Dott. Fabio Gherardelli
- Psicologo clinico e sperimentale
La lezione
più importante che l'uomo possa imparare in vita, non è che nel
mondo esiste la paura, ma che dipende da noi trarne profitto e che ci è
consentito tramutarla in coraggio
(Tagore)
Forse non
esiste altro argomento della psicologia clinica altrettanto importante e controverso
come l'ansia. Questo stato emozionale può ricorrere in molti quadri psicopatologici,
come negli attacchi di panico, nelle fobie (specifica e sociale), nel disturbo
ossessivo-compulsivo, nel disturbo post-traumatico da stress e nell'ansia generalizzata.
L'ansia è indubbiamente una delle reazioni umane più diffuse ma
nonostante ciò non ne esiste una definizione univoca. In letteratura
troviamo spesso confusione tra i termini ansia e paura usati troppo spesso come
se fossero intercambiabili. In realtà la paura è alla base di
tutte le risposte di ansia.
Per paura
si definisce una risposta emotiva ad una minaccia o ad un pericolo ben riconoscibile
e di solito esterni; essa quindi è caratterizzata dall'immediato riconoscimento
del pericolo presente e dal sufficiente accordo con lo stimolo. Le sue cause
sono extrapsichiche, cioè esterne, e facilmente individuabili.
Studi sul condizionamento alla paura hanno dimostrato che:
- Si impara
molto in fretta (può bastare un solo collegamento fra stimolo condizionale
SC e stimolo incondizionale SI);
- È
molto duraturo (resistenza all'estinzione e recupero spontaneo in presenza
di stress);
- Comporta
più o meno le stesse reazioni fisiche sia nei mammiferi che nei rettili.
Dal punto di vista fisiologico, negli esseri umani esisterebbe un vero e proprio
circuito cerebrale della paura. Secondo Ledoux, uno dei più grandi studiosi
del cervello umano, esisterebbe una strada "alta", corticale (più
lenta e che implica consapevolezza) ed una strada "bassa", sottocorticale
(più veloce ed inconsapevole). La strada alta porta dal talamo sensoriale
alla corteccia sensoriale (qui lo stimolo viene elaborato) e poi all'amigdala.
La strada bassa invece porta direttamente le informazioni dal talamo sensoriale
all'amigdala. La strada bassa, essendo più veloce, prevale su quella
alta: questo implica che la paura può non passare per la corteccia e
quindi per l'elaborazione cosciente. Questo spiegherebbe il perché di
molti pazienti fobici che sono consapevoli di avere una paura irrazionale ed
irragionevole per qualcosa ma nonostante questo non riescono a calmarsi. Secondo
Ledoux nella paura è fondamentale il ruolo dell'amigdala (e non di tutto
il circuito limbico come si pensava precedentemente: il circuito limbico, ed
in particolare l'ippocampo, svolge un ruolo importante nella memoria). A conferma
di ciò le ricerche più recenti hanno dimostrato che negli esseri
umani la stimolazione dell'amigdala comporta sensazioni di paura e di pericolo
imminente e che senza amigdala non c'è percezione della paura.
L'ansia è,
in un certo senso, molto più 'pericolosa' della paura. Per ansia si intende
quella apprensione o spiacevole tensione data dall'intimo presagio di un pericolo
imminente e di origine in gran parte sconosciuta. Ne deriva che quando si prova
è sproporzionata a qualsiasi stimolo noto, alla minaccia o al pericolo
che ci sovrasta realmente. Le cause dell'ansia sono quindi intrapsichiche, cioè
intime e difficilmente individuabili. Si può definire "normale"
quell'ansia che viene affrontata con comportamenti costruttivi e protettivi,
permettendo di mantenere una capacità di giudicare in maniera matura.
Parliamo invece di ansia "patologica" quando l'individuo mette in
atto dei tentativi meno validi di adattamento alla vita (e paradossalmente questi
tentativi diventano essi stessi problematici ed invalidanti); egli ne risente
in maniera tale da mancare di efficienza, tale da non saper raggiungere scopi
realistici.
Molti autori,
studiando le reazioni ansiose, hanno affermato che ogni momento di ansia si
manifesta con fenomeni che sono evidenti su tre fronti:
- Fisiologico, con sintomi
che interessano l'apparato cardiocircolatorio, gastrointestinale, respiratorio,
ed in generale neurovegetativo. Ad esempio aumento della pressione, tensione
dei muscoli, aumento del battito cardiaco e della frequenza respiratoria,
accelerazione dei processi di memorizzazione e dell'ideazione, aumento dell'attività
sensoriale.
- Cognitivo, come la catastrofizzazione,
la valutazione irrazionale della realtà, il perfezionismo, l'astrazione
selettiva, l'autosvalutazione, la polarizzazione sulle cose che temiamo, l'inferenza
arbitraria ecc.
- Comportamentale; in
questo caso l'ansia si manifesta con comportamenti di evitamento o di fuga.
Scappare di fronte alla realtà, però, non fa altro che interagire
con l'aspetto cognitivo contribuendo a cronicizzate le paure.
La distinzione tra paura
ed ansia è importante a livello di intervento clinico: infatti se la
paura è alla base di tutte le risposte di ansia, a ciò consegue
che per risolvere i problemi legati alla paura (come quelli fobici) bisognerà
intervenire a livello del circuito basso e quindi sottocorticale; lo stesso
vale per gli altri disturbi di ansia: l'intervento deve essere mirato sulla
paura e non sulle reazioni di ansia.
Purtroppo nella realtà clinica questo avviene di rado con due significative
conseguenze; da un lato la persona bisognosa di aiuto non vede miglioramenti
ma anzi a volte peggioramenti del suo stato, dall'altro il clinico comincia
a sostenere che se la persona non migliora forse la causa risiede nella persona
che non sarebbe ancora pronta a superare il suo disagio.
Tutto ciò, in un'ottica
funzionale, non ha senso: se un intervento non funziona la causa è nell'intervento
stesso (probabilmente inefficace o applicato malamente), non nella persona!
Una menzione a parte la
meritano i sempre più diffusi Attacchi di Panico, ossia la "paura
della paura".
Gli Attacchi
di Panico sono descritti come un'improvvisa manifestazione di ansia o una rapida
escalation di quella solitamente presente; in particolare un episodio può
essere definito come Attacco di Panico se 4 o più, fino a 13, sintomi
somatici o cognitivi, aumentano progressivamente o si manifestano entro un periodo
di 10 minuti.
Tra questi
vi sono risposte fisiche quali palpitazioni, capogiri, sudorazione, sensazione
di soffocamento, tremore e brividi, e sintomi cognitivi quali paura di morire,
di soffocare di diventare pazzo ecc.
Gli
Attacchi di Panico (AP) possono essere classificati anche sulla base della condizione
in cui si verificano, vale a dire se sono dipendenti dalla situazione o si producono
spontaneamente.
I criteri affinché si possa parlare di AP riguardano la presenza ricorrente
e inaspettata degli attacchi seguita da un periodo di almeno un mese durante
il quale l'individuo riporta frequentemente
il
timore di avere altri attacchi. Il modello cognitivo del panico propone che
una determinata sequenza di eventi in una successione circolare conduca all'attacco
di panico ed è conosciuto come il modello del circolo vizioso del panico.
Gli AP sono il risultato di catastrofiche interpretazioni di eventi fisici e
mentali erroneamente considerati segni di un imminente disastro quale avere
un attacco cardiaco, svenire o soffocare. Ogni stimolo interno o esterno che
è giudicato minaccioso produce lo stato d'ansia e i relativi sintomi
somatici associati che se sono interpretati in maniera catastrofica producono
un ulteriore aumento del livello di ansia intrappolando l'individuo in un circolo
vizioso culminante nell'attacco di panico.
Una volta
manifestato l'attacco di panico intervengono 3 fattori che mantengono questa
situazione:
- Attenzione
selettiva riguardo alle sensazioni corporee;
- Comportamenti
protettivi associati alla situazione;
- Evitamento;
Nella pratica clinica, si rilevano negli ultimi anni un numero crescente di
tipologie di patologie fobiche basate su copioni percettivi-reattivi non riconducibili
soltanto alla tendenza all'evitamento ma soprattutto al tentativo fallimentare
del controllo, da parte del soggetto delle proprie reazioni sia fisiologiche
che comportamentali, così come della realtà circostante. È
proprio l'eccesso di tentato controllo che fa perdere il controllo. Il controllo
volontario di funzioni organiche, altera queste ultime, le quali alterandosi
producono la paura dell'insorgere di un grave malanno.
La persona
tende quindi a voler avere il controllo delle proprie reazioni di paura che
scatenano i sintomi fisiologici. Proprio tale sforzo di controllo costruisce
letteralmente i sintomi che fanno poi perdere il controllo. Ovvero la paura
della paura che produce il panico. La spirale circolare tra paura e reazioni
fisiologiche può andare in escalation sino ad una vera e propria crisi
di panico, se il soggetto non interrompe tale circolo basato sul tentativo di
controllare le proprie reazioni.
Quindi, di solito, se le
cause scatenanti il DAP possono essere diverse, multiple e personali, il copione
attraverso cui si mantiene tale patologia è spesso un circolo vizioso
molto simile in tutti i casi (e quindi simili saranno le "tecniche"
e le "strategie" atte a romper questo vero e proprio circolo vizioso
in tutte le persone che presentano tale disturbo).
In
fondo, come scrive Saverino, non esiste un problema se non c'è una
soluzione.
Riferimenti
bibliografici
- Fish R.,
Weakland J.H., Segal L. (1983) Change: Le tattiche del cambiamento.
La psicoterapia in tempi brevi. Roma: Astrolabio
- Goleman
D., (2000) Intelligenza emotiva. Milano: Superpocket
- Gordon
D., Meyers-Anderson M. (1984) La psicoterapia ericksoniana. Roma: Astrolabio
- Ledoux
J., (2003) Il cervello emotivo: alle origini delle emozioni. Milano:
Baldini & Castaldi Dalai
- Sapolsky
R.M., (1999). Perchè le zebre non si ammalano di ulcera.
Milano: McGra-Hill
- Tagore
R., in AA. VV. (1987) Piccolo breviario per affrontare la paura. Roma:
Gribaudi
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