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Minori: LA BALBUZIE NELL’ETÀ INFANTILE: RICERCHE E TERAPIA (Articolo letto 3051 volte)
Argomento: Ricerche & Contributi
Ricerche & Contributi

Dell’Orto S., Psicologa dell’età evolutiva, psicoterapeuta e psicopedagogista
Caruso E., Psicologo, psicoterapeuta, psicopedagogista, musicoterapeuta
Equipe Logodinamica - Milano

 

Introduzione

Attorno gli anni ‘40, in America vennero istituiti i primi centri terapeutici che si occupavano di balbuzie sulla base di corsi intensivi, della durata di due o tre settimane. Questi corsi prevedevano un trattamento combinato di tecniche foniche e comportamentali.
Il modello del trattamento intensivo della balbuzie, ben presto si divulgò in diverse parti del mondo, costituendo un primo baluardo teorico e applicativo, che andò di moda per diversi anni, e che tuttora viene impiegato soprattutto in ambito privato: come sta succedendo in Italia con il proliferare di molti centri o associazioni, che “vantano” cure miracolistiche, senza trovare comunque dei riscontri scientifici per suffragare la veridicità dell’impostazione teorica, e del tipo di cura.

Per ciò che concerne gli studi italiani in tale materia, a partire dai primi del ‘900, Sala A. pubblicò una prima opera scientifica e sistematica dal titolo “Cura della balbuzie e dei difetti di pronunzia”, datata 1922, edita da Hoepli. A questa seguì l’opera di Igino Conti dal titolo “Fisiopatologia del linguaggio” ( 1952) edito da Fratelli Bocca, e un libro molto succinto di Sigurtà R. e di De Benedetti M. intitolato "La balbuzie", del 1955 edito da Minerva Medica. Dagli anni ‘60 in poi, ci fu un vasto proliferare di ricerche e di testi. Un’opera di ragguardevole importanza di questi anni venne pubblicata da Bassi-Cannella dal titolo “La balbuzie nell’età evolutiva” (1968) edita da Giunti. Storicamente, furono diverse le discipline scientifiche che si occuparono di balbuzie, e già nel 1966 Van Riper conteggiava circa 5.000 lavori scritti in materia.

Confrontando l’esperienza italiana con quella internazionale, ormai negli ultimi anni si sta sempre più diffondendo un atteggiamento multidisciplinare, secondo il quale la balbuzie non è più inquadrabile come un semplice disturbo del linguaggio da indagare, o da trattare, secondo una visione strettamente neurofunzionale.

Cause organiche: tra genetica e neuroscienze

Kidd K.K. et al. (1981) hanno raccolto dati genetici di 294 maschi e 103 femmine, con 2035 parenti totali di primo grado. I loro dati confermano un’elevata concentrazione della causa genetica, o ereditaria. Secondo gli autori all’interno di tale disordine è rinvenibile una predisposizione verticale, che può essere spiegata con l’espressione “sesso modificata”. Anche se le ipotesi “mendeliane” non sono sufficienti per spiegare la causa genetica, i modelli ereditari più complessi possono fornire sufficienti spiegazioni. Kidd e collaboratori , sottolineano che il 5% dei maschi e il 2% delle femmine balbettano per almeno sei mesi durante l’infanzia, ma molti bambini recuperano prima che diventino adulti. Da queste ricerche sono state escluse le ipotesi culturali: la variabile che qui viene dimostrata è che la balbuzie sia un disordine neurologico, geneticamente ereditato. Secondo Kidd la balbuzie rimanda ad un problema organico di base, e le funzioni “secondarie” di questo sintomo, quali la severità, sono esacerbate dagli eventi stressanti. Anche se si dimostra la causa genetica, l’eziologia comunque rimane complessa.

In un’altra ricerca (Felsenfeld S. 1996) effettuata dal 1960 ad oggi, avente come oggetto d’indagine la componente genetica della balbuzie, gli studiosi hanno messo in luce che il sintomo è parzialmente determinato da tale variabile. Contrariamente ai lavori di Kidd, nelle nostre ricerche abbiamo avuto modo di rilevare che su 100 soggetti che balbettano, solo nel 30% dei casi vi sono parenti di primo grado affetti da balbuzie. Dunque, secondo le nostre statistiche l’aspetto congenito, o ereditario, è parzialmente dominante nel determinare la balbuzie. Anche Ajuraguerra e Marcelli, Gutzmann, Seeman ed altri, confermano la presunta ereditarietà nel 30% dei casi.

Dal punto di vista ereditario, secondo Drayna solo a partire dal 1997, la scienza ha effettuato i primi passi per isolare il gene della balbuzie. Gli studi attuali (Riaz et al., e Suresh et al.,) per spiegare la componente genetica della balbuzie, si sono concentrati sul cromosoma 12 e 2. In chiave genetica, noi siamo sempre più convinti che, anche se esistono soggetti identificabili come "portatori sani" del gene responsabile della balbuzie, affinché questo possa esplodere in fenotipo, occorre sempre un’interazione tra più fattori: psicologici, emotivi, affettivi, educativi, ambientali e socio-culturali

Ooki S (2005), in uno studio compiuto in Giappone, esaminando un campione di 1896 coppie gemellari, composto da 1849 maschi e da 1943 femmine, con un’età media di 11,6 anni (3 anni - 15 anni), riporta una prevalenza di balbuzie nel 6,7% dei maschi e nel 3,6% della femmine, riscontrando una varianza fenotipica attribuibile alle influenze genetiche tra l’ 80% nei maschi e l’85% nelle femmine.
Circa l’insorgenza della balbuzie, lo studio di Buck S.M., Lees R, e Cook F. (2002) effettuato su 61 bambini balbuzienti, ha dimostrato che i soggetti che hanno iniziato a balbettare in tenerissima età, rispetto a quelli più tardivi, avevano famigliari affetti da questo disordine. Per ciò che concerne la remissione della balbuzie in soggetti molto piccoli, secondo Brosch S. et al. (1999) pur non essendo possibile far alcuna previsione, sembra che tale recupero sia collegabile al raggiungimento di una buona dominanza emisferica, con un buon uso della manualità.

Considerando la variabile neurologica, in una ricerca compiuta presso il Callier Center for Comunication Disorders (Finitzio 1989), su 97 soggetti affetti da balbuzie, è stato dimostrato un certo legame tra balbuzie e lievi malformazioni, o disfunzioni locali del cervello. Con l’uso di apparecchiature a risonanza magnetica nucleare, che permettevano la misurazione dell’afflusso sanguigno e del funzionamento dei potenziali elettrici, nel 60% dei soggetti sono state riscontrate lievi anomalie nelle regioni del cervello deputate al controllo dell’attività motoria vocale. Non tutti gli esperti erano però concordi nel sostenere la validità scientifica dei risultati conseguiti.
Secondo gli autori Pellowski M.W., Conture E.G. (2005) la balbuzie potrebbe essere collegata anche a diminuita capacità sintattica e semantica rispetto ai soggetti normofluenti. La loro ricerca è stata effettuata su 23 bambini che balbettano d’età prescolastica, e su 23 bambini normofluenti. Nella loro procedura presentavano un’immagine-stimolo a cui i bambini dovevano associare le parole semanticamente relate. Nei loro risultati, nei bambini normoloquenti sono stati riscontrati tempi di reazione più corti, o più veloci; mentre nei bambini che balbettano, sono stati riscontrati tempi di reazione maggiori, o più lenti nel discorso. Nei bambini che non balbettano è stata riscontrata una maggiore capacità semantica: tutto questo potrebbe suggerire che la balbuzie sia connessa con lievi difficoltà di codifica del lessico e con la pianificazione del discorso.

Nelle ricerche di Biermann-Ruben K, Salmelin R, e Schnitzler A. (2005), basate sul MEG (encefalografia magnetica), mediante l’ascolto di stimoli linguistici, in soggetti balbuzienti è stata studiata l’attivazione della zona rolandica. Le conclusioni dei ricercatori hanno messo in luce un’attivazione supplementare nella spettrografia di massa. Questa maggiore attivazione è stata verificata sia nella produzione, che nella percezione del linguaggio. Altre anomalie sono state riscontrate anche nella quantità e nella sincronizzazione di queste zone. Anche per i ricercatori Sommer M., Koch M.A, et al. (2002) , il disordine potrebbe essere collegato con una ridotta dominanza emisferica di sinistra, dove i dati neuroimaging funzionali suggeriscono una sovrastimolazione emisferica di destra, che riflette un meccanismo compensativo, analogo a ciò che avviene nell’afasia.

Khedr E, El-Nasser WA, et al. (2000) nelle loro ricerche sottolineano l’ipotetico danno organico. Questi ricercatori hanno compiuto uno studio sulla base dei potenziali evocati dell’ EEG. Il campione della loro ricerca era composto da 36 soggetti balbuzienti di 6-25 anni, e da 25 normofluenti, abbinati per età, sesso e formazione. Il campione è stato valutato impiegando i potenziali evocati visivi, i potenziali evocati uditivi, i potenziali evento-relativi e l’elettroencefalografia. In questa ricerca, nei disfluenti è stata ritrovata una riduzione significativa di un’ampiezza di P(100) dei potenziali evocati visivi, con un prolungamento significativo degli stati latenti dell’onda I, III, V . Nei soggetti balbuzienti rispetto al gruppo di controllo, nessuna anomalia significativa è stata registrata nei potenziali evento-relativi . Il ritmo dominante di EEG era più lento nei disfluenti , con un’asimmetria inter-emisferica significativa rispetto al gruppo di controllo.

Gli studi di Lutz Jäncke, Jürgen Hänggi e Helmuth Steinmetz (2004) effettuati con la tecnica “morphometry voxel-based” (VBM aumentato) hanno preso in considerazione le regioni cerebrali di soggetti disfluenti e normofluenti. I due campioni sono stati confrontati prendendo in esame la materia bianca (WM) e le differenze della materia grigia (GM). Nei loro risultati, all’interno del campione balbuziente, hanno trovato un aumento di volume di WM (materia bianca) nella rete destra-emisferica. Le conclusioni di questi risultati forniscono la prova ben fondata che gli adulti con balbuzie conclamata, hanno un’anatomia anomala non soltanto nelle zone perisilviane deputate al linguaggio, ma anche nelle zone prefrontali e sensomotorie. Pur pervenendo a queste conclusioni, gli autori non possono dimostrare se questa asimmetria atipica di WM sia la causa (danno), o la conseguenza della balbuzie (adattamento al danno). Dunque, nei balbuzienti esisterebbero aumenti prominenti di materia bianca (WM) all’interno della rete destra-emisferica, che comprende le strutture del cervello relative al linguaggio e al discorso. L’aumento del WM della rete destra-emisferica potrebbero suggerire la presenza di una atipica comunicazione intra-emisferica all’interno di queste zone, che viene mediata dalle fibre di associazione. Tuttavia, secondo gli autori, anche se sono state rintracciate ampie differenze morfologiche fra i due campioni (balbuzienti e non), non si potrà mai escludere la possibilità di considerare le differenze anatomiche come conseguenza della balbuzie, piuttosto che la causa. Gli autori presumono che, con l’esordio della balbuzie, il cervello dovendo far fronte a questa nuova situazione, ricerca un certo genere di adattamento, o di riorganizzazione corticale.

Christian Büchel e Martin Sommer (2004) sostengono che i metodi genetici e neurobiologici stanno consegnandoci nuovi indizi sulle cause e sui trattamenti specifici per la balbuzie. Per gli autori balbettare è un sintomo, non una malattia, ma il termine balbuzie si riferisce solitamente sia al disordine che al sintomo. Gli autori nella loro ricerca individuano due tipi di balbuzie : 1) balbuzie inerente allo sviluppo (“balbuzie primaria “) che si evolve prima della pubertà, solitamente fra due e cinque anni, senza danni apparenti per il cervello; 2) balbuzie inerente allo sviluppo persistente (PDS), (“balbuzie secondaria”). Per Christian Büchel e Martin Sommer esiste anche una “balbuzie neurogena” che si presenta nei casi in cui siano intervenuti danni al cervello, come ad esempio emorragia intracerebrale, o commozione cerebrale. Questo tipo di balbuzie è un fenomeno raro, che è stato osservato inseguito a lesioni in diverse zone del cervello. Per questi autori, il PDS (balbuzie secondaria) è un disordine molto frequente, presente nell’ 1% della popolazione. Negli Stati Uniti vi sono circa 3 milioni di disfluenti, e nel mondo se ne conteggiano circa 55 milioni . La prevalenza del disordine è simile in tutte le classi sociali. Per gli autori, quando un bambino comincia a balbettare, il relativo tasso di recupero è di circa l’80%. La remissione del sintomo è considerevolmente più frequente in ragazze che in ragazzi, dove le prime hanno 4 possibilità su una (contro il maschio) di poter recuperare un linguaggio fluente. Il tasso di recupero aumenta durante l’infanzia e l’adolescenza. Risulta non chiaro in che misura questo recupero sia spontaneo, o indotto dallo sviluppo psicologico. Inoltre, non ci sono ipotesi scientifiche per dimostrare se un bambino nel corso degli anni potrà recuperare un linguaggio fluido. Per ciò che concerne l’aspetto genetico, Christian Büchel e Martin Sommer sostengono che per i gemelli monozigoti il tasso della probabilità di balbettare è del 70%, del 30% per i gemelli dizigoti, e del 18% per i fratelli tedeschi dello stesso sesso. Volendo spiegare la balbuzie secondaria (PDS), gli autori sostengono che tale disordine è determinato da due fattori :
• il primo fattore potrebbe essere riconducibile ad un’anomalia strutturale o funzionale del sistema nervoso centrale (SNC),
• mentre il secondo fattore è di natura essenzialmente psicologico, tendente a rinforzare il primo, specificatamente nell’ “imparare ad evitare”. Tuttavia, si dovrebbe fare attenzione nel denominare il fattore secondario “psicogenetico” o “psicologico”, perché la neuroscienza ha indicato che imparare ad evitare non è semplicemente “psicogenetico” , ma conduce a cambiamenti nel cervello che sono misurabili. Per Christian Büchel e Martin Sommer, quando il soggetto disfluente supera l’evitamento delle situazioni che esacerbano il sintomo, processo che chiamano “risveglio”, la balbuzie realmente migliora. Alcuni balbuzienti famosi, ad esempio, hanno superato l’evitamento “mettendosi sul posto”, ossia affrontando ogni tipo di realtà . Un esempio è rintracciabile nell’attore americano Bruce Willis, che aveva cominciato a balbettare a 8 anni. Questo noto attore dopo aver studiato in una scuola di teatro, affrontò il pubblico, e la sua balbuzie miracolosamente sparì. Senza andare a scomodare vips americani, la stessa cosa è accaduto al nostro presentatore Paolo Bonolis, o ad altri personaggi da noi ben conosciuti. Büchel e Sommer mettono in evidenza le differenze tra balbuzienti e non, riportando che, in chiave sensomotoria, nella balbuzie esistono ritardi negli input che richiedono una risposta vocale e nelle risposte cronometrate. (Sommer ed altri 2003). La neurochimica, tuttavia, può collegare la balbuzie a disequilibri delle strutture addette al controllo del movimento: il ganglio basale. Così, come riportato da Büchel e Sommer , un aumento della dopamina è stato associato ai disordini del movimento, come ad esempio nella sindrome di Tourette, che è un disturbo neurologico caratterizzato da movimenti ripetuti ed involontari del corpo, e da suoni vocalici incontrollati. Di conseguenza sembrerebbe che, come la sindrome di Tourette, la balbuzie migliorerebbe con il farmaco antidopaminergico. Quindi, un’iperattività del sistema dopaminergico è stata supposta come causa della balbuzie. Anche se gli antagonisti della dopamina hanno un effetto positivo sulla balbuzie, non si possono dimenticare gli effetti secondari (o collaterali), per cui la prescrizione di tali farmaci non può risolversi come primo trattamento della balbuzie.

Büchel e Sommer , come cause neurologiche segnalano anche l’ipotesi di Braun e colleghi, che hanno trovato una maggiore attivazione dell’emisfero sinistro durante la produzione del discorso balbettato. Secondo gli autori però, l’iperattivazione dell’emisfero sinistro più che inquadrarla come causa della balbuzie, potrebbe piuttosto rappresentare un processo compensativo. Un’evoluzione compensativa simile è stata osservata dopo un trauma, o nell’afasia, dove un giusto emisfero ha parzialmente compensato almeno una perdita della funzione.Secondo la teoria Salmelin (Samelin ed altri 2000) la causa risiederebbe nel funzionamento della corteccia motoria; questa risulterebbe essere disturbata in quanto, le giuste zone del linguaggio proverebbero a compensare questo deficit (Fox ed altri 1996). Questi nuovi dati inoltre, forniscono una teoria per spiegare il meccanismo di alcune tecniche che tendono a ridurre la balbuzie istantaneamente, come la lettura in gruppo, il canto e la lettura col metronomo. Tutte queste procedure coinvolgono un segnale esterno che, attraverso la corteccia uditiva, si inserisce nel “sistema di produzione del discorso”. È così possibile che questo segnale esterno, raggiunga le zone centrali del cervello, aggirando la sconnessione fronto-centrale, potendo quindi ri-sinconcrinizzare tale l’attività. In termini più semplici, questi segnali esterni possono funzionare come una sorta di “stimolatore cardiaco esterno”.
Nonostante queste interessanti ricerche, secondo Büchel e Sommer molte sono le questioni in sospeso, come ad esempio:
1. se i mutamenti strutturali nel cervello causano il PDS (balbuzie secondaria) , la domanda chiave è : perché ad un certo punto della vita compare questa lesione, o sconnessione? 2. Inoltre, anche se i sintomi sono in qualche modo differenti, sarebbe interessante scoprire in che misura la balbuzie primaria, o transitoria (che si presenta nel 3%-5% ) sia collegabile al PDS (balbuzie secondaria).
Se è vero che tutti i bambini che mostrano segni di balbuzie sviluppano un’anomalia strutturale durante lo sviluppo, sarebbe allora molto importante che la terapia cominci già in tenera età per ottenere un effetto maggiore nel normalizzare questa anomalia.
Secondo le teorizzazioni di Christian Büchel e Martin Sommer, poiché i ragazzi rispetto alle ragazze hanno minori possibilità di recuperare un linguaggio fluente (4 a 1), si potrebbe ipotizzare che in tutti i balbuzienti sia da rinvenire un’anomalia leggera, e che soltanto quei soggetti che riusciranno ad usare l’emisfero sinistro, diventeranno normofluenti. La lateralizzazione del linguaggio, più o meno pronunciata nelle donne, potrebbe essere collegata ad una minore incidenza della balbuzie.

Attualmente, in chiave neurologica si sta tentando di intervenire farmacologicamente (antiepilettici, elettrostimolazione, ecc..) per riequilibrare la neurochimica delle zone deputate al funzionamento del linguaggio. Questa ricerca non è affatto semplice, sia perché risulta molto invasiva, sia perché intervenendo sulla motricità, difficilmente si riescono a controllare gli effetti collaterali. In chiave farmacologica, più recentemente ricordiamo lo studio di Boldrini M, Rossi M, Placidi G.F.(2003), che hanno utilizzato la paroxetina nel trattamento della balbuzie. La paroxetina è un farmaco che viene somministrato nella depressione, nel disturbo da attacchi di panico, nel disturbo ossessivo-compulsivo e nella fobia sociale. Questo farmaco essendo un SSRI (Selective Serotonin Reuptake Inhibitors), rappresenta una cura a base di serotonina. Comunque, è da rilevare che in base ad una nota del Ministero della Sanità (08/08/2003) i risultati delle sperimentazioni cliniche condotte su bambini e adolescenti per il trattamento della depressione, non hanno dimostrato l’efficacia del farmaco antidepressivo rispetto al placebo, ed hanno altresì evidenziato un maggior rischio di comportamenti autolesivi e suicidari nel gruppo trattato con paroxetina rispetto al placebo. Dunque nel caso in cui si volesse intervenire farmacologicamente nel trattamento specifico della balbuzie, è sempre meglio l’uso di una attenta cautela.

Molte di queste ricerche, non sembrano comunque esaustive nel collegare la balbuzie a cause organiche. La ricerca scientifica per essere veramente completa dovrebbe comprendere un campionamento molto elevato, ed inoltre dovrebbe rispondere alle seguenti domande:
1. Perché molti bambini che iniziano a balbettare, nell’80% dei casi rimettono il sintomo già in età prescolastica?
2. Vi sono casi in cui la balbuzie sparisce in età adulta, anche senza aver effettuato alcun trattamento. Cosa succede in questi soggetti? La presunta causa organica dove si collocherebbe?
3. La quasi totalità dei balbuzienti affermano che quando sono soli non balbettano: affermazione dimostrata anche da registrazioni audio, o da videotape. Dunque, cosa succede quando il balbuziente verbalizza da solo in una stanza?
4. In alcuni bambini il sintomo scompare durante il periodo estivo, e poi, con la ripresa scolastica la balbuzie si ripresenta. O ancora, vi sono bambini, ma anche adulti, che in determinate situazioni non balbettano, come ad esempio: durante il gioco, colloquiando con amici intimi, nel pronunciare parolacce, quando cantano ecc.. Cosa succede in questi casi? Perché la balbuzie si annienta totalmente (o quasi)?
5. Dopo la somministrazione di un adeguato trattamento psicologico, fonico e corporeo perché abbiamo la riduzione della balbuzie, se non la sua scomparsa?

 

Aspetti psicologici : evoluzione della balbuzie e precocità dell’intervento

Dai 18 mesi in poi, è facile che il bambino possa presentare un linguaggio quasi simile a quello del soggetto disfluente, oppure dopo un periodo di normofluenza potrebbero comparire i primi blocchi. Questa prima forma di balbuzie definita primaria, fisiologica o transitoria, è caratterizzata da prolungamenti o ripetizioni di fonemi, dove non appare alcuno sforzo, o consapevolezza della difficoltà fonica. Questa prima fase è riscontrabile in molti bambini al di sotto dei tre anni, e nella maggioranza dei casi tende a dissolversi nel tempo. A questa età il sintomo può manifestarsi subito dopo la comparsa delle prime parole, oppure dopo un periodo nel quale il linguaggio acquisito non sembrava compromesso.

Quando la balbuzie continua al di sopra dei quattro anni, questa manifestazione può già considerarsi come segnale d’allarme sul quale intervenire. Dai quattro ai sei anni si struttura la balbuzie secondaria (PDS), la quale tendenzialmente è più favorevole alla cronicizzazione. In questo tipo di balbuzie, blocchi e prolungamenti delle sillabe appaiono più frequenti e sono maggiormente intrisi d’ansia, spesso accompagnati da sintomi somatici e da reazioni emotive. Nella balbuzie secondaria il bambino non riesce a controllare il tono muscolare dell’apparato fonico, presentando una certa distorsione della voce e dell’articolazione. La tensione muscolare appare visibile attraverso blocchi e ripetizioni del fonema. L’infante si sforza in tutti i modi per evitare lo spasmo e l’eventuale blocco.

Erica Weir e Sonya Bianchet (2004) sostengono che circa l ‘ 85% dei bambini in un’età compresa tra i 2 e i 6 normalmente incontrano difficoltà, o strappi nel loro linguaggio fluente, per poi passare ad un periodo di disfluenza che tocca circa il 10% dei bambini in età pre-scolare. Per le due autrici l’eziologia ed i meccanismi della disfluenza sono complicati: in generale, si segnala una mancanza di coordinazione fra l’intenzione linguistica e l’articolazione motoria del linguaggio.

I modelli ed i comportamenti che potrebbero segnalare un maggior rischio di balbuzie tendente alla cronicizzazione sono: ripetizioni, suoni prolungati, esitamenti, o quando il bimbo dice “non riesco a dirlo”. Quando la balbuzie persiste al di sopra dei quattro o cinque anni, è molto difficile predire se effettivamente questa si dissolverà nel tempo. E’ anche vero che, con l’evolversi della persona il sintomo potrebbe dissolversi, ma questo chi può predirlo? Ogni persona è un “mondo a sè”, ha una sua storia, una propria evoluzione intellettiva e percettiva, un modo personale di vivere l’esperienza, una personale balbuzie e un proprio futuro con specifiche caratteristiche di progressione: tutto questo naturalmente stravolge qualsiasi ipotesi di previsione riguardo alla remissione del sintomo. Il sintomo potrebbe eclissarsi spontaneamente nei bambini in un’età di cinque o sei anni, o nel periodo pre-puberale (1214 anni) o anche in età adulta (1820 anni). La caduta del sintomo potrebbe spiegarsi attraverso un’evoluzione spontanea della strutturazione neurofisiologica, o motoria delle aree che controllano il linguaggio, o per la sopraggiunta maturità psicologica dell’individuo. E’ nostro parere comunque, che si debba intervenire precocemente con la comparsa delle prime avvisaglie, al fine di evitare l’instaurarsi di un pericoloso circolo vizioso, che potrebbe durare tutta la vita. Il trattamento potrebbe essere proposto già al di sotto dei sei anni, prima che il bambino si confronti con la realtà scolastica.

Risparmiare al bambino la negatività delle esperienze future associate al sintomo, diventa fattore determinante e fondamentale per una prognosi positiva e raggiungibile anche in un breve arco di tempo. All’interno di una diagnosi precoce, gli elementi psicologici predittivi, quali indici premonitori che potrebbero favorire la cronicizzazione del problema sono:
• difficoltà nella codifica fonologica,
• malattie e problemi neurologici presentati alla nascita,
• difficoltà nello sviluppo linguistico e metalin¬guistico,
• problemi nell’ evoluzione motoria, percettiva, intellettiva ed affettiva,
• difficoltà nell’ ac¬quisizione delle abilità di base per discriminare e riconoscere gli oggetti (meccanismi importanti per lo sviluppo dell’attenzione, me¬moria e apprendimento),
• incapacità di giocare e di relazionarsi con gli altri,
• alto tasso di conflittualità all’interno della famiglia,
• aspetti educativi confusi,
• difficoltà di adattamento all’asilo o all’impatto scolastico,
• presenza di disturbi dell’apprendimento,
• eccessivo tasso di ansia e di aggressività,
• enuresi e/o encopresi,
• eccessiva dipendenza dall’adulto,
• mancanza di autonomia rispetto alla propria età,
• presenza di altri sintomi psicosomatici,
• difficoltà nell’area dell’alimentazione e del sonno,
• ed infine presenza di disturbi del comportamento e della con¬dotta.

La necessità di un intervento precoce preserva il bambino dalle inevitabili difficoltà che la scuola pone come nuova tappa evolutiva.
La scuola, già di per sè mette a dura prova qualsiasi bambino, in quanto ciascuno è chiamato a confrontarsi con un ambiente sociale imperniato sulla competizione sociale. Ogni bambino, per il buon esito del suo adattamento scolastico deve aver acquisito una sufficiente fiducia di base, di fondamentale importanza per lo sviluppo delle proprie capacità cognitive e sociali. Secondo E.H. Erikson, M. Balint e D.W. Winnicot, il bambino nel primo anno di età deve aver maturato una sana fiducia di base, contraddistinta dalla capacità di star solo e dalla percezione di figure genitoriali presenti e facilmente raggiungibili.

Per buona parte dei bambini balbuzienti l’impatto scolastico viene vissuto in modo drammatico. Circa il 70 % dei soggetti da noi esaminati hanno acquisito la consapevolezza delle loro difficoltà foniche proprio con l’inizio del periodo scolastico, e nel 30 % dei casi la balbuzie è scoppiata con l’entrata nella scuola materna. Il bambino nella maggioranza dei casi non ha retto alla separazione dall’ambiente famigliare, non tollerando l’immersione in un bagno a carattere sociale. Con l’impatto scolastico, in molti bambini disfluenti si sviluppano sentimenti di sfiducia, stati depressivi a carattere nevrotico, sintomi somatici, fobia della scuola e inibizione intellettiva. Anche se si verificano tali sintomi, nella maggioranza dei casi il quoziente intellettivo appare nella norma.

Bassi-Cannella (1968) secondo una loro statistica, segnalano che nei bambini balbuzienti dai 6 agli 11 anni, con l’ingresso scolastico potrebbero comparire altri sintomi come : diverse fobie (56%), cattivo rendimento scolastico (40%), instabilità motoria (30%) e insufficiente socializzazione (28%). Il più delle volte il bambino disfluente manifesta una richiesta eccessiva di vicinanza da parte della figura genitoriale. Tali richieste saranno visibili soprattutto quando l’infante deve separarsi dal genitore.

 

Aspetti famigliari

Lena Rustin ( 1995), presentando una panoramica delle ricerche effettuate tra il 1955 e il 1994, avente come oggetto il ruolo dei genitori nello sviluppo delle capacità linguistiche dei bambini, ha riscontrato che la disfluenza del figlio genera nelle madri un alto livello di ansietà. Secondo lo studio di Vanryckghem M. (Florida, 1995), nel quale è stato somministrato il Test di Attitudine Comunicativa (Cat - D), è stato accertato che i genitori con figli balbuzienti, sviluppano un alto grado di preoccupazione. Questo dato viene confermato anche da Yaruss J.S. e Conture E.G. (1995), i quali hanno rilevato che maggiore è il grado di balbuzie, maggiore sarà il grado di ansietà nella relazione fra genitore e figlio. Col miglioramento della fluenza del figlio, migliora anche la qualità dell’interazione all’interno del nucleo famigliare.

Il più delle volte, quando una madre comincia ad intravedere le prime avvisaglie della balbuzie nel bambino molto piccolo, questa non riesce a capire cosa sta succedendo. Quando il sintomo persiste, l’angoscia comincia a far la sua comparsa . La madre a poco a poco sarà invasa da mille domande, chiedendosi in che cosa ha sbagliato, che cosa non riesce a capire, perché tale tragedia doveva capitare propria lei, quale sarà il futuro del figlio, e così via. Altre mamme, anche se rimangono impassibili, non appena sentono le difficoltà foniche del figlio, fanno trasparire a livello non verbale la loro ansia, con segni d’impazienza. Queste modalità, consce o inconsapevoli, a loro volta fanno scattare nel bambino sensi di colpa. Il bambino a sua volta, per rendere felice la mamma, più cercherà di parlar bene e più si troverà impantanato in laringospasmi esacerbati dal desiderio di mostrarsi senza alcun sintomo. Non a caso vi sono bambini che balbettano più a casa, che non tra i coetanei. Altre volte può succedere che nella mamma scattino meccanismi iperprotettivi per difendere il figlio e per facilitargli l’impatto con la realtà sociale.

Quando compaiono le prime avvisaglie della balbuzie, solitamente il padre appare meno preoccupato. Nella maggioranza dei casi il padre cerca di sedare l’angoscia della moglie, spesso ponendosi in una posizione di secondo ordine nell’affrontare la balbuzie del figlio.

In una nostra indagine famigliare, formato da un campione di 40 famiglie, è stato somministrato il Parental Attitude Research Instrument (PARI – Forma IV)) che misura gli atteggiamenti genitoriali. In questa ricerca gli items che hanno avuto una maggiore significatività sono stati : paura di nuocere al bambino, repressione dell’aggressività, dominanza della madre, e sempre in questa, regnava il sentimento di sentirsi trascurata dal marito.

 

Le nostre ricerche: indagine pscodiagnostica

In un nostro studio psicodiagnostico effettuato su un campione di 60 bambini affetti da balbuzie, composti da 42 maschi e da 18 femmine, di età compresa tra i 6 e i 11 anni, abbiamo somministrato dei tests proiettivi : Rorschach e CAT (Children Apperception Test) , dai quali sono emersi alcuni dati significativi. I bambini mostravano numerose risposte di ansia, con difficoltà nel manifestare i propri affetti. Il livello intellettivo era nella norma; pertanto non si rilevavano disturbi nell’ambito della sfera cognitiva. Nel campione maschile si rilevava un alto tasso di aggressività, con un’elevata ricerca di sentirsi confermati nelle loro potenzialità. Nel campione totale sono state rilevate difficoltà nello stabilire rapporti interpersonali affettivamente equilibrati, ricercando un adattamento passivo e mutacico, o esprimendo molta aggressività nei rapporti sociali. Nel campione femminile emergeva una maggiore capacità di esternare i propri vissuti affettivi, anche se dal punto di vista comportamentale era presente una certa instabilità emotiva. Nell’intero campione, in base alla propria età, il processo di separazione e di autonomia si presentava poco evoluto.

Come nelle precedenti ricerche effettuate sugli adulti ( Caruso E. 1999 , 2001) anche per i bambini, viene qui dimostrato che il sintomo balbuzie sottende qualsiasi tipo di personalità, per cui diventa estremamente difficile poter specificare i tratti caratteristici che definiscono la personalità del soggetto disfluente. Analizzando le situazioni nelle quali il bambino trova maggiori difficoltà verbali, è emerso che il 90% dei soggetti balbetta maggiormente a scuola e nella relazione con i professori, o con altre figure educative . La balbuzie si evince maggiormente con gli estranei, e con adulti , anche se in grado minore rispetto ai secondi. Quasi tutti hanno la fobia del telefono, o di fare piccole commissioni. Al contrario, il sintomo sembra ridursi nel gioco con i coetanei, quando il soggetto parla da solo in una stanza, e soprattutto per molti bambini la balbuzie sembra ridursi nei periodi estivi. Molti bambini riferiscono di non balbettare quando esprimono la loro aggressività (soprattutto nella relazione tra fratelli); lo stesso accade quando il bambino si sente libero di esprimere gioia o affetto.

Oltre alle situazioni, sono stati esaminati i singoli fonemi che risultavano difficili da pronunciare. Per tale analisi è stato somministrato un test psicolinguistico proiettivo che permetteva di registrare il grado d’intensità del laringospasmo, associato a consonanti e vocali, secondo due gradienti forte e lieve. I risultati hanno dimostrato che la quasi totalità del campione balbetta maggiormente sulle liquide RL, e sulle occlusive PB, TD, KG .

In altri termini, secondo le nostre ricerche, pur esistendo 5 forme di balbuzie, siamo dell’avviso che per ogni forma di disfluenza esistono diversi sottotipi, e che ogni disfluente abbia un modo personale di balbettare. Inoltre per ogni tipo, o sottotipo di balbuzie, esiste un diverso quadro psicologico, per cui non è semplice ravvisare statisticamente le caratteristiche salienti del soggetto balbuziente. Siamo d’accordo con Benecken J. (2004) il quale, con il suo contributo, attacca ogni forma di stigmatizzazione psicologica, o psicoanalitica del soggetto balbuziente. Per Benecken le attribuzioni psicologiche e le costruzioni psicanalitiche, Fenichel compreso (1945), non sono state confermate dalla ricerca empirica.

 

Il feedback audio verbale: tra musicoterapia e immagine corporea

Nelle ricerche di Barinaga M. (1995), è stato riscontrato che il soggetto balbuziente mentre parla non possiede un adeguato feedback audio-verbale. A tal proposito, secondo un gruppo di ricercatori del Canada (Stuart et al. 1996), la balbuzie può essere curata alterando la frequenza del feedback uditivo portandolo a 12 e 14 rispetto alla gamma normale. Tutto questo fa presupporre che nel soggetto balbuziente i feedback predisposti per la produzione verbale siano deficitari.

Nel nostro approccio terapeutico, inserendo una forma riabilitativa basata sulla musicoterapia indiana con ascolto binaurale e con altre modifiche percettive, abbiamo riscontrato che il feedback audio-verbale può essere modificato positivamente.

Il processo di feedback, inteso come consapevolezza della normale fluenza verbale, viene impostato con l’applicazione della musica, sollecitando l’integrazione tra i due emisferi cerebrali, e rinforzando tutti i circuiti retro-attivi, che si inseriscono a livello somatico, mimico-posturale e linguistico. Tutto questo avviene probabilmente perché la funzione uditiva ha un ruolo molto importante nel coordinare l’organizzazione percettiva generale, fornendo le basi della corretta coordinazione sensomotoria. Grazie alle proprietà strutturali delle musiche, nell’ascoltatore si innescano modificazioni positive, che sono comprovate da evidenti miglioramenti delle funzioni percettive e prassiche, compresa una maggior fluenza verbale. L’esistenza di un ruolo disturbante del feedback audio-verbale, ci permette di comprendere perché inserendoci terapeuticamente in questo meccanismo, in realtà possiamo riabilitare la funzione linguistica.

La musica può funzionare come binario di riferimento fisico e psichico nella riabilitazione degli schemi percettivi e motori.
Nei punti di rottura della fluenza verbale, la nostra musicoterapia specifica, che abbiamo creato per la cura della balbuzie, offre il sottofondo di riferimento sul quale appoggiarsi per ritrovare la ritmicità del linguaggio. La carenza pneumofonica, viene sollecitata con un allenamento alla ricezione del ritmo e della melodia in tutte le sue forme: ginnastica ritmica, intonazione linguistica, corretta produzione del suono, rilassamento dei muscoli che entrano in azione durante il discorso, e induzione del ritmo alfa. Per stimolare la fluenza verbale, oltre ai modelli ritmici basati sulla musicoterapia, vengono applicate delle tecniche linguistiche; fra queste la più importante è quella che abbiamo definito “composizione fonemica”, che consiste in esercizi fonici basati sulla elaborazione e produzione delle unità che compongono le parole. Tale esercizio è un modo per giocare con le parole, senza averne paura.
Queste tecniche permettono di prendere confidenza con le parole e con le consonanti, agendo sul determinismo psichico e sulla paura che porta la persona a esacerbare la balbuzie. Con queste tecniche si cerca d’indurre la stimolazione del linguaggio, anche con l’ausilio di giochi verbali che stimolano la capacità semantica, ossia l’abilità di usare i termini giusti secondo ciò che si desidera esprimere.

Affinché l’ansia correlata al linguaggio possa essere ridotta, seguendo una visione unitaria del possibile trattamento del bambino, sono state anche elaborate delle tecniche corporee che consentono l’ascolto del corpo (feedback somatico), migliorando l’atto della fonazione. In sintesi, queste tecniche corporee cercano d’indurre un linguaggio spontaneo senza forzature. Con queste procedure ci muoviamo in un’area pre-verbale che riguarda la relazione che il bambino intrattiene con il corpo e con l’emozione primordiale. La persona che balbetta, solitamente, mentre parla non ha una consapevolezza delle aree del corpo che entrano in tensione, non riuscendo così a regolare e a far defluire il carico ansiogeno. Le tecniche di rilassamento ortodosse, come il popolare “training autogeno di J.H. Schultz” , da sole non permettono grandi miglioramenti, perché non vengono associate ai meccanismi del linguaggio. La nostra tecnica, definita “flusso dinamico”, permette di rilassare le zone corporee che entrano in tensione mentre si parla, e nello stesso tempo il bambino prende coscienza del suo corpo, migliorando la percezione dell’”Immagine Corporea”.

 

L’ipotesi di un trattamento globale

La balbuzie è un problema complesso che va trattato con molta cautela e con tecniche specifiche, e sempre sulla base di una diagnosi foniatrica, neuropsichiatrica e psicologica. Secondo le nostre ricerche, un buon trattamento terapeutico dovrebbe tenere conto di tutte le variabili che determinano la balbuzie, e il tutto non può risolversi in una “pratica intensiva”, che il più delle volte lascia inalterato il quadro sintomatico, senza nemmeno trovare un valido riscontro scientifico.
All’interno del trattamento da noi proposto, oltre ad un esame attento del tipo di balbuzie, viene proposto un esame diagnostico della personalità. Tale esame diventa fondamentale per essere certi che oltre al sintomo balbuzie non vi siano altre patologie associate, che potrebbero inficiare la prognosi.

Le tecniche saranno applicate previa diagnosi, in modo da sviluppare un programma specifico per ogni singola persona.
Una procedura che tenga conto solo della balbuzie, senza considerare il quadro psicologico del bambino, potrebbe notevolmente peggiorare la sintomatologia. Dopo tale esame, l’aspetto prettamente terapeutico, mira a sollecitare tutti le variabili comunicazionali che sono state inibite, o parzialmente sviluppate. Il quadro terapeutico non si focalizza esclusivamente sul trattamento della balbuzie, ma prende in esame altri sintomi spesso correlabili alla disfluenza, quali: variabili somatiche (aggressività, ansia, insonnia, ecc.) disorganizzazione ideativa, scarso rendimento scolastico, difficoltà di concentrazione, difficoltà di lettura, difficoltà di adattamento e di inserimento sociale, difficoltà di comunicazione in senso lato. L’iter terapeutico viene sviluppato sulla base di una terapia di individuale, sempre seguendo le necessità diagnosticate. Anche i genitori verranno coinvolti all’interno di questo processo .
Considerando la globalità della persona, il nostro approccio prevede un intervento studiato in base a tre aree di intervento, sintetizzate nella tabella sottostante :

Area Somatica
Area Fonica
Area Sociale
Tecniche psicosomatiche
Musicoterapia
Role Playing
Flusso Dinamico
Tecniche Informatiche
Tecniche Audio-Video
Tecnche Immaginative
Tecniche Linguistiche
Psicodramma
Finalità: Autonomia Corporea
Finalità: Autonomia Linguistica
Finalità: Autonomia Sociale
Azione sull'ansia mediante l'ascolto del corpo Sollecitazione della comunicazione affettiva
Azione sul feedback audio-verbale per la riduzione del laringospasmo
Riduzione dell'angoscia sociale, migliorando la qualità delle relazioni sociali

Tutte le tecniche menzionate, sono supportate e riunificate da un lavoro essenzialmente psicoterapico, che discostandosi da un procedimento ortodosso, ricongiunge più discipline per agire in modo mirato sul bambino che balbetta. In questo procedimento evolutivo, costituito dall’incastro tra tecniche psicologiche, comportamentali e linguistiche, risulta necessaria l’alleanza terapeutica con la famiglia per non vanificare i risultati ottenuti. L’evoluzione del linguaggio procede parallelamente con l’evoluzione comportamentale. I cambiamenti sopraggiunti nel bambino determineranno, come logica conseguenza, nuovi assestamenti nella struttura famigliare. Questa fase comporterà colloqui periodici con i genitori per renderli parte attiva all’interno del processo terapeutico. Generalmente, la terapia con i genitori prende in esame gli accorgimenti educativi e le loro emozioni, cercando anche di comprendere gli atteggiamenti assunti dal bambino nel contesto famigliare e sociale. In chiave preventiva cerchiamo di agire anche su bambini molto piccoli di 2 o 3 anni. In questi casi si prevede un’azione terapeutica sul genitore, offrendo consigli, al fine di ridurre la loro sensazione di disagio.

 

Variabili predittive per una buona prognosi

In chiave terapeutica si è potuto constatare che la cura della balbuzie è direttamente proporzionale all’incidenza delle seguenti variabili:
• Motivazione del bambino: il bambino deve essere sufficientemente motivato nel voler intraprendere un procedimento terapico. Egli dovrà avere anche una piena consapevolezza del sintomo, con un minimo di percezione del disagio sociale. Senza questi elementi, il trattamento diventa sterile. Il lavoro terapeutico è essenzialmente partecipazione attiva e creativa del soggetto, e dello stesso terapeuta. Anche al terapeuta si richiede un’adeguata motivazione, che non si risolve nell’applicazione rigida e fredda di una tecnica.
• Alleanza terapeutica: da una “sana motivazione”, che nasce dal cuore e non dalla testa, si dispiega la buona alleanza terapeutica che diventa la condizione necessaria per lo svolgimento del processo di crescita verbale ed affettiva. Quando quest’alleanza non si struttura, quasi sempre compariranno strategie di boicottaggio della terapia da parte del bambino (o del genitore), che farà in tutti i modi per interrompere il trattamento.
• Età del soggetto in trattamento: presto s’inizia e maggiori saranno i risultati. Come è stato rilevato, la cura può iniziare già nel periodo prescolastico. Per i bambini più grandi, i risultati saranno più lenti e graduali, ma non impossibili.
• Età d’insorgenza del sintomo: abbiamo notato che se il sintomo è emerso in età precoce (23 anni) i tempi della terapia si dilatano se non si interviene tempestivamente, mentre si accorciano quando la balbuzie è comparsa dopo i 67 anni. Minore sarà lo scarto fra il tempo di comparsa della balbuzie e l’inizio del trattamento, maggiore sarà la probabilità di avere una buona prognosi.
• Grado e tipo di balbuzie: ogni persona ha un proprio tipo di balbuzie che varia secondo i contesti e gli stati d’animo. E’ stato riscontrato che quando gli spasmi, o i blocchi fonici sono intensi, con limitati episodi di fluenza verbale, la terapia diventa più difficile.
• Presenza di altri sintomi associati: la prognosi diventa più difficile quando alla balbuzie si associano disturbi della motricità, disturbi dell’apprendimento, altre patologie linguistiche e disturbi del comportamento .
• Grado di ansia e di aggressività: Maggiore sarà il grado di ansia e di aggressività, più pazienza si richiederà durante il corso della terapia.
• Grado di adattamento a livello sociale: questa variabile racchiude la relazione con i coetanei e con la scuola, elementi che condizionano l’evolversi della cura. Per ogni bambino, maggiore sarà la voglia di crescere e di esprimere la propria creatività in modo autonomo e personale, più facile risulterà il raggiungimento dei risultati.

 

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