GLI
HACKER: adolescenti alla conquista della rete
Anna Montuschi
(12.12.01) "…purtroppo ti dico subito che trovare VERI Hacker da intervistare è difficilissimo, quelli che trovi sono dei principianti perché quelli veri non ti diranno mai e non si dichiareranno mai hacker. In ogni caso buona fortuna!".
Alexander, il mittente del messaggio, è una conoscenza occasionale incontrata in Rete per un mero errore di digitazione di indirizzo. Alexander si interessa di hacking e dirige un sito nel quale è possibile trovare consigli ai confini della liceità. Ma chi sono gli hacker? Cosa fanno? E perché la psicologia può trovare interessanti i molti spunti offerti dalle loro attività e dalla rete?
La rete è senza dubbio uno degli eventi più interessanti dei nostri tempi e la possibilità di comunicare a migliaia di chilometri di distanza ad un costo irrisorio ha rivoluzionato in pochi anni i consueti modelli di comunicazione.
Per meglio comprendere come si siano evolute alcune dinamiche ho creduto utile esplorare il campo delle conoscenze tecniche alla ricerca delle condizioni che hanno dato origine al fenomeno della pirateria informatica e allo stato di disagio che essa rappresenta. Alcune considerazioni rispetto ad altre realtà presenti in rete sono esposte in seguito con l’intento di ampliare il campo di osservazione.
Dai tempi della sua nascita, nel 1969, quando gli ingegneri dell’ARPA (Advanced Research Project Agency) cercavano di collegare due computer di grandi dimensioni, la “rete delle reti” ha letteralmente avvolto il mondo.
Internet è costituita da un insieme di reti informatiche e telematiche collegate tra loro in modo simile a una vastissima ragnatela. I nodi della Rete sono i computer (dal semplice PC, al server Unix, al mainframe), che impiegano, per comunicare, insiemi di regole predefinite (i cosiddetti "protocolli"). Le notizie vengono visualizzate in pagine all'interno di un software, detto browser (i più diffusi sono Internet Explorer e Microsoft Netscape Communicator), e sono navigabili, cioè percorribili tramite collegamenti ipertestuali attivabili semplicemente con il clic del mouse. Lo sviluppo della tecnologia ha permesso la creazione di un sistema unificato capace di integrare allo stesso tempo tre modalità di comunicazione (nozione di mutimedialità): la parola scritta, l’immagine e il suono.
La necessità di rendere maneggevole la sempre maggiore quantità di Informazioni ha fornito lo spunto per lo sviluppo di un’alternativa alla ricerca “lineare” dei dati. Sono così nati gli ipertesti, che consentono di utilizzare collegamenti incorporati all’interno dei documenti permettendo all’utente di spostarsi da un concetto a un altro fino a trovare l’informazione desiderata.
Il WWW (World Wide Web) è la più grande raccolta di informazioni, dati, notizie e immagini organizzate in maniera ipertestuale ed è il servizio che ha determinato la crescita e la popolarità di Internet, facilitando, con l’introduzione ha introdotto l'interfaccia grafica (il browser), l'accesso alle informazioni ad un vasto pubblico.
Per una interessante e piacevole storia sul WWW rimando al sito http.//www.w3.org/www
Le imprese di telecomunicazioni hanno cercato per prime di colonizzare il “cyberspazio” e oggi Internet, “il più promettente mercato del terzo millennio”, è la più estesa vetrina di prodotti e articoli commerciali. Un quotidiano torinese nel maggio 2001 stimava in circa 8 milioni il numero di navigatori italiani che utilizzano la Rete per lavoro e per diletto, segnalando la recente impennata nel settore dell’e-business e del numero di acquirenti online. (La Stampa, 31 marzo 2001)
Ma Internet è anche e soprattutto un importante mezzo di comunicazione.
Il vantaggio principale della rete è costituito da tutti quei servizi che hanno migliorato la possibilità di comunicare tra le persone. La posta elettronica (e-mail), ad esempio, consente di inviare messaggi in modo assai rapido e poco costoso. I numerosi "gruppi di discussione" (newsgroup), permettono invece di “riunirsi” on-line per discutere con altri utenti di argomenti di interesse comune. L’idea di partenza era che la rete dovesse abbattere i confini e che, attraverso la discussione aperta, il sapere dovesse divenire un patrimonio condiviso.
Per la sua stessa natura la rete è un terreno ideale per la diffusione di notizie incontrollate, che si propagano rapidamente e agevolmente dando luogo a insospettabili “effetti a catena”. Ciò è dovuto principalmente a due fattori. In primo luogo, essa permette di annullare la geografia reale, quella “dei chilometri e dei giorni di ferie”, raggiungendo in pochi secondi centinaia di utenti. Inoltre, in rete è possibile celare del tutto o in parte la propria identità.
All’inizio, qualche programmatore buontempone provò a creare programmi il cui unico scopo era quello di mettere a repentaglio l’integrità dei dati contenuti nelle memorie dei computer. Questo genere di esperimenti risultava in realtà particolarmente stimolante, poiché consentiva di formulare teorie e di verificarle. Ad esempio, la creazione di un programma in grado di autoreplicarsi dava la possibilità di sviluppare ipotesi sulla possibile genesi della mutazioni e sulla possibilità che esse “sopravvivessero” nel loro ambiente, similmente a quanto accade nella genetica. Dall’esperimento innocente (capace di creare, ad esempio, la caduta nel computer infettato di tutti i caratteri dallo schermo) si passò in seguito agli attacchi dolosi, e sembra sia anche cambiato il genere e il numero di persone capaci di creare un virus. (http://www.sottoachitocca.it)
Via via che le reti informatiche si sono aperte al grande pubblico si è intensificata la battaglia per il loro dominio. Istituzioni quali l’FBI si sono attribuite la missione di porre fine all'anarchia su Internet, per sorvegliare ciò che vi accade e per reprimere gli abusi di qualsiasi tipo, dalla pornografia all'esportazione illegale di informazioni scientifiche.
I frequentatori delle "comunità virtuali" si sono invece attivati in una crociata per la difesa della libertà, la creatività e il disordine che caratterizza Internet.
"Le loro truppe di élite sono i celebri "hacker", pionieri e franchi tiratori delle reti informatiche, che hanno imposto su Internet la loro etica libertaria e la loro cultura a base di surf, rock'n roll e romanzi fantascientifici."
(http://www.logical.it/professionisti)
Non è difficile diventare pirati e la rete pullula di home page di hacker dichiarati. La maggior parte delle informazioni, delle teorie e delle leggende sugli hacker, i racconti delle loro prodezze, insieme alla possibilità di scaricare programmi vari per scardinare siti e relativi server (compresi inutili avvisi che diffidano dall’uso illegale dei prodotti) sono reperibili in Internet; tramite la rete è anche possibile contattare altri virtuosi del cybercrimine disponibili ad affettuosi consigli.
E’ abbastanza facile considerare i pirati pericolosi, scorretti, distruttivi e lesivi degli interessi comuni. Questo accade soprattutto perché le loro azioni vengono valutate da un punto di vista esterno.
Ciascuno dovrebbe però considerare il brivido che si prova leggendo un articolo in cui è spiegato con dovizia di particolari come si possono ricaricare gratuitamente le schede telefoniche. Per molti potrebbe essere difficile resistere alla tentazione di fare un esperimento…
I primi phreaker (neologismo derivato dalla fusione delle parole “phone” e “cracker”) utilizzavano le red box e le blue box per riprodurre i toni particolari che comunicavano alle centrali telefoniche che era stata depositata una moneta nel telefono. La frequenza di 2600Hz, da cui prese la denominazione una importante rivista di hacker, serve a ricordare il tono particolare che serviva allo scopo.
Secondo gli esperti di sicurezza (la Computer Security si occupa di rilevare i difetti presenti nei sistemi e di potenziare le difese contro le intrusioni degli hacker e gli attacchi dei cracker), ciò che ha permesso ad hacker e cracker di lavorare indisturbati e di moltiplicarsi negli anni è principalmente l’esistenza di host mal configurati, ma anche il software di default, che non possiede impostazioni adatte alla sicurezza.
Considerato che oggi la rete è ormai principalmente un mezzo per il business, argomenti come la sicurezza e la privacy degli utenti sono da considerare di particolare rilievo. Azioni come lo sniffing (catturare informazioni circolanti sulla rete ma destinate ad altri) rendono tutto assai pericoloso e un attacco a un host può causare gravi danni a livello economico.
In più, gli hacker utilizzano talvolta strategie non propriamente ”tecnologiche” quali ad esempio il social engineering, improvvisandosi attori nella parte di tecnici e di System Administrator per ottenere direttamente dagli ignari utenti le informazioni desiderate, ad esempio, inducendoli a svelare le password personali.
I media hanno spesso accomunato le varie tipologie di pirati informatici suscitando le proteste dei diretti interessati, che hanno reclamato la loro vera identità con manifesti etici e apodittiche dichiarazioni dalle righe dei periodici “underground”.
Anche se la differenza di base tra cracker e hacker è stata individuata nell’intenzionalità o meno di provocare danni ai sistemi entro i quali sono riusciti a introdursi senza autorizzazione, il confine tra intenzioni e azioni non è sufficiente a garantire la separatezza delle categorie. Di fatto, ogni intruso dei computer è considerato un hacker.
Il vero hacker è stato descritto in mille modi: pirata, inventore geniale, idealista, mercenario, imprenditore. La realtà, come rivelano i numerosi articoli on-line, sembra un po’ diversa. Si tratta di persone dotate di grande abilità nell’uso del computer e in possesso di strumenti tecnici e di conoscenze che, con pazienza e determinazione (e soprattutto con una gran quantità di tempo a disposizione), si dedicano all’attacco dei sistemi informatici più complessi. Come rilevato da molti Autori (A. R. Stone, S. Levy, B. Sterling, etc.) e da chi si occupa degli aspetti giuridici (G. De Rada), lo stereotipo dell’hacker è un teenager, maschio, senza problemi economici e di tempo, con la tendenza a passare ore e ore alla consolle del suo PC.
Ma nonostante gli stereotipi, non tutti gli hacker sono uguali, molti di loro non rubano né fanno danni.
E’ stato detto che i pirati agiscono per lucro, per divertimento, per spionaggio industriale e per lo sfruttamento illecito di pagamenti, ma la definizione che essi stessi si attribuiscono è quella di individui fondamentalmente pervasi da una curiosità irrefrenabile e dalla voglia di venire in possesso di qualsiasi informazione, di conoscere e di apprendere.
Il termine hacker non contraddistingue dunque semplicemente colui che irrompe nei computer, ma uno stile di vita e un modo di essere. Nessuna barriera alla conoscenza, né autorità che si anteponga alla verità: questa è la loro ideologia.
Come avverte Alexander all’inizio di questo articolo, è praticamente impossibile contattare un vero hacker. Un esercito di millantatori potrebbe rispondere di possederne i requisiti. Un vero hacker opera nell’ombra, ed è impossibile stanarlo con metodi comuni.
L'idea della libertà è centrale nel cyberspazio.
A questo proposito, desidero riportare un breve episodio.
Nel gennaio del 1995 Jake Baker, studente del Michigan, fu arrestato per aver diffuso su Internet alcuni testi con la descrizione delle sue fantasie sessuali, scene immaginarie di violenza e torture su una studentessa di sua conoscenza indicata con nome e cognome.
Immediatamente l'Eff (Electronic Frontier Foundation), un gruppo che è riuscito a imporsi in Rete divenendo leader informale ma unanimemente riconosciuto e rispettato, ha reso nota la propria posizione: "Non approviamo in alcun modo i discorsi improntati all'odio, ma riteniamo che a un discorso nefasto si debba non imporre la censura, ma rispondere con un discorso migliore. Sacrificare un diritto per proteggerne un altro significa perderli entrambi.” (Internet.net, maggio 1998)
Il fatto che gli hacker dichiarino di non volere intenzionalmente creare danni non significa però che essi siano immuni dalle azioni criminali. Su questo punto è la legge che decide, e ogni intrusione è un “atto criminale” di per sé.
I veri criminali in realtà sono i cracker, le cui abilità sono messe al servizio del profitto o di atti terroristici veri e propri, fino ad eccessi che li vede pedine di associazioni organizzate negli anelli del crimine e della mafia Russa, legati al mondo della droga e della politica.
Qualcuno sulla Rete li definisce information warriors attribuendo loro uno dei maggiori rischi per la sicurezza da cui dipende il mondo intero.
Le azioni compiute dai pirati, ancorché perpetrate nel mondo virtuale, hanno in compenso ripercussioni tangibili nel mondo reale.
Gli hacker lavorano con metodo: in primo luogo effettuano uno studio accurato della vittima. A partire dai servizi offerti dalla macchina che stanno “osservando” sono in grado di dedurne le configurazioni e l’esistenza di eventuali difetti. Il principale obiettivo di studio degli hacker sono i bug, ossia i difetti che rendono possibile l’accesso a sistemi super protetti, e attraverso gli exploit (programmi che utilizzano la presenza di un bug per ottenere un qualche beneficio), partono all’attacco.
Ma soprattutto, qualunque cosa facciano, l’impegno maggiore è dedicato a nascondere le proprie tracce. E’ importante non essere individuati per evitare complicazioni giudiziarie, ma anche per poter continuare a usufruire gratuitamente di un determinato servizio (attraverso l’installazione di backdoors, che consentono l’ingresso anche nel caso in cui venissero scoperti) e anche per una questione di superiorità rispetto ai gestori del sevizio stesso. Via WWW è possibile risalire a un IP address, a meno di utilizzare particolari programmi che impediscono il tracing, oppure di passare per un anonimizzatore.
Talvolta gli attacchi non sono semplicemente finalizzati ad usufruire gratuitamente di un determinato servizio, ma hanno un fine distruttivo, vale a dire l’obiettivo di rendere inutilizzabile qualche risorsa. Ad esempio, le tecniche di flooding (che letteralmente significa allagamento) hanno lo scopo di moltiplicare le trasmissioni di informazioni tra i nodi della rete intasando gli host e rendendo impossibile lo smaltimento delle informazioni legittime.
Esistono inoltre programmi che come dei veri “cavalli di Troia” possono essere nascosti all’interno di programmi che, una volta installati, oltre alle funzioni documentate ed ovvie, ne eseguono altre all’insaputa di chi li sta utilizzando.
Per contrastare l’attività degli hacker sono sorte in Rete associazioni che diffondono informazioni su come proteggersi per difendere e tutelare i sistemi informatici. Ma un hacker in gamba entra dappertutto (come dimostrano i recenti fatti di cronaca!), compresa la Casa Bianca, l’FBI e il Pentagono. Secondo gli esperti la sicurezza assoluta è un’utopia, e “non c’è nulla da fare contro un virus o un cavallo di Troia realizzato con perizia”. Ma ciò che è più interessante notare, è che molto spesso -come rivelano le statistiche- gli attacchi dolosi partono dall’interno della struttura (LAN) a cui sono diretti e non dall’esterno.
L’FBI trovò ad esempio che il ventisettenne Max Ray Buttler, uno dei collaboratori che aveva il compito di combattere le intrusioni degli hacker nelle strutture pubbliche, aveva attaccato le basi aeree e altri organismi della Difesa statunitense oltre ad alcuni sistemi informatici della Nasa.
Steven Levy (2001) ha evidenziato i punti salienti dell’etica hacker sottolineando l’importanza che l’accesso al computer e all’informazione “che serve a comprendere gli eventi del mondo” debba avvenire senza riserve.
Vi sono Paesi (Cuba, Turchia, ex Jugoslavia) nei quali esprimere online le proprie idee può costare la prigione (p. 87), ed altri, come l’Arabia Saudita che hanno trasformato Internet in una specie di Intranet locale (.net 2001, Difese alzate p. 34) In Cina poi l’accesso a Internet è pesantemente censurato e gli hacker rischiano la pena di morte.
La normativa obbliga i proprietari dei siti a garantire la legalità del loro sito non solo nel proprio Paese ma in tutte le nazioni in cui gli abitanti hanno accesso a Internet.
L'elenco dei crimini informatici è lungo, a partire dalla duplicazione di software e di materiale normalmente protetto dai diritti di autore (libri, musica, articoli vari), alla possibilità di diffondere in Rete voci incontrollate, di intercettare i numeri delle carte telefoniche e delle carte di credito, etc.
I crimini in quanto tali sono atti antisociali punibili dalla legge e le Istituzioni ne hanno rilevato la gravità estendendo le disposizioni del codice penale e civile ai reati informatici. Per governi e software-house i pirati non sono che una variante tecnologica dei delinquenti comuni.
I Magistrati hanno individuato, nella precarietà del rapporto libertà-sicurezza, la chiave di lettura di un difficile futuro per la rete globale delle comunicazioni. Ma, come ha chiaramente espresso Raul Chiesa, i politici non possono che “veder male” uno scambio di opinioni al di fuori dei canali noti e controllabili.
Gli hacker sono accusati di mancanza di consapevolezza verso le conseguenze dei propri atti e sono descritti come soggetti poco inclini a valutare che anche un gesto innocente come un’intrusione (e magari la copia dei dati) può causare danni e pregiudizio ad attività personali o economiche.
Il manifesto decisamente più completo e che meglio descrive la filosofia dell’hacker è quello disponibile sul Jargon file. Esso spiega che “è l’atteggiamento che fa l’hacker e non il viceversa”.
All’aspirante hacker sono richieste tenacia, ingegno e creatività, insieme alla la capacità di trarre spunti dalle piccole cose della realtà quotidiana.
Ma ciò che sembra contraddistinguere gli hacker rispetto alle altre categorie di pirati informatici è l’intelligenza, sia nel senso quantitativo che nell’uso che ne viene fatto. Conta anche il possesso di una elevata autostima, espressa nell’insofferenza per la noia dei lavori da sgobboni, la venerazione della libertà e il disprezzo per le menti autoritarie “che dall’alto della loro stupidità cercano di fermare chi desidera risolvere un problema da cui è affascinato”. La competenza è il requisito irrinunciabile: sviluppare la competenza, dice il Jargon file, deve diventare “una specie di gioco intenso piuttosto che una noia, e questo può essere vitale per un hacker”.
Nel cyberspazio “Hackers learn morality from other hackers, who learn it from other hackers”. (http://www.infowar.com/hacker/whohacks.html-ssi)
Il leitmotif è dunque ancora la curiosità, ma emergono temi quali l’immagine di sé, il desiderio di apprendere e di comunicare, il senso della vendetta e della rivalsa, etc), che mostrano l’atteggiamento antagonista dell'hacker nei confronti di una società percepita come prevaricatrice e lesiva della libertà personale.
Ciò in cui essi credono è che rivendicano è il diritto di poter fare un sacco di cose: il diritto di poter esplorare ovunque riescano ad arrivare, il diritto di tentare di compromettere qualunque sistema informatico (ma con il dovere morale di condividere con i loro “colleghi” le informazioni su come siano riusciti a effettuare l’intrusione), il diritto di vendicarsi su chi cerca di fermarli. Solo in quest’ultimo caso sembrano ammessi il furto e il danneggiamento.
Gli hacker sostengono di essere anche necessari, perché aiutano a portare alla luce i difetti dei sistemi e a scoprirne la vulnerabilità. Questo, ritengono, dovrebbe essere utile agli Amministratori dei Sistemi per correre ai ripari apportando le modifiche essenziali prima che qualcuno cerchi di causare danni seri.
Oggi, informano le agenzie stampa, sono ricercati dalle aziende, che si danno da fare per assumerli per potenziare i loro sistemi di sicurezza, anche perché “sono le stesse aziende a correre i rischi maggiori, soprattutto quelle che fanno e-commerce”.
(http://www.mediamente.rai.it/mm_it/010307/index.asp)
Quando viene scoperta una incursione, subito i giornali e la televisione ne diffondono la notizia in tono concitato. L’opinione pubblica reagisce immediatamente sulla base di processi irrazionali e proiezioni inconsce. (D, Chapman, 1977; M Gualandi, 1977; Gius, 1985) affibbiando un “ruolo” dissociale agli intrepidi hacker.
La risposta è spesso violenta ed eccessiva, come si può capire leggendo storie di hacker famosi come Kevin Mitnick, che i giudici avevano definito una persona “ossessionata” e che i giornalisti avevano etichettato come una “minaccia per la comunità”.
Il suo arresto mobilitò le comunità degli hacker che annunciarono rappresaglie terribili, prospettando ad esempio danni irreversibili ai computer di quanti fossero transitati in Yahoo! in un dato periodo. Ovviamente, tutti rimasero con il fiato sospeso fino al momento in cui fu certo che non vi sarebbero state conseguenze, il giorno di Natale del 1998.
Le azioni di Mitnick furono considerate dalla stampa americana “immature” e “cose da ragazzi”, e la sua capacità di agire esclusivamente per dispetto fu criticata come “degna di un adolescente”.
Perché i cracker esistono? Secondo B. Sterling semplicemente perché devono esistere, perché la natura umana è così, a volte spinta dal desiderio di creare, a volte di distruggere. Non c’è bisogno di nessuna spiegazione supplementare.
Come risulta dai numerosi esempi e dalle indicazioni disponibili sui siti, l’età in cui più probabilmente si sviluppa la tendenza alla criminalità informatica corrisponde a quella adolescenziale. La necessità di definirsi espressa dagli hacker, il rifiuto delle regole, lo spirito di corporativismo in nome di un interesse comune e inoltre la tendenza ad adottare modalità irresponsabili e “prive di coscienza sociale”, sembrano rispecchiare le problematiche tipiche dello sviluppo.
L’insieme delle relazioni all’interno delle quali vengono attuati i crimini informatici lascia inoltre spazio a considerazioni sui temi dell’aggressività, della trasgressività e della devianza, dell’amore per il rischio e della socializzazione.
E’ stato rilevato che la trasgressività è una caratteristica universale dell’adolescenza e che in essa si realizza la tendenza a mettere in discussione le regole educative e sociali. I ragazzi per crescere devono inevitabilmente ribellarsi alle regole interiorizzate durante l’infanzia per poterle acquisire definitivamente, rifiutare o modificare. (A. Maggiolini, E. Riva, 1999) Non si tratta necessariamente di esprimere con la trasgressione un problema di personalità, quanto di procedere nel passaggio da una normatività imposta alla costruzione di un proprio sistema di valori e di ideali in un processo che accompagna l’adolescente verso la definitiva strutturazione della personalità alla ricerca di una propria identità. (P. Blos, 1962)
L’idealismo viene espresso rigidamente con l’adesione incondizionata ai valori. “Crescere - ha scritto E. H. Erikson (1950) - significa essere divisi tra parti diverse che si muovono a velocità differente” (Erickson,1950, p. 197) L’identità viene raggiunta con il compimento dell’evoluzione di tali parti in stretta connessioni con le richieste sociali.
Il fatto che la prevalenza dei pirati informatici sia composta da maschi potrebbe esser interpretata con il fatto che le ragazze sono più flessibili rispetto ai ragazzi nel rapporto con le regole formali e meno discontinue nei processi di affermazioni dei valori, degli affetti e dell’identità. (C. Gilligan, 1982)
E’ importante comunque non trascurare le ragioni affettive dei comportamenti, poiché talvolta le trasgressioni sono azioni la cui motivazione non è ben definita, al punto che esse talvolta non sono chiare neppure all’adolescente o al gruppo che le mette in atto. Bisogna aiutare l’adolescente a rendersi consapevole del significato inconscio dei suoi comportamenti, affinché li possa orientare e controllare. (A. Maggiolini, E. Riva, 1999)
E’ stato osservato che i ragazzi trasgressivi, quelli che aggrediscono e rubano, distruggono e mentono, il più delle volte non hanno problemi e non ritengono di averne; anzi, sono convinti che siano gli altri a creargliene. (A. Maggiolini, E. Riva, 1999)
La nozione di aggressività si associa all’intenzione di arrecare un danno a un’altra persona. L’atto aggressivo, quando non dipende da un disturbo della personalità, è la normale espressione della ribellione adolescenziale alle regole che hanno caratterizzato la dimensione educativa entro la quale il giovane è cresciuto. In questo senso si può ipotizzare che gli hacker effettuino un tipo di aggressioni che non danno modo di doverne fronteggiare la realtà fisica.
La tendenza al crimine è stata invece riferita a una cattiva integrazione, o comunque come risposta a particolari condizioni della struttura sociale di appartenenza. La soluzione talvolta operata dall’adolescente, che vive la frustrazione dell’ambiente come una minaccia alla propria individualità (E. Gius, 1985) è quella dell’affiliazione alle bande antisociali. La banda, entrando in competizione con le altre istituzioni, diviene per il ragazzo un elemento primario. (F. Tannenbaum, 1938). Questa affermazione sembra corrispon-dere alla modalità secondo cui le “bande di hacker” si uniscono sotto una bandiera comune giurandosi reciproca fedeltà e collaborazione. Non bisogna dimenticare che molte delle incursioni più spettacolari sono state compiute in gruppo, ed ha un certo fascino pensare che si tratti di individui che in realtà non si sono mai visti e che forse abitano a migliaia di chilometri di distanza.
La crescita, e soprattutto l’ingresso nel lavoro retribuito e organizzato, segna per il giovane il momento in cui bisogna abbandonare la banda e trovare altrove le proprie soddisfazioni.
Lo stesso è ipotizzabile accada agli hacker quando, dovendo fatalmente entrare nel mondo del lavoro, abbandonano l’hacking per dedicarsi ad altri passatempi. Ciò è coerente inoltre con la concezione che a diverse fasi dello sviluppo siano attesi diversi comportamenti. (P. Pichot, 1974)
Sulla rivista giovanile Traspiratore G. Ruotolo (2001) ha scritto che lo "spirito di opposizione è senza dubbio il fattore più importante nella formazione sociale. In certi momenti della vita non si può ignorare l'esigenza di dover compiere atti di autonomia, anche costituiti da qualche atteggiamento di ribellione. …E nessuno può negare che all'origine di quel gioco di opposizione alla sacralità non vi sia il gusto di creare".
Il tema della creatività è stato studiato come una funzione dell’intelligenza, ma soprattutto come un mezzo attraverso il quale viene espresso l’anticonformismo e l’apertura all’esperienza. (O. Andreani Dentici, 1994).
Questa osservazione corrisponde all’idea degli hacker che la curiosità e la capacità creativa possono manifestarsi indipendentemente dal tipo di attività svolta. (A. Bassi, A. Santoni Rugiu, 1969)
L’adolescenza è un periodo in cui si verifica un aumento dei comportamenti impulsivi ed è caratterizzata dalla tendenza a sperimentare situazioni pericolose. Questo atteggiamento è intrinseco nella natura degli hacker, anche se il rischio non riguarda l’incolumità corporea, bensì le possibili conseguenze derivanti dalle infrazioni alle regole. Il desiderio di avventura e di sensazioni forti è invece sostituito dall’emozione provata nel penetrare sistemi inaccessibili. Nel contempo, il senso di invulnerabilità che gli adolescenti tendono ad immaginare per se stessi si esprime nell’impudenza e nella sfrontatezza con cui attaccano, in nome del diritto alla conquista, istituzioni imponenti e normalmente percepibili come “pericolose”.
L’inclinazione al rischio è stata messa in relazione con l’espressione di azioni potenzialmente nocive a livello dell’integrità fisica. Il rischio infatti è normalmente associato all’idea delle possibili conseguenze di un dato comportamento. L’uso di alcol o di droghe, tipico esempio di comportamenti a rischio, è stato riferito da alcuni autori (M. Plant, M. Plant, 1992) all’inclinazione biologica individuale ma, almeno inizialmente, è stato attribuito a curiosità. Siccome però la curiosità non è una prerogativa dell’adolescenza e vi sono normalmente persone più curiose o avventurose di altre, va considerata l’eventualità che tale inclinazione possa essere influenzata anche da fattori sociali e culturali (ad esempio il gruppo dei pari e il rilievo dato dai mass media).
Il desiderio di eccellere è una possibile conseguenza della perdita dell’immagine idealizzata dei genitori e l’importanza di innalzarsi, la necessità di condividere il gergo e gli interessi con il gruppo dei pari, magari oltrepassando i limiti e diventando un eroe, diventa per qualcuno un’opportunità per guadagnare la notorietà e il rispetto.
Grazie alla rete di relazioni che l’adolescente instaura con i coetanei può riflettere su se stesso verificando il proprio valore. L’opinione dei pari si configura come elemento di rilievo nella strutturazione del concetto di sé, (E. H. Erikson, 1982) e l’esibizione e l’ostentazione delle proprie capacità può essere un modo per mettere a tacere e dominare il proprio senso di inadeguatezza. Inoltre, la capacità di aggregazione può costituire un rinforzo nel conflitto verso la società degli adulti.
S. Freud (1916) aveva considerato la tendenza a compiere azioni proibite come un sollievo psichico a mitigare la colpa dovuta ai desideri edipici.
Nell’ipotesi psicoanalitica i fattori alla base dei comportamenti devianti sono inoltre correlati a disturbi con le figure parentali e alla presenza di un Io debole.
Non manca tuttavia chi ha visto nel comportamento deviante la risultante di fattori socio-bio-psicologici. (G. Gulotta, 2000)
La pirateria informatica si esplica con azioni che inequivocabilmente sono state definite “crimini”. C. Abrahamsen (1960) ha sottolineato che i desideri che motivano la condotta normale sono gli stessi che conducono all’espressione della condotta criminale. La sola differenza è nei mezzi con i quali si sceglie di esprimere le pulsioni o gli istinti, ed inoltre l’oggetto dell’aggressione, che può essere la società o i suoi membri. Fattori quali la motivazione e la spinta all’azione sono quelli che determinano il passaggio da un’inclinazione antisociale all’atto criminale vero e proprio.
Le tendenze antisociali possono tuttavia essere represse e sublimate.
La differenza tra chi compie atti criminali e chi non li compie risulta dunque essere di tipo quantitativo piuttosto che qualitativo e questo, da un punto di vista teorico, sembra anche riflettere la differenza tra lo stile degli hacker e quello dei cracker. Abrahamsen (1960) ha anche messo in risalto il pattern criminogenico del nevrotico, che è determinato da una forma di nevrosi ossessivo-compulsiva in cui la nevrosi ossessiva funziona come difesa contro gli impulsi aggressivi o antisociali di una persona.
L’adolescenza corrisponde per J. Piaget (1951) all’ingresso nella fase delle “operazioni formali” in cui si instaura la capacità di ragionare prescindendo dalla situazione concreta e presente. Il giovane incomincia a pensare per ipotesi e ad esaminare le variabili presenti nel campo delle possibilità fino a giungere alla fondamentale distinzione tra pensiero e realtà.
Il mutamento delle strutture logiche e lo sviluppo del ragionamento innesca, insieme all’evoluzione biologica, la sperimentazione di ipotesi e teorie.
In questo periodo sono anche presenti caratteristici sentimenti di ansia e depressione (M. Bernardi, 1998) e l’adolescente può talvolta mostrare delle vere e proprie crisi di rifiuto della realtà. Il superamento di questo stato di disagio e frammentazione rappresenta un passo decisivo verso l’individuazione e la costituzione del senso d’identità.
L’ansia conflittuale presente in questo periodo è stata paragonata a quella che il bambino ha già sperimentato verso la fine del secondo anno di vita (P. Blos, 1962).
L’adolescente possiede, a livello del suo spazio interno, risorse sufficienti a gestire i conflitti in modo relativamente autonomo (A. Palmonari, 1999). Egli deve abbandonare i sogni megalomanici che erano appartenuti all’infanzia relegandoli alla fantasia fronteggiando il senso di timore e di panico che ne deriva. La difficoltà a portare a compimento questo difficile compito, secondo P. Blos (1962) è il motivo per cui molti adolescenti cercano di rimanere indefinitamente in una fase transizionale, in una condizione che egli definisce “adolescenza prolungata”.
S. Turkle ha paragonato il computer a un oggetto transizionale, un luogo sicuro che qualcuno vorrebbe non lasciare mai, al pari di quegli oggetti (come la copertina di Linus) a cui i bambini fanno ricorso al momento dell’esplorazione del mondo oltre la culla, interpretati dapprima come inseparabili da sé e successivamente abbandonati pur mantenendone l’esperienza.
L’impegno a sostenere le fatiche dell’hacking e il senso di superiorità che ne deriva potrebbe essere sorretto da quello che Piaget aveva definito “egocentrismo idealistico” (J. Piaget, 1969) nel quale l’adesione incondi-zionata all’ideologia si realizza attraverso la convinzione di essere tipi eccezionali e che ogni cosa dipenda direttamente dalle proprie azioni. Dalle illusioni su se stessi può emergere anche la megalomania, ed è questa, secondo M. Bernardi (1998) che può anche spingere l’adolescente sulla strada opposta: quella della criminalità.
Un altro elemento che sembra interessante considerare è il mutamento della prospettiva temporale. Secondo K. Lewin (1951), essa tende ad aumentare durante lo sviluppo ed è in quest’ottica che i livelli di realtà e di irrealtà “vengono gradualmente differenziandosi. Ciò che viene sognato o desiderato (livello di irrealtà del futuro) viene separato da quanto ci si attende a (livello di realtà) dal futuro.” (K. Lewin, 1948, p.70). Naturalmente le persone di tutte le età sono influenzate dal modo in cui vedono il futuro, ovvero dalle proprie aspettative, timori e speranze. Ma Internet, come hanno osservato i sociologi P. Schramadei e A. Imogen Ivir, ha alterato il significato dello spazio e del tempo quali elementi basilari dell’interazione sociale.
Lewin ha guardato alla socializzazione dell’adolescente ponendo particolare attenzione al livello interattivo. La teoria del campo individua uno spazio di interazioni che è funzione dello stato della persona e delle caratteristiche dell’ambiente psicologico. L’adolescente, in bilico tra il mondo dei bambini e quello degli adulti vive una condizione di marginalità che, come ha osservato R. Martinelli (1975) oscilla tra comportamenti diametralmente opposti, non desiderando appartenere al gruppo dei compagni più giovani e nello stesso tempo non avendo ancora i requisiti per essere pienamente accettato dal mondo degli adulti.
L’integrazione nel gruppo dei pari ha lo scopo di promuovere le funzioni di socializzazione ai valori e alle responsabilità richieste nel mondo adulto.
La scarsa coscienza sociale attribuita agli hacker induce però a domandarsi se non vi siano carenze in questo senso.
S. Turkle (1984) ha osservato che ”Internet è un elemento della cultura informatica che ha contribuito al pensiero dell’identità come molteplicità. E’ su Internet che si riesce a condividere un sé che fa ricorso a molti sé”. (S. Turkle, 1984, p. 265)
L’adolescenza è il periodo in cui è centrale la ricerca dell’identità e i mutamenti del corpo innescano una ridefinizione globale dell’esperienza. Le prese di posizione degli hacker presentano ricorrenti allusioni al disagio esistenziale e alla necessità di trovare una definizione di sé.
Nel mondo della Rete, l’identità è solo un concetto per via dell’impossibilità di dimostrare fisicamente la propria presenza; la scelta poi di celare anche quel poco di sé che è espresso nel nome, fa sì che l’unico modo per affermarsi sia quello di compiere qualche grande impresa, qualcosa per cui sia possibile essere considerato “un eroe”.
La maschera dell’Io presentata in rete è solo un’alternativa alle molteplici maschere presenti e passate di cui l’individuo dispone e questo permette di capire perché un numero sempre maggiore di persone “avvii relazioni sociali senza mai incontrarsi nel senso più comune del termine”. (A. R. Stone, 1995) Ciò è ovviamente possibile grazie alle tecnologie che consentono una “comunicazione mediata”. L’identità, arricchita da “protesi comunicazionali”, diviene qualcosa di fluttuante.
Gli hacker secondo la Stone, fanno ampio uso di “protesi tecnologiche” e di una tecnologia avanzata che usano per modificare se stessi e la configurazione delle loro macchine, insieme e separatamente, ma, soprattutto, utilizzando il computer per sviluppare forme di interazione sociale non ordinarie “nel corso delle quali la loro identità si modifica e viene modificata. Il computer non è soltanto uno strumento ma un teatro di esperienza sociale (A. R. Stone, 1995, p. 27) il soggetto multiplo “è l’elemento socializzante all’interno della rete”. (A. R. Stone, 1995, p. 47)
L’utilizzo della tecnologia, che amplia la dimensione corporea per virtù delle macchine (in questo caso del computer) fonde la base biologica del corpo con quella tecnologica nel proiettare l’individuo nell’insieme delle relazioni con conseguenze sull’identità personale.
L’idea del cyberspazio è nata con il romanzo di W. Gibson, “Neuromante”. Quando si utilizza un BBS, o quando più semplicemente si fa una prenotazione aerea via computer, si è già nel cyberspazio, a ragione definito un “teatro di acrobazie verbali”. (J. C. Herz, 1995).
Per B. Sterling, anche se non è “reale“, nel senso che siamo soliti dare al termine, ”il cyberspazio è un posto vero, dove accadono delle cose che hanno delle conseguenze tangibili” (B. Sterling, 1992, p. 11)
I pirati informatici non sono ovviamente i soli personaggi presenti sulla rete, ed è possibile allargare il campo di osservazione ad altri ambiti virtuali per meglio comprendere l’influenza del medium sulla stabilità dell’identità. Sembrano infatti esistere numerose caratteristiche che accomunano gli hacker, che dedicano il loro tempo libero all’assalto dei sistemi, a chi frequenta i MUD e le Chat-line con un’assiduità tale da indurre lo sviluppo di fenomeni di dipendenza da computer (IAD).
I MUD (Multi-User-Domains o Multi-User-Dungeons) sono roleplain in cui la personalità dei partecipanti viene progressivamente definita nell’interazione con gli altri giocatori. (G. Presti, 1997) Molti MUD sono programmati per espandersi dando modo agli utenti di aggiungere stanze, oggetti, ingressi, uscite, ma la particolarità più interessante è che ciascuno può scegliere se assumere un’identità prestabilita (di default), oppure se costruirne una su misura. Come ha osservato G. Presti (1997), sarebbe particolarmente interessante andare a verificare le corrispondenze/differenze tra la personalità dell'avatarr (identità grafica) e quella dell’individuo che rappresenta.
I MUD sembrano infatti i luoghi privilegiati per la rappresentazione di un sé ideale, costruito in forma di testo, che può essere anche molto diverso dalle condizioni reali. (S. Turkle, 1997)
Il tema della ricerca dell’identità è stato riconosciuto come tema centrale dell’adolescenza (Erikson, 1968) e l’anonimità sperimentabile online ha il vantaggio di permettere la libera espressione delle parti inesplorate del proprio sé e nello stesso tempo consente di saggiare nuove identità.
Ciò che va ricordato, in ogni caso, è che dinanzi ad ogni schermo e dietro ad ogni tastiera ci sono esseri umani in carne ed ossa, persone con pensieri, emozioni e idee.
L’attrattiva esercitata dalle chat e dai giochi in ambiente virtuale ha dato origine a un fenomeno nuovo: la dipendenza da Internet, assimilata per le sue caratteristiche ai fenomeni di dipendenza conosciuti.
Il giudice che si occupò del caso del celebre K. Mitnick, insieme alla pena per i numerosi crimini informatici, lo condannò a seguire obbligatoriamente un programma di recupero del tipo di quelli ordinariamente praticati nelle dipendenze.
Alcuni Autori ritengono che il rischio psicopatologico connesso a Internet sia intrinseco alle caratteristiche stesse della rete, che permette qualcosa di più della fuga dalla realtà: l’abbattimento delle barriere spazio temporali. (G. Presti, 1997; K. S. Young, 1998).
Le persone si collegano, giocano, leggono e, senza essere viste, guardano. Fare il guardone nel cyberspazio è per C. Herz lo stadio larvale del ciclo di vita del rete-dipendente.
La mancanza del contatto diretto facilita l’interazione, e anche la soddisfazione derivante dalla possibilità di essere diversi da quello che si è può spingere a un uso eccessivo di Internet. (http://aspic.it/news/4_news.html)
La rete in questo senso favorisce anche la creatività e alcuni studi in questo campo sembrano dimostrare il principio basilare dell’etica hacker secondo cui chi è veramente curioso e creativo lo è rispetto a tutti i campi del sapere e della vita. Negli studi che considerano la capacità creativa come l’insieme di varie capacità e le capacità di flessibilità mentale, e originalità siano indipendenti dal tipo di lavoro creativo che le persone possono intraprendere. (A. Bassi e A. Santoni Rugiu, 1969)
La diffusione di Internet ha creato nuove opportunità, ma anche nuovi problemi e ha presentato al mondo tensioni che altrimenti sarebbero rimaste nascoste. La tecnologia l’ha resa alla portata di tutti, e chiunque si sia lasciato coinvolgere ha contribuito alla costruzione di un mondo parallelo. La sola presenza in rete con una home page significa esistere in una dimensione parallela a quella delle real life. Il cyberspazio è stato colonizzato da impiegati, casalinghe studiosi, letterati, medici etc. e anche da giovani hacker.
Un’analisi più approfondita del fenomeno hacker potrebbe mirare a cogliere a fondo i significati delle azioni criminali, e un’analisi di quella realtà che è Internet potrebbe richiedere, per la sua complessità, di essere affrontata in senso pluridisciplinare, senza trascurare le valenze psicologiche che il contesto culturale tende ad escludere.
E’ recente la notizia della Convenzione sul cybercrimine, il primo trattato internazionale diretto a regolamentare i reati commessi usando Internet e le altre reti informatiche e a combattere soprattutto le violazioni del diritto d’autore, frodi, pornografia infantile e violazioni della tutela dei dati riservati, comprese le intercettazioni. (http://www.mediamente.rai.it/news/tematiche/)
I “guerrieri dell’Informazione” non si fermeranno per questo, e c’è chi fa illazioni sui possibili guadagni politici ed economici associati con i crimini telematici.
Qualcuno però, sull’esempio di Raul Chiesa, l’hacker italiano diventato famoso per le sue imprese tra il 1986 e il 1995, la cui carriera è stata segnata dall’arresto per la violazione del sistema informatico della Banca d'Italia, è già passato dall'altro lato della barricata, ovvero dalla parte delle stesse aziende che una volta si divertiva a violare. Chi meglio di lui può aiutarle a difendersi dai pirati del cyberspazio?
Le stesse Università cercano di rispondere al sempre maggiore bisogno di sicurezza con l’attivazione di corsi di perfezionamento anti-hacker. “La specializzazione in pirateria informatica punta l’attenzione sulla sicurezza della Rete, ed ha l’obiettivo di formare figure professionali capaci di progettare servizi telematici e controllare o prevenire le azioni degli hacker ed il danno dei virus...”
Per saperne di più, per conoscere a fondo i problemi, qualcosa si può fare: si possono comperare libri e si può discutere con le persone.
Ma si può anche semplicemente cercare in rete, proprio come fanno gli aspiranti pirati che desiderano apprendere le tecniche di intrusione...
BIBLIOGRAFIA