Grazie al contributo
del collega Alessandro Costantini possiamo aggiungere
un nuovo lavoro sull'argomento Aggressività
come promesso (e sperato!).
Il Dott. Costantini
affronta un altro aspetto del comportamento
aggressivo: l'ormai tanto famoso bullismo. Le sue non
sono solo riflessioni teoriche, ma vi è anche
la possibilità di trovare qualche indicazione
sul cosa fare per dare un significato e quindi per
rispondere a tale tipo di atteggiamento: un "sintomo"
di disagio che crea un uguale disagio in chi lo vive
ed in chi lo subisce.
Elisabetta
Masini
RAGAZZI
AGGRESSIVI, ADULTI IN DIFFICOLTÀ
Dott. ALESSANDRO
COSTANTINI
L'aumento di
comportamenti di aggressività giovanile sta
creando un diffuso allarme tra chi si occupa di
giovani. Forme di violenza tra gli adolescenti, di
prevaricazione sia fisica che psicologica, si
riscontrano fin dalle scuole primarie e si diffondono
fino ad arrivare alle superiori, creando un terreno
favorevole allo sviluppo della delinquenza giovanile
ed a situazioni di disagio psicologico per chi ha
subito da vittima queste azioni.
Da un punto di vista
psicologico gli atteggiamenti di bambini od
adolescenti troppo aggressivi o troppo poco
aggressivi, hanno spesso cause comuni, legate a
processi infantili non adeguatamente sviluppati, a
dinamiche famigliari negative e condizionanti, a
situazioni emotive non risolte che hanno prodotto in
entrambi una fragilità caratteriale e risposte
difensive diversificate. Questi giovani sono portatori
di una malattia del sé (1),
caratterizzata da una perenne tensione, da una
continua insoddisfazione, da un senso di vuoto e di
inutilità che possono portare per alcuni a
comportamenti problematici come aggressività,
violenza, uso di sostanze, atteggiamenti antisociali,
per altri comportamenti di passività,
introversione, disturbi alimentari (anoressia,
bulimia), isolamento.
Nella maggior parte
dei casi questi possono essere comportamenti
transitori, che segnano fasi di passaggio in molti
giovani, ma il rischio è che in presenza di
situazioni psicologiche più difficili, in
mancanza di occasioni d'aiuto per chi vive momenti di
crisi, o con l'aggiungersi di eventi negativi a
momenti di per sé già precari, questi
comportamenti tendano a radicalizzarsi strutturando
dei veri e propri disagi.
Ma mentre il
comportamento di un ragazzo aggressivo è
comunque un segnale che richiama di più
l'attenzione e può stimolare un intervento da
parte degli adulti, il comportamento di chi subisce
l'aggressività è più a rischio,
perché è sottotono e rischia di
scivolare via, passando inosservato.
Questi giovani sono
spesso vittime di soprusi da parte di coetanei, e sono
incapaci di reagire di fronte ad azioni di
aggressività verbale o fisica. Possono
così pericolosamente reprimere la loro
aggressività, quella naturalmente prodotta al
proprio interno, necessaria per affermare se stessi e
affrontare con determinazione la vita, e quella
accumulata proveniente dall'esterno da situazioni in
cui subiscono quella degli altri, ed incanalarla
contro loro stessi, con atteggiamenti autodistruttivi.
Che cosa è
il bullismo
Come è ormai
noto, il bullismo (bulling) è un
fenomeno su cui si è cominciato ad indagare
recentemente anche in Italia (2)
, nelle fasce d'età dei giovani che frequentano
le medie inferiori e le prime classi delle superiori,
ma può essere già presente alle
elementari.
Si tratta di un
comportamento legato
all'aggressività.
E' un'azione di
prevaricazione, singola o di gruppo, che viene
esercitata in maniera continuativa, da parte di un
singolo o di un gruppo di ragazzi definiti bulli nei
confronti di una vittima predestinata.
Non si tratta dei
normali conflitti o litigi che avvengono tra studenti,
ma di vere e proprie sopraffazioni preordinate, di
soprusi, che sistematicamente, con violenza fisica,
morale e psicologica, vengono reiteratamente imposti
su soggetti particolarmente deboli ed incapaci di
difendersi, portandoli spesso ad una condizione di
soggezione, sofferenza psicologica, isolamento ed
emarginazione nei confronti di altri
coetanei.
Su questi
comportamenti, che a volte possono sembrare non
rilevanti, pesano in maniera decisiva la mancanza di
interventi da parte degli adulti. E' questa mancanza
di risposte che facilita il formarsi ed il radicarsi
di modelli e di comportamenti tra chi è vittima
e chi è prevaricatore.
L'adulto, in quanto
educatore, ha una responsabilità decisiva
nell'azione di contrasto del fenomeno, suo compito
sarebbe di richiamare con fermezza, di fronte a simili
episodi, al rispetto della persona, alla convivenza
civile ed al confronto non aggressivo nell'ambito di
una educazione ai rapporti interpersonali.
Occuparsi di questo
fenomeno è importante per un'azione di
prevenzione rispetto al possibile sviluppo di
comportamenti antisociali futuri. Studi e ricerche
dimostrano come i giovani aggressivi e prevaricatori
incorrano più facilmente nel rischio di
comportamenti problematici quali la criminalità
o l'abuso di alcol. Mentre per la vittima si tratta
spesso di sperimentare un'oppressione estrema che
causa una condizione di profonda sofferenza, di grave
svalutazione della propria identità o di
crudele emarginazione dal gruppo, che può
aggravare nel futuro sviluppo, l'ansietà ed il
disagio comportamentale.
Aspetti psicologici
individuali e di gruppo
Il bullismo copre
un'età che và dai 7-8 anni ai 14-16
anni, età preadolescenziale e adolescenziale
determinate o dalla rappresentazione di importanti
compiti evolutivi futuri o da condizioni di
particolare instabilità psicologica, emotiva e
fisica dell'individuo.
Più che le
particolari condizioni soggettive, famigliari o
sociali (in questo senso non emergono dati
significativi dalle ricerche), è il mancato
sviluppo di una o più delle potenzialità
evolutive collegate alla crescita, a determinare per
alcuni un ruolo di vittima e per altri quello di
bullo.
Per esempio un
più adeguato sviluppo autopercettivo positivo,
come l'autostima e il rinforzo personale, e
comportamenti di maggior assertività sarebbero
utili alla vittima per riuscire a contrastare il suo
destino, mentre per i bulli lo sviluppo di
comportamenti di autocontrollo pulsionale e di
sensibilizzazione verso l'altro, come l'empatia, la
comprensione, la solidarietà ed il rispetto
delle regole, gli sarebbero utili per evitare di
imboccare strade pericolose.
Nell'ambiente
scolastico poi, risulta difficile liberarsi, sia per
il bullo che per la vittima, da certe distribuzioni di
ruoli, entrambi condizionati dalle dinamiche del
gruppo classe. La classe è determinante nel
favorire la costruzione di un sistema di regole di
gruppo, dove esiste chi è sopraffatto, chi deve
sopraffare, chi è astante partecipante (di
solito a favore del bullo) e chi astante non
partecipante (chi è indifferente o magari a
favore della vittima, ma intimorito dalla
situazione).
Il contesto
relazionale che si produce con il bullismo è
tipico di un sistema chiuso, problematico, che non ha
trovato sbocchi per uno sviluppo evolutivo positivo
delle relazioni tra i pari. In assenza di ciò
prendono spazio le dinamiche più negative (come
nel nonnismo tra i militari), dove i rapporti interni
tra i compagni, si ritualizzano in comportamenti di
sopraffazione e di svalorizzazione dell'altro, di
passività e di impotenza, oppure in
atteggiamenti di indifferenza e di non intervento pur
di non essere coinvolti in situazioni spiacevoli. Il
gruppo produce così identità individuali
e di gruppo che tendono a cristallizzarsi in relazioni
e comportamenti ripetitivi e negativi, assegnando alle
persone ruoli, stereotipi ed etichette che durano nel
tempo.
Tutto ciò
è favorito dalle condizioni tipiche della
scuola in quanto contesto. Nel mondo esterno un
giovane che subisce prepotenze, può scegliere
di cambiare gruppo o compagnia, in classe è
obbligato a condividere con gli stessi compagni
l'intero percorso scolastico.
Per la vittima, come
abbiamo già visto, questa condizione ha
conseguenze a breve e lungo termine: ansietà,
disistima, depressione e disagio comportamentale,
abbandono scolastico, e, come le ricerche ci dicono,
nei casi più gravi e nei soggetti più
deboli, anche il suicidio.
I dati ci dicono che
spesso la vittima non trova le condizioni per un
riscatto, perchè non vi sono le condizioni
ambientali di tutela fisica e nemmeno l'aiuto
necessario (ed a volte richiesto) di un adulto che
interrompa la situazione di bullismo e che sia capace
di favorire un'azione di rinforzo psicologico al
più debole.
Il bullo, viceversa,
non trova il contenimento necessario
all'impulsività e all'aggressività in un
contesto in cui si sente perfettamente a suo agio e
che gli appare senza regole e sanzioni significative.
Soprattutto non trova adulti che lo aiutino a prendere
consapevolezza e ad uscire dal ruolo che si è
costruito (a volte l'unica maniera che conosce per
socializzare), sensibilizzandolo a rapporti sociali
più costruttivi.
Cosa fare? Un
metodo di lavoro
Il fenomeno è
spesso sottostimato dagli adulti della scuola, anche
perchè lo studente prevaricato non dice quasi
mai quello che gli accade. Né è facile
intuire cosa succede al di fuori di esplicite azioni
di prevaricazione fisica o verbale.
Ma è come la
punta di un iceberg, se ne vede una piccola parte,
tutto il resto è sotterraneo: sopraffazioni,
umiliazioni, ricatti, isolamento, esclusione, scherzi
pesanti, piccole estorsioni, furti, piccole torture
fisiche, sono le azioni che più frequentemente
vengono inflitte con costanza e determinazione sadica
alle vittime di turno. Per chi le vive è un
vero e proprio supplizio.
L'assenza effettiva
degli adulti, voluta o non voluta, nei momenti in cui
succedono gli episodi di bullismo, la convinzione che
i conflitti tra i ragazzi debbano essere risolti tra
loro, il non preoccuparsi delle conseguenze di certe
azioni, magari partecipando scherzosamente al dileggio
delle vittime, fanno sì che questo problema si
diffonda senza essere contrastato e
limitato.
Anche il contesto
familiare si dimostra in grande difficoltà. Per
quanto riguarda i bulli, viene da chiedersi quali
valori siano loro trasmessi in famiglia, o se si siano
mai accorti di questi loro gesti.
Per quanto riguarda le
vittime, i dati ci dicono che loro riportano
ampiamente le loro confidenze ai genitori, ma la
famiglia non sembra in grado di comprendere appieno le
loro preoccupazioni e di comunicarle alla scuola.
E il fenomeno si
sviluppa senza essere contrastato, lasciando i ragazzi
coinvolti, sia le vittime che i persecutori, in balia
degli eventi e dei modelli comportamentali che loro
stessi vanno strutturando. In assenza di quella azione
educativa che solo un adulto consapevole e attento
sarebbe in grado di offrire.
Dan Olweus (1993) e
Peter Smith (1994), sono stati tra i primi ad indagare
il bullismo ed a proporre soluzioni di intervento, e,
pur avendo alcune diversità di vedute sul piano
operativo, il primo basato su un ruolo più
attivo dell'adulto e della organizzazione scolastica,
il secondo su un approccio più relazionale, con
colloqui e training formativi diretto ai bulli e alle
vittime, hanno entrambi una visione che possiamo
riassumere in due linee operative di fondo, che
sembrano condivise da tutti coloro che a livello
europeo si occupano di bullismo.
1 - La
costruzione di contesti educativi
significativi. Contesti aperti alla crescita
del gruppo ed allo sviluppo di relazioni positive che
abbiano un senso, un peso ed un significato per ogni
suo componente. Contesti dove promuovere
abilità cognitive e sociali, utili allo
sviluppo delle persone sul piano individuale ed
emotivo. Caratterizzare cioè i luoghi, i tempi
e gli spazi, come sistemi organizzati dove sia
possibile stimolare il confronto relazionale e
favorire le parti migliori dei ragazzi: l'impegno
personale, l'empatia, la collaborazione, la
solidarietà, la responsabilità. Vittime
e carnefici sembrano entrambi carenti di un contesto
educativo significativo: i primi ne hanno bisogno per
essere tutelati da sopraffazioni e umiliazioni, per
sviluppare con meno tensioni, proprie autonome
capacità difensive, i secondi per imparare le
regole base della civile convivenza (rispetto degli
altri, controllo degli impulsi
) e per essere
sensibilizzati alla socialità e
solidarietà.
2 - Il
coinvolgimento attivo degli adulti. Siano essi
genitori, insegnanti od altre persone a contatto con i
giovani, è importante che gli adulti siano
consapevoli del loro ruolo, che richiede un'attenzione
ed una sensibilità educativa nei confronti di
qualsiasi adolescente. Essi devono promuovere
un'azione educativa comune nei contesti dove operano,
nella convinzione di svolgere un ruolo centrale
nell'azione di contrasto e di prevenzione del
bullismo. Adulti che devono essere più vicini
al percorso evolutivo dell'adolescente, più
impegnati a dare un senso, un significato, anche
affettivo, al rapporto con loro, ma anche più
impegnati a definire il proprio ruolo di guida e di
garanti delle regole. L'adulto non si deve quindi
sottrarre dall'impostare una relazione educativa di
tipo coevolutiva, dove, assieme all'adolescente,
superare eventuali schematismi o rigidità dei
rispettivi ruoli (la Morale, l'Educazione, lo
Studente, il Docente, il Padre, il Figlio,..) per
scoprire, nel rispetto l'uno dell'altro e nella
relazione quotidiana, nuovi originali percorsi per la
crescita e lo scambio individuale. Una relazione
più intensa da questo punto di vista avrebbe
anche una forte valenza preventiva nei confronti del
disagio giovanile.(3)
Un'azione di
prevenzione, di contrasto alla diffusione del
bullismo, non può dunque che richiedere adulti
più consapevoli capaci di creare un contesto
relazionale ed educativo significativo.
Note
1
- cfr. Massimo Ammaniti Crescere con i figli, le
nuove regole dell'educazione, psicologia Oscar Saggi
Mondadori, 1997 (al
testo)
2
- Per le indagini e ricerche effettuate in
città italiane come Bologna, Firenze, Roma,
Napoli, Palermo, il testo di maggior riferimento
è di Ada Fonzi Il bullismo in Italia, Giunti,
1997; 9
Sul bullismo in Italia e all'estero, v. i primi
articoli scritti su Psicologia Contemporanea : Ada
Fonzi, N.129, 1995, Persecutori e vittime tra i banchi
di scuola e N
.1997 Piccoli bulli crescono; Dan
Olweus, N. 133, 1996, Bulli.
Inoltre:
Olweus D., (1995/96) "Bullismo, insegnanti e scuola",
Psicologia e Scuola, n. 77, anno XVI, Dic-Gen.,
15-18.
Olweus D., (1996 a) Il bullismo a scuola: ragazzi
oppressi, ragazzi che opprimono, Firenze,
Ed.Giunti.
Olweus, D., (1996 b) "Bullying: la sopraffazione
nell'infanzia", Psicologia contemporanea, Gen-Feb,
23-28.
Sharp S., Smith P. (1995), Bulli e prepotenti nella
scuola, ed. it. Erikson, Trento.
Genta M.L., Menesini E., Fonzi A., Costabile A. (1996)
"Le prepotenze dei bambini a scuola. Risultati di una
ricerca condotta in due città italiane: Firenze
e Cosenza", Età Evolutiva, n.53, 73-80;
(al
testo)
3
- Per un'azione di promozione della salute e di
interventi di prevenzione nella scuola : le Pedagogie
attive di Freinet, Maslow, Rogers, il metodo Gordon,
l'autoefficacia percepita e la pratica sociale e
partecipativa di Rappaport e Zimmermann,
l'intelligenza emotiva di Goleman, gli studi e
ricerche con i giovani sulla prevenzione del disagio (
in Italia con Palmonari, Tartarotti, Regoliosi,
Francescato, Putton e altri ancora) (al
testo)
