Cyberpsicologia e i nuovi contesti della professione di psicologo


Giovambattista Presti

Il mondo digitale è composto da bit, un termine introdotto nel 1946 dallo statistico John Tukey, concatenando le parole binary (binario) e digit (numero), per indicare l’unità minima di informazione. Il codice “binario” possiede solo due stati, descritti da due “numeri”, 0 e 1. Come ci ricorda Nicholas Negroponte nel suo Essere digitali, nel mondo digitale non esistono cinema, giornali, musica, ma solo concatenazioni di 0 e 1 che “rappresentano” cinema, giornali, musica, ma anche intere molecole o addirittura parti del corpo umano. La riduzione di “atomi” a “bit”, per mantenerci all’interno della metafora di Negroponte, consente di immagazzinare e manipolare testi, brani musicali, fotografie e video. La creazione di sistemi adatti a trasmet-tere bit ne ha reso possibile l’invio a distanza. Col tempo, questi sistemi si sono connessi tra di loro e le macchine hanno iniziato a dialogare attraverso comuni linguaggi, rendendo possibile la diffusione della Internet su scala planetaria.

Progressivamente la Rete diventerà sempre più ubiquitaria, gli strumenti di accesso si moltiplicheranno e ognuno di essi sarà in grado di assolvere più funzioni. Come oggi siamo in grado di far funzionare con un solo telecomando il televisore, il video registratore, il decoder del satellite e l’impianto stereofonico, così domani un PDA (Personal Digital Assistant), dotato di un collegamento senza fili (wireless), potrà fungere da telecomando, portafoglio digitale, telefono cellulare, tessera di identità, pager, libro, macchina fotografica e monitor per accesso al Web e alla posta elettronica. Alla Rete non si porrà più attenzione. Fra qualche tempo, nel periodo della sua maturità, non si parlerà più della Internet, come adesso non si parla più dell’assenza di cavi nel telegrafo, se ne darà per scontata l’esistenza. In questo senso, tenderà, in pratica, a scomparire. Questa è la “terra” promessa dall’industria dell’informazione, idea che aizza schiere di sostenitori incondizionati e di critici altrettanto agguerriti, l’una contro l’altra armate di argomenti legittimi (di ordine politico, sociale, economico) sia pro sia contro. Ovunque ci si collochi, l’unico modo per potere trarre il maggiore vantaggio da un inevitabile progresso consiste sempre nel governarlo, evitando di esserne travolti.

Obiettivo di questo intervento è di stimolare la riflessione attorno al nuovo medium osservandone la prospettiva con gli occhi della psicologia. I contributi che questa disciplina può fornire fanno sostanzialmente capo a due classici settori della ricerca: analisi dei processi di base e applicazione delle conoscenze sviluppate per migliorare gli aspetti critici del vivere quotidiano. Che cosa ha di speciale uno schermo per computer? Quali modifiche apporta il suo impiego alla comunicazione, all’evento psicologico così come lo conosciamo? Quali sostegni specifici offre la connettività al miglioramento delle relazioni personali? È possibile creare e mantenere relazioni stabili laddove le distanze siano colmate “artificialmente”? Possiamo utilizzare efficacemente ed efficientemente questa piattaforma digitale per il delivery di servizi “psicologici”, in primo luogo di tipo clinico ed educativo? Dimentichiamo per un attimo la Internet e le immagini che vengono evocate dalla lettura di giornali e riviste. Concentriamoci sulla Rete e pensiamola solo come tale, ovvero come insieme di linee, di dispositivi di accesso e di software in grado di trasportare immagini, suoni, testi e dati. Quali novità, quali spazi apre allo psicologo un network digitale in cui i segnali oggi viaggiano da computer a computer e domani saranno solo una nuvola elettronica di dati afferrabili da diversi strumenti? Cosa comporta questo quadro? Quali opportunità si aprono per il ricercatore e il professionista nella/e società interconnessa/e?

Internet come strumento di delivery

La psicologia, in qualità di disciplina che studia il comportamento e le interazioni umane, può e deve estendere le sue metodologie d’indagine scientifica all’analisi e alla comprensione dello strumento Internet, puntando la sua attenzione, per esempio, alle dinamiche sociali, al telelavoro, alla consulenza e al training on-line, senza tralasciare gli aspetti più squisitamente tecnici, come l’ipertestualità o le interfacce, che appunto su principi derivati dalla psicologia sperimentale sono fondati. Il segnale digitale creerà nuove occasioni per studiare, fra l’altro, il modo migliore di trasmettere le conoscenze, di guidare il navigatore nelle strutture ipertestuali della rete, di contattare campioni più vasti di soggetti per le proprie ricerche e di offrire servizi clinici a domicilio dell’utente. Chi ha una formazione in psicologia dell’educazione, clinica, sperimentale, cognitiva, comportamentale, del lavoro avrà nuove occasioni per applicare sul piano lavorativo e della ricerca le proprie conoscenze a contesti e situazioni che non erano nemmeno prevedibili fino a pochi anni fa. Alcune fra queste nuove applicazioni sono già disponibili, altre lo saranno. Si rileva comunque l’assenza di un corpus organico di ricerche che indirizzi questi temi e li integri nel “mainstream” della Psicologia. Forse, in qualche modo, siamo ancora pochi coloro che si occupano di Psicologia e Internet e il “computer” rimane uno strumento alquanto lontano dalla prassi professionale dello Psicologo.

Gli esempi che sono sotto gli occhi di tutti rimangono fortemente suggestivi di queste potenzialità:

·         E-learning – I PC, la Internet, il WWW stanno progressivamente modificando il volto dell’insegnamento a distanza, con l’introduzione di una comunicazione bidirezionale e multilivello, e già si intravede la prossima rivoluzione costituita dalla realtà virtuale, dai sistemi basati su algoritmi di intelligenza artificiale e di knowledge management. Chi si iscrive oggi all’università è figlio del post-Commodore 64, non ha conosciuto il mondo senza computer, forse non ha mai visto una macchina da scrivere non elettrica e il computer e i videogiochi sono diventati elementi comuni della sua vita quotidiana, come il televisore lo era diventato per la generazione precedente. Le opportunità e gli strumenti da esplorare sono diversi anche se rimangono a oggi risolte questioni fondamentali legate all’efficacia dei modelli impiegati in relazione anche ai fini dei diversi corsi.

·         Ipertesti e interfacce per la navigazione – Oggi si parla tanto di usabilità dei siti Internet. Le interfacce di navigazione devono essere in grado di rispondere sempre a tre domande fondamentali per l’utente: “dove mi trovo?”, “dove sono stato?”, “dove devo andare?”. Purtroppo tale problema viene affrontato sempre da ingegneri di sistemi (in genere informatici) e mai da ingegneri del comportamento e della cognizione (leggi psicologi), che avrebbero gli strumenti per poterlo fare. I problemi della Human Computer Interaction (HCI) rimangono centrali alla navigazione dei siti Web e all’uso dei servizi diffusi attraverso la Internet. Anche in questo contesto occorre che lo psicologo sia propositivo, puntando a guidare l’innovazione tecnologica anziché subirla.

·         Counseling e psicoterapia on-line – Su questo punto non mi soffermerò dato il numero di relazioni presenti in questo convegno. Occorre però rilevare che siamo ben lontani ancora, nonostante numerosi e validi esempi da una definizione precisa dei metodi e degli ambiti di applicabilità, nonché della loro efficacia ed efficienza, assoluta e in relazioni ai setting tradizionali.

·         Psicopatologia – Ansia e stress da computer sembrano essere un evento che si presenta con frequenza crescente anche in nazioni in cui l’alfabetizzazione informatica è molto più diffusa rispetto alla nostra. Una società fortemente informatizzata avrà bisogno di esperti che possano affrontare questo fenomeno e offrano strumenti agli utenti per superare tali disturbi. Benché il sensazionalismo mass mediatico abbia in passato calcato la mano su casi di dipendenza da Internet è indubbio che per tipologie selezionate e ben individuate di persone questo disturbo possa essere talmente pervasivo da assurgere a patologia. Tuttavia come ogni categori patologica proposta all’interno di un sistema nosografico, anche il disturbo da dipendenza da Internet deve comunque superare lo scoglio della ricerca empirica, che dovrà dimostrare che non si tratta di una semplice etichetta priva di ogni validità esterna. Lo stesso termine dovrà essere probabilmente rivisto alla luce dei dati emersi dalle ricerche empiriche. In tutte le indagini, infatti, la dipendenza dei soggetti sembra non derivare tout court dallo strumento, ma piuttosto dalle relazioni che lo strumento veicola.

·         Ricerca on-line - Ogni piccolo progresso tecnologico contribuisce ad arricchire la psicologia sperimentale di metodologie innovative, aumentando nel contempo il rigore delle ricerche. È accaduto con la strumentazione inventata da Pavlov per registrare risposte in dipendenza di precisi eventi ambientali. Allo stesso modo, la commercializzazione del videoregistratore ha migliorato le tecniche di osservazione e misurazione durante le ricerche in laboratorio e, ancor di più, in situazioni di vita reale. L’uso del Web non è che un ulteriore strumento di progresso tecnologico, naturale evoluzione di un processo che era iniziato durante gli anni ’70 con l’introduzione del computer nel laboratorio di psicologia, in grado di assicurare un ambiente maggiormente standardizzato per la conduzione delle ricerche. Un esperimento condotto attraverso la Internet presenta, in un certo qual modo, una maggiore potenza ecologica, incrementando la validità esterna del dato. Come avviene per ogni innovazione, è necessario assicurarsi che il metodo realizzi effettivamente ciò che pretende di fare.

·         Gruppi di lavoro on-line – La ricerca scientifica oggi è sottoposta a ritmi sempre più serrati. La Rete è uno strumento di comunicazione in grado di favorire l’aggregazione e la crescita di gruppi collaborativi. Una rete di nodi cooperanti fornisce un valido supporto all’evoluzione della conoscenza pensata proprio in termini darwiniani come genesi della variazione (delle idee), loro selezione e trasmissione. Ogni membro della rete può rappresentare una maglia di una catena a-centrata di elaborazione, che funziona sia da sorgente sia da bacino. È intuitivo il valore di un gruppo così organizzato che promuova la ricerca sperimentale, la revisione critica dei risultati e delle teorie e consolidi il patrimonio acquisito. Noi che partecipiamo a questo convegno con relazioni, con la “navigazione” o con interventi sui canali IRC diamo, ritengo, il migliore esempio della validità di questo modello collaborativo implementabile attraverso la Rete.

È impossibile essere esaustivi nel descrivere le occasioni che il mondo dell’interconnesione potrà in futuro offrire allo psicologo. Egli espanderà l’uso della Internet a compiti che vanno oltre quello “tradizionale” di veicolare informazioni. Basti pensare a come il lavoro a distanza modifichi le relazioni fra lavoratore e azienda, fra lavoratore e colleghi, imponga altri criteri di selezione del personale e diverse modalità di gestione della carriera e delle incentivazioni. Il marketing on-line, d’altra parte, spostandosi nel campo della comunicazione mediata dal computer, deve arricchirsi di nuovi strumenti di analisi dei comportamenti dei consumatori che possono essere sviluppati col contributo della psicologia sociale e del comportamento.

Internet come laboratorio

Non dobbiamo dimenticare che attraverso i bit siamo attualmente in grado di rappresentare o, addirittura, “costruire” nuovi mondi nel cui interno si riescono a creare relazioni talmente forti che i frequentatori arrivano a percepire come reali. Il medium digitale rappresenta, pertanto, un nuovo paradigma per migliorare la comprensione dei processi psicologici di base e un modello sperimentale per isolare le variabili che intervengono nella costruzione dell’evento psicologico. Le domande che le tradizionali ricerche di psicologia sociale e dei gruppi, si pongono possono ricevere risposte, magari non definitive ed esaustive, studiando, per esempio, le comunità virtuali, analizzandone i meccanismi di funzionamento, i modelli di relazioni e l’impatto che esse hanno sulle comunità “reali”. In altre parole, la Internet assume, per lo Psicologo, anche il valore di laboratorio in cui conoscenze consolidate possono essere messe alla prova, per essere confutate o ampliate con nuove acquisizioni. Probabilmente non c’è bisogno di formulare nuovi principi per promuovere una psicologia del cyberspazio: sarà sufficiente, in prima istanza, applicare principi già noti e verificare eventuali differenze che la comunicazione mediata dal computer impone. Anche in questo senso le testimonanzia prodotte in letteratura, sia pure scarne, ci confortano sulla bontà di questa indicazione.

Riteniamo che, da un lato, si debba rigettare ogni adesione fideistica a Internet che la trasformi in divinità onnipotente, ma che, dall’altro, non si possa rinunciare a esplorare con diligenza e metodo le opportunità che essa offre. Proprio in quanto scienza sperimentale, in grado di modificare assunti e applicazioni sulla base del dato empirico, la psicologia può fornire un contributo importante allo sviluppo di strumenti che, in ultima analisi, migliorino la qualità della vita di ogni individuo. Del resto, è Internet stessa a costituire una piattaforma ideale per la sperimentazione e la continua verifica empirica. Occorre pertanto aprire nuovi filoni di ricerca e ampliare quelli esistenti fino ad abbracciare anche il mondo digitale della Rete. Senza dimenticare che l’accesso alla Rete, benché globale, non è uniforme in ogni parte del globo, per assenza di infrastrutture e soprattutto per mancanza di quelle conoscenze basilari che sono necessarie per potere usufruire dei ser-vizi della Internet. Se non è compito degli psicologi, bensì dei politici, colmare il digital divide, rimane compito dello psicologo ricercare e attrezzare la strada che porta ad apprendere l’uso degli strumenti informatici.

Non passa giorno che su riviste e giornali non vengano osannati i vantaggi che la diffusione capillare di una rete di interconnessioni globale può offrire a ogni persona in tutti gli angoli del globo. La new economy è diventato lo slogan per vendere non solo computer, ma anche sogni di ricchezza, e la “chiocciolina”, simbolo della posta elettronica, ha assunto il rango di onnipresente segno di “modernità”. In questo scenario quotidiano non biso-gna dare per scontato che l’innovazione tecnologica sia sempre e comunque buona o sempre e comunque malvagia. Tra fautori e detrattori, esiste una posizione intermedia che riteniamo vada adottata e, soprattutto, sostenuta con dati provenienti dalla ricerca di laboratorio e applicata. Occorre riconoscere che le prospettive che lo sviluppo della Internet può aprire allo psicologo professionista e al ricercatore non siano ancora solide e come molto lavoro debba essere fatto perché vengano chiariti i pro e i contro dell’approccio digitale a settori come clinica, scuola, comunicazione e ricerca.

Oggi, soltanto a qualche anno di distanza dall’inizio della diffusione su larga scala della Internet, diamo tutto per scontato, la posta elettronica e l’efficacia della comunicazione, “il mondo che vorrei” e the next thing. Se, come tutto lascia intendere, stiamo andando verso una società digitale, occorre ammettere che non siamo sufficientemente preparati a confrontarci con essa e che l’auspicio di governare lo sviluppo piuttosto che subirlo deve trovare ancora solidi riscontri. Certamente, quando la Rete “scomparirà”, rimarranno gli individui e le loro interconnessioni. Con l’affievolirsi dell’importanza data al cavo e al terminale di collegamento, acqui-steranno sempre maggiore rilievo le persone connesse alla Rete e le loro rela-zioni. La Internet potrà, così, ancor più evidenziare la sua caratteristica di essere essenzialmente uno strumento di comunicazione tra individui. La tecnologia che stiamo utilizzando, pur essendo ancora giovane, produce già un impatto tangibile sulla nostra vita quotidiana, sia come esperienza interiore, sia come modo di interagire con gli altri. Appare sempre più pressante, quindi, la necessità di studiare e programmare lo sviluppo delle co-municazioni attraverso le Reti, non solo da un punto di vista squisitamente tecnologico. Una società che smettesse di pianificare il suo futuro, sfruttando le opportunità dell’innovazione tecnologica, diverrebbe una società sterile. Una società che si facesse trascinare dagli eventi, senza indagare sulle sue possibili conseguenze, sarebbe distrutta. Occorre essere in grado di anticipare l’impatto della tecnologia sulle relazioni umane per comprenderne i vantaggi e ridurne gli aspetti negativi.

La Rete di individui è un valore, non solo economico come viene sbandierato dai teorici della new economy, ma umano. Dall’analisi di quanto fin qui riportato emerge chiaramente come la costruzione del “nuovo mondo” non possa essere delegata esclusivamente agli ingegneri informatici: la psicologia e le scienze sociali possono e debbono dare il loro apporto. La comunicazione digitale segue regole peculiari, la cui conoscenza consentirà di utilizzare al meglio la Rete. D’altra parte la new economy, come ogni econo-mia, è fondata su connessioni e relazioni che sostengono gli scambi e garan-tiscono i profitti. Far funzionare tali connessioni e relazioni non è solo una questione di hardware e software, ma di fattore umano, come ormai tutti i guru dell’economia tendono a sottolineare. Dietro le parole più trendy (viral marketing, permission marketing o care economy), gli oracoli della nuova economia camuffano semplicemente l’importanza del fattore umano, della comunicazione efficace e della relazione. È facile prevedere che nel prossimo futuro l’interesse si sposterà sempre più dalle ricerche su “come trasmettere il segnale digitale più velocemente” alle ricerche su “come far comprendere al meglio il segnale digitale che si sta inviando”, un terreno congeniale a chi, come lo Psicologo, di comunicazione si occupa direi “per definizione..

Alla costruzione di come possano essere gestite queste relazioni, di come possano essere ampliate, di come possano essere migliorate deve guardare lo psicologo. Molto resta da conoscere su temi quali identità on-line, reti sociali, comunità on-line, dinamiche di gruppo, anonimato, flame, sessualità e affettività, violenza sessuale e aggressività in ambienti virtuali, conflitto e cooperazione, comportamenti altruistici on-line, per limitarci ad alcuni esempi. Dobbiamo apprendere molto anche sui disturbi comportamentali da dipendenza da ambienti e relazioni legate alla Internet e, ove fossero da considerarsi patologici, dobbiamo ancora elaborare le terapie più efficaci per affrontarli.

Lo psicologo e la e-society

Esiste, infine, un aspetto delle relazioni on-line che al momento viene relegato nel campo delle “trovate pubblicitarie”, ma che, con lo sviluppo della Rete e dei meccanismi di automazione delle funzioni di comunicazio-ne, troverà sempre maggiore applicazione nel futuro: gli individui digitali. Come abbiamo accennato nel capitolo precedente, furono gli psicologi a inventare alla fine degli anni ’60, Eliza, il primo “essere” digitale in veste di psicoterapeuta rogersiano.

La ricerca, nell’ambito dell’intelligenza artificiale, si è sviluppata nel corso degli anni, al punto che molti individui virtuali popolano i MUD e le chat dando il benvenuto ai nuovi visitatori.

Attualmente alcuni “robot” in gonnella, dai nomi accattivanti come Ananova, annunciatrice di videogiornali, o Webbie Tokay, modella, o ancora Kyoko Date, popstar giapponese, sono diventati protagonisti del Web e idoli di molti, giovani e meno giovani. Al di là del fenomeno di costu-me e dell’analisi sociale e semiotica che può essere compiuta, le identità digitali rappresenteranno per lo psicologo una doppia sfida.

Sul piano dello studio delle relazioni in ambienti virtuali, occorrerà comprendere quali tipi di comportamenti cognitivi e affettivi possa innescare la comunicazione con un essere artificiale che risponde (quasi) come un uomo.

Il test di Turing, volto a decifrare se dietro uno schermo si celi un uomo o un computer, sarà nei prossimi anni il rovello di tutti coloro che si connetteranno in Rete. Siamo certi che la persona con cui siamo entrati in empatia su una chat, con la quale comunichiamo attraverso una tastiera sfruttando la simbologia del linguaggio, sia proprio chi dice di essere e non un sofisticato robot che ci sta ingannando?

E se fossimo vittima del suo fascino? Dopotutto il caso non è così raro.

Come per ogni popstar vi sono fan club di Kyoko Date in tutto il mondo, il Web è pieno di siti che ne celebrano le lodi e i suoi dischi vengono venduti a valanghe. Eppure tutti i fan sanno che in realtà Kyoko non esiste. La seconda sfida riguarda proprio la costruzione di identità digitali.

L’esecuzione di una serie di funzioni automatizzate, come rispondere a un set prefissato di domande, o l’attuazione di operazioni che richiedano un notevo-le impiego di tempo, come cercare il prezzo migliore di un determinato bene, saranno devolute con sempre maggiore frequenza a programmi di intelligenza artificiale. Questi programmi verranno “vestiti” con precise identità allo scopo di renderli più vicini all’utente e al modo in cui egli agisce, dal momen-to che il più potente sistema basato sulla conoscenza diventa inutile se l’utente non può comunicare con esso in maniera facile ed efficiente.

Anche se molti specialisti di ingegneria informatica non ammetteranno facilmente il bisogno di essere affiancati da un esperto di scienze sociali e cognitive nello sviluppo di s o f t w a re, è vero che qualsiasi artefatto da essi costruito sarà destinato natu-ralmente a fallire, o a essere utilizzato solo in modo stereotipato, qualora non rispecchi l’utente e la sua modalità di relazione con l’ambiente artificiale.

Come afferma Mantovani (1995), “ciò comporta […] la costruzione, faticosa ma necessaria, di una solida cornice culturale che integri gli aspetti tecnolo-gici e quelli sociali in un’unica visione degli artefatti-in-contesto”. La creazione di una simile cornice implica un cambiamento di prospettiva nell’ingegneria informatica, che lo psicologo deve stimolare e guidare, ancor più indi-spensabile nel momento in cui i computer si sono evoluti da strumenti di calcolo a mezzi di comunicazione: implica, in sostanza, l’esigenza consapevole di pensare all’uomo prima di programmare la macchina.