Se esiste, nel
campo psicologico e psichiatrico, una disciplina plurale,
questa è senz'altro la terapia della famiglia, area
intermedia fra culture (psicologica, assistenziale, psichiatrica,
sociale) fatta di scuole e persone diverse, tanto da generare
il dubbio che convenga parlare di "terapie familiari" anziché
di "terapia familiare" Ciascun modello di terapia della famiglia
ha una propria coerenza e una propria storia; seguirlo è
seguire l'itinerario di un singolo sentiero.
( ) Di storie
della terapia della famiglia ne esistono poche, e quelle poche
tendono a essere brevi: per lo più introduzioni a manuali
o capitoli di libri. Niente a che vedere con le tante, e lunghe,
storie della psicoanalisi. È perché la terapia
della famiglia esiste da tanti meno anni (cinquanta contro
cento)? Improbabile: Freud (1914) scrisse i suoi primi appunti
per la storia del movimento psicoanalitico quando la psicoanalisi
esisteva da meno di vent'anni, e storie della psicoanalisi
già compiute furono pubblicate prima del 1950. Il problema
è diverso, e probabilmente si annida nella diversa
forma delle due discipline.
La psicoanalisi
è per molti versi radicata nella storia (nel senso
della parola inglese history). La forma del trattamento psicoanalitico
nella sua versione originale, l'archeologia freudiana, è
proprio la ricostruzione di una storia di vita, il recupero
delle radici antiche di conflitti inconsci che si presumevano
risalenti alla primissima infanzia. Questa, si badi bene,
non è storia nel senso narrativo della parola (che
corrisponderebbe all'inglese story), ma corrisponde alla storia
degli storici ( ) Non sorprende, allora, che la psicoanalisi
tenda a ricostruire anche la propria storia come disciplina,
ben conscia delle proprie radici nel passato.
La terapia della
famiglia, invece, ha tutt'altra forma base. Se l'incontro
di un paziente con un analista tendenzialmente taciturno porta
per sua stessa natura il paziente a raccontarsi, l'incontro
di una famiglia - quindi di un gruppo - con uno o più
terapeuti tendenzialmente loquaci e interventisti fisserà
come punto focale il presente, il qui e ora di un dialogo.
Questo dialogo a più voci, in cui ciascuna voce tende
a rivaleggiare con l'altra per il primato e in cui la voce
stessa del terapeuta diventa una fra le tante, porta a privilegiare
il presente e rende più difficile entrare nella storia.
Che potrà essere utile, a volte illuminante, ma non
sarà mai il luogo dell'azione. Non sorprende che la
terapia della famiglia finisca per storicizzare poco, il meno
possibile.
Gli Autori Paolo
Bertrando, psichiatra e psicoterapeuta, è una figura
rappresentativa del Milan Approach di questi ultimi anni.
Autore e coautore di libri importanti sul modello sistemico
(un paio, tra gli altri, scritti con Luigi Boscolo), ha tradotto
o curato l'edizione italiana di numerosi testi stranieri,
alcuni dei quali si possono ben dire fondamentali per comprendere
i recenti orientamenti della terapia della famiglia e della
terapia sistemica. Basterebbe ricordare, fra tutti, il monumentale
"Manuale di terapia della famiglia" di Alan Gurman e David
Kniskern.
Dario Toffanetti
è psicologo, psicoterapeuta e formatore, per anni
attivo nell'area della riabilitazione e dell'handicap. Anch'egli
esponente della scuola di Milano, dov'è impegnato nella
didattica, ha pubblicato articoli su trattamento e riabilitazione
di disabili, e da qualche anno scrive contributi sulla psicoterapia
per le principali riviste del settore, da solo o a quattro
mani con Paolo Bertrando.
L'idea del volume
- presentato ufficialmente a Roma al termine dello scorso
anno in occasione del convegno su "I pionieri della Terapia
Familiare" - è venuta a Paolo Bertrando mentre curava
l'edizione italiana del "Manuale di Terapia della Famiglia".
A lui si è
aggregato poi Dario Toffanetti, e il risultato è un
testo corposo che ripercorre, in maniera accurata ma per nulla
notarile, la storia della terapia della famiglia così
come si delinea dalle origini fino alla chiusura del secolo.
Si può ben dire che del manuale di Gurman e Kniskern
costituisce un ottimo complemento, organizzando cronologicamente
ciò che lì appare sotto forma di panorama vasto
ed intricato; e non si fa fatica ad immaginare lo smarrimento
degli autori nell'accingersi alla sistematizzazione di tanto
disorganico argomento, tanto discontinua e complessa è
la storia di questa disciplina. Di più: è davvero
possibile pensarla come "una" disciplina, o non si tratta
piuttosto di una moltitudine di esperienze ed orientamenti,
soltanto artificiosamente adunati sotto l'ombrello di un'unica
etichetta?
Il libro in questione
affronta tale interrogativo ricostruendo la storia della Terapia
Familiare a partire dalle radici, piantate nelle Child Guidance
Clinic dei primi anni del XX secolo, in quelle correnti psicoanalitiche
che cominciano ad occuparsi anche del contesto relazionale
del paziente - anche arrivando talvolta a formulazioni discutibili,
ed in seguito ampiamente messe in discussione, come quella
di "madre schizofrenogena" -, nella cibernetica - che traghetta
la terapia della famiglia verso la sua versione più
propriamente "sistemica" -, negli scritti di Gregory Bateson
- uno dei pensatori più brillanti del secolo che si
è chiuso - e nella semplificazione del suo pensiero
che la scuola di Palo Alto ha offerto negli anni '60 (vedi
la "Pragmatica della comunicazione umana", di Paul Watzlawick
e coll., 1967).
I vari modelli
e le diverse scuole di pensiero sono esaminati a fondo, e
- come promette il titolo - la storia del movimento di terapia
della famiglia emerge soprattutto come una storia di uomini,
un intreccio di vicende umane di studiosi, di clinici, di
personaggi di straordinaria creatività e curiosità
intellettuale. Particolarmente emozionato - potrebbe essere
altrimenti? - è il resoconto della storia del "Milan
Approach" dagli inizi pionieristici di Mara Selvini Palazzoli
agli ultimi sviluppi della terapia di Milano, considerata
dagli anni '70 la terapia sistemica "per eccellenza", e conosciuta
in tutto il mondo per la genialità, la passione e l'irriverenza
di Luigi Boscolo e Gianfranco Cecchin.
Il quadro che ne
esce è quello di un movimento nuovo ed originale, ricco
di coraggio e di entusiasmo; un quadro che contraddice certamente
l'idea circolante - spesso ingenerosa, talvolta semplicemente
pregiudiziale - circa la presunta "freddezza" e la mancanza
di emozione nelle terapie di stirpe sistemico-relazionale,
in confronto alle terapie intrapsichiche. E d'altra parte,
se posso citare un pensiero che ho sentito esprimere proprio
da Paolo Bertrando: quale, se non la relazione, può
essere il dominio naturale degli affetti e delle emozioni?
Interessante ed
appropriata è la strutturazione dei capitoli: la prima
metà del secolo è indicata come "l'archeologia",
e vede nascere i presupposti della terapia della famiglia,
nel campo della psicoanalisi e dell'assistenza sociale; i
capitoli successivi sono dedicati ciascuno ad un decennio,
e passano in rassegna il contesto storico, la situazione della
psichiatria e della psicoterapia in quel periodo, lo sviluppo
teorico e clinico dei vari modelli di terapia della famiglia
ed infine lo stato della professione di terapeuta.
Dopo la lettura
del volume - di dimensioni cospicue, eppure leggibilissimo
ed appassionante - la risposta che sembra di poter dare alla
domanda iniziale è che sì, la terapia della
famiglia, dai prodromi agli sviluppi più radicali del
costruzionismo sociale, ha una storia discontinua ed irregolare,
ma solo apparentemente procede per "salti": diventa chiaro,
invece, che alcune delle sue premesse fondamentali non sono
estranee all'influsso della psicoanalisi di Harry Stack Sullivan;
che - a dispetto dei proclami - i padri del "Milan Approach"
non hanno mai gettato alle ortiche la propria storia di psicoanalisti,
la quale anzi arricchisce quel bagaglio di "non detto" di
cui, consapevolmente o meno, si nutrono la riflessione e l'ipotizzazione;
che persino gli ultimi orientamenti postmoderni - per i quali
è illusorio pensare di "scoprire" la realtà
- hanno dei precedenti, se è vero che sin dall'articolo
"Ipotizzazione, circolarità, neutralità" (1980)
del primo Gruppo di Milano cominciava a chiarirsi che l'ipotesi
che il terapeuta formula in seduta non deve essere capace
di svelare il "vero" funzionamento del sistema, ma soltanto
"utile" ad entrarvi.
Un libro necessario
ed importante, che ha un pregio ragguardevole: quello di non
essere soltanto la storia di un movimento e di una scuola
di pensiero, ma di raccontare un periodo, un contesto, in
definitiva un secolo di "cure psicologiche". Un secolo attraversato
in alcuni momenti da un clima di ineguagliabile fermento ideale,
culturale e scientifico, e tristemente spentosi - almeno negli
Stati Uniti - sotto l'ombra sinistra dei "case manager", i
manager della salute introdotti dalle agenzie fornitrici di
trattamenti psichiatrici, che diventano i veri titolari della
terapia, chiamati a decidere e pianificare interventi sulla
base di calcoli economici e, in definitiva, a "svuotare" il
clinico delle principali responsabilità decisionali
sul proprio lavoro.
A Paolo Bertrando
e Dario Toffanetti, autori della "Storia della terapia
familiare", ho rivolto alcune domande sul libro, sul passato
e sul futuro della terapia della famiglia, sui rapporti di
questa con il resto del mondo della psicoterapia. La conversazione
ha toccato i temi della clinica, dell'epistemologia e - com'era
prevedibile - dell'attualità.
Credo sia possibile
rintracciare in questo breve scambio di battute la stessa
lucidità, la stessa curiosità e la stessa finezza
dell'argomentare che costituiscono la ricchezza del volume
pubblicato per l'editore Cortina.
Ecco il resoconto
del nostro scambio di idee.
Psiconline
Mi pare che
lo sforzo di contestualizzare, passo dopo passo, anche dal
punto di vista sociale, storico e politico, ogni sviluppo
dei diversi modelli di terapia sia una cifra distintiva del
vostro approccio sistemico. Se un lettore del libro non conoscesse
la vostra storia, da cosa potrebbe capire che è stato
scritto da due terapeuti "di Milano"?
Dott.
P. Bertrando
Credo proprio
dal fatto che si dia una certa importanza al contesto, che
rimane forse il punto più importante della visione
sistemica. Qualcuno, forse, potrà trovare anche una
grande attenzione (eccessiva?) ai diversi approcci strategici,
sistemici e post-sistemici, quindi tutti quelli che in qualche
modo hanno a che fare con Milano; ma devo dire che abbiamo
riccamente tagliato quelle sezioni: spontaneamente, ne avremmo
scritto molto di più. Infine, un qualcosa che non
ci caratterizza come milanesi, ma come appartenenti a un
settore specifico anche all'interno del Centro, abbiamo
cercato di dare un'idea non solo delle grandi affermazioni
di principio delle varie scuole di terapia, ma anche al
modo in cui si concretano in tecniche e modi di lavorare
effettivi.
Dott.
D. Toffanetti
Credo innanzitutto
dalla lunghezza dei capitoli sulla scuola di Milano! Ma
a parte questo direi che esiste una ragione molto legata
allo sviluppo della teoria sistemica, o di quello che ne
rimane, negli anni novanta del secolo scorso. Anderson e
Goolishian, nello stendere "Human systems as linguistic
systems", hanno sviluppato un'analisi che ritengo tutto
sommato accurata: dicono che la teoria dei sistemi si può
sviluppare, a partire dall'epoca di stesura dell'articolo
(il 1988), solo su due direzioni. Una è quella linguistica
ed è chiaramente la loro, l'altra è quella
dei sistemi sociali, che loro ritengono in qualche modo
appartenente al passato. Io non credo che appartenga al
passato e penso che nemmeno Paolo lo creda. Non si tratta
di un gesto onnipotente, come direbbero gli psicoanalisti,
di inserire una dimensione sociale o politica nella prospettiva
di un cambiamento psicoterapeutico, ma di considerare, all'opposto,
che la dimensione politica è anch'essa appartenente
alla vita delle persone - che siano i nostri clienti o gli
stessi terapeuti - e che, quindi, anche questa va considerata
come un elemento di complessità.
Inoltre credo
che la psicoterapia non sia una risposta esaustiva ai problemi
dell'esistenza, né che si possa definire come autoreferenziale.
Psiconline
Il vostro
lavoro fa il "punto della situazione" su molti decenni di
terapia della famiglia. In questo stesso periodo è
atteso anche il dizionario "Sistemica" di Umberta Telfener
e Luca Casadio, che in qualche modo fa il "punto" dell'evoluzione
di un linguaggio. È pertinente pensare che si sia "concluso
un ciclo" nella storia delle terapie sistemiche e familiari?
Dott.
P. Bertrando
Forse sì,
nel senso che per entrambe queste forme è concluso
il periodo "rivoluzionario", quello in cui rappresentavano
il nuovo a tutti i costi. Anche le correnti più nuoviste,
come le terapie narrative, sono ormai stabilizzate e istituzionalizzate.
A questo punto, è il momento della riflessione più
ampia, su che cosa significa oggi terapia sistemica e/o
terapia della famiglia, senza trionfalismi: la terapia della
famiglia, per esempio, è oggi in crisi come paradigma,
e sempre più colleghi sono interessati alla sistemica
soprattutto come a un modo diverso di lavorare sull'individuo,
anche se poi, da un altro lato, la domanda di lavoro con
le famiglie non diminuisce, ma tende a ritornare una lavoro
di assistenza sociale e psicoeducazione. La sfida è
ritrovare uno spazio (di lavoro, ma anche di elaborazione
culturale) per la terapia familiare, senza la quale si rischia
di perdere lo spirito fondativo della pratica sistemica.
Dott.
D. Toffanetti
Anch'io
ho questa impressione, anche se non sono stato direttamente
partecipe delle epoche precedenti della terapia sistemica
e familiare. Bisognerebbe verificare se anche in epoche
precedenti altri l'hanno avuta! Quello che credo senz'altro
è, però, che la terapia familiare sia arrivata
a un punto di verifica sotto molti profili e che lo zeitgeist
soffi ora nella direzione di una sorta di recupero di valori
e di procedure che hanno a che fare con la tradizione della
terapia familiare, forse proprio perché nel decennio
che abbiamo appena superato si è un po' troppo spinto
l'acceleratore sulla decostruzione e su altri costrutti
che appartengono alla tradizione "contro" della terapia
familiare. Forse si è portato alle estreme conseguenze
tutto il bagaglio di "superamenti" della tradizione, sicché
ora la tradizione torna a contare moltissimo.
Psiconline
Si dice da
qualche parte che la Terapia della Famiglia rappresenti un'esperienza
sorpassata, dal momento che è sorpassata l'istituzione
familiare. Qual è il vostro parere in merito?
Dott. P. Bertrando
Secondo
me, la famiglia è più salda che mai: è
quasi un secolo che si parla di "famiglie in crisi", ma
il fatto che la famiglia sia in crisi vuol solo dire che
si tende a occuparsene sempre più. La terapia della
famiglia è in crisi perché la tendenza è
a evitare il pensiero problematico che sta alla radice del
concetto stesso di psicoterapia, e si preferiscono soluzioni
tecnologiche per recuperare benessere individuale (e la
farmacoterapia dilagante non ne è che un esempio).
Dott. D. Toffanetti
A parte
le battute sulla fine della famiglia che faccio di solito
per provocare Paolo, mi pare che la famiglia rimanga ancora
quel che si dice un punto di riferimento (cfr. anche l'ultimo
lavoro di Scabini e Cigoli). Dal punti di vista del setting,
credo si continui a fare terapia familiare anche se si vede
un solo membro della famiglia; dal punto di vista del mercato,
la richiesta di terapia della famiglia forse è in
calo; dal punto di vista culturale non ritengo che la terapia
familiare sia affatto sorpassata, stanti le questioni (ultima
quella di Novi Ligure) che la interessano e che interessano
le persone.
Psiconline
Il pensiero
psicoanalitico gode di una certa continuità, al punto
che non pare strano che Freud sia ancor oggi, dopo un secolo,
frequentemente citato e costante punto di riferimento. Nella
teoria sistemica, al contrario, si assiste ad un vertiginoso
avvicendarsi di nuovi punti di vista e di rivoluzioni di paradigma,
anche al prezzo di notevoli contrapposizioni interne e di
una certa litigiosità dei suoi rappresentanti. Come
spiegate questa caratteristica?
Dott.
P. Bertrando
In parte
è dovuta al fatto che la psicoanalisi nasce da un
tronco comune, e a questo continua a fare riferimento, anche
nelle mille mutazioni e puntualizzazioni che la caratterizzano,
mentre la terapia della famiglia è pluricentrica
fin dall'inizio, e tende a essere una società di
pari, più che una gerarchia. La psicoanalisi ha chiara
la figura di un unico padre, la terapia della famiglia è
un'assemblea - paritetica quanto caotica - di fratelli.
Dott.
D. Toffanetti
Abbiamo
mai visto qualche psicoanalista rischiare la faccia davanti
a uno specchio unidirezionale? Forse la questione sta anche
nel fatto che ciò che appare non sempre è
ciò che è. E anche, naturalmente, che la società
di psicoanalisi è organizzata come un centro di smistamento
di potere, quindi rimane più coesa su questioni interne
di quanto lo sia il movimento di terapia sistemica (che
società non è, e che non ha il potere che
la SPI ha). Quanto all'avvicendarsi di punti di vista sui
paradigmi, direi che questo ha a che fare con il fatto che
non abbiamo un padre fondatore da guardare (sia pure di
sottecchi, o idolatrandolo, o con ira); abbiamo un gruppo
di pari la cui autorità è discussa da tutti
gli altri e questo non favorisce certo la "disciplina interna"
o l'immagine che da fuori si ha.
Psiconline
Il vostro
libro mette ben in luce l'incapacità della terapia
della famiglia degli inizi (ma non solo) di farsi (anche)
critica sociale e politica. Condividete l'idea che, soprattutto
attraverso il costruzionismo sociale, sia riuscita a superare
tale limite?
Dott.
D. Toffanetti
Ci devo
pensare
Dott.
P. Bertrando
Io dico
di no. Il costruzionismo è critico, ma svolge una
critica che è soprattutto lessicale e discorsiva,
mentre una critica politica critica l'esistente per cambiarne
la sostanza. Per la serie: non m'importa se la critica femminista
mi impone di concordare i pronomi generici al femminile
("she" invece di "he", al massimo "he/she"), se poi una
donna continua a essere pagata molto meno di un uomo, e
ad accedere in misura minore a posizioni di potere. La critica
costruzionista è molto radical chic: ma uno spazzino
chiamato operatore ecologico resta pur sempre uno spazzino.
Psiconline
Ho l'impressione
che la teoria sistemica (in particolare il modello di Milano
e la fase "post-Milano") sia attraversata da un dibattito
epistemologico che non si riscontra con la stessa intensità
in altre scuole di psicologia e di psicoterapia. Come lo spiegate?
Dott. D. Toffanetti
In parte
lo spiego con quanto dicevo circa i padri fondatori e l'autorità,
in parte con il fatto che il pensiero non si è fermato,
all'interno del Milano e post-Milano, non si è cristallizzato
come, invece, da altre parti è stato. Questo, direi,
anche grazie a Luigi Boscolo e a Gianfranco Cecchin, che
non hanno mai smesso di mettere in discussione le loro idee
e che non hanno mai avuto timore di mostrarsi oltre lo specchio
(e questa è una metafora). Una delle tante cose di
cui mi sento debitore a loro è proprio questa fedeltà
alla disponibilità alla discussione delle idee, pur
mantenendo fermi i loro valori clinici di riferimento.
Dott. P. Bertrando
Credo che
l'interesse per la teoria sia il punto caratterizzante della
scuola di Milano, in parte caratterizzandola come "europea",
rispetto alle scuole strategiche, molto americane, in parte
riflettendo i suoi fondamenti batesoniani. Il modello di
Milano nasce applicando direttamente alla clinica alcune
intuizioni di Bateson che parevano totalmente astratte e
puramente teoriche, e si porta dietro da allora l'idea (il
pregiudizio) che l'indagine sui fondamenti della conoscenza
sia necessaria a una clinica che superi l'individualismo
della maggior parte delle terapie. Inoltre, un tale interesse
è anche un recupero dei fondamenti cibernetici di
tutta la prima terapia familiare. È un carattere
importante della terapia familiare interrogarsi continuamente
proprio sull'epistemologia.