Paola Dei - Psicologo
Psicoterapeuta
Amore, tradimento, incesto.
Un film coraggioso, distribuito dall'Istituto Luce e tratto dai racconti dei
tre scrittori: Tahar Ben Jelloun, Amin Maalouf e Hanif Kureishi, Edito da Bompiani.
la fotografia è di Elio Bisignani, le musiche di Roberto Cacciapaglia,
il montaggio di Luciano Marenzoni.
Un tema complesso sul quale
già sembrava esser stato scritto e detto tutto, eppure c'era ancora qualcosa
da dire, in altromodo, in altra forma, in una chiave di lettura che affronta
un nuovo modo di fare cinema su tematiche che per noi addetti ai lavori sono
quasi pane quotidiano ma che interessano la vita di ognuno di noi e si intrecciano
come fili invisibili negli accadimenti quotidiani unendo la tragedia ed il teatro
greco alle notizie trasmesse dai media ed all'attualità in maniera impressionante.
Un filo rosso di Arianna che scavalca secoli per condurci ancora a Sofocle,
ad Edipo Re, alla mitologia classica, agli archetipi.
Dopo che i vissuti erano
stati decantati ho raccolto queste riflessioni che mi piace condividere con
i colleghi e con tutti coloro che visitano il sito degli Psicologi affinchè
possiamo scambiarci riflessioni, pensieri, sensazioni sull'amore, il tradimento,
l'incesto e sulla loro collocazione.
Accade spesso che la vita
ci viva. Accade spesso che non ce ne accorgiamo.
Qualche volta accade che
ci addentriamo nel fondo della nostra psiche e ci rendiamo conto di essere vittime
e carnefici allo stesso tempo. Accade che ci troviamo davanti alle tre tematiche
affrontate da Elisabetta Sgarbi nel film: "Notte senza fine".
Amore,tradimento,incesto".
Vissuti simbolici sui quali ognuno può proiettare qualche significato,
qualche spezzone della propria vita e fonderlo con aspetti fenomenologici per
comprendere, alla luce dei simboli di ieri, la realtà nel qui e ora.
Un film coraggioso nel
quale il tema della maschera, i miti greci, l'universalità dei temi sociali
vanno a fondersi con l'inconscio individuale, con la psicoanalisi, con la psicoterapia.
Un tempo senza tempo, uno spazio senza spazio, dove la forza,la logica, la retorica,
la disperazione vengono espresse senza emozioni, senza azioni, con una semplice
presa d'atto della realtà. Le emozioni sono tutte dalla parte di colui
che osserva.
Spettatore muto eppure
involontariamente costretto ad essere partecipe e attivo nella comprensione
dei significati. Non una parola in più, non una lacrima, non un gesto
che stona con la lentezza con la quale vengono scandite le parole. Una coppia
che racconta il tradimento visto da occhi maschili e femminili, un padre introiettato
che abita prepotentemente la psiche della figlia, l'amore. Il tutto legato dai
fili del senso di colpa, dell'orgoglio, dell'ira, dei peccati capitali inespressi
eppure presenti nel tentativo di superare se stessi. Ho trovato il dolore asciutto
di Beckett, l'ineluttabilità dei personaggi di Dostoewskji, la tragedia
greca, l'originalità di trattare tematiche così sviscerate dalla
psicologia, dalla sociologia, dall'antropologia, dalla tragedia, dalla commedia,
dai media, in una sintesi personale e calata nella modernità della nostra
cultura.
Era già stato tutto
detto eppure c'era ancora tanto da dire. Ho apprezzato le scenografie, scarne
eppure regali, l'inquietante occhio puntato sui volti e sulle varie parti del
corpo, come a svelare senza svelare, a immaginare senza immaginare, a costruire,
ipotizzare, le musiche profonde e cupe, la bravura degli attori e i tempi non
troppo lunghi.
Certamente la scelta della
posizione delle tematiche ha un senso ben preciso nell'animo degli scrittori
e di conseguenza della regista e sceneggiatrice, motivo che calca le orme della
tragedia greca, a me però sarebbe piaciuto vedere la triade rovesciata:
Incesto, tradimento, amore, tematiche con le quali tutti ci imbattiamo e che
tentiamo di superare per arrivare ad una vita piena. L'incesto, sotto forma
di complesso Edipico, il tradimento come unica forma di crescita e atto attraverso
il quale avviene il distacco da una figura genitoriale per poi incamminarsi
verso la strada dell'amore e provare quella curiosità quel gusto del
nuovo, quella meraviglia che ci fa comprendere quanto ancora ci sia da conoscere
di noi stessi, l'altro ci spalanca una porta nuova per entrare nel misconosciuto,
nel misterioso, ci fornisce la chiave per accorgersi che questo non è
solo in alto al di là di noi stessi ed al di fuori, ma molto più
vicino e in basso, nelle profondità della psiche di ognuno di noi.
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