In una bella giornata di
inizio Marzo abbiamo incontrato Annalisa Balestrieri autrice del libro L'Amore
(im)perfetto. Sedute davanti ad una tazza di the, ha accettato di rispondere
alle nostre domande.
Annalisa Balestrieri si
è laureata all'Università Statale di Milano in Lettere Moderne
ad indirizzo pedagogico. Si interessa di psicologia sociale e dinamiche relazionali
e ha pubblicato alcuni approfondimenti di carattere sociologico.
Psiconline
Il tuo libro, pubblicato da pochi mesi, ha ricevuto un
notevole riscontro da parte dei lettori. Oltre alla qualità del testo,
a tuo giudizio, da che cosa è provocato quest'interesse ?
Dott.ssa Annalisa Balestrieri
L'amore è
un argomento capace di catturare sempre molto interesse, ma questo libro si
propone di far luce su un particolare tipo di amore che si basa su un rapporto
di dipendenza. Ho avuto modo di riscontrare come la dipendenza sia una condizione
molto diffusa ai giorni nostri, in cui il bisogno di poter contare su qualcun
altro è avvertito con prepotenza, ma contemporaneamente si percepisce
una sempre maggiore labilità nei rapporti interpersonali. Dalla famiglia,
meno stabile di una volta, agli amici che si trovano e si perdono lungo la strada,
è più facile creare ma anche rompere legami che un tempo erano
fonti di certezze. Questa instabilità affettiva sfocia nell'idealizzazione
di legami che si vogliono a tutti i costi considerare perfetti ma che, in realtà,
nascondono molti punti deboli.
Il primo capitolo
è dedicato alla "dipendenza affettiva" e leggendone le sue
caratteristiche mi sono resa conto che forse siamo tutti dipendenti! È
così?
In un certo senso si può
dire che siamo tutti dipendenti, ma non da una persona specifica. Dipendiamo
dalla necessità di avere vicino qualcuno con cui dividere la nostra vita,
i nostri interessi. Qualcuno a cui dare qualcosa di noi e che sia in grado di
valorizzarci e gratificarci dimostrandoci di ritenerci meritevoli delle sue
attenzioni. Purtroppo non sempre, nella realtà, riusciamo a trovare questa persona così speciale. Allora succede che si vada alla ricerca di un
"surrogato" capace di colmare il vuoto che avvertiamo.
Quindi
il titolo "L'Amore (im)perfetto" a cosa si riferisce?
L'amore (im)perfetto si
riferisce ad una amore che percepiamo come perfetto, in quanto frutto più
dei nostri desideri, dei nostri sogni, della nostra fantasia che non della realtà.
Una realtà che, invece, non manca prima o poi di palesarsi mettendo impietosamente
in evidenza tutti i limiti e le contraddizioni di un rapporto che non si basa
su di un confronto reale tra due persone, ma è filtrato dalle nostre
aspettative che deformano la realtà fino a convincerci che non esista.
Come si delinea
l'Amore Perfetto?
L'amore perfetto è
uno scambio tra due persone che sono innanzi tutto capaci di amare sé
stesse. Solo dalla consapevolezza del proprio valore nasce la capacità
di fare dono di sé ad un'altra persona e di ricevere da lei le medesime
attenzioni. Nessuno può riuscire ad amarci se non siamo noi i primi ad
essere capaci di farlo. L'amore è perfetto quando riesce ad assolvere
il suo compito principale: farci stare bene. Un vero amore non deve essere fonte
di angoscia e di sofferenza, non deve dare tormenti, ma deve essere gratificante
e appagante.
Nel II capitolo
introduci la figura del "Magic Helper", dell'"Idolo" e del
"Leader". Potresti chiarirmi questi tre concetti?
Questi tre concetti rivestono
un'importanza fondamentale in momenti in cui avvertiamo il bisogno di un modello
di riferimento capace di sostenerci e al quale ispirarci. Il magic helper è
una figura che viene in nostro aiuto quando ci sentiamo soli o non sufficientemente
forti per affrontare la vita con le nostre sole forze. Spesso non è una
figura concreta ma la proiezione delle nostre necessità che assume le
sembianze di una data persona, capace di soccorrerci nel momento del bisogno
non facendoci sentire soli. L'idolo è una figura a cui attribuiamo doti
e poteri superiori alla media, quasi soprannaturali. Anche qui le nostre necessità
giocano un ruolo fondamentale rivestendo questa figura di quelle caratteristiche
che vorremmo trovare in una persona reale e che, non necessariamente, le sono
del tutto proprie. Avere un idolo può assumere un significato molto positivo
quando il desiderio di emulazione diventa uno stimolo a migliorarci. Entrambe
queste figure hanno il compito di rassicurarci, rispondono alle specifiche esigenze
di un determinato periodo della nostra vita. Per questo motivo sono spesso figure
destinate a sparire con il tempo, quando le nostre necessità cambiano,
anche loro devono sparire per lasciare spazio a nuovi idoli e nuovi magic helper.
Il leader, infine, è una figura carismatica che, per questo motivo si
presta a diventare un idolo. Ha la capacità di guidare altre persone
che finiscono con l'immedesimarsi in lui e far propri i suoi ideali. Attraverso
lui e i suoi anche noi ci sentiamo a nostra volta innalzati e liberati da una
quotidianità spesso insoddisfacente.
Come queste tre
figure sono legate al concetto di amore?
Queste figure sono l'esempio
più evidente di un amore imperfetto in quanto il nostro rapporto con
loro, che il più delle volte non è un rapporto reale nel senso
in cui questo viene comunemente inteso, si basa su di un'esaltazione delle loro
caratteristiche, sul desiderio di condividere con loro qualcosa che viene percepito
come l'aspetto più importante della nostra vita. Ci si convince che tra
noi e loro esista un legame profondo, ma va riconosciuto a queste figure anche
un grande merito, cioè quello di riuscire spesso, e nonostante tutto,
a darci quel senso di completezza e quell'appagamento che stiamo cercando.
"Il transfert
è un concetto molto usato in psicanalisi per spiegare un tipo di rapporto
che si può venire a creare tra analista e paziente". Inizia così
il paragrafo dedicato al transfert, può essere riconducibile allo stesso
tipo di rapporto che si crea tra uomo e donna?
In alcuni casi sicuramente
si. Il transfert è una sorta di strategia di sopravvivenza che viene
messa in atto quando si perde fiducia nella possibilità di ottenere ciò
che si desidera nella vita reale. Quando ci convinciamo che la felicità
non esiste, o che noi non siamo capaci di raggiungerla, allora decidiamo di
sottometterci volontariamente a qualcun altro. Su di lui concentriamo tutte
le nostre energie e riusciamo a sentirci noi stessi solo vicino a lui e in funzione
di lui. E' una situazione pericolosa che ci allontana dalla possibilità
di realizzarci concretamente.
Quanti Peter Pan
abbiamo sicuramente incontrato nella nostra vita, persone che non vogliono legami
stabili, che non sono soggette alle convenzioni sociali,..mi chiedo, forse il
Peter Pan è l'unico essere umano che non è "affetto"
da dipendenza affettiva?
Per quanto liberi possiamo
sentirci, o vogliamo far credere di essere, tutti siamo soggetti a delle dipendenze
affettive, tutti siamo condizionati da altre persone che sono per noi importanti.
Il Peter Pan che esiste in molti di noi non vive una dipendenza finalizzata
alla stabilità, non avverte il bisogno di uniformarsi a delle regole
imposte dalle convenzioni, ma il suo rifiuto di assumere un ruolo preciso, con
le responsabilità che questo comporta, lo porta a fuggire da ciò
che gli appare come un vincolo alla sua libertà. Lo porta a vivere dei
rapporti a metà, ma non ad evitarli. Dipende ugualmente da qualcun altro
ma non lo vuole ammettere, la sua fuga è la reazione ad un modello di
comportamento che non vuole condividere ma che lo condiziona e questo non si
discosta molto da una dipendenza.
(a cura
di Federica Carrasca)
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