tavole: figura materna e separazione; passando poi alla quarta, ossia
al rapporto con la figura paterna, ed infine alla sesta che rappresenta il
rapporto con il sesso opposto
In
conclusione con questa ricerca si dimostra come il sintomo balbuzie, ipoteticamente,
potrebbe sottendere qualsiasi tipo di personalità, per cui diventa estremamente
difficile poter specificare i tratti caratteristici che definiscono la personalità del
soggetto disfluente. (pagg. 78-79, Caruso E., Milano 2001 Franco Angeli)
Clinica e psicoterapia corporea
La balbuzie è un problema molto serio e complesso: esistono 5 forme
di balbuzie, e per ogni forma esistono diversi sottotipi. Inoltre per ogni
tipo e sottotipo di balbuzie esistono in associazione diversi profili psicologici.
In base a queste diverse conformazioni personali, di necessità, occorre
diversificare il tipo di trattamento.
In chiave genetica , secondo Drayna solo a partire dal 1997 la scienza ha effettuato
i primi passi per isolare il gene della balbuzie. Le ricerche attuali
non hanno ancora confermato la peculiarità della componente organica
nel determinare questo problema.
Dal 1817 con Wutzer e Itard cominciarono le prime ricerche
per curare la balbuzie, e già nel 1950 Van Riper conteggiava circa 8.000 lavori scritti in materia.
La balbuzie è stato un tarlo che ha fatto soffrire diversi personaggi,
fra questi ricordiamo: Mosè, Demostene ed Alessandro Manzoni ;
quest’ultimo
dovette rinunciare ad un seggio nel parlamento a causa di una grave balbuzie.
Più vicino ai giorni nostri ricordiamo Winston Churchill e Marilyn
Monroe,
quest’ultima affetta da una ‘strana’ balbuzie, in molti casi
fu costretta ad abbandonare il set cinematografico.
Ancor più vicino alla nostra attualità ricordiamo Paolo Bonolis,
Tony Renis, l’onorevole Bassolino, Indro Montanelli e il regista Giovanni
Albanese che, premiato con il Grifone d’oro al 33° festival, proprio
recentemente con il film A.A.A. Achille , (anno 2003, www.medusa.it ) ha messo
in scena il tema della balbuzie, interpretato da Sergio Rubini, Hélène
Sevaux, Loris Pazienza, Paolo Bonacelli.
Storicamente
per il pensiero psicoanalitico ortodosso, non era possibile analizzare soggetti
affetti da balbuzie o da altri disturbi del linguaggio (S. Freud 1974, O.
Fenichel 1951) , perché il metodo analitico basandosi sulle libere
associazioni e sul libero uso della parola, non consentiva una facile comunicazione
simbolica tra terapeuta e paziente. Il linguaggio essendo bloccato, non poteva
essere utilizzato per analizzare il simbolismo sottostante alle parole,
diventando così difficile far emergere le emozioni inconsce.
Più tardi, il lavoro psicoterapico cominciò ad interessarsi della
balbuzie, anche se tale patologia rimaneva prevalentemente oggetto di studio
da parte della medicina: ossia una competenza specifica del logopedista., del
foniatra o dell’otorinolaringoiatra.
Secondo le ricerche cliniche da noi compiute , la balbuzie dovrebbe essere
considerata essenzialmente una “sindrome psicosomatica” .
Questo sintomo difatti, sembra soddisfare tutti i criteri del disturbo psicosomatico,
e in chiave diagnostica tale problema potrebbe essere inserito nel quadro dei “Disturbi
di Conversione” con deficit motori (area dei Disturbi Somatoformi), che
secondo il DSM IV sono “uno o più sintomi o deficit riguardanti
funzioni motorie volontarie o sensitive, che suggeriscono una condizione neurologica
o medica generale”.
Specificando dettagliatamente la peculiarità dei disturbi di conversione,
secondo Luban-Plozza B. (1992) et al., all’interno delle malattie psicosomatiche
dobbiamo distinguere in modo specifico i cosiddetti sintomi di conversione
che “sono una risposta e un’elaborazione somatica secondaria
di un conflitto nevrotico . I sintomi hanno carattere simbolico e si possono
considerare un tentativo di risolvere il conflitto. I sintomi di conversione
in genere riguardano gli organi sensoriali ed il movimento volontario.” (pag.38)
Lo stesso autore, citando gli studi di Engel e Scemale, e di Freyberger elenca
gli elementi psicodinamici che si ritrovano nella malattia psicosomatica, che
sono “
1.
Depressione reattiva in seguito a perdita dell’oggetto
e trauma naricisistico
2. Tratti regressivi orali
3. Difesa contro l’aggressività
4. Insufficiente capacità introspettiva
Sintomo
1. Esaurimento emotivo
2. Depressione da esaurimento.
Conflitto
1. Perdita oggettuale
2. Trauma narcisistico
3. Difesa contro l’aggressività
Struttura
della personalità
1. Debolezza dell’Io, cioè insufficiente capacità introspettiva,
alterata ‘fiducia primaria’, ridotta tolleranza alla frustrazione,
aumentati bisogni di dipendenza, capacità molto limitata di apprendere
un uovo comportamento emotivo.
2. ‘Vuoto emotivo’ dovuto alla ridotta consapevolezza dei sentimenti
e alla tendenza a processi automatici di pensiero, insieme alla diminuita capacità di
elaborazione emotiva (…)
3. Disturbo orale-naricistico con la marcata tendenza a esperire una perdita
oggettuale che non può essere elaborata
4. Comportamento difensivo, in particolare l’atteggiamento lamentoso-acusatorio
che implica il forte bisogno di dipendenza da ‘figure-chiave’,
per poter riguadagnare oggetti che implicano una delusione e per poter compensare
la malattia” (Luban-Plozza 1992, pag.32)
E’ interessante notare come tutti questi elementi psicodinamici
si ritrovano nella strutturazione mentale del soggetto balbuziente adulto;
il conflitto inconscio si riflette nel linguaggio e nella strutturazione dell’immagine
corporea che appare frammentata.
Il linguaggio balbettato difatti, non mantenendo una certa continuità,
dimostra un’eziopatogenesi di origine psicogena. Nella maggioranza dei
casi difatti, è possibile riscontrare come il soggetto balbuziente
balbetti in determinate situazioni, con determinate persone, e su determinati
parole e fonemi. Si potrebbe dunque ipotizzare come questo “determinismo” sia
il risultato di un codice inconscio che si esprime proprio attraverso la balbuzie.
Secondo le nostre ricerche psicologiche e psicolinguistiche, il soggetto balbuziente è sottoposto
a forti impulsi aggressivi che tendono a bloccare il linguaggio, agendo anche
su determinate aree somatiche.
Analizzando le situazioni nelle quali il sintomo si manifesta,
in un campione di 100 soggetti, è emerso che il 90% di questi
balbetta maggiormente quando deve presentarsi, telefonare, affrontare un esame,
parlare con un’autorità (docente,
insegnante, capo-ufficio, ecc.), parlare con degli estranei, affrontare un
gruppo di lavoro o di studio; in alcuni casi sopratutto dialogare con gli stessi
genitori.
Circa il 70% dei soggetti esaminati, riferisce di non balbettare quando si
esprime liberamente, o quando non teme il giudizio dell’interlocutore.
La disfluenza appare ridotta nei momenti di stizza o di rabbia, o quando il
soggetto pronuncia parolacce e vocaboli altamente aggressivi. Lo stesso
accade quando si esprime gioia e amore.
In chiave verbale le ricerche da noi effettuate hanno messo in luce come la
balbuzie si struttura seguendo determinate leggi “fonosimbolche”: si tende a balbettare su determinati termini e su consonanti che variano
secondo la storia e la configurazione personale del soggetto. Ad esempio
si tende maggiormente a balbettare sul proprio nome e cognome, o su parole
con un’alta valenza
affettiva come : affetto, amore, babbo, balbuzie, buongiorno, buonasera,
cena, ciao, comandi, cura, domani,ecc.. ; tutti termini aventi
un’ alta valenza
simbolica vissuta in modo conflittuale.
Oltre ai termini, sono stati esaminati i singoli fonemi;
lo spasmo verbale è maggiore
sulle occlusive PB, TD, KG, , sulla nasale M, sull’affricata
C , sulla spirante S e sulle liquide RL. Le maggiori o minori difficoltà sono
determinate dalle caratteristiche qualitative, acustiche, articolatorie e fonosimboliche dei
singoli fonemi.
Osservando
la figura N.1, la persona che balbetta nell’intenzionalità di
esprimersi, non riescirebbe a coordinare i centri motori ( Area di
Broca) con
i centri che formano e mettono assieme le parole (Area di Wernicke).
A questo punto si potrebbe ipotizzare che, quando il soggetto balbuziente entra
in uno stato ansiogeno molto violento, determinato da stimoli interni o esterni,
la carica ansiogena prodotta, potrebbe intensificare il segnale che il centro
di Broca invia verso l’apparato linguistico. Il segnale essendo troppo
violento determinerebbe una specie di “corto circuito” a livello
dell’apparato motorio, causando spasmi linguistici, o altri disturbi
neurovegetativi associati, quali: sudorazione, aumento del battito cardiaco,
varie contrazioni a livello muscolare, senso di nausea e confusione mentale.
Attualmente, in chiave neurologica si sta tentando di intervenire farmacologicamente
(antiepilettici, elettrostimolazione, ecc..) per ridurre gli stimoli che vengono
inviati dalle zone deputate al funzionamento del linguaggio. Questa ricerca
non è molto semplice, sia perché risulta molto invasiva, sia
perché intervenendo sulla motricità, difficilmente si riescono
controllare gli effetti collaterali che investono la motricità.
Comunque, anche se è facile ipotizzare una causa di natura fisiologica,
nonostante le cospicue ricerche mediche, qualcosa di oscuro e di incomprensibile
rimane celato nei meandri della patologia.
In
chiave psicoterapica dunque, è molto importante poter “decodificare” il
sintomo, agendo sull’ansia, e cercando di modificare il “segnale
alterato” inviato dal centro di Broca.
In chiave
psicosomatica nella balbuzie esistono spesso alterazioni nella coordinazione
dei movimenti tra aree del corpo. Quando si balbetta diverse aree corporee
entrano in contrazione: si assiste così a movimenti incontrollati che
non hanno niente a che fare con l’atto del parlare (muovere un braccio,
fare delle smorfie, ecc. ).
Solitamente le zone maggiormente contratte sono il diaframma, gli addominali
e gli organi interni (stomaco). Quando l’ansia raggiunge picchi elevati,
si interrompe il flusso respiratorio, alterando l’atto del parlare. Le
contrazioni dal diaframma tendono poi ad espandersi verso la parte superiore
del corpo. Nella maggioranza dei casi la tensione soffocante si diffonde a
livello toracico. Altre zone molto contratte sono le spalle, la spina dorsale,
il viso il collo.
Quando l’emozione assale il soggetto, oltre all’incordinazione
motoria, solitamente si attivano altri sintomi neurovegetativi con effetti
nefasti sul linguaggio: eccessiva sudorazione, o vasocostrizione, aumento
del battito cardiaco, difficoltà respiratoria, calo del timbro di voce,
confusione mentale, blocco dei muscoli addominali e del diaframma. Tutta
l’informazione
neurologica, appare così alterata. Il corpo si irrigidisce perdendo
la naturalezza nell’effettuare le necessarie coordinazioni mentali e
corporee.
Inoltre, per sottolineare la connessione della balbuzie con tutta la sintomatologia
psicosomatica, nel 40% dei soggetti esaminati è stata riscontrata un’alta
associazione tra balbuzie e altri disturbi psicosomatici, quali: cefalea,
emicrania, ulcera, bruxismo (restringimento involontario delle ossa mascellari)
stipsi , enuresi e disturbi alimentari ; in altre parole quando la balbuzie
non è sufficiente
per “arginare” un conflitto, altri sintomi potrebbero fare la loro
comparsa segnalando l’alto grado di “conflittualità inconscia”,
danneggiando ulteriormente la persona.
Con una psicoterapia corporea adeguata, è possibile modificare la radice
del problema, affrontando l’immaginario e le angosce che vengono agite
attraverso il linguaggio balbettato.
Come ho cercato di dimostrare nei precedenti lavori (E. Caruso 1997,1998),
la decodificazione del sintomo aprirà le porte alla comprensione, in
senso analitico, delle emozioni che si esprimono attraverso i laringospasmi.
In altre parole, il linguaggio del balbuziente non riuscirebbe a contenere
la violenza delle emozioni, le quali sono continuamente censurate o sottoposte
ad un rigido vaglio, operato dal controllo della coscienza.
Con tecniche psicosomatiche specifiche, si agisce direttamente sulla balbuzie,
diminuendo notevolmente il problema. Secondo le nostre indagini è stato
visto che, riducendo l’ansia correlata la linguaggio, gli spasmi verbali
tendono a diminuire , determinando una buona fluenza linguistica.
I
risultati dei nostri lavori sono stati registrati mediante un oscilloscopio
che misurava le fluttuazioni dei campi elettromagnetici. Dopo un certo periodo
di trattamento è stata visto che, quando il soggetto parlava con una
buona fluenza, l’onda dei campi elettromagnetici dai contorni a picco,
tipici dello stato d’ansia, passava a forme sinusoidali, come viene
dimostrato dal riquadro centrale della figura N. 2.
La capacità di scaricare la tensione attraverso il linguaggio determina
uno stato di rilassamento del tono muscolare, attivando uno stato umorale positivo,
con una maggior scioltezza verbale. Con questa procedura si cerca di far funzionare
sinergicamente il corpo, la mente e il linguaggio.
Il trattamento di recupero dovrebbe considerare soprattutto la correlazione
tra emozione, linguaggio, e corpo . Il linguaggio dovrà funzionare come
un “buon contenitore”delle emozioni, lasciandole fluire
Il trattamento corporeo, o meglio psicosomatico, tende a ridurre le emozioni
che sconvolgono le funzioni somatiche e linguistiche
Contro i cosiddetti corsi intensivi, che puntano su un effetto auto-suggestivo,
o placebo, il cui risultato spesso si concluderà nel giro di pochi mesi,
va sottolineato che la balbuzie è un problema complesso: esso va trattato
con molta cautela e con tecniche specifiche, sulla base di una diagnosi psicologica,
e in alcuni casi anche con un adeguato supporto farmacologico.
Personalmente non credo assolutamente che una sola tecnica possa bastare per
curare la balbuzie, e non credo nemmeno che si possa curare senza inoltrarsi
nella profondità del sintomo e senza considerare la globalità della
persona che balbetta.
Solitamente, all’inizio e del procedimento psicoterapico, l’adulto
che balbetta è come se andasse alla ricerca spasmodica di una tecnica
miracolistica che possa risolvere il problema, non intaccando la personalità.
Il soggetto che chiede la terapia è come se non si rendesse nemmeno
conto del suo “mondo interno”, rimanendo ingabbiato in una forma
di simbiosi con la propria parola, dove il fine ultimo è di evitare
tassativamente di balbettare.
L’unico problema per la persona in trattamento è la balbuzie;
con questa logica diventa difficile prendere coscienza della confusione interna
che si esprime attraverso la confusione verbale. La persona vuol anzitutto
risolvere il suo sintomo: al terapeuta viene così attribuito un ruolo
salvifico che presto, con un trattamento magico e miracolistico, dovrebbe guarire
dalle incrostazioni linguistiche, senza modificare la persona in trattamento.
Tutte le associazioni iniziali riguardano sempre la parola. Senza l’ascolto
e il superamento di questa logica “onnipotente-narcisitica”, credo
che sia veramente impossibile procedere per rendere fecondo il lavoro terapeutico,
che all’inizio è sempre intriso da aspetti magici e poco maturi.
Durante il trattamento, quando la persona comincia a riflettere su se stessa,
con il libero fluire delle emozioni, prende corpo la fluenza verbale. Anche
quando la persona conquista la fluenza verbale in poco tempo, tutto ciò non è un
indice predittivo della raggiunta maturità emotiva e verbale. Il trattamento
volgerà a termine solo quando la strutturazione mentale ed “oggettuale” del
soggetto in terapia si è realmente modificata, permettendogli una vita
serena, senza ricadute.
Per ciò che concerne specificatamente le strategie linguistiche usate
per la riabilitazione verbale, vengono applicati procedimenti che si basano
sull’analisi motoria dei fonemi da pronunciare e sull’analisi morfologica
delle parole. Gli esercizi sono delle modalità per giocare con le parole,
senza averne paura. Queste tecniche permettono di prendere confidenza con
le parole e con le consonanti, agendo sulla paura che porta la persona a balbettare.
Tali esercizi tendono a sollecitare le funzioni tipiche dei due emisferi cerebrali,
cercando di sincronizzarli .
Inoltre, per facilitare una migliore consapevolezza fonica, quando la persona
si sente pronta, si agisce sulle situazioni che terrorizzano il soggetto in
terapia.. Per quest’ultimo lavoro si usa l’ascolto in cuffia, la
telecamera, e la “drammatizzazione” delle situazioni altamente
ansiogene: parlare o leggere in pubblico, telefonare, presentarsi, tenere una
lezione o conferenza, ecc.
La persona balbuziente prendendo coscienza delle proprie esigenze, dei desideri
inespressi a mai appagati, delle relazioni passate, dei conflitti interni ed
esterni, comincerà a liberare tutte le proprie emozioni censurate.
Secondo Klauber (1984) il processo terapeutico avviene rispettando una duplicità di
obiettivi. I primi sono a breve termine, aventi lo scopo di attenuare l’angoscia
immediata della persona, i secondi invece, sono a lungo termine ed hanno lo
scopo di promuovere la crescita. Così nel lavoro psicologico del soggetto
disfluente, per prima cosa, attraverso tecniche corporee e psicodinamiche,
si procede a ridurre l’angoscia del momento per favorire i primi risultati
fonici. Dopo questa prima fase, si ricerca lo strato psichico profondo che,
essendo all’origine della balbuzie, procura sofferenza mentale e confusione
verbale.
Successivamente quando l’angoscia è stata ridotta, grazie al raggiungimento
dei primi risultati verbali, si procederà nel dare maggiore stabilità all’Io,
per poi affrontare le dinamiche psicologiche e sociali che si situano ad un
livello ancora più profondo.
Con la riduzione dell’ansia, anche il linguaggio acquisterà forma
e colore. La persona in evoluzione sentendosi liberata dall’angoscia,
si sentirà pervasa da una nuova energia, la quale veniva prima impiegata
per il mantenimento del controllo operato sul Sè.
Con la conclusione del procedimento terapeutico, la personalità del
soggetto si riorganizzerà mediando ed integrando gli aspetti buoni e
cattivi del proprio Sè.
Solitamente in base alla diagnosi e alle caratteristiche della personalità,
viene consigliato il tipo di lavoro terapeutico che potrà essere individuale
o di gruppo. Vi sono personalità che ad esempio non riescono assolutamente
a condividere la propria sofferenza all’interno di un gruppo, anche quando
i componenti sono affetti dallo stesso sintomo. Al contrario, vi sono altri
soggetti che non riescono affatto a sostenere un percorso individualizzato.
In questo caso sarà più facile operare all’interno di una
terapia di gruppo, in quanto per chi non tollera un rapporto “vis a viss” col
terapeuta, la “coralità gruppale” offrirà una maggior
partecipazione e coinvolgimento.
Comunque è sempre auspicabile abbinare un trattamento individualizzato
con quello di gruppo.
Nella
psicoterapia corporea, la persona con amore e pazienza, affronterà le
relazioni sociali e famigliari. Durante il processo terapeutico, con l’ausilio
di questa psicoterapia corporea, potranno emergere fantasie concernenti il
linguaggio, il corpo, i fallimenti esistenziali, le relazioni sociali, le aspirazioni
ecc; tutti questi sentimenti saranno accolti e compresi dall’unità del
Sé-Corporeo, che rappresenta l’involucro che tutto può accogliere,
senza censura e senza vergogna
Alla fine delle terapia la persona è cambiata, e questo può essere
dimostrato dal cambiamento della voce e dalla fluenza verbale acquisita. Tale
processo dimostra l’avvenuta integrazione del Sè, dove il senso
di colpa imperante è stato ormai superato ed integrato.
Con nuova maturità raggiunta dal punto di vista psicologico e comportamentale,
la persona dovrà sentirsi sufficientemente equipaggiata per affrontare
le proprie emozioni e il mondo esterno, senza aver più paura.
Il risultato di un trattamento psicologico, corporeo e fonico, dipende sempre
dal grado di alleanza terapeutica che si stabilisce tra soggetto e
terapeuta. Senza questa alleanza, senza la necessaria fiducia verso la persona
che conduce il trattamento, sarà impossibile riuscire a definire la
prognosi.
In sintesi,
l’approccio psico-corporeo da noi definito “logodinamico”,
viene proposto tenendo conto di tre aree d’intervento:
a) Area psicosomatica: dove si agisce sulle alterazioni della coordinazione
dei movimenti tra aree del corpo, facendo uso di una psicoterapia corporea
mirata per la balbuzie.
b) Area fonica: concernente l’applicazione di una serie
di tecniche
foniche che rimuovono i blocchi psico-emotivi, recuperando il ritmo e la coordinazione
naturale.
c) Area sociale e comportamentale: che riguarda specificatamente
tecniche comportamentali, e strategie foniche (musicoterapiche), che mirano
a ridurre l’ansia collegata
al linguaggio, agendo sinergicamente sul segnale inviato (input) dal centro
di Broca verso l’apparato motorio, quest’ultimo dovrà rielaborare
il segnale in un output (linguaggio)
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