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torsolo

Paura del nulla dopo la morte

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Questa cosa mi perseguita da quando avevo 13 anni. Quando è iniziato tutto, è stato orribile. Questa sensazione mi è balzata nella mia vita senza preavviso. A 13 anni piangevo la notte perché non volevo morire. Non perché ho paura del "morire", cioè di cosa proverò prima di andarmene, ma del nulla che ci sarà dopo. Questa è la mia visione del "dopo", sarà anche una mia opinione personale, ma questa certezza è così vivida che non ci posso fare nulla. Perché io vorrei credere in qualcosa, in una religione, in un'esistenza dopo, in qualsiasi cosa, ma non riesco. Quindi inutile dirmi di non dare nulla per scontato e che magari dopo la morte ci saranno i pony ai cancelli pronti ad accogliermi in un mondo fatto di fiori, può anche essere, ma saltate questa parte. Perché non è così. Almeno non per me.


Ritornando al punto. Questa paura di non esistere più. Mi aveva lasciato andare per un po'. Poi la tormenta si è calmata, anche se ci pensavo il panico non mi assaliva, qualche volta sì, ma molto di rado. Mi ero detta di non pensarci più per i prossimi 50 anni, perché comunque non ci potevo fare nulla. Ogni tanto l'ansia tornava, ma non durava più di qualche giorno. Ora di anni ne ho 21, ed è tornato. Più forte che mai. Non c'è giorno che non piango. Finisco a passare intere notti in bianco piangendo e facendo fatica a respirare. Non c'è azione, pensiero o cavolata che mi ricordi che sono un corpo mortale. Che un giorno non esisterò più. Che anche se esiste la reincarnazione o qualsiasi altra cosa, fra un po' di tempo la Terra non esisterà più, nulla di tutto ciò che abbiamo qui esisterà più. Come se non fossimo mai esistiti. Come un formicaio coperto da asfalto. Nessuno saprà che è esistito. Non ho paura che il mio, nostro ricordo non rimarrà impresso nella mente di qualcuno/qualcosa. Ha paura che quando morirò ci sarà il vuoto, un oblio, zero, nulla, come prima di nascere. Non voglio. Non riesco ad ammazzare una zanzara perché non voglio che faccia questa fine. So che quando morirò tutto questo non mi tormenterà più. Altro tema che potete fare a meno di citare. Ma non riesco a vivere serenamente per questo, anche se ci metto l'anima per pensare ad altro o cerco di sopprimere l'ansia che sento stia per assalirmi, non mi lascia mai andare via del tutto. Guardo le persone e vedo solo un ammasso di futuri corpi persi nel nulla.


Lo scrivo qui non per cercare una soluzione, in qualche modo ci dovrò convivere, aspetto solo che passi anche questa tempesta. Scrivo per cercare altre persone come me. Che mi capiscono. Quindi non rispondete se non siete una di quelle. Se ciò che scrivo corrisponde alla vostra esperienza rispondetemi. Ho letto casi molto simili al mio in giro per internet. Contattatemi. è l'unica cosa che non mi fa sentire completamente sola.


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Io invece temo che ci possa essere qualcosa dopo la morte, questo in realtà mi spaventa. .quando muoio vorrei spegnermi e basta, non stavo male prima di nascere non ci stavo e basta, perché dovrei aver paura di ciò. .ma pultroppo sembra dagli ultimi studi che non basta morire per stare in pace..sembra che tutto indichi che ci sia qualcos'altro di percepibile, l'anima a quanto sembra non muore o almeno secondo la fisica quantistica questo è impossibile che avvenga, il problema è che ancora non sappiamo cosa sia l'anima, ma si sà che esiste, quando stai male non ti portano in sala rianimacorpo, ma in sala rianimazione, perché è l'anima che deve essere rianimata e se può essere rianimata, vuol dire che puo esistere anche esterna al corpo, una sensazione simile si può provare con il sogno lucido, cosa che visto la tua paura che ti intrappola nel corpo fisico ti potrebbe aiutare o far capire che ciò che dai come descrizione di vita sia un po troppo generico, sensa contare che il pianeta terra vivrà o esisterà per altri 5 miliardi di anni e se tu vorresti vivere tanto vuol dire soltanto che non hai idea di quanti siano 5 miliardi di anni..ecco perché appena ho letto e approfondito gli ultimi studi che descrivono una morte soltanto apparente mi ha rattristato e non entusiasmato. .la fisica quantistica si sviluppa anche in mondi che noi non possiamo esplorare col corpo fisico ma che esistono realmente, ciò indica che 3 sistema qualcosa oltre il nostro mondo fisico, ti citava il sogno lucido o ipnacogico, perché riesce a far capire bene come non esiste solo il mondo fisico, fatto di materia con le sue funzioni, ma anche altri mondi che non conosciamo, oltretutto abbiamo avuto tantissimi casi di vera e propria morte, dove poi si è ritornati in vita e si davano descrizioni accurate di tutto ciò che è accaduto durante la morte fisica..e in fine nell'universo tutto parte da uno è una sola e la coscenza, anche se divisa ed esistente in diversi corpi ma sempre una sola è. .

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Ricorda che la coscienza è una sola e che ognuno di noi con il corpo ne viviamo solo una parte e c'è la personalizziamo in base alle proprie esperienze. .quando siamo vivi siamo una parte di coscenza, da morti siamo la coscenza universale...come vedi non ti parlo di Dei o spiriti, perché non credo a queste cose..ma ci sono tante cose che ancora non sappiamo e presumere di saperle con esattezza è sbagliato, non ti disperare di ciò che non sai. .

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aggiungo la mia esperienza xsonale al pensiero molto illuminante di angelo sulla vita dopo la morte. sono sopravissuto 3 volte alla nera signora con la falce e da allora apprezzo maggiormente la mia ed ogni altra forma di vita psicobiologica e non. la fisica quantistca,l'astronomia,la psicanalisi(inconscio collettivo di jung),le religioni,il sutra del loto forniscono risposte confortanti sull'eternità della vita:sta a noi scegliere.sono convinto che arroganza ed egoismo accecano le nostre menti/coscienze nella visione/ricerca della verità o dell'essenza della vita universale e finchè guerre,tradimenti e violenze imperverseranno sulla terra prevarranno buio,sconforto e pessimismo nichilista nella fede/ricerca di una vita ultraterrena. da quando mi sto impegnando nella diffusione del mio progetto senzarmi mi sento vieppiù partecipe di un salvifico piano che ci libererà dalla schiavitù delle tendenze distruttive(satana) insite nella natura umana e nel suo dna.ti consiglio letture che mi hanno formato moralmente/eticamente infondendomi coraggio e determinazione: il vizio di vivere di rosanna benzi, e i grandi geni,pilastri della psicanalisi:freud,jung,Fromm,reich e l'immortale george Orwell(fattoria degli animali e 1984).se vuoi scrivimi:nuovabsa@libero.it.grazie x aver condiviso i tuoi problemi!

rufuge

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Questa sensazione mi è balzata nella mia vita senza preavviso.

A 13 anni piangevo la notte perché non volevo morire.

Ora di anni ne ho 21, ed è tornato.

In genere i pensieri ricorrenti e spiacevoli come il tuo hanno un loro perché, sembra che questo pensiero si riaffacci nella tua vita in determinati momenti, cosa è avvenuto di diverso dal solito a 13 anni e cosa adesso a 21?

Perché io vorrei credere in qualcosa, in una religione, in un'esistenza dopo, in qualsiasi cosa, ma non riesco.

Ognuno di noi affronta il tema della morte con una sua personalissima risposta, anche non credere in nulla è di per se una risposta ma, quello che dovresti chiederti è: cosa cambierebbe ora, nella tua vita, se avessi l'assoluta certezza di una continuità dopo la morte? Smetteresti di avere paura e vivresti appieno o, al contrario, avere davanti l'eternità di porterebbe a non concludere nulla visto che ci sarebbe sempre un domani?

aspetto solo che passi anche questa tempesta

Sei sicura che la tua mente ti stia facendo vivere questo incubo solo per aspettare che passi? O forse ti sta spronando a fare qualcosa, a cercare qualcosa?

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Ciao Torsolo,

anch'io sto vivendo una situazione molto simile alla tua, tutto  è iniziato come per te, intorno ai 13/14 anni, poi, non ricordo più nemmeno come, questi pensieri mi hanno temporaneamente abbandonato ed ora che di anni ne ho 38 sono tornati a bussare nella mia mente.

Non ho consigli ne soluzioni da suggerirti, ti ho scritto solo per condividere questo "malessere", che, mi rendo conto, non ci permette di VIVERE LA NOSTRA VITA!!

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In parte hai ragione Torsolo, diciamo che io ho condivido i tuoi pensieri ma non me ne faccio un problema, semplicemente non possiamo farci niente e non dobbiamo porci il problema, perchè è per tutti così.

Il mio pensiero è questo: meglio essere vivo, malato e stramalato, in punto di morte, provare 1000 sofferenze, che morto. Perchè? Perchè almeno sei vivo e sei cosciente, esisti, da morto non avrai nemmeno la coscienza per pensare a quanto accaduto, e questo è terribile.

Molti fanno lo sbaglio di pensare ad 'io' che uso 'il mio cervello' per vivere. Nulla di più insignificatamente sbagliato, noi siamo il nostro cervello.. La 'coscienza' è una parola che riassume con una spietata semplicità tutte le complesse funzioni operate dal 'nostro' cervello, è facile intuire perchè DI CERTO, per noi, non esisterà nulla dopo la morte, le funzioni che opera il nostro cervello, ci danno la concezione di realtà.. di fatto per noi la realtà cos'è? vedere, sentire, odorare, toccare, gustare e il fatto di poter pensare autonomamente, tutte queste cose cosa sono? I 5 sensi! E indovinate un po'.. non è l'anima che ci da questa concezione di realtà, è il cervello stesso che è stato progettato e CONCEPITO per svolgere queste funzioni che ci danno la concezione di realtà. Dunque? Dove si vuole arrivare?

Se la realtà è soltanto una percezione delle normali funzioni di un cervello materiale che opera tramite impulsi elettrici, se è dimostrato che i 5 sensi sono appunto funzioni esclusivamente materialistiche del cervello, se i nostri ricordi sono come dati in un computer, appunto memorizzati nel cervello, se addirittura le nostre emozioni e il nostro carattere sono combinazioni di valori chimici/ormonali e quindi fisiologici, cosa vi fa pensare che possa minimamente esistere un'anima? Se ciò che ci differenzia sono soltanto dei valori fisici, noi di fatto siamo soltanto combinazioni di valori, siamo cervelli con determinate funzioni IMPOSTE da chi o da quali fenomeni ci hanno concepito così.

Qual'è la conclusione? Che morto il cervello, siamo morti, quella percezione di realtà che chiamate coscienza non esisterà più in quanto era parte di impulsi elettrici emanati da materia organica che una volta morti ha smesso di emanare tali impulsi.

Facendo queste doverose premesse, è stupido chi crede in qualcosa, ma è ancora più stupido chi NON crede. In che senso? Sembreranno discorsi incoerenti ma è la pura terrificante realtà.

Noi dobbiamo essere coscienti di NON sapere, di fatto non sappiamo come e chi ci ha creati, ma ancora più importante dobbiamo sapere di NON sapere il PERCHE' siamo stati creati e stiamo vivendo questa realtà apparentemente senza nessuno scopo.

Ed eccoci arrivati finalmente al punto della questione, il nocciolo non è il come, il quando, il dove, il come sopravvivere, il dopo la morte, e tutti questi discorsi frutti soltanto di una mente progettata per fare tali ragionamenti e quindi cose previste da chi ci ha creato così, il punto è lo scopo, il perchè, il motivo.

Non non lo conosciamo il motivo, potrei vivere 80 anni da barbone o stravolgere il pianeta facendo invenzioni astronomiche e diventando miliardario, si ma cosa cambierebbe? Assolutamente nulla.

Provate a pensare un attimo adesso a questo discorso in grande, la vita quì, questo spazio-tempo, non può essere superato, ciò che stiamo facendo quì non porta nessun cambiamento, non ha nessuno scopo, se domani si estinguesse l'intero genere umano, o ancora peggio l'intero universo implodesse distruggendo qualsiasi forma organica, lo spazio-tempo continuerebbe comunque ad esistere, e non cambierebbe assolutamente nulla al livello 'superiore' che siamo coscienti di non conoscere.

Viviamo senza un perchè, il punto è questo, mi piacerebbe arrivare a capire di fatto a che serve la mia/nostra presenza quì, a cosa serva il frutto del mio sforzo.

Le religioni? Semplicemente sono ideologie create appositamente per permettere alle menti più fragili di superare queste enormi domande senza risposta.

Di fatto le religioni sono così stupide e ingenue che mi cadon le braccia solo a sentire le cose che narrano, vantano di voler 'sancire' e sapere cose ultraterrene che noi uomini siamo coscienti di NON poter sapere e conoscere.

Quindi cosa fare? Niente, inutile pensarci, vivete e realizzatevi, non vi ponete mai il problema DIO/non dio, perchè la concezione di dio è soltanto riferita all'entità/fenomeno che ci ha creato, non possiamo saperlo quindi annullate proprio questa parte dal 'vostro' cervello.

Non sappiamo nulla, ciò che sappiamo è che la realtà è soltanto una percezione di questo spazio-tempo creato appositamente con uno scopo che non conosciamo (ammesso che ce ne sia uno certo..).

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Anch'io ho la stessa paura!

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Il 12/6/2016 at 09:15, RuggeriExtreme dice:

In parte hai ragione Torsolo, diciamo che io ho condivido i tuoi pensieri ma non me ne faccio un problema, semplicemente non possiamo farci niente e non dobbiamo porci il problema, perchè è per tutti così.

Il mio pensiero è questo: meglio essere vivo, malato e stramalato, in punto di morte, provare 1000 sofferenze, che morto. Perchè? Perchè almeno sei vivo e sei cosciente, esisti, da morto non avrai nemmeno la coscienza per pensare a quanto accaduto, e questo è terribile.

Molti fanno lo sbaglio di pensare ad 'io' che uso 'il mio cervello' per vivere. Nulla di più insignificatamente sbagliato, noi siamo il nostro cervello.. La 'coscienza' è una parola che riassume con una spietata semplicità tutte le complesse funzioni operate dal 'nostro' cervello, è facile intuire perchè DI CERTO, per noi, non esisterà nulla dopo la morte, le funzioni che opera il nostro cervello, ci danno la concezione di realtà.. di fatto per noi la realtà cos'è? vedere, sentire, odorare, toccare, gustare e il fatto di poter pensare autonomamente, tutte queste cose cosa sono? I 5 sensi! E indovinate un po'.. non è l'anima che ci da questa concezione di realtà, è il cervello stesso che è stato progettato e CONCEPITO per svolgere queste funzioni che ci danno la concezione di realtà. Dunque? Dove si vuole arrivare?

Se la realtà è soltanto una percezione delle normali funzioni di un cervello materiale che opera tramite impulsi elettrici, se è dimostrato che i 5 sensi sono appunto funzioni esclusivamente materialistiche del cervello, se i nostri ricordi sono come dati in un computer, appunto memorizzati nel cervello, se addirittura le nostre emozioni e il nostro carattere sono combinazioni di valori chimici/ormonali e quindi fisiologici, cosa vi fa pensare che possa minimamente esistere un'anima? Se ciò che ci differenzia sono soltanto dei valori fisici, noi di fatto siamo soltanto combinazioni di valori, siamo cervelli con determinate funzioni IMPOSTE da chi o da quali fenomeni ci hanno concepito così.

Qual'è la conclusione? Che morto il cervello, siamo morti, quella percezione di realtà che chiamate coscienza non esisterà più in quanto era parte di impulsi elettrici emanati da materia organica che una volta morti ha smesso di emanare tali impulsi.

Facendo queste doverose premesse, è stupido chi crede in qualcosa, ma è ancora più stupido chi NON crede. In che senso? Sembreranno discorsi incoerenti ma è la pura terrificante realtà.

Noi dobbiamo essere coscienti di NON sapere, di fatto non sappiamo come e chi ci ha creati, ma ancora più importante dobbiamo sapere di NON sapere il PERCHE' siamo stati creati e stiamo vivendo questa realtà apparentemente senza nessuno scopo.

Ed eccoci arrivati finalmente al punto della questione, il nocciolo non è il come, il quando, il dove, il come sopravvivere, il dopo la morte, e tutti questi discorsi frutti soltanto di una mente progettata per fare tali ragionamenti e quindi cose previste da chi ci ha creato così, il punto è lo scopo, il perchè, il motivo.

Non non lo conosciamo il motivo, potrei vivere 80 anni da barbone o stravolgere il pianeta facendo invenzioni astronomiche e diventando miliardario, si ma cosa cambierebbe? Assolutamente nulla.

Provate a pensare un attimo adesso a questo discorso in grande, la vita quì, questo spazio-tempo, non può essere superato, ciò che stiamo facendo quì non porta nessun cambiamento, non ha nessuno scopo, se domani si estinguesse l'intero genere umano, o ancora peggio l'intero universo implodesse distruggendo qualsiasi forma organica, lo spazio-tempo continuerebbe comunque ad esistere, e non cambierebbe assolutamente nulla al livello 'superiore' che siamo coscienti di non conoscere.

Viviamo senza un perchè, il punto è questo, mi piacerebbe arrivare a capire di fatto a che serve la mia/nostra presenza quì, a cosa serva il frutto del mio sforzo.

Le religioni? Semplicemente sono ideologie create appositamente per permettere alle menti più fragili di superare queste enormi domande senza risposta.

Di fatto le religioni sono così stupide e ingenue che mi cadon le braccia solo a sentire le cose che narrano, vantano di voler 'sancire' e sapere cose ultraterrene che noi uomini siamo coscienti di NON poter sapere e conoscere.

Quindi cosa fare? Niente, inutile pensarci, vivete e realizzatevi, non vi ponete mai il problema DIO/non dio, perchè la concezione di dio è soltanto riferita all'entità/fenomeno che ci ha creato, non possiamo saperlo quindi annullate proprio questa parte dal 'vostro' cervello.

Non sappiamo nulla, ciò che sappiamo è che la realtà è soltanto una percezione di questo spazio-tempo creato appositamente con uno scopo che non conosciamo (ammesso che ce ne sia uno certo..).

che ragionamento tristissimo

tu stesso affermi che non c'è dato sapere chi c'ha creato e per quale scopo

dunque come fai ad escludere che dopo la morte non ci sia il nulla?

non credo che tu abbia qualche prova concreto

io crdo che la vuta come la morte siano misteri talmente inconoscibili che non c'è dato sapere cosa succederà dopo

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Che cosa angoscia l'uomo da sempre? La risposta è semplice: la morte. Lo sapevano già egizi, babilonesi ed ebrei, lo compresero magnificamente i greci, a Roma Lucrezio spiegò le conseguenze mondane e religiose di questa paura. Ma forse tali caratteristiche le ebbe (le ha) quella morte che non lascia una possibilità di salvezza. Il nulla che ci avvolge, per dirla in parole semplici. Giacché siamo fatti della stessa sostanza di cui sono composti i sogni, e la nostra breve vita è circondata dal sonno: così, almeno, scrisse ne La Tempesta il sommo Shakespeare.

Da qualche anno ho scoperto la filosofia e da ultimo il pensiero di Emanuele Severino; riporto una sua intervista apparsa qualche mese fa sul Corriere della Sera, spero di poterti/vi essere di aiuto nella tua/vostra ricerca:

 

Emanuele Severino ha mostrato in Gloria (Adelphi, 2001) come la salvezza da questo concreto nulla non sia una semplice possibilità ma una vera e propria necessità, perché «l'uomo è atteso dalla terra che salva». In altri termini, anche se non lo sa o non se ne accorge o non ci crede, ognuno di noi è in cammino verso un immenso che non immagina. E ora il discorso, che si dipana attraverso scenari a dir poco sconvolgenti, è affrontato da Severino in un'altra opera, che esce in questi giorni e alla quale ha lavorato negli ultimi anni: Oltrepassare (Adelphi). In essa un messaggio forte e sintetico colpisce il lettore: noi siamo destinati alla felicità, per necessità e non come premio. E la vita eterna non è quella di cui parlano le religioni. Per talune tematiche il libro è, rispetto a Gloria, «rischiaramento e sviluppo», il medesimo autore lo considera come la seconda parte e la naturale conclusione (p. 30); tuttavia in questa nuova opera si mostra come «la terra che salva» sia «infinitamente più ampia, cioè più salvatrice».

Non soltanto: in Oltrepassare il senso autentico del divenire rivela una «complessità che in Gloria non viene ancora indicata». Insomma, pagine ricchissime di spunti, da meditare, che portano alle estreme conclusioni quel discorso che il maestro italiano avviò nel 1958 con La struttura originaria. Severino ha filosofato partendo dalle istanze iniziali del pensiero occidentale e ha sempre tenuto presente il principio di non contraddizione insegnato da Aristotele. Anzi, egli ha via via indicato i punti deboli di molti edifici abitati dal nostro sapere. In un colloquio ci ha fatto notare che all'alba della sapienza greca si è cercato un linguaggio che non potesse essere smentito né dagli uomini né dagli dei, meno che mai da variazioni epocali o catastrofi o da qualsiasi innovazione dell'anima. Eraclito di Efeso, sei secoli prima della nostra era, raccomandava di non ascoltare lui ma il Logos, vale a dire qualcosa da cercarsi oltre le opinioni. Severino ha sempre percorso tale via sino a giungere a Oltrepassare: con questa opera apre scenari che parlano di «attesa e gloria della gioia», invitando il lettore in quella costellazione dove «l'essenza dell'uomo, che ora è contesa dal destino e dalla terra morta, è destinata alla più ampia arcata d'immenso».

La domanda che ha accompagnato la sua instancabile ricerca — che cosa si apre al di là della contraddizione? — ora trova requie in una risposta che si confonde con il nostro sorriso. Detto in soldoni, a noi sembra che il messaggio di Oltrepassare sia la conferma per il pensiero di Severino che «l'estrema delle follie», vale a dire la persuasione che le cose e l'uomo «sporgano provvisoriamente dal nulla», rappresenti il più terribile degli equivoci. Ci confida: «La gran ventura è rendersi conto che c'è un sapere non smentibile, più radicale di quello scientifico, che afferma l'eternità di ogni cosa, situazione, stato del mondo». Tale sapere è il «destino». Qualcuno ha trovato una corrispondenza tra codesti temi e la teoria della relatività, per la quale tutte le cose— le passate e le future, non meno delle presenti— sono fotogrammi che esistono già, eterni, prima dello loro proiezione. Ma questa metafora deve essere abbandonata, giacché ci può aiutare ma non ci consente di entrare nell'ultima fase rappresentata in Oltrepassare. Si può essere d'accordo o no con Severino, comunque gli va riconosciuta una coerenza estrema nel linguaggio e nel metodo.

Gli abbiamo chiesto di sintetizzare il suo percorso, in modo da offrirlo senza equivoci al lettore. Ha risposto: «Ne La Gloria si mostra che l'ombra della Notte, cioè della follia, da cui "il destino" è nascosto, è qualcosa che tramonterà ed è necessariamente "oltrepassata": con essa finiranno anche le opere, le civiltà e le epoche ad essa appartenenti. Si fa innanzi il Giorno che salva dalla Notte. In Oltrepassare si mostra che il Giorno è lo stesso apparire in noi della totalità infinita e concreta dell'essere ». Parlare con Severino è una continua sorpresa. Mentre risponde, alcune sue frasi si ficcano come spilli nella memoria. Inoltre Oltrepassare conduce in scenari a dir poco affascinanti, per i quali vale la seguente regola: «Il linguaggio che testimonia il destino della verità indica qualcosa che sta al di là di ogni sapienza dei mortali». Attraverso queste pagine si comprende come «il cambiamento — il divenire — non può essere la creazione e l'annientamento delle cose, che sono eterne »; anzi ogni mutare si dovrebbe intendere come «il sopraggiungere mai compiuto degli eterni nell'eterna luce dell'uomo».

Di più, ribadisce nel nostro colloquio, sillabando: «Nel sopraggiungere gli eterni sono oltrepassati e insieme totalmente conservati. Tutta questa nostra vita è destinata a essere oltrepassata e conservata in ognuno di noi». Chi scrive, più semplicemente, rivede in Oltrepassare un foglietto volante inserito nella dispensa dell'Università Cattolica di Ritornare a Parmenide. In esso le ultime righe — che poi non saranno riprese ne L'essenza del nichilismo — recitavano: «Tutte le vite che vivo, le vivo eternamente; tutto ciò che ho deciso o decido, l'ho già eternamente deciso...». Ora ci accorgiamo che quelle parole erano l'inizio di un'odissea alla ricerca di quanto si svela in questo ultimo libro, nel quale, tra l'altro, Severino affronta il tema dello «smembramento del Dio», atto essenziale perché «se ne mangino le carni e se ne beva il sangue». Ma qui il discorso si fa ampio: occorre evocare il mito, comprendere la violenza e l'isolamento delle cose, il loro divenire altro. Accanto a questi e a ulteriori scenari, troverete alcune commoventi riflessioni sulla nostra fine. Con una conclusione che in molti giudicheranno paradossale: la morte, così come la intendiamo, non esiste. Ma non si tratta di un'affermazione assurda, se vista nella luce che si apre dopo il tramonto della follia attuale dell'uomo.

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e ancora......

I l senso del vuoto, della privazione, dell’assenza sta al centro della storia dell’uomo. Il significato radicale che il «nulla» ha assunto nel pensiero filosofico accompagna come un’ombra non solo questa forma di pensiero, ma l’intera storia dell’Occidente. È la radice dominante dell’angoscia dell’uomo occidentale (che ormai è l’uomo planetario). Non solo perché il nulla è il nulla, ma anche per il carattere ambiguo di tale radice. Già Platone si accorge che pensare il nulla e parlare del nulla è pensare qualcosa e parlare di qualcosa. Come se il nemico che si ha di fronte si sdoppiasse. E ci ingannasse sulla sua identità. Da gran tempo i miei scritti hanno affrontato questo evento spaesante: da La struttura originaria (1958) a La morte e la terra (2011). Appunto a queste due opere si ricollega Intorno al senso del nulla: da un lato mostrando come l’ambiguità del nulla sia ben più profonda di quanto possa sembrare, dall’altro approfondendo le condizioni che rendono possibile la via di uscita. Lasciando irrisolte le aporie suscitate dal senso del nulla si lascia avvolto dall’ambiguità ciò che peraltro non può essere negato, cioè lo stesso tratto di fondo del destino della verità: che l’uomo e ogni altro ente sono da sempre salvi dal nulla. (Ma il disorientamento avvolgerebbe anche la convinzione, dominante nella storia dell’Occidente, che il tutto provenga dal nulla e vi ritorni). Appunto a questi temi si rivolge la parte centrale di queste pagine, la seconda, che dà il titolo all’intero volume. Ritornando al tema del «senso del nulla» e ai problemi da esso suscitati, li accosta però in modi diversi da quello sviluppato nel capitolo IV della Struttura originaria. Diversi ma complementari. Anche questa Parte seconda, cioè, ritorna al tema del «senso del nulla» attraverso la considerazione dell’aporetica a cui tale senso dà luogo, ma riferendosi a tipi diaporie che differiscono da quello presente nel capitolo IV della Struttura originaria. La Parte prima, oltre a sviluppare il senso del rapporto tra «nulla», «possibilità» e «potenza» (procedendo dal capitolo V della Parte prima di Fondamento della contraddizione), mostra un ulteriore aspetto della contraddizione dell’essenza autentica del nichilismo — l’aspetto per il quale il diventare altro, quindi il diventare nulla o l’uscire dal nulla, è un’«infinità» di contraddizioni. Infine la Parte terza («Errare e dialogare del linguaggio che testimonia il destino e fondamento di tale testimonianza») considera la più ampia aporetica relativa al l’affidabilità del linguaggio che testimonia il destino della verità e pertanto, in esso, il destino del nulla.(...) Gran parte delle parole che nelle lingue indoeuropee indicano la «cosa» alludono più o meno direttamente ai beni, alle ricchezze, a ciò che serve e si adopera, a ciò di cui si ha bisogno, ai valori, al bestiame, all’affare, a ciò che è pregiato, alla sostanza e al patrimonio. Qui ci si limiti a richiamare il latino res, il greco prâgma, chrêma, il tedesco Ding (inglese thing) e Sache. Perfino lo spettro semantico del participio greco tà ónta (gli essenti, le cose che sono) include le sostanze e i beni, e anche il participio ousía nomina la sostanza intesa come patrimonio. Significati che precedono quelli che a queste stesse parole il pensiero filosofico ha in seguito assegnato. Ma è rilevante che quei più antichi significati della «cosa» implichino, a volte in modo del tutto esplicito, che il loro contenuto sia tutt’altro che indifferente alle singole volontà, le quali invece se li disputano anche in tempo di pace. Quei significati implicano cioè una situazione conflittuale e il luogo in cui essa viene discussa, che vengono in luce, ad esempio, in Ding, thing, che significano anche «causa», «tribunale», «parlamento», «assemblea», «verdetto, «processo». La stessa parola «cosa» proviene dal latino «causa», intesa sia come matrice e principio del diventar altro (dynamis eis tò patheîn e dynamis eis tò poieîn), sia in senso giuridico, come motivazione del diritto al possesso di ciò che è conteso tra volontà differenti. Che la parola «cosa» significhi questa conflittualità, mostrata nelle antiche formazioni linguistiche della terra isolata è una figura che rinvia alla conflittualità originaria, dove la «cosa» è la risultante della lotta tra la volontà e l’Inflessibile, ossia è la forma originaria (quindi preontologica) del diventar altro. Dicendo che Pólemos è il padre di tutte le cose e che quindi ogni cosa è lotta, conflitto, Eraclito dice già implicitamente che il conflitto è il significato originario dell’esser «cosa» — sì che, come altre volte ho rilevato, si può dire che, nella terra isolata, la cosa è la madre di tutte le guerre

 

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Cara Torsolo,

 

leggo il tuo post a distanza di quasi due anni, dopo essermi  fatto un giro in rete per trovare un pò di conforto da questi pensieri. Ho 35 anni e sostanzialmente vivo la stessa cosa, spesso non riesco a prendere sonno quando la mente inizia a vagare lungo questi percorsi. A volte mi sembra totalmente assurdo il pensiero che la gente riesca a condurre una vita normale, ad amare, incazzarsi, ridere o piangere di piccole cose quando in fondo al percorso c'è una verità che a mio avviso è piuttosto chiara e disarmante. E mi assale una profonda tristezza perchè tutto finirà per essere "sprecato", dissolto nel nulla. Vedo che c'è chi ha risposto che non c'è nulla per cui angustiarsi, perchè sarà una situazione simile a ciò che viene prima della nascita...ma la differenza è che il nulla prima della nascita non annulla niente. Tutto questo mi sta facendo sviluppare un cinismo che non vorrei provare, ma che sempre più di frequente è presente nelle mie giornate e riconosciuto dalle persone che mi circondano.

Come dici tu non credo ci siano parole giuste o sbagliate da dirsi, solo il lenimento che può portare il sapere che non si è gli unici a viverla così.

 

Una buona notte a tutti

 

 

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La gente vive normalmente perché capisce che il nulla premesso che esista non è una cosa razionale, voi date una descrizione del nulla come se per l'eternità stareste lì a pensare potevo essere lì invece sono qui nel nulla, il nulla è il nulla e basta, non c'è una connessione che ti farà capire che sei nel nulla e sei intrappolato li, non ci penserai è basta perché non esiste neanche il pensiero, preoccuparsi del nulla esistente nel dopo morte è come preoccuparsi del nulla che esisteva per te prima di nascere.. è una cosa stupida..

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ciao Torsolo,

non sei sola. Anch'io ho lo stesso pensiero ricorrente,come una nera onda di marea che a volte deborda e provoca una sensazione angosciante esattamente uguale a quella che tu provi e che io ho ritrovato nell'infinito di Leopardi quando " il cor non si spaura".

E' la sensazione del nulla che non è sostenibile. Essere nulla. Non è ,come erroneamente compreso da Crucitti, il pensiero del nulla a far paura, ma dell'essere nulla.E' una cosa totalmente diversa. E' la sensazione del non essere,del non esistere,di non essere mai esistito e non esistere mai piu'.

Questa visione è cosi' angosciante,cosi' immensamente paurosa per la mente che solo a raffigurarla ,quasi a sfiorarla col pensiero, la mente si ritrae impaurita,quasi a sfuggirlo, ed ecco perché il cor si spaura,come un salto nel nulla, come un improvviso colpo che stordisce, improvvisamente annienta e annichilisce.

Da sempre cerco di trovare qualcosa che mi dia un appiglio ,una flebile speranza che qualunque cosa vi sia dopo,vi sia stata prima  o chiunque regoli questo o altri mondi , io sia io, sia vero, sia qualcosa.

E' veramente possibile che tutto questo sia senza senso? se ogni vita e' senza senso, ogni realta' e' senza senso e tutto l'universo e' senza senso.

Purtroppo non posso aiutarti e non posso aiutarmi. L'unica mia speranza è che "il non sapere" possa nascondere la salvezza, qualunque essa sia, che possa nascondere  non chissa' quali mondi o universi ma una verita' che salvi ogni vita dal nulla. 

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Ciao a tutti. Ovviamente scrivo perchè anche io ci sto pensando in questi giorni al nulla dopo la morte. A me non spaventa ma mi fa dire: "che peccato!".
Ormai sono alle soglie dei 40 anni. Provengo da una famiglia cattolica molto credente (tutt'ora i miei familiari lo sono) e da cattolico, pensare che dopo la morte ci fosse il paradiso era confortante...tanto quanto terrificante il pensiero dell'inferno (anche se non ho mai pensato di essere così peccatore e malvagio da poterlo meritare). Poi col tempo e il pensare razionalmente, sono diventato decisamente agnostico. Ho letto qualcosa anche dei testi sacri. Quando mi sono approcciato alla Bibbia, mi sono soprattutto accorto come la religione (almeno cattolica) selezioni accuratamente quanto promulgare durante le letture in chiesa e quanto no. Se uno è dotato di un po' di raziocinio, leggendo il testo sacro per eccellenza dovrebbe solo dire: "E io finora ho creduto in base a questo?!". Sono andato a messa ogni domenica per anni e anni ed è incredibile come ci sia una censura della Bibbia. Nel senso che hanno sempre letto solo le parti che più si allineavano col pensiero della chiesa-buonista. (Nella Bibbia tra l'altro dopo la morte non c'è nulla...termina tutto....fino alla fine del mondo, quando solo pochi "giusti" verrebbero risorti... nel loro corpo tra l'altro, non come puro spirito). Se vi leggete tutte le parti successive ai 10 famosi comandamenti, poi, vedrete come dio permetterebbe la schiavitù. Come ci sia la pena di morte per chi uccide o anche solo insulta i propri genitori...ma solo una pena pecuniaria se uccide uno schiavo. La donna deve essere sottomessa e succube del marito ecc ecc.
Allora se parli con un fervente credente di sentirai dire che poi c'è stato il Vangelo che ha stravolto e cambiato le cose (e parlato di vita dopo la morte). Oppure che si doveva adattare ai tempi in cui fu scritta. Ma la Bibbia non era stata scritta da Dio o sotto la sua influenza? Quindi mi state dicendo che Dio ha cambiato opinione nel corso del tempo? Ma Dio non dovrebbe essere superiore allo scorrere del tempo e ai cambi d'opinione? Essendo Dio appunto....
Oppure..."Eh ma la Bibbia va interpretata". Mi sembra troppo comodo dire così.
E se parliamo dei Vangeli: e quelli apocrifi? Sono stati degli uomini a decidere quali erano quelli "buoni" e quali no.
Alla fine vedrete che c'è l'uomo dietro a tutto...fondamentalmente vedo tanto dell'uomo più che del Dio nei testi sacri...
Poi appunto da agnostico dico che qualcosa di vero ci potrebbe essere.

Però mi viene da pensare: ma prima del big-bang cosa c'era? E la materia come ha fatto a diventare cellula e quindi vita? La creazione della vita rimane inspiegabile.
Ti dicono che sulla Terra può essere arrivata con una cometa. Ok. Ma prima ovunque sia nata...com'è stata creata?
Questi sono i grandi misteri.
Per questo sono agnostico.


Tornando a noi e al nulla dopo la morte, che ritengo molto probabile (di fatto la nostra coscienza si annulla facilmente già da vivi....oppure se vogliamo noi siamo il risultato di esperienze e ricordi...già annullabili da vivi...basta un morbo di alzheimer ) mi ritrovo molto nel pensiero espresso da RuggeriExtreme e pure in quello che dice, sul non aver paura del nulla, angelo crucitti.
Io non ho paura del nulla. Quello che dico è: sarà un peccato non esistere più. Se così, come penso, sarà.
Perchè esistere è bello.
Del resto noi eravamo già nulla prima di nascere e torneremo ad esser nulla dopo morti. Ma oggi tra l'aver studiato la storia e (cosa non da poco) il poter vedere film su epoche passate, perfettamente ricostruite nei dettagli, ci fa sembrare quasi di averle vissute. Di esser anche noi esistiti da sempre.
Eppure il nostro essere, la nostra coscienza è recente. Penso, ora che sono vivo, che sarà un peccato e mi dispiace molto che dopo esser morti non ci sia più l'esistere. Ma del resto il nulla lo proviamo già in questa vita. Il nulla di fatto è l'annullamento della coscienza e se non vogliamo assimilarlo ad un sonno senza sogni (eppure è così) perchè ci si arriva più o meno gradualmente, ci sono fasi di dormiveglia ecc che ingannano il nostro io....di fatto se qualcuno di voi, come me, è stato operato con anestesia totale (io due volte) sa bene cosa sia il nulla. Un momento sei vigile e cosciente prima dell'operazione... un momento dopo ti risvegli ad operazione terminata. Nel frattempo sono passati minuti o ore e il tuo corpo è rimasto vivo, la tua mente pure con i suoi impulsi elettrici, ma la tua coscienza (il cogito ergo sum) nel frattempo non esisteva. Quindi avendo provato il nulla della profonda sedazione, so che del nulla della morte non c'è da aver paura. Temo semmai il dolore fisico. Ho paura che mi possa venire un male incurabile che mi porti infinite sofferenze. Ho visto persone spegnersi lentamente come una candela per un tumore. Questo è atroce. Questo è da temere. Sperare altresì che il nulla e quindi la morte sopraggiunga all'improvviso! Quando leggo di qualche persona che dopo una vita lunga, piena e felice è morta improvvisamente per infarto...io la invidio! Magari io potessi, mi dico! Visto che tutti dobbiamo morire!  In sostanza non temo il nulla della morte. Ora che esisto provo dispiacere che un giorno il nulla probabilmente sopraggiungerà, semmai mi terrorizzano le malattie debilitanti, lente nell'ucciderti, piene di dolore e sofferenze. Questo io temo.
La morte è inevitabile, tocca a tutti. Sarebbe bello piuttosto, prima di morire, avere una bella vita...cosa tutt'altro che facile.
La speranza è che poi la morte sopraggiunga improvvisamente e senza sofferenze.
Poi se come credo sarà il nulla...nulla sarà...senza sofferenze o gioie. Senza l'esistere. Niente. Appunto. Quindi perchè preoccuparsi?
Se invece sarà qualcosa... staremo a vedere...

 

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Torsolo: ho avuto più volte pensieri/angosce simili e credo di poterti capire piuttosto bene, ora sono di corsa e mi sono appena iscritto ma spero di trovare presto la situazione per postare qui per esteso quello che sento di dire.

Manuel

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Torsolo non sai che bello leggere il tuo post, non pensavo che qualcuno potesse capire! È successo/mi succede esattamente ciò che hai scritto. Ho cercato più volte su internet la paura di morire, ma tutti i siti parlavano della paura di una morte improvvisa, ad esempio un incidente, quindi iniziavo a pensare che nessuno potesse capire.. Poi ho letto qui! Sta di fatto che la mia condizione è questa: penso spessissimo alla morte e quando lo faccio devo cercare in tutti i modi di non andare oltre un certo limite altrimenti mi viene un attacco di panico. Se ci penso troppo intensamente è come se stessi vivendo ciò a cui sto pensando, e cioè me da vecchia in procinto di morire, di non esistere più. Se supero il limite vado nel panico, piango, mi dimeno per cercare di non pensarci. Ciò che mi terrorizza e il fatto che non esisterà più la mia mente, il mio io, la parte di me PENSANTE. Non posso pensarci.

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Tutte le teorie che oggi si dibattono sul significato della nostra esistenza e su cosa ci sia dopo la nostra morte possono in teoria essere tutte prese in considerazione, non voglio parlare di religioni perchè diventerebbe tutto più difficile, mi limito a considerare che se esiste un creatore sarebbe tutto più semplice e forse anche più bello da pensare, tutto avrebbe un senso e si spiegherebbe la perfezione del nostro universo e come da questa perfezione ci siano nel nostro mondo e forse in altri mondi esseri senzienti capaci di ragionare sulla propria esistenza. La scienza dal canto suo inizia a considerare la possibilità che questa nostra vita non sia fine a se stessa, Robert Lanza noto scienziato si spinge ad affermare come la vita dopo la morte va avanti per sempre, tramite un piccolo contenitore quantico chiamato "coscienza". Io voglio aggiungere qualcosa di mio è una considerazione che mi ha sempre accompagnato e la ritengo un punto di partenza sulla nostra esistenza. Se prima della mia nascita io non esistevo in nessuna forma ed ero il nulla grazie all'unione dei miei genitori che si sono conosciuti per caso, sono un essere vivente come tutti coloro che vivono questo tempo, ma se i miei genitori non si fossero incontrati, io non sarei mai nato? o magari sarei nato in un'altra epoca grazie all'unione di altri genitori.  Arrivo al punto se questa mia combinazione molecolare si è materializzata in questo tempo potrebbe essere successo altre volte e potrebbe accadere ancora. Se eravamo nulla e dal nulla abbiamo ricevuto una vita possiamo anche tornare nel nulla e dal nulla avere ancora altre possibilità di vita.

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Mi sono fatto un account su un forum per la prima volta solo per aggiungermi a questa solidale condivisione di pensieri.

Come ha detto qualcuno, c'è un limite oltre il quale si scatena il panico. É come fosse il bordo di un dirupo: ci pensi ci pensi ma stai camminando sul bordo, ad un certo punto ci pensi talmente tanto che una forza ti spinge dentro. Un po' come quando ci si ripete tante volte una certa parola e dopo un po' perde significato, si prova una strana sensazione per cui la parola diventa solo un suono (sono sicuro che sia capitato anche a voi se siete qui).

Io penso che tutti noi che pensiamo sempre intensamente a tanti concetti come questo... Siamo delle menti complesse, fragili ma complesse, intelligenti. Se fossimo stupidi e semplici vivremmo meglio questa situazione perché non ci penseremmo così intensamente.

Ma credo anche che questo malessere che possiamo provare per un pensiero tanto controproducente come questo sia dovuto ad una sorta di insoddisfazione e tristezza generale profonda della nostra vita.

Secondo me se fossimo felici, soddisfatti, se avessimo qualcosa per cui lottare che ci prende dentro al 100% probabilmente ci penseremmo ancora sì ma restando sempre sul bordo.

 

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