Dell’Orto S., Psicologa dell’età evolutiva, psicoterapeuta
e psicopedagogista
Caruso E., Psicologo, psicoterapeuta, psicopedagogista, musicoterapeuta
Equipe Logodinamica - Milano
Introduzione
Attorno gli anni ‘40, in America vennero istituiti i
primi centri terapeutici che si occupavano di balbuzie sulla base di corsi intensivi,
della durata di due o tre settimane. Questi corsi prevedevano un trattamento
combinato di tecniche foniche e comportamentali.
Il modello del trattamento intensivo della balbuzie, ben presto si divulgò
in diverse parti del mondo, costituendo un primo baluardo teorico e applicativo,
che andò di moda per diversi anni, e che tuttora viene impiegato soprattutto
in ambito privato: come sta succedendo in Italia con il proliferare di molti
centri o associazioni, che “vantano” cure miracolistiche, senza
trovare comunque dei riscontri scientifici per suffragare la veridicità
dell’impostazione teorica, e del tipo di cura.
Per ciò che concerne gli studi italiani in tale materia,
a partire dai primi del ‘900, Sala A. pubblicò una prima opera
scientifica e sistematica dal titolo “Cura della balbuzie e dei difetti
di pronunzia”, datata 1922, edita da Hoepli. A questa seguì l’opera
di Igino Conti dal titolo “Fisiopatologia del linguaggio” ( 1952)
edito da Fratelli Bocca, e un libro molto succinto di Sigurtà R. e di
De Benedetti M. intitolato "La balbuzie", del 1955 edito da Minerva
Medica. Dagli anni ‘60 in poi, ci fu un vasto proliferare di ricerche
e di testi. Un’opera di ragguardevole importanza di questi anni venne
pubblicata da Bassi-Cannella dal titolo “La balbuzie nell’età
evolutiva” (1968) edita da Giunti. Storicamente, furono diverse le discipline
scientifiche che si occuparono di balbuzie, e già nel 1966 Van Riper
conteggiava circa 5.000 lavori scritti in materia.
Confrontando l’esperienza italiana con quella internazionale,
ormai negli ultimi anni si sta sempre più diffondendo un atteggiamento
multidisciplinare, secondo il quale la balbuzie non è più inquadrabile
come un semplice disturbo del linguaggio da indagare, o da trattare, secondo
una visione strettamente neurofunzionale.
Cause organiche: tra genetica e neuroscienze
Kidd K.K. et al. (1981) hanno raccolto dati genetici di 294
maschi e 103 femmine, con 2035 parenti totali di primo grado. I loro dati confermano
un’elevata concentrazione della causa genetica, o ereditaria. Secondo
gli autori all’interno di tale disordine è rinvenibile una predisposizione
verticale, che può essere spiegata con l’espressione “sesso
modificata”. Anche se le ipotesi “mendeliane” non sono sufficienti
per spiegare la causa genetica, i modelli ereditari più complessi possono
fornire sufficienti spiegazioni. Kidd e collaboratori , sottolineano che il
5% dei maschi e il 2% delle femmine balbettano per almeno sei mesi durante l’infanzia,
ma molti bambini recuperano prima che diventino adulti. Da
queste ricerche sono state escluse le ipotesi culturali: la variabile che qui
viene dimostrata è che la balbuzie sia un disordine neurologico, geneticamente
ereditato. Secondo Kidd la balbuzie rimanda ad un problema organico di base,
e le funzioni “secondarie” di questo sintomo, quali la severità,
sono esacerbate dagli eventi stressanti. Anche se si dimostra la causa genetica,
l’eziologia comunque rimane complessa.
In un’altra ricerca (Felsenfeld S. 1996) effettuata dal
1960 ad oggi, avente come oggetto d’indagine la componente genetica della
balbuzie, gli studiosi hanno messo in luce che il sintomo è parzialmente
determinato da tale variabile. Contrariamente ai lavori di Kidd, nelle nostre
ricerche abbiamo avuto modo di rilevare che su 100 soggetti che balbettano,
solo nel 30% dei casi vi sono parenti di primo grado affetti da balbuzie. Dunque,
secondo le nostre statistiche l’aspetto congenito, o ereditario, è
parzialmente dominante nel determinare la balbuzie. Anche Ajuraguerra e Marcelli,
Gutzmann, Seeman ed altri, confermano la presunta ereditarietà nel 30%
dei casi.
Dal punto di vista ereditario, secondo Drayna solo a partire
dal 1997, la scienza ha effettuato i primi passi per isolare il gene della balbuzie.
Gli studi attuali (Riaz et al., e Suresh et al.,) per spiegare la componente
genetica della balbuzie, si sono concentrati sul cromosoma 12 e 2. In chiave
genetica, noi siamo sempre più convinti che, anche se esistono soggetti
identificabili come "portatori sani" del gene responsabile della balbuzie,
affinché questo possa esplodere in fenotipo, occorre sempre un’interazione
tra più fattori: psicologici, emotivi, affettivi, educativi, ambientali
e socio-culturali
Ooki S (2005), in uno studio compiuto in Giappone, esaminando
un campione di 1896 coppie gemellari, composto da 1849 maschi e da 1943 femmine,
con un’età media di 11,6 anni (3 anni - 15 anni), riporta una prevalenza
di balbuzie nel 6,7% dei maschi e nel 3,6% della femmine, riscontrando una varianza
fenotipica attribuibile alle influenze genetiche tra l’ 80% nei maschi
e l’85% nelle femmine.
Circa l’insorgenza della balbuzie, lo studio di Buck S.M., Lees R, e Cook
F. (2002) effettuato su 61 bambini balbuzienti, ha dimostrato che i soggetti
che hanno iniziato a balbettare in tenerissima età, rispetto a quelli
più tardivi, avevano famigliari affetti da questo disordine. Per ciò
che concerne la remissione della balbuzie in soggetti molto piccoli, secondo
Brosch S. et al. (1999) pur non essendo possibile far alcuna previsione, sembra
che tale recupero sia collegabile al raggiungimento di una buona dominanza emisferica,
con un buon uso della manualità.
Considerando la variabile neurologica, in una ricerca compiuta
presso il Callier Center for Comunication Disorders (Finitzio 1989), su 97 soggetti
affetti da balbuzie, è stato dimostrato un certo legame tra balbuzie
e lievi malformazioni, o disfunzioni locali del cervello. Con l’uso di
apparecchiature a risonanza magnetica nucleare, che permettevano la misurazione
dell’afflusso sanguigno e del funzionamento dei potenziali elettrici,
nel 60% dei soggetti sono state riscontrate lievi anomalie nelle regioni del
cervello deputate al controllo dell’attività motoria vocale. Non
tutti gli esperti erano però concordi nel sostenere la validità
scientifica dei risultati conseguiti.
Secondo gli autori Pellowski M.W., Conture E.G. (2005) la balbuzie potrebbe
essere collegata anche a diminuita capacità sintattica e semantica rispetto
ai soggetti normofluenti. La loro ricerca è stata effettuata su 23 bambini
che balbettano d’età prescolastica, e su 23 bambini normofluenti.
Nella loro procedura presentavano un’immagine-stimolo a cui i bambini
dovevano associare le parole semanticamente relate. Nei loro risultati, nei
bambini normoloquenti sono stati riscontrati tempi di reazione più corti,
o più veloci; mentre nei bambini che balbettano, sono stati riscontrati
tempi di reazione maggiori, o più lenti nel discorso. Nei bambini che
non balbettano è stata riscontrata una maggiore capacità semantica:
tutto questo potrebbe suggerire che la balbuzie sia connessa con lievi difficoltà
di codifica del lessico e con la pianificazione del discorso.
Nelle ricerche di Biermann-Ruben K, Salmelin R, e Schnitzler
A. (2005), basate sul MEG (encefalografia magnetica), mediante l’ascolto
di stimoli linguistici, in soggetti balbuzienti è stata studiata l’attivazione
della zona rolandica. Le conclusioni dei ricercatori hanno messo in luce un’attivazione
supplementare nella spettrografia di massa. Questa maggiore attivazione è
stata verificata sia nella produzione, che nella percezione del linguaggio.
Altre anomalie sono state riscontrate anche nella quantità e nella sincronizzazione
di queste zone. Anche per i ricercatori Sommer M., Koch M.A, et al. (2002) ,
il disordine potrebbe essere collegato con una ridotta dominanza emisferica
di sinistra, dove i dati neuroimaging funzionali suggeriscono una sovrastimolazione
emisferica di destra, che riflette un meccanismo compensativo, analogo a ciò
che avviene nell’afasia.
Khedr E, El-Nasser WA, et al. (2000) nelle loro ricerche sottolineano
l’ipotetico danno organico. Questi ricercatori hanno compiuto uno studio
sulla base dei potenziali evocati dell’ EEG. Il campione della loro ricerca
era composto da 36 soggetti balbuzienti di 6-25 anni, e da 25 normofluenti,
abbinati per età, sesso e formazione. Il campione è stato valutato
impiegando i potenziali evocati visivi, i potenziali evocati uditivi, i potenziali
evento-relativi e l’elettroencefalografia. In questa ricerca, nei disfluenti
è stata ritrovata una riduzione significativa di un’ampiezza di
P(100) dei potenziali evocati visivi, con un prolungamento significativo degli
stati latenti dell’onda I, III, V . Nei soggetti balbuzienti rispetto
al gruppo di controllo, nessuna anomalia significativa è stata registrata
nei potenziali evento-relativi . Il ritmo dominante di EEG era più lento
nei disfluenti , con un’asimmetria inter-emisferica significativa rispetto
al gruppo di controllo.
Gli studi di Lutz Jäncke, Jürgen Hänggi e Helmuth
Steinmetz (2004) effettuati con la tecnica “morphometry voxel-based”
(VBM aumentato) hanno preso in considerazione le regioni cerebrali di soggetti
disfluenti e normofluenti. I due campioni sono stati confrontati prendendo in
esame la materia bianca (WM) e le differenze della materia grigia (GM). Nei
loro risultati, all’interno del campione balbuziente, hanno trovato un
aumento di volume di WM (materia bianca) nella rete destra-emisferica. Le conclusioni
di questi risultati forniscono la prova ben fondata che gli adulti con balbuzie
conclamata, hanno un’anatomia anomala non soltanto nelle zone perisilviane
deputate al linguaggio, ma anche nelle zone prefrontali e sensomotorie. Pur
pervenendo a queste conclusioni, gli autori non possono dimostrare se questa
asimmetria atipica di WM sia la causa (danno), o la conseguenza della balbuzie
(adattamento al danno). Dunque, nei balbuzienti esisterebbero aumenti prominenti
di materia bianca (WM) all’interno della rete destra-emisferica, che comprende
le strutture del cervello relative al linguaggio e al discorso. L’aumento
del WM della rete destra-emisferica potrebbero suggerire la presenza di una
atipica comunicazione intra-emisferica all’interno di queste zone, che
viene mediata dalle fibre di associazione. Tuttavia, secondo gli autori, anche
se sono state rintracciate ampie differenze morfologiche fra i due campioni
(balbuzienti e non), non si potrà mai escludere la possibilità
di considerare le differenze anatomiche come conseguenza della balbuzie, piuttosto
che la causa. Gli autori presumono che, con l’esordio della balbuzie,
il cervello dovendo far fronte a questa nuova situazione, ricerca un certo genere
di adattamento, o di riorganizzazione corticale.
Christian Büchel e Martin Sommer (2004) sostengono che
i metodi genetici e neurobiologici stanno consegnandoci nuovi indizi sulle cause
e sui trattamenti specifici per la balbuzie. Per gli autori balbettare è
un sintomo, non una malattia, ma il termine balbuzie si riferisce solitamente
sia al disordine che al sintomo. Gli autori nella loro ricerca individuano due
tipi di balbuzie : 1) balbuzie inerente allo sviluppo (“balbuzie primaria
“) che si evolve prima della pubertà, solitamente fra due e cinque
anni, senza danni apparenti per il cervello; 2) balbuzie inerente allo sviluppo
persistente (PDS), (“balbuzie secondaria”). Per Christian Büchel
e Martin Sommer esiste anche una “balbuzie neurogena” che si presenta
nei casi in cui siano intervenuti danni al cervello, come ad esempio emorragia
intracerebrale, o commozione cerebrale. Questo tipo di balbuzie è un
fenomeno raro, che è stato osservato inseguito a lesioni in diverse zone
del cervello. Per questi autori, il PDS (balbuzie secondaria) è un disordine
molto frequente, presente nell’ 1% della popolazione. Negli Stati Uniti
vi sono circa 3 milioni di disfluenti, e nel mondo se ne conteggiano circa 55
milioni . La prevalenza del disordine è simile in tutte le classi sociali.
Per gli autori, quando un bambino comincia a balbettare, il relativo tasso di
recupero è di circa l’80%. La remissione del sintomo è considerevolmente
più frequente in ragazze che in ragazzi, dove le prime hanno 4 possibilità
su una (contro il maschio) di poter recuperare un linguaggio fluente. Il tasso
di recupero aumenta durante l’infanzia e l’adolescenza. Risulta
non chiaro in che misura questo recupero sia spontaneo, o indotto dallo sviluppo
psicologico. Inoltre, non ci sono ipotesi scientifiche per dimostrare se un
bambino nel corso degli anni potrà recuperare un linguaggio fluido. Per
ciò che concerne l’aspetto genetico, Christian Büchel e Martin
Sommer sostengono che per i gemelli monozigoti il tasso della probabilità
di balbettare è del 70%, del 30% per i gemelli dizigoti, e del 18% per
i fratelli tedeschi dello stesso sesso. Volendo spiegare la balbuzie secondaria
(PDS), gli autori sostengono che tale disordine è determinato da due
fattori :
• il primo fattore potrebbe essere riconducibile ad un’anomalia
strutturale o funzionale del sistema nervoso centrale (SNC),
• mentre il secondo fattore è di natura essenzialmente psicologico,
tendente a rinforzare il primo, specificatamente nell’ “imparare
ad evitare”. Tuttavia, si dovrebbe fare attenzione nel denominare il fattore
secondario “psicogenetico” o “psicologico”, perché
la neuroscienza ha indicato che imparare ad evitare non è semplicemente
“psicogenetico” , ma conduce a cambiamenti nel cervello che sono
misurabili. Per Christian Büchel e Martin Sommer, quando il soggetto disfluente
supera l’evitamento delle situazioni che esacerbano il sintomo, processo
che chiamano “risveglio”, la balbuzie realmente migliora. Alcuni
balbuzienti famosi, ad esempio, hanno superato l’evitamento “mettendosi
sul posto”, ossia affrontando ogni tipo di realtà . Un esempio
è rintracciabile nell’attore americano Bruce Willis, che aveva
cominciato a balbettare a 8 anni. Questo noto attore dopo aver studiato in una
scuola di teatro, affrontò il pubblico, e la sua balbuzie miracolosamente
sparì. Senza andare a scomodare vips americani, la stessa cosa è
accaduto al nostro presentatore Paolo Bonolis, o ad altri personaggi da noi
ben conosciuti. Büchel e Sommer mettono in evidenza le differenze tra balbuzienti
e non, riportando che, in chiave sensomotoria, nella balbuzie esistono ritardi
negli input che richiedono una risposta vocale e nelle risposte cronometrate.
(Sommer ed altri 2003). La neurochimica, tuttavia, può collegare la balbuzie
a disequilibri delle strutture addette al controllo del movimento: il ganglio
basale. Così, come riportato da Büchel e Sommer , un aumento della
dopamina è stato associato ai disordini del movimento, come ad esempio
nella sindrome di Tourette, che è un disturbo neurologico caratterizzato
da movimenti ripetuti ed involontari del corpo, e da suoni vocalici incontrollati.
Di conseguenza sembrerebbe che, come la sindrome di Tourette, la balbuzie migliorerebbe
con il farmaco antidopaminergico. Quindi, un’iperattività del sistema
dopaminergico è stata supposta come causa della balbuzie. Anche se gli
antagonisti della dopamina hanno un effetto positivo sulla balbuzie, non si
possono dimenticare gli effetti secondari (o collaterali), per cui la prescrizione
di tali farmaci non può risolversi come primo trattamento della balbuzie.
Büchel e Sommer , come cause neurologiche segnalano anche
l’ipotesi di Braun e colleghi, che hanno trovato una maggiore attivazione
dell’emisfero sinistro durante la produzione del discorso balbettato.
Secondo gli autori però, l’iperattivazione dell’emisfero
sinistro più che inquadrarla come causa della balbuzie, potrebbe piuttosto
rappresentare un processo compensativo. Un’evoluzione compensativa simile
è stata osservata dopo un trauma, o nell’afasia, dove un giusto
emisfero ha parzialmente compensato almeno una perdita della funzione.Secondo
la teoria Salmelin (Samelin ed altri 2000) la causa risiederebbe nel funzionamento
della corteccia motoria; questa risulterebbe essere disturbata in quanto, le
giuste zone del linguaggio proverebbero a compensare questo deficit (Fox ed
altri 1996). Questi nuovi dati inoltre, forniscono una teoria per spiegare il
meccanismo di alcune tecniche che tendono a ridurre la balbuzie istantaneamente,
come la lettura in gruppo, il canto e la lettura col metronomo. Tutte queste
procedure coinvolgono un segnale esterno che, attraverso la corteccia uditiva,
si inserisce nel “sistema di produzione del discorso”. È
così possibile che questo segnale esterno, raggiunga le zone centrali
del cervello, aggirando la sconnessione fronto-centrale, potendo quindi ri-sinconcrinizzare
tale l’attività. In termini più semplici, questi segnali
esterni possono funzionare come una sorta di “stimolatore cardiaco esterno”.
Nonostante queste interessanti ricerche, secondo Büchel e Sommer molte
sono le questioni in sospeso, come ad esempio:
1. se i mutamenti strutturali nel cervello causano il PDS (balbuzie secondaria)
, la domanda chiave è : perché ad un certo punto della vita compare
questa lesione, o sconnessione? 2. Inoltre, anche se i sintomi sono in qualche
modo differenti, sarebbe interessante scoprire in che misura la balbuzie primaria,
o transitoria (che si presenta nel 3%-5% ) sia collegabile al PDS (balbuzie
secondaria).
Se è vero che tutti i bambini che mostrano segni di balbuzie sviluppano
un’anomalia strutturale durante lo sviluppo, sarebbe allora molto importante
che la terapia cominci già in tenera età per ottenere un effetto
maggiore nel normalizzare questa anomalia.
Secondo le teorizzazioni di Christian Büchel e Martin Sommer, poiché
i ragazzi rispetto alle ragazze hanno minori possibilità di recuperare
un linguaggio fluente (4 a 1), si potrebbe ipotizzare che in tutti i balbuzienti
sia da rinvenire un’anomalia leggera, e che soltanto quei soggetti che
riusciranno ad usare l’emisfero sinistro, diventeranno normofluenti. La
lateralizzazione del linguaggio, più o meno pronunciata nelle donne,
potrebbe essere collegata ad una minore incidenza della balbuzie.
Attualmente, in chiave neurologica si sta tentando di intervenire
farmacologicamente (antiepilettici, elettrostimolazione, ecc..) per riequilibrare
la neurochimica delle zone deputate al funzionamento del linguaggio. Questa
ricerca non è affatto semplice, sia perché risulta molto invasiva,
sia perché intervenendo sulla motricità, difficilmente si riescono
a controllare gli effetti collaterali. In chiave farmacologica, più recentemente
ricordiamo lo studio di Boldrini M, Rossi M, Placidi G.F.(2003), che hanno utilizzato
la paroxetina nel trattamento della balbuzie. La paroxetina è un farmaco
che viene somministrato nella depressione, nel disturbo da attacchi di panico,
nel disturbo ossessivo-compulsivo e nella fobia sociale. Questo farmaco essendo
un SSRI (Selective Serotonin Reuptake Inhibitors), rappresenta una cura a base
di serotonina. Comunque, è da rilevare che in base ad una nota del Ministero
della Sanità (08/08/2003) i risultati delle sperimentazioni cliniche
condotte su bambini e adolescenti per il trattamento della depressione, non
hanno dimostrato l’efficacia del farmaco antidepressivo rispetto al placebo,
ed hanno altresì evidenziato un maggior rischio di comportamenti autolesivi
e suicidari nel gruppo trattato con paroxetina rispetto al placebo. Dunque nel
caso in cui si volesse intervenire farmacologicamente nel trattamento specifico
della balbuzie, è sempre meglio l’uso di una attenta cautela.
Molte di queste ricerche, non sembrano comunque esaustive nel
collegare la balbuzie a cause organiche. La ricerca scientifica per essere veramente
completa dovrebbe comprendere un campionamento molto elevato, ed inoltre dovrebbe
rispondere alle seguenti domande:
1. Perché molti bambini che iniziano a balbettare, nell’80% dei
casi rimettono il sintomo già in età prescolastica?
2. Vi sono casi in cui la balbuzie sparisce in età adulta, anche senza
aver effettuato alcun trattamento. Cosa succede in questi soggetti? La presunta
causa organica dove si collocherebbe?
3. La quasi totalità dei balbuzienti affermano che quando sono soli non
balbettano: affermazione dimostrata anche da registrazioni audio, o da videotape.
Dunque, cosa succede quando il balbuziente verbalizza da solo in una stanza?
4. In alcuni bambini il sintomo scompare durante il periodo estivo, e poi, con
la ripresa scolastica la balbuzie si ripresenta. O ancora, vi sono bambini,
ma anche adulti, che in determinate situazioni non balbettano, come ad esempio:
durante il gioco, colloquiando con amici intimi, nel pronunciare parolacce,
quando cantano ecc.. Cosa succede in questi casi? Perché la balbuzie
si annienta totalmente (o quasi)?
5. Dopo la somministrazione di un adeguato trattamento psicologico, fonico e
corporeo perché abbiamo la riduzione della balbuzie, se non la sua scomparsa?
Aspetti psicologici : evoluzione della balbuzie e precocità
dell’intervento
Dai 18 mesi in poi, è facile che il bambino possa presentare
un linguaggio quasi simile a quello del soggetto disfluente, oppure dopo un
periodo di normofluenza potrebbero comparire i primi blocchi. Questa prima forma
di balbuzie definita primaria, fisiologica o transitoria, è caratterizzata
da prolungamenti o ripetizioni di fonemi, dove non appare alcuno sforzo, o consapevolezza
della difficoltà fonica. Questa prima fase è riscontrabile in
molti bambini al di sotto dei tre anni, e nella maggioranza dei casi tende a
dissolversi nel tempo. A questa età il sintomo può manifestarsi
subito dopo la comparsa delle prime parole, oppure dopo un periodo nel quale
il linguaggio acquisito non sembrava compromesso.
Quando la balbuzie continua al di sopra dei quattro anni, questa
manifestazione può già considerarsi come segnale d’allarme
sul quale intervenire. Dai quattro ai sei anni si struttura la balbuzie secondaria
(PDS), la quale tendenzialmente è più favorevole alla cronicizzazione.
In questo tipo di balbuzie, blocchi e prolungamenti delle sillabe appaiono più
frequenti e sono maggiormente intrisi d’ansia, spesso accompagnati
da sintomi somatici e da reazioni emotive. Nella balbuzie secondaria il bambino
non riesce a controllare il tono muscolare dell’apparato fonico, presentando
una certa distorsione della voce e dell’articolazione. La tensione muscolare
appare visibile attraverso blocchi e ripetizioni del fonema. L’infante
si sforza in tutti i modi per evitare lo spasmo e l’eventuale blocco.
Erica Weir e Sonya Bianchet (2004) sostengono che circa l ‘
85% dei bambini in un’età compresa tra i 2 e i 6 normalmente incontrano
difficoltà, o strappi nel loro linguaggio fluente, per poi passare ad
un periodo di disfluenza che tocca circa il 10% dei bambini in età pre-scolare.
Per le due autrici l’eziologia ed i meccanismi della disfluenza sono complicati:
in generale, si segnala una mancanza di coordinazione fra l’intenzione
linguistica e l’articolazione motoria del linguaggio.
I modelli ed i comportamenti che potrebbero segnalare un maggior
rischio di balbuzie tendente alla cronicizzazione sono: ripetizioni, suoni prolungati,
esitamenti, o quando il bimbo dice “non riesco a dirlo”. Quando
la balbuzie persiste al di sopra dei quattro o cinque anni, è molto difficile
predire se effettivamente questa si dissolverà nel tempo. E’ anche
vero che, con l’evolversi della persona il sintomo potrebbe dissolversi,
ma questo chi può predirlo? Ogni persona è un “mondo a sè”,
ha una sua storia, una propria evoluzione intellettiva e percettiva, un modo
personale di vivere l’esperienza, una personale balbuzie e un proprio
futuro con specifiche caratteristiche di progressione: tutto questo naturalmente
stravolge qualsiasi ipotesi di previsione riguardo alla remissione del sintomo.
Il sintomo potrebbe eclissarsi spontaneamente nei bambini in un’età
di cinque o sei anni, o nel periodo pre-puberale (1214 anni) o anche in età
adulta (1820 anni). La caduta del sintomo potrebbe spiegarsi attraverso un’evoluzione
spontanea della strutturazione neurofisiologica, o motoria delle aree che controllano
il linguaggio, o per la sopraggiunta maturità psicologica dell’individuo.
E’ nostro parere comunque, che si debba intervenire precocemente con la
comparsa delle prime avvisaglie, al fine di evitare l’instaurarsi di un
pericoloso circolo vizioso, che potrebbe durare tutta la vita. Il trattamento
potrebbe essere proposto già al di sotto dei sei anni, prima che il bambino
si confronti con la realtà scolastica.
Risparmiare al bambino la negatività delle esperienze
future associate al sintomo, diventa fattore determinante e fondamentale per
una prognosi positiva e raggiungibile anche in un breve arco di tempo. All’interno
di una diagnosi precoce, gli elementi psicologici predittivi, quali indici premonitori
che potrebbero favorire la cronicizzazione del problema sono:
• difficoltà nella codifica fonologica,
• malattie e problemi neurologici presentati alla nascita,
• difficoltà nello sviluppo linguistico e metalin¬guistico,
• problemi nell’ evoluzione motoria, percettiva, intellettiva ed
affettiva,
• difficoltà nell’ ac¬quisizione delle abilità
di base per discriminare e riconoscere gli oggetti (meccanismi importanti per
lo sviluppo dell’attenzione, me¬moria e apprendimento),
• incapacità di giocare e di relazionarsi con gli altri,
• alto tasso di conflittualità all’interno della famiglia,
• aspetti educativi confusi,
• difficoltà di adattamento all’asilo o all’impatto
scolastico,
• presenza di disturbi dell’apprendimento,
• eccessivo tasso di ansia e di aggressività,
• enuresi e/o encopresi,
• eccessiva dipendenza dall’adulto,
• mancanza di autonomia rispetto alla propria età,
• presenza di altri sintomi psicosomatici,
• difficoltà nell’area dell’alimentazione e del sonno,
• ed infine presenza di disturbi del comportamento e della con¬dotta.
La necessità di un intervento precoce preserva il bambino
dalle inevitabili difficoltà che la scuola pone come nuova tappa evolutiva.
La scuola, già di per sè mette a dura prova qualsiasi bambino,
in quanto ciascuno è chiamato a confrontarsi con un ambiente sociale
imperniato sulla competizione sociale. Ogni bambino, per il buon esito del suo
adattamento scolastico deve aver acquisito una sufficiente fiducia di base,
di fondamentale importanza per lo sviluppo delle proprie capacità cognitive
e sociali. Secondo E.H. Erikson, M. Balint e D.W. Winnicot,
il bambino nel primo anno di età deve aver maturato una sana fiducia
di base, contraddistinta dalla capacità di star solo e dalla percezione
di figure genitoriali presenti e facilmente raggiungibili.
Per buona parte dei bambini balbuzienti l’impatto scolastico
viene vissuto in modo drammatico. Circa il 70 % dei soggetti da noi esaminati
hanno acquisito la consapevolezza delle loro difficoltà foniche proprio
con l’inizio del periodo scolastico, e nel 30 % dei casi la balbuzie è
scoppiata con l’entrata nella scuola materna. Il bambino nella maggioranza
dei casi non ha retto alla separazione dall’ambiente famigliare, non tollerando
l’immersione in un bagno a carattere sociale. Con l’impatto scolastico,
in molti bambini disfluenti si sviluppano sentimenti di sfiducia, stati depressivi
a carattere nevrotico, sintomi somatici, fobia della scuola e inibizione intellettiva.
Anche se si verificano tali sintomi, nella maggioranza dei casi il quoziente
intellettivo appare nella norma.
Bassi-Cannella (1968) secondo una loro statistica, segnalano
che nei bambini balbuzienti dai 6 agli 11 anni, con l’ingresso scolastico
potrebbero comparire altri sintomi come : diverse fobie (56%), cattivo rendimento
scolastico (40%), instabilità motoria (30%) e insufficiente socializzazione
(28%). Il più delle volte il bambino disfluente
manifesta una richiesta eccessiva di vicinanza da parte della figura genitoriale.
Tali richieste saranno visibili soprattutto quando l’infante deve separarsi
dal genitore.
Aspetti famigliari
Lena Rustin ( 1995), presentando una panoramica delle ricerche
effettuate tra il 1955 e il 1994, avente come oggetto il ruolo dei genitori
nello sviluppo delle capacità linguistiche dei bambini, ha riscontrato
che la disfluenza del figlio genera nelle madri un alto livello di ansietà.
Secondo lo studio di Vanryckghem M. (Florida, 1995), nel quale è stato
somministrato il Test di Attitudine Comunicativa (Cat - D), è stato accertato
che i genitori con figli balbuzienti, sviluppano un alto grado di preoccupazione.
Questo dato viene confermato anche da Yaruss J.S. e Conture E.G. (1995), i quali
hanno rilevato che maggiore è il grado di balbuzie, maggiore sarà
il grado di ansietà nella relazione fra genitore e figlio. Col miglioramento
della fluenza del figlio, migliora anche la qualità dell’interazione
all’interno del nucleo famigliare.
Il più delle volte, quando una madre comincia ad intravedere
le prime avvisaglie della balbuzie nel bambino molto piccolo, questa non riesce
a capire cosa sta succedendo. Quando il sintomo persiste, l’angoscia comincia
a far la sua comparsa . La madre a poco a poco sarà invasa da mille domande,
chiedendosi in che cosa ha sbagliato, che cosa non riesce a capire, perché
tale tragedia doveva capitare propria lei, quale sarà il futuro del figlio,
e così via. Altre mamme, anche se rimangono impassibili, non appena sentono
le difficoltà foniche del figlio, fanno trasparire a livello non verbale
la loro ansia, con segni d’impazienza. Queste modalità, consce
o inconsapevoli, a loro volta fanno scattare nel bambino sensi di colpa. Il
bambino a sua volta, per rendere felice la mamma, più cercherà
di parlar bene e più si troverà impantanato in laringospasmi esacerbati
dal desiderio di mostrarsi senza alcun sintomo. Non a caso vi sono bambini che
balbettano più a casa, che non tra i coetanei. Altre volte può
succedere che nella mamma scattino meccanismi iperprotettivi per difendere il
figlio e per facilitargli l’impatto con la realtà sociale.
Quando compaiono le prime avvisaglie della balbuzie, solitamente
il padre appare meno preoccupato. Nella maggioranza dei casi il padre cerca
di sedare l’angoscia della moglie, spesso ponendosi in una posizione di
secondo ordine nell’affrontare la balbuzie del figlio.
In una nostra indagine famigliare, formato da un campione di
40 famiglie, è stato somministrato il Parental Attitude Research Instrument
(PARI – Forma IV)) che misura gli atteggiamenti genitoriali. In questa
ricerca gli items che hanno avuto una maggiore significatività sono stati
: paura di nuocere al bambino, repressione dell’aggressività, dominanza
della madre, e sempre in questa, regnava il sentimento di sentirsi trascurata
dal marito.
Le nostre ricerche: indagine pscodiagnostica
In un nostro studio psicodiagnostico effettuato su un campione
di 60 bambini affetti da balbuzie, composti da 42 maschi e da 18 femmine, di
età compresa tra i 6 e i 11 anni, abbiamo somministrato dei tests proiettivi
: Rorschach e CAT (Children Apperception Test) , dai quali sono emersi alcuni
dati significativi. I bambini mostravano numerose risposte di ansia, con difficoltà
nel manifestare i propri affetti. Il livello intellettivo era nella norma; pertanto
non si rilevavano disturbi nell’ambito della sfera cognitiva. Nel campione
maschile si rilevava un alto tasso di aggressività, con un’elevata
ricerca di sentirsi confermati nelle loro potenzialità. Nel campione
totale sono state rilevate difficoltà nello stabilire rapporti interpersonali
affettivamente equilibrati, ricercando un adattamento passivo e mutacico, o
esprimendo molta aggressività nei rapporti sociali. Nel campione femminile
emergeva una maggiore capacità di esternare i propri vissuti affettivi,
anche se dal punto di vista comportamentale era presente una certa instabilità
emotiva. Nell’intero campione, in base alla propria età, il processo
di separazione e di autonomia si presentava poco evoluto.
Come nelle precedenti ricerche effettuate sugli adulti ( Caruso
E. 1999 , 2001) anche per i bambini, viene qui dimostrato che il sintomo balbuzie
sottende qualsiasi tipo di personalità, per cui diventa estremamente
difficile poter specificare i tratti caratteristici che definiscono la personalità
del soggetto disfluente. Analizzando le situazioni nelle quali il bambino trova
maggiori difficoltà verbali, è emerso che il 90% dei soggetti
balbetta maggiormente a scuola e nella relazione con i professori, o con altre
figure educative . La balbuzie si evince maggiormente con gli estranei, e con
adulti , anche se in grado minore rispetto ai secondi. Quasi tutti hanno la
fobia del telefono, o di fare piccole commissioni. Al contrario, il sintomo
sembra ridursi nel gioco con i coetanei, quando il soggetto parla da solo in
una stanza, e soprattutto per molti bambini la balbuzie sembra ridursi nei periodi
estivi. Molti bambini riferiscono di non balbettare quando esprimono la loro
aggressività (soprattutto nella relazione tra fratelli); lo stesso accade
quando il bambino si sente libero di esprimere gioia o affetto.
Oltre alle situazioni, sono stati esaminati i singoli fonemi
che risultavano difficili da pronunciare. Per tale analisi è stato somministrato
un test psicolinguistico proiettivo che permetteva di registrare il grado d’intensità
del laringospasmo, associato a consonanti e vocali, secondo due gradienti forte
e lieve. I risultati hanno dimostrato che la quasi totalità del campione
balbetta maggiormente sulle liquide RL, e sulle occlusive PB, TD, KG .
In altri termini, secondo le nostre ricerche, pur esistendo
5 forme di balbuzie, siamo dell’avviso che per ogni forma di disfluenza
esistono diversi sottotipi, e che ogni disfluente abbia un modo personale di
balbettare. Inoltre per ogni tipo, o sottotipo di balbuzie, esiste un diverso
quadro psicologico, per cui non è semplice ravvisare statisticamente
le caratteristiche salienti del soggetto balbuziente. Siamo d’accordo
con Benecken J. (2004) il quale, con il suo contributo, attacca ogni forma di
stigmatizzazione psicologica, o psicoanalitica del soggetto balbuziente. Per
Benecken le attribuzioni psicologiche e le costruzioni psicanalitiche, Fenichel
compreso (1945), non sono state confermate dalla ricerca empirica.
Il feedback audio
verbale: tra musicoterapia e immagine corporea
Nelle ricerche di Barinaga
M. (1995), è stato riscontrato che il soggetto balbuziente mentre parla
non possiede un adeguato feedback audio-verbale. A tal proposito, secondo un
gruppo di ricercatori del Canada (Stuart et al. 1996), la balbuzie può
essere curata alterando la frequenza del feedback uditivo portandolo a 12 e
14 rispetto alla gamma normale. Tutto questo fa presupporre che nel soggetto
balbuziente i feedback predisposti per la produzione verbale siano deficitari.
Nel nostro approccio terapeutico,
inserendo una forma riabilitativa basata sulla musicoterapia indiana con ascolto
binaurale e con altre modifiche percettive, abbiamo riscontrato che il feedback
audio-verbale può essere modificato positivamente.
Il processo di feedback,
inteso come consapevolezza della normale fluenza verbale, viene impostato con
l’applicazione della musica, sollecitando l’integrazione tra i due
emisferi cerebrali, e rinforzando tutti i circuiti retro-attivi, che si inseriscono
a livello somatico, mimico-posturale e linguistico. Tutto questo avviene probabilmente
perché la funzione uditiva ha un ruolo molto importante nel coordinare
l’organizzazione percettiva generale, fornendo le basi della corretta
coordinazione sensomotoria. Grazie alle proprietà strutturali delle musiche,
nell’ascoltatore si innescano modificazioni positive, che sono comprovate
da evidenti miglioramenti delle funzioni percettive e prassiche, compresa una
maggior fluenza verbale. L’esistenza di un ruolo disturbante del feedback
audio-verbale, ci permette di comprendere perché inserendoci terapeuticamente
in questo meccanismo, in realtà possiamo riabilitare la funzione linguistica.
La musica può funzionare
come binario di riferimento fisico e psichico nella riabilitazione degli schemi
percettivi e motori.
Nei punti di rottura della fluenza verbale, la nostra musicoterapia specifica,
che abbiamo creato per la cura della balbuzie, offre il sottofondo di riferimento
sul quale appoggiarsi per ritrovare la ritmicità del linguaggio. La carenza
pneumofonica, viene sollecitata con un allenamento alla ricezione del ritmo
e della melodia in tutte le sue forme: ginnastica ritmica, intonazione linguistica,
corretta produzione del suono, rilassamento dei muscoli che entrano in azione
durante il discorso, e induzione del ritmo alfa. Per stimolare la fluenza verbale,
oltre ai modelli ritmici basati sulla musicoterapia, vengono applicate delle
tecniche linguistiche; fra queste la più importante è quella che
abbiamo definito “composizione fonemica”, che consiste in esercizi
fonici basati sulla elaborazione e produzione delle unità che compongono
le parole. Tale esercizio è un modo per giocare con le parole, senza
averne paura.
Queste tecniche permettono di prendere confidenza con le parole e con le consonanti,
agendo sul determinismo psichico e sulla paura che porta la persona a esacerbare
la balbuzie. Con queste tecniche si cerca d’indurre la stimolazione del
linguaggio, anche con l’ausilio di giochi verbali che stimolano la capacità
semantica, ossia l’abilità di usare i termini giusti secondo ciò
che si desidera esprimere.
Affinché l’ansia
correlata al linguaggio possa essere ridotta, seguendo una visione unitaria
del possibile trattamento del bambino, sono state anche elaborate delle tecniche
corporee che consentono l’ascolto del corpo (feedback somatico), migliorando
l’atto della fonazione. In
sintesi, queste tecniche corporee cercano d’indurre un linguaggio spontaneo
senza forzature. Con queste procedure ci muoviamo in un’area pre-verbale
che riguarda la relazione che il bambino intrattiene con il corpo e con l’emozione
primordiale. La persona che balbetta, solitamente, mentre parla non ha una consapevolezza
delle aree del corpo che entrano in tensione, non riuscendo così a regolare
e a far defluire il carico ansiogeno. Le tecniche di rilassamento ortodosse,
come il popolare “training autogeno di J.H. Schultz” , da sole non
permettono grandi miglioramenti, perché non vengono associate ai meccanismi
del linguaggio. La
nostra tecnica, definita “flusso dinamico”, permette di rilassare
le zone corporee che entrano in tensione mentre si parla, e nello stesso tempo
il bambino prende coscienza del suo corpo, migliorando la percezione dell’”Immagine
Corporea”.
L’ipotesi
di un trattamento globale
La balbuzie è un
problema complesso che va trattato con molta cautela e con tecniche specifiche,
e sempre sulla base di una diagnosi foniatrica, neuropsichiatrica e psicologica.
Secondo le nostre ricerche, un buon trattamento terapeutico dovrebbe tenere
conto di tutte le variabili che determinano la balbuzie, e il tutto non può
risolversi in una “pratica intensiva”, che il più delle volte
lascia inalterato il quadro sintomatico, senza nemmeno trovare un valido riscontro
scientifico.
All’interno del trattamento da noi proposto, oltre ad un esame attento
del tipo di balbuzie, viene proposto un esame diagnostico della personalità.
Tale esame diventa fondamentale per essere certi che oltre al sintomo balbuzie
non vi siano altre patologie associate, che potrebbero inficiare la prognosi.
Le tecniche saranno applicate
previa diagnosi, in modo da sviluppare un programma specifico per ogni singola
persona.
Una procedura che tenga conto solo della balbuzie, senza considerare il quadro
psicologico del bambino, potrebbe notevolmente peggiorare la sintomatologia.
Dopo tale esame, l’aspetto prettamente terapeutico, mira a sollecitare
tutti le variabili comunicazionali che sono state inibite, o parzialmente sviluppate.
Il quadro terapeutico non si focalizza esclusivamente sul trattamento della
balbuzie, ma prende in esame altri sintomi spesso correlabili alla disfluenza,
quali: variabili somatiche (aggressività, ansia, insonnia, ecc.) disorganizzazione
ideativa, scarso rendimento scolastico, difficoltà di concentrazione,
difficoltà di lettura, difficoltà di adattamento e di inserimento
sociale, difficoltà di comunicazione in senso lato. L’iter terapeutico
viene sviluppato sulla base di una terapia di individuale, sempre seguendo le
necessità diagnosticate. Anche i genitori verranno coinvolti all’interno
di questo processo .
Considerando la globalità della persona, il nostro approccio prevede
un intervento studiato in base a tre aree di intervento, sintetizzate nella
tabella sottostante :
|
Area
Somatica |
Area
Fonica |
Area Sociale |
Tecniche
psicosomatiche |
Musicoterapia |
Role
Playing |
Flusso
Dinamico |
Tecniche
Informatiche |
Tecniche
Audio-Video |
Tecnche
Immaginative |
Tecniche
Linguistiche |
Psicodramma |
|
Finalità:
Autonomia Corporea |
Finalità:
Autonomia Linguistica |
Finalità:
Autonomia Sociale |
Azione
sull'ansia mediante l'ascolto del corpo Sollecitazione della comunicazione
affettiva |
Azione
sul feedback audio-verbale per la riduzione del laringospasmo |
Riduzione
dell'angoscia sociale, migliorando la qualità delle relazioni sociali
|
Tutte le tecniche menzionate,
sono supportate e riunificate da un lavoro essenzialmente psicoterapico, che
discostandosi da un procedimento ortodosso, ricongiunge più discipline
per agire in modo mirato sul bambino che balbetta. In questo procedimento evolutivo,
costituito dall’incastro tra tecniche psicologiche, comportamentali e
linguistiche, risulta necessaria l’alleanza terapeutica con la famiglia
per non vanificare i risultati ottenuti. L’evoluzione del linguaggio procede
parallelamente con l’evoluzione comportamentale. I cambiamenti sopraggiunti
nel bambino determineranno, come logica conseguenza, nuovi assestamenti nella
struttura famigliare. Questa fase comporterà colloqui periodici con i
genitori per renderli parte attiva all’interno del processo terapeutico.
Generalmente, la terapia con i genitori prende in esame gli accorgimenti educativi
e le loro emozioni, cercando anche di comprendere gli atteggiamenti assunti
dal bambino nel contesto famigliare e sociale. In chiave preventiva cerchiamo
di agire anche su bambini molto piccoli di 2 o 3 anni. In questi casi si prevede
un’azione terapeutica sul genitore, offrendo consigli, al fine di ridurre
la loro sensazione di disagio.
Variabili predittive
per una buona prognosi
In chiave terapeutica si
è potuto constatare che la cura della balbuzie è direttamente
proporzionale all’incidenza delle seguenti variabili:
• Motivazione del bambino: il bambino deve essere sufficientemente motivato
nel voler intraprendere un procedimento terapico. Egli dovrà avere anche
una piena consapevolezza del sintomo, con un minimo di percezione del disagio
sociale. Senza questi elementi, il trattamento diventa sterile. Il lavoro terapeutico
è essenzialmente partecipazione attiva e creativa del soggetto, e dello
stesso terapeuta. Anche al terapeuta si richiede un’adeguata motivazione,
che non si risolve nell’applicazione rigida e fredda di una tecnica.
• Alleanza terapeutica: da una “sana motivazione”, che nasce
dal cuore e non dalla testa, si dispiega la buona alleanza terapeutica che diventa
la condizione necessaria per lo svolgimento del processo di crescita verbale
ed affettiva. Quando quest’alleanza non si struttura, quasi sempre compariranno
strategie di boicottaggio della terapia da parte del bambino (o del genitore),
che farà in tutti i modi per interrompere il trattamento.
• Età del soggetto in trattamento: presto s’inizia e maggiori
saranno i risultati. Come è stato rilevato, la cura può iniziare
già nel periodo prescolastico. Per i bambini più grandi, i risultati
saranno più lenti e graduali, ma non impossibili.
• Età d’insorgenza del sintomo: abbiamo notato che se il
sintomo è emerso in età precoce (23 anni) i tempi della terapia
si dilatano se non si interviene tempestivamente, mentre si accorciano quando
la balbuzie è comparsa dopo i 67 anni. Minore sarà lo scarto
fra il tempo di comparsa della balbuzie e l’inizio del trattamento, maggiore
sarà la probabilità di avere una buona prognosi.
• Grado e tipo di balbuzie: ogni persona ha un proprio tipo di balbuzie
che varia secondo i contesti e gli stati d’animo. E’ stato riscontrato
che quando gli spasmi, o i blocchi fonici sono intensi, con limitati episodi
di fluenza verbale, la terapia diventa più difficile.
• Presenza di altri sintomi associati: la prognosi diventa più
difficile quando alla balbuzie si associano disturbi della motricità,
disturbi dell’apprendimento, altre patologie linguistiche e disturbi del
comportamento .
• Grado di ansia e di aggressività: Maggiore sarà il grado
di ansia e di aggressività, più pazienza si richiederà
durante il corso della terapia.
• Grado di adattamento a livello sociale: questa variabile racchiude la
relazione con i coetanei e con la scuola, elementi che condizionano l’evolversi
della cura. Per ogni bambino, maggiore sarà la voglia di crescere e di
esprimere la propria creatività in modo autonomo e personale, più
facile risulterà il raggiungimento dei risultati.
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