Intervista a Massimo
Giuliani e Adriana Valle (a cura della Dott.ssa Federica Carrasca)
Uomini e donne oltre lo specchio.
Differenza di genere e terapia della famiglia.
Autore: Massimo Giuliani, Adriana Valle
Collana: Strumenti 2007, pagine: 220, euro 14.50
Nei mesi scorsi edizioni Psiconline ha pubblicato un interessantissimo volume
che si pone come uno dei più stimolanti nell'ambito dello specifico settore
della Terapia Familiare in Italia.
"Uomini e donne oltre lo specchio", questo il titolo del libro, ha
già ricevuto importanti e lusinghiere recensioni da chi si occupa del
settore e viene attualmente utilizzato da alcune delle Scuole di Formazione
in Psicoterapia presenti in Italia.
Il punto centrale del volume, scritto in tandem da Massimo Giuliani e Adriana
Valle, è la terapia della famiglia vista da una prospettiva di "genere".
E' un modo particolare di approcciare al problema ed è molto diffuso nel mondo anglosassone mentre qui da noi, in Italia, non ha ancora trovato
lo spazio e le basi teoriche per una concreta e diffusa applicazione. Questo
volume vuole essere proprio il punto di avvio di un dibattito in tal senso e,
partendo dall'esperienza concreta degli autori, vuole consentire a chi concretamente
e fattivamente si occupa di Terapia Familiare, di entrare in contatto con una
nuova modalità di leggere il rapporto terapeutico con i pazienti ma anche
fra i terapeuti stessi.
Per approfondire questi temi così importanti e significativi, abbiamo
deciso di incontrare la coppia di autori e di parlare con loro delle profondità
e delle concretezze del volume. Affrontare insieme ciò che hanno
voluto far conoscere e chiedere a loro di più e meglio sulle prospettive
di un tale approccio.
Seduti comodamente nel loro studio, davanti ad una distensiva tazza di thè,
poniamo loro quelle domande che sono emerse dalla lettura di questo bel volume
e ascoltiamo con piacere le loro risposte.
Psiconline:
Il vostro libro “Uomini e donne oltre lo Specchio”,
pubblicato da Edizioni Psiconline, ha come sottotitolo “Differenza di
genere e terapia della famiglia”. Specchio, differenza di genere, terapia
familiare……in che modo questi tre concetti sono legati fra loro?
Massimo Giuliani:
Lo specchio unidirezionale, quello attraverso il quale l’équipe
segue il terapeuta e la famiglia in seduta, è da sempre l’emblema
della terapia familiare; la differenza di genere è la lente che abbiamo
cercato di aggiungere al bagaglio tecnico e concettuale del terapeuta.
Nella prima parte del libro passiamo in rassegna autrici e autori che, nella
psicologia come nella terapia della famiglia, hanno cercato di mettere in discussione
le idee di “normalità” costruite sul maschile e poi estese
al femminile. L’insegnamento che ci hanno dato è che una psicoterapia
che scambi per realtà naturale quanto c’è di costruito socialmente
nei ruoli di genere (anche nelle teorie psicologiche sui ruoli di genere) rischia
di essere una terapia prevaricatrice. Inoltre la grande idea che abbiamo raccolto
da una psicologa femminista (ma lei preferisce dire “sensibile al genere”)
come Carol Gilligan è che una visione rigida dei ruoli di genere penalizza
sia le donne che gli uomini.
Adriana Valle:
Lo specchio del titolo rimanda anche a quello specchio che in una terapia attenta
alla differenza di genere, appunto, abbiamo deciso di non ritenere una barriera
insormontabile... L’espressione “oltre lo specchio” introduce
con un’immagine l’idea di una terapia in cui la voce maschile e
quella femminile dell'équipe terapeutica sono entrambe presenti nella
stanza di terapia, e in cui l'équipe possa conversare apertamente con
la famiglia, "oltre lo specchio" appunto, nella stanza della terapia.
Con il tempo ci siamo resi conto che un setting di questo tipo, in cui i terapeuti
e gli “utenti” condividono lo stesso spazio, facilitava un confronto
dei punti di vista dei terapeuti e dei clienti, del femminile e del maschile,
pur dentro la classica cornice sistemico-relazionale.
In cosa consiste
il team bi-gender?
Adriana Valle:
come terapeuta donna devo dire che l’essere in team con un collega terapeuta
di fronte ad una coppia di genitori o di coniugi ha offerto ad entrambi una
posizione molto dinamica e direi anche più facilmente neutrale. Lavorare
in due invece che da soli offre di per sé grandi opportunità se
si considera la ricchezza dei punti di vista una risorsa da mettere in gioco
nella terapia; essere uomo e donna di fronte ad una coppia offre la possibilità
di giocare nella relazione terapeutica il punto di vista maschile e femminile
senza che l’uno prevalga sull’altro.
Massimo Giuliani:
abbiamo cercato di approfondire la conoscenza delle risorse offerte da una pratica
che da sempre la terapia della famiglia ha ritenuto utile, ma spesso l’ha
utilizzata in modo, come dire?, intuitivo, senza costruire delle idee sullo
strumento. Da sempre si sa che se la coppia terapeutica (in terapia della famiglia
si lavora spesso in squadra) è costituita da un uomo e una donna, la
coppia dei clienti in terapia può sentirsi più accolta e compresa.
Noi abbiamo cercato di valorizzare la differenza di punti di vista del team
terapeutico bi-gender per avere uno sguardo sensibile alla differenza di genere.
Piano piano ci siamo accorti che peraltro il nostro team introduceva un’idea
di collaborazione fra i sessi che per alcuni clienti era nuova e non sempre
ovvia. Ricordo dei mariti che guardavano con un certo stupore al fatto che prima
di dire qualcosa mi consultavo con una collega donna e che ne tenevo in gran
considerazione il punto di vista!
Quindi è
una terapia familiare che utilizza come focus principale la differenza di genere.
Come è possibile concretamente attuare questo tipo di terapia?
Massimo Giuliani:
noi lo abbiamo fatto proprio attraverso il team bi-gender, e nel libro indichiamo
alcune “linee guida” per una terapia sensibile al genere: l’uso
dell’équipe mista; un atteggiamento ironicamente irriverente verso
le idee dominanti sui ruoli di genere; l’équipe come modello di
relazione paritaria e polifonica. Ma anche lavorando da soli, senza questa risorsa
a disposizione, è possibile avere un’attenzione alla differenza.
Quando le premesse di genere fanno soffrire è perché sono diventate
rigide. Spesso le persone dicono cose tipo “anche se sei una donna, non
capisco perché non hai i miei stessi desideri”. Hanno premesse
rigide di uguaglianza, che è utile mettere a confronto con un’idea
di differenza. Altre volte dicono “non puoi capire la mia sofferenza,
sei un uomo”. Sono storie costruite sulla differenza irriducibile: allora
è utile introdurre l’idea che nella differenza ci sia un punto
di incontro, delle somiglianze, delle vicinanze, una possibilità di comprendere.
L’idea di fondo è che la somiglianza e la differenza non stanno
nella realtà oggettiva “là fuori”, ma nel modo in
cui decidiamo di raccontare le cose.
La differenza sessuale, biologica, è un dato oggettivo. La tentazione
di far discendere da lì la differenza di genere come un dato ugualmente
incontrovertibile è forte, ma è alla base di polarizzazioni che
fanno soffrire. Abbiamo incontrato donne che soffrivano ed erano messe al margine
perché la loro femminilità non rispondeva a quel che ci si aspetta
da una donna; abbiamo visto uomini che soffrivano perché il loro carattere
docile e portato alla cura era stigmatizzato dalla famiglia e ritenuto un segno
di debolezza e scarsa virilità. Ecco, se il terapeuta aderisce acriticamente
a un’idea condivisa di quale sia il modo “giusto” di essere
donna e quale il modo “giusto” di essere maschio, partecipa a un’idea
dominante che può generare sofferenza.
Adriana Valle:
Il punto di partenza di questa terapia sensibile al genere è che possa
essere “terapeutico” decostruire costrutti e ruoli sessuali rigidamente
fissati e come tali fonte di sofferenza. Una loro messa in discussione deve
passare attraverso un processo di confronto aperto tra punti di vista, un confronto
che avviene tanto più facilmente quanto più può concretizzarsi
nella stanza di terapia tra una coppia di uomo e donna che trova nella coppia
di terapeuti un possibile interlocutore in cui ci siano entrambi i punti di
vista. Tuttavia anche il terapeuta che lavora in un setting individuale può
usare secondo le stesse premesse, dato che più che una tecnica costituisce
uno sguardo sulla terapia, un’ulteriore lente per guardare la realtà.
Nel volume è
riportato un caso clinico di una coppia di genitori che intraprendono una terapia
familiare come supporto alla terapia individuale della figlia anoressica. L’anoressia
è senza dubbio legata alla percezione della propria sessualità
e al rapporto madre-figlia, quindi l’utilizzo di una terapia che si basa
sul gender può essere in questo caso appropriata, ma può essere
utilizzata anche per altri tipi di disturbi?
Massimo Giuliani:
vorrei precisare che la terapia “sensibile al genere” non si propone
come una tecnica nuova: piuttosto come un modo di affrontare la terapia che
tenga conto della differenza di genere e delle idee, premesse, convinzioni ad
essa legate (del cliente, della famiglia, del terapeuta) come un dato costruito
socialmente e non come un “fatto”.
Dunque non ha un campo di applicazione privilegiato, ma è un modo a nostro
avviso più rispettoso (la sparo grossa: più “etico”)
di intendere la terapia. Qualunque terapia.
Nel caso clinico di cui stiamo parlando, quel che abbiamo fatto è stato
entrare nello “scontro” di premesse che vedeva i genitori in conflitto
sul corpo della figlia: per la madre “doveva” avere una certa forma;
per il padre “doveva” averne un’altra; per il resto del sistema
terapeutico (terapeuta individuale, medico, dietologo) un’altra ancora.
Noi abbiamo cercato di esplorare il senso che ciascuno dava al corpo e al cibo:
abbiamo cercato di farli entrare nella conversazione non come “verità”
ma come punti di vista a confronto, e così abbiamo accolto anche il punto
di vista della ragazza, alla quale abbiamo cercato di restituire competenza
e responsabilità.
Abbiamo ascoltato le premesse di genere di ciascuno (ad esempio, su quanto dovrebbe
pesare una ragazza di sedici anni) e poi ci siamo incuriositi al modo in cui
la ragazza, acquistando peso o perdendone, prendeva distanza o si ricollocava
rispetto alle differenti premesse e ai modelli culturali di genere che il papà
e la mamma avevano ereditato dalle loro storie familiari.
So che l’idea che l’anoressia sia legata alla percezione della propria
sessualità e al rapporto con la madre è piuttosto diffusa: non
è stato il punto di vista che abbiamo utilizzato, e personalmente sono
poco interessato a letture che riconducano il problema dentro una relazione
duale, che di solito forse contribuiscono a togliere le castagne dal fuoco al
“terzo” ma al contempo ne oscurano la presenza e l’importanza.
In questo senso sono punti di vista poco “sensibili al genere”.
Ci interessa esplorare la complessità delle relazioni familiari e il
modo in cui i membri della famiglia, tutti i membri, costruiscono e coordinano
i loro significati: in questo caso sul gender, sul corpo, sul cibo, sul piacere.
Adriana Valle:
condivido, ma aggiungerei che il team bi-gender nella terapia familiare può
mostrare la sua efficacia nel lavoro con i problemi di coppia: e penso alla
coppia di coniugi ma anche alla coppia di genitori.
Cosa vi aspettate
dalla diffusione di questo volume? Quali obiettivi desiderate raggiungere?
Massimo Giuliani:
mi piacerebbe che fosse letto e giudicato dai colleghi: è stato detto
(mi fa molto piacere e nel contempo avverto la grande responsabilità
che ne deriva) che contiene idee che nel mondo anglosassone sono di casa ma
che da noi sono innovative e per nulla scontate.
Detto questo, l’abbiamo pensato anche per parlare del nostro lavoro ai
non addetti ai lavori. Nel primo capitolo, ad esempio, facciamo una rassegna
dei momenti principali della storia e dello sviluppo della terapia sistemica;
raccontiamo anche una breve storia: utile, forse, a spiegare cosa sia il nostro
lavoro e poi cosa il nostro modo di fare terapia ha in comune con altri modelli
e in cosa se ne differenzi.
La cornice teorica alla quale facciamo riferimento e nella quale abbiamo inserito
lo sguardo “sensibile al genere”, è la terapia sistemica
della famiglia che attraverso il lavoro dei nostri maestri Luigi Boscolo e Gianfranco
Cecchin (dopo il periodo di collaborazione con Mara Selvini Palazzoli e Giuliana
Prata) ha fatto il giro del mondo: quella che i colleghi di tanti altri paesi
chiamano con ammirazione “Milan Approach”. Ecco, mi piacerebbe che
questo libro fosse utile a colleghi e persone curiose per farsi un’idea
un po’ più approfondita di questo lavoro artigianale e complesso.
Adriana Valle:
... e proprio perché la terapia “sensibile al genere” non
è una nuova tecnica ma un modo di intendere la terapia, ci aspettiamo
che il nostro libro apra il dibattito su questo tema nel più vasto ambito
della terapia e non solo nell’ambito della terapia familiare.
Alla fine del nostro incontro
Massimo ed Adriana ci congedano convinti di aver illustrato al meglio la loro
teoria e la nostra opinione coincide con la loro.
Non possiamo far altro che invitarvi a leggere il volume e, se lo desiderate,
ad esprimere il vostro parere lasciando un commento di seguito a questa intervista.
(A cura
della Dott.ssa Federica Carrasca)
(pubblicato in data
11 Febbraio 2008)
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