Presentazione del Libro “Omar” di Pasquetta Basciu
Ediz. Aedo
Recensione
di Luisa Gasperini, psicologa presso i Servizi Sociali del Comune di
Cagliari.
Sono stata chiamata alla lettura ed alla presentazione
di questo libro autobiografico come psicologa esperta in materia di adozioni.
Mio compito sarà quello di evidenziare una delle diverse chiavi di lettura di
questo lavoro nel percorso dell’autrice verso la ricerca di sé, della propria
identità e della nascita dei propri contenuti genitoriali materni.
Questo
libro, le cui pagine sembrano elettivamente destinate soprattutto ad un pubblico
che guarda all’adozione, è scritto in uno stile di respiro poetico e crea nel
lettore un’emozione lirica che evoca immagini magiche, aiutandolo, come nel
viaggio in Africa del primo capitolo, a salpare, distaccandosi dalla propria
terra, dalle convenzioni, dal disagio freudiano della civiltà occidentale,
per condurlo, attraverso percorsi interni e della mente, ad una coscienza etica
dove calma e semplicità ti convertono all’utilità essenziale della vita, alla
solidarietà verso l’altro, ad amare e a donarti.
Il viaggio in Africa, nasce con motivazioni umanitarie e viene affrontato
insieme ad altri sei studenti, dei quali ognuno rappresenta anche l’aspetto
dell’altro attraverso un personale, rigido copione che viene, da ciascuno, via
via abbandonato lasciando sempre più spazio alla spontaneità, alla curiosità
ed alla conoscenza. Il viaggio diventa percorso esplorativo verso un arcaico
e lontano paese dell’anima, fatto di suggestioni archetipiche, dove luci ed
ombre si alternano ad emozioni e sentimenti, fino ad allora mai percepiti, che
si confrontano con la sofferenza, col diverso, con l’imprevedibile, nel superamento
di paure, incertezze, luoghi comuni, per comprendere in solitudine la propria
essenza. Il tragitto mette in luce anche gli aspetti dell’autoriflessione e
della meditazione religiosa, attivate dal silenzio e dalle notti stellate, in
un lento scandire del tempo e in una natura dai forti contrasti, ancora quasi
incontaminata.
È proprio attraverso questo confrontarsi con profumi, musicalità, disorientante
spiritualità africana che emergono nell’autrice femminilità e consapevolezza
profonda del proprio Io. Nell’incontro con Omar, bimbetto dai grandi occhi,
adultizzato dall’abbandono e dalla necessità di sopravvivenza, poiché figlio
di una madre sorda che si è persa al suo ruolo, cancellandolo dalla memoria,
la protagonista vede nascere in sè il desiderio di maternità. La strada del
ritorno la restituisce alla sua terra, alla sua realtà, profondamente cresciuta
e trasformata.
Nel secondo capitolo, “Il Campidano”, attraverso la compiuta esperienza
del viaggio, vissuto quasi come una psicoanalisi individuale e di gruppo propedeutica
alla vita, la cui conclusione per la donna è sempre ritorno alla madre, sia
in senso simbolico, che specifico, ritroviamo la protagonista, giovane donna
ormai laureata, coniugata e in carriera. Racconta il suo incontro - imprinting
con Nilde Iotti, della sua ascesa-discesa negli Inferi della politica, mossa
dal desiderio di impegnarsi contribuendo alla costituzione di una costruzione
teorica adeguata ai tempi e appropriata agli ideali femminili, all’interno del
mondo politico sardo.
In
questa fase della sua vita la complessità dolorosa di un divenire politico sociale,
la consapevolezza del conflitto interno tra razionalità e spiritualità che la
estranea da sé attraverso un ruolo prestabilito e imposto, il gravoso impegno
politico da cui solo a tratti riesce a riemergere, diventano un labirinto del
quale non riesce a trovare l’uscita. Il rimpianto di un’identità umana abbandonata,
il bisogno di ritrovare la suggestione unificante che amalgama passato e presente,
luoghi e persone, rumori ed atmosfere, fanno sì che la protagonista scelga all’ultimo
istante, in alternativa alla rincorsa candidatura politica, di ripercorrere
le tappe del viaggio in Africa, su proposta di Leo, marito desideroso di recuperare
il vissuto giovanile della partner.
Al
termine di questa nuova rivisitazione la protagonista realizza che, a distanza
di dieci anni e nel divenire inesorabile del tempo sia l’Africa, che lei sono
cambiate, che il passato è irripetibile e non può essere rivisitato, se non
attraverso la lettura e l’elaborazione dell’esperienza vissuta. Per citare l’autrice,
solo i bambini rimanevano “pestiferi, ricciolosi, scuri, coi denti bianchissimi
e gli occhi enormi e mi venne che, forse…… un figlio lo avrei voluto solo così”.
“Omar”
è il titolo del terzo capitolo e Omar diviene sintesi culturale ed umana tra
oriente ed occidente, il fiume del divenire che annulla le distanze e gli opposti.
La
fantasia sul bambino idealizzato e immaginario crea nella protagonista la consapevolezza
ed il riconoscimento di avere maturato in sé lo spazio emozionale per un bambino
reale, figlio che diventa vissuto condiviso col partner.
I
coniugi, con la domanda di adozione al Tribunale dei Minori, formalizzano il
loro progetto.
Lo
scenario del terzo capitolo è quello di una Cagliari assolata e canicolare dove
tutto si svolge nel tragitto verso il Tribunale, dove la motivazione adottiva
è sostenuta dal miraggio di Omar che riappare a Monte Claro nei pressi del laghetto
con le oche.
La
gravidanza biologica diviene gestazione mentale; l’indagine e la verifica del
proprio percorso di vita e delle proprie emozioni sono affidate ad operatori
sociali e della mente che devono osservare, ipotizzare e diagnosticare capacità
degli attori ad accogliere, amare, educare un eventuale figlio. Gli operatori
incalzano e indagano nei coniugi, in un esame sofferto e interminabile, storie
individuali e di coppia che sono alla base dell’identità genitoriale, alla ricerca
di eventuali disagi o malattie, fisiche o psichiche, tipo di comunicazione,
rapporti e dinamiche familiari e sociali, storia della coppia, della sua sterilità
o infertilità biologica e conseguente ferita narcisistica, elaborazione del
lutto per la mancata procreazione e per il fallimento del progetto di famiglia,
eventuale sostituzione del figlio mancato con quello adottato o, comunque, quanto
ciò abbia inciso nella scelta adottiva (che è accettazione dell’identità affettiva
ed etnica dell’adottando), capacità di tolleranza della coppia alla frustrazione,
consapevolezza del desiderio ed esame di realtà, livello di accettazione dell’handicap,
capacità d’identificazione con l’altro che dà la misura di quanto la coppia
sia in grado di accettare ed accoglier in sé il fantasma dei genitori biologici
dell’ipotetico figlio che verrà così aiutato ad integrare meglio le sue origini
e ad interiorizzare positivamente il suo essere figlio adottivo.
Ad
idoneità ottenuta e in seguito ad un lungo travaglio psicologico, “l’incontro
– nascita” tra coppia e bambino si realizza a Monte Claro con la consegna di
Omar, evento che consente la reale partenza per un viaggio di vita di una “famiglia
interetnica”.