D'altra parte
non si deve dimenticare che l'ambiente
storico-culturale della fine del settecento - inizi
dell'ottocento, nel quale la pratica ipnotica
tornò a riaffiorare dopo una scomparsa di
millenni (oggi sappiamo infatti che agli albori della
civiltà tale pratica era largamente usata dagli
antichi medici-sacerdoti di tutti i popoli della
terra), era quello che era: analfabetismo di massa,
povertà di larga parte della popolazione e,
conseguentemente, privilegi per pochi eletti - in
genere nobili, clerici e colti borghesi - che li
esercitavano più o meno arbitrariamente. In un
clima siffatto non può stupire che la "forma"
assunta dall'esercizio dall'ipnosi risultasse
autoritaria, coercitiva e qua e là colorata di
elementi magici e religiosi. Ho scritto: "forma",
appositamente, per distinguere la pratica o tecnica
ipnotica usata da un qualsiasi operatore, dall'ipnosi
in quanto fenomeno complesso a se stante; dall'ipnosi,
cioè, intesa come un vero e proprio modo di
essere e di funzionare dell' organismo umano
indipendentemente dalla tecnica usata per indurlo o
dalla spontaneità del suo manifestarsi.
Oggi si conoscono un
numero considerevole di tecniche induttive distinte -
molte dirette e molte altre addirittura indirette - ma
all'epoca di Freud l'unica forma usata era appunto
quella diretta e autoritaria, fondata sul potere
carismatico e sul prestigio professionale. Freud era
in oltre convinto che per ottenere un qualche
risultato terapeutico degno di nota fosse necessario
indurre, sempre e comunque, nei propri pazienti il
livello della trance sonnambulica con relativa
amnesia. E riconosciuta l'obiettiva difficoltà
di raggiungere in ogni caso tale profondità -
che solo oggi sappiamo non essere indispensabile e
comunque relativa ad una predisposizione
costituzionale individuale - preferì alla fine
abbandonare tale pratica dalla quale era invece
partita la sua ricerca. Influenzato dal suo pensiero e
incline come al solito al pregiudizio verso tutto
ciò che non fosse misurabile e quantificabile,
l'ambiente clinico e accademico perfezionò,
amplificandolo a dismisura, il giudizio negativo del
maestro viennese e finì per condannare
l'ipnotismo al più completo ostracismo.
Così abbandonato al libero esercizio ed abuso
di ciarlatani, sedicenti maghi e terapeuti da
strapazzo, dovettero trascorrere all'incirca
cinquant'anni prima che l'ipnotismo tornasse a
riscuotere un qualche interesse scientifico grazie al
coraggio e all'impegno indefesso di due insigni
maestri la cui levatura morale e professionale era
ineccepibile: il Prof. Franco Granone, docente in
clinica delle malattie nervose e mentali e primario
neurologo presso l'Ospedale Generale Sant'Andrea di
Vercelli, in Italia; e il prof. Milton H.Erickson
docente di psichiatria nella Wayne State University,
in America. La loro fu un'opera immensa, sostenuta da
una ricerca metodica e scrupolosa, grazie alla quale,
in questi ultimi anni, l'ipnotismo è riuscito
almeno parzialmente a fare breccia nel muro di
silenzio, discredito e pregiudizio che sembrava averlo
di nuovo seppellito.
Ma se una qualche
disponibilità può essere oggi
effettivamente rintracciata tra i ricercatori e gli
operatori clinici, e se tra gli stessi è andata
maturando una qualche comprensione del fenomeno della
trance e dei processi fisici e psichici che
l'accompagnano, non si può certo presumere che
la stessa cosa sia avvenuta nell'ambito della
coscienza collettiva. L'uomo della strada, per quanto
colto e istruito, resta pur sempre condizionato
dall'ambiente storico e culturale nel quale le sue
rappresentazioni si sono formate, e dunque
inevitabilmente legato ai preconcetti di cui sopra
dicevo. Come ho tentato di dimostrare nel precedente
capitolo - riportando le conclusioni di Tart - uno dei
più grandi pregiudizi dell'epoca attuale
è la convinzione radicata in ogni uomo di
condividere tutti un medesimo e identico livello di
coscienza ordinaria e di partecipare, con tale
meraviglioso strumento, ad una medesima, identica
realtà. L'umanità, nel corso del suo
processo evolutivo, ha conosciuto e superato
innumerevoli pregiudizi: come ad esempio quello del
mondo rappresentato come un disco piatto sostenuto
nell'aere da forze ciclopiche; o come quello della
visione geocentrica della terra; o, ancora, come
quello della assoluta estraneità dell'uomo alla
natura animale. In passato, chiunque avesse dubitato
di tali accertate, assolute, indiscutibili
verità, sarebbe stato additato come pazzo o
eretico e, solo per questo, probabilmente processato.
Ma guai a credere che le cose oggi siano cambiate.
Guai a proiettare sui nostri predecessori tutta
l'ignoranza, l'ingenuità e la stoltezza
dell'oscurantismo prescientifico; e illudersi di aver
finalmente conquistato, noi, solo noi, eletti rampolli
dell'epoca scientifica, la Verità in tutta la
sua magnificenza. L'esperienza avrebbe dovuto
insegnarci che la stessa scienza, nella sua storia, ha
conosciuto mille e mille verità che solo il
giorno dopo venivano dimostrate infondate. E le
più recenti scoperte ci hanno suggerito che noi
non siamo, e probabilmente mai saremo, distaccati
abitatori e spettatori di un universo la cui
realtà ultima ci è estranea e
indifferente. Al contrario: in quanto esseri
percepienti e pensanti noi condizioniamo la
realtà e siamo da quest'ultima condizionati, in
un processo circolare di causalità. Noi
"raccontiamo" il mondo - spiegava Don Juan, con
pazienza, al suo discepolo - ma il "mondo raccontato"
ci ritorna incontro, condizionandoci a vedere solo
ciò che va visto, a udire solo ciò che
va udito o a pensare solo ciò che va pensato.
Attraverso sottili meccanismi di approvazione e
punizione ogni uomo educa il proprio figlio in tal
senso, seleziona lo sguardo pieno di meraviglia con
cui il neonato si presenta al mondo, indirizza le sue
convinzioni; e solo a prezzo di sforzi immensi,
generazione dopo generazione, qualcosa muta,
l'umanità conquista una più ampia veduta
e il suo orizzonte si allarga.
Oggi, alle soglie del
terzo millennio, condivido l'opinione di alcuni
ricercatori che il pregiudizio da abbattere sia
appunto quello relativo alla finitezza, determinata
una volta per tutte, degli stati di coscienza da una
parte e della realtà ultima del mondo
dall'altra. Un pregiudizio tenace, radicato, per
superare il quale occorrerà molta
umiltà, disponibilità ed
elasticità mentale. In altre parole, la
rivoluzione da compiere, come sempre, è quella
del superamento dei limiti dell'attuale
coscienza.
In un tale contesto
l'individuazione e lo studio della trance ipnotica e
degli stati alterati di coscienza si pone allora con
finalità che vanno ben al di là della
semplice curiosità conoscitiva o delle
applicazioni terapeutiche. Per comprenderli dobbiamo
infatti essere disposti a mettere in discussione buona
parte delle nostre così dette certezze
acquisite, a liberarci dai pregiudizi e a varcare le
colonne d'Ercole del nostro piccolo mondo
precostituito. Potrà sembrare banale, ma non si
può trovare una cosa se non si sa bene cosa
cercare. Nessuno è mai riuscito a vedere
ciò che non voleva vedere né, tantomeno,
ciò che non era preparato a vedere. Per questo
non riusciremo a comprendere le innumerevoli sfumature
degli stati alterati di coscienza se non ci
prepareremo ad osservarli con occhi diversi da quelli
con i quali li abbiamo finora osservati e con la mente
sgombra di antiquate rappresentazioni.
****
Molti dei miei
pazienti, la prima volta che mi richiedono un
intervento di ipnositerapia, più o meno
inconsciamente, e che lo confessino o meno, si
aspettano un qualcosa sullo stile: "A me gli
occhi
" Purtroppo è inevitabile. Questa
è la rappresentazione mentale avallata dai
media in questi ultimi decenni e questo dunque viene
cercato. Accade in oltre che, dopo le dovute
chiarificazioni da parte mia, il paziente raggiunga un
soddisfacente grado di trance ipnotica, ma che al
risveglio mi guardi stupito, come per dire: "Tutto
qui?
", e se non fosse per le diverse performance
ottenute - appunto per questo molto importanti -
probabilmente mi riterrebbe un cialtrone.
Cos'è dunque
una trance? Come e perché si manifesta?
C'è differenza tra una trance e una trance
ipnotica, e se si, in cosa consiste?
Mi rendo ovviamente
conto, con queste domande, di "mettere il dito proprio
sulla piaga": perché nonostante tutto, dopo
anni e anni di ricerche, non siamo ancora in possesso
di una teoria completa sull'argomento. Sono state
avanzate teorie psicologiche così dette
suggestive (Braid, Bernheim e altri) secondo le quali
l'ipnosi sarebbe un aspetto particolare, ma del tutto
normale, dello psichismo che si realizzerebbe
attraverso la suggestione; teorie riflessologiche
(Pavlov e la sua scuola) che considerano l'ipnosi una
forma di inibizione corticale parziale condizionata;
le teorie psicanalitiche (da Ferenczi a Gill, Brenman
e Romero) che si sforzano di spiegare tutta la
complessa feno- menologia ipnotica con il concetto di
transfert; e le più recenti teorie cognitiviste
e dissociazioniste (Janet, Hilgard e altri) che
poggiano invece sull'idea che la coscienza umana sia
costituita da una molteplicità di sistemi di
controllo gerarchizzati, dotati di una ben definita
mobilità e fluidità, e che l'ipnosi si
realizzi nella transizione da un sistema di controllo
ad un altro.
Alla luce di questi
studi, cos'è dunque una trance?
F. Granone, che come
ho già detto può essere considerato una
delle massime autorità in materia e che per
più di cinquant'anni ha svolto una intensa
attività di ricerca e di sistemazione teorica,
mettendo a confronto le concezioni più
interessanti scrive a proposito: "Quando nell'Io si
verificano fenomeni di scissione intrapsichica per
suggestione, indottrinamento, innamoramento, transfert
ecc. ed esso regredisce a sottosistemi di
funzionamento primari e secondari con atteggiamenti
monadali, propri del primo stadio dell'evoluzione
ontogenetica, si realizza una trance; ma quando
compaiono, in questo stato di trance e cioè di
parziale dissociazione psichica dell'Io, fenomeni di
ideoplasia più o meno controllata auto o
eteroindotta allora noi riteniamo più opportuno
parlare di trance ipnotica o più semplicemente
di ipnosi."
Ora, se mi posso
prendere la libertà di accostare tra loro due
concezioni che solo un linguaggio molto diverso fa
apparire distanti, potrei suggerire che ci si trova in
una trance ogni qualvolta l'Io passa da uno stato
ordinario di coscienza (un d-SoC), che come sostiene
Tart sarebbe mantenuto dall'azione stabilizzante dei
dieci sottosistemi esaminati nel precedente capitolo,
ad uno "diverso", "altro" rispetto a quello
considerato ordinario per quel singolo individuo in un
determinato tempo. Se ho ragione, la trance potrebbe
essere allora identificata come uno dei tanti stati di
coscienza alterata (un d-ASC) che, come abbiamo
già visto, viene definito come un'alterazione
qualitativa e/o quantitativa del modello generale del
funzionamento mentale.
Ovviamente mi rendo
conto della differenza con cui il termine
"sottosistemi" viene usato da Granone e da Tart, ma
considerato il grado di approssimazione con cui sia la
medicina che la psicologia, almeno finora, sono
riuscite ad accostarsi ai processi mentali umani,
direi che possiamo fingere di non vederla.
I vantaggi sono
evidenti. Innanzi tutto una tale definizione potrebbe
chiudere definitivamente la vecchia diatriba sulla
natura del fenomeno trance e sanzionare una volta per
tutte che non si tratta né di un fenomeno
simile a quello del sonno né di una sindrome
patologica (come sosteneva la scuola di Charcot),
bensì di una sindrome a se stante,
indubbiamente complessa, ma del tutto naturale. Come
ha sempre sostenuto Granone, recenti studi
sembrerebbero confermare che trattasi di uno stato
"altro" dell'organismo, anche se non oggettivabile:
"una sorta di potenzialità o dispositivo innato
- afferma L. Chertok, psichiatra, psicanalista e
grande studioso del fenomeno - che trae origine
addirittura dall'ipnosi animale."
Forse il termine
"ipnosi animale" non è dei più corretti,
ma è certo che in molte specie, quando viene
sperimentalmente inibito il funzionamento di quel
poderoso impulso che proviene dall'istinto di
conservazione, come estrema difesa tende a prodursi
uno stato naturale di catalessi. Faccio qui
riferimento alla recente scoperta di Henri Laborit del
così detto SIA (Sistema di Inibizione
dell'Azione) e delle vie neurofisiologiche
subcorticali antagoniste a quelle che controllano
l'azione nel piacere (nutrizione e riproduzione) o
nello stress (aggressione e fuga). Sistema di
inibizione che entrerebbe in funzione in tutti quei
casi in cui l'azione potrebbe risultare improduttiva o
comunque dannosa per l'animale, e che, se di breve
durata, servirebbe appunto a riequilibrare l'organismo
in vista di una successiva risposta motoria.
Ora, tutti siamo
più o meno d'accordo sul fatto che l'essere
umano, con il suo bagaglio di storia e di cultura, sia
infinitamente più complesso dei propri fratelli
animali, ma ritengo possibile che il processo di
innesco della trance affondi le sue radici nel
meccanismo neurofisiologico messo in evidenza da
Laborit, mentre il fenomeno - in se e per se - si
è evoluto, modellandosi sulle esigenze di un
organismo psicofisico - quello umano - appunto molto
più complesso.
Ciò detto,
apparirà dunque più comprensibile il
fatto che, come stato alterato della coscienza
(d-ASC), la trance non abbia nulla a che fare con il
sonno fisiologico (del quale non presenta
l'alterazione del regime dei riflessi, né il
medesimo tracciato elettroencefalografico, né
un analogo metabolismo basale del cervello), né
tantomeno con i quadri conosciuti della patologia
mentale. Essa si presenta dunque come un particolare
stato psicofisico che può o meno essere
instaurato con quelle tecniche che noi chiamiamo
ipnotismo. Tant'è vero che lo stesso Granone
suggerisce come, oltre alla suggestione ipnotica, essa
possa prodursi in particolari condizioni quali l'
innamoramento, la tensione mistica, la possessione
creativa artistica o scientifica, l'intossicazione da
farmaco (droghe), l'ebbrezza alcolica e - vorrei
aggiungere e dimostrare - le attività
estreme.
E infatti, scrive
Granone : "
solo quando compaiono in questo
stato di trance, e cioè di parziale
dissociazione psichica dell'Io, fenomeni di ideoplasia
più o meno controllata auto o eteroindotta
allora noi riteniamo più opportuno parlare di
trance ipnotica o semplicemente di ipnosi."
Si potrebbe ovviamente
obiettare che affinché si realizzi un qualunque
stato alterato di coscienza (d-ASC) sia comunque
necessaria la presenza di un monoideismo affettivo:
l'innamorato preso dalla immagine della sua bella,
l'artista dall'idea creatrice prorompente, lo
scienziato dalla ricerca della verità, il
mistico dal suo Dio e l'atleta dalla vittoria, dalla
conquista o dal record. E in un certo senso questo
sarà senz'altro vero. Ma io credo con Tart che
la parziale dissociazione psichica dell'Io e i
cambiamenti qualitativi e quantitativi nei
sottosistemi che formano lo stato di coscienza
ordinario (d-SoC) possano realizzarsi anche a
prescindere dalla presenza di uno specifico
monoideismo affettivo. Alcuni esempi, fra tanti: la
possibile realizzazione di uno stato alterato di
coscienza (d-ASC) nelle esperienze di sensory
deprevation e che sarebbero da imputare,
principalmente, ai cambiamenti verificatesi nei
sottosistemi dell' Esterocezione e dell'Enterocezione;
la realizzazione di stati alterati (d-ASC) realizzati
attraverso la partecipazione a canti, suoni
ripetitivi, musiche ritmiche e danze volte a
modificare i sottosistemi dell'Output Motore, quello
del Senso Spazio-Temporale e quello delle Emozioni;
oppure, ancora, stati alterati (d-ASC) verificatisi a
seguito di violenti traumi improvvisi. La mia
compagna, tanto per citare una caso concreto, cadde
dalla bicicletta mentre facevamo una passeggiata
rilassante dopo giorni e giorni di scalate sulle
pareti del Monte bianco. Forse fu la tensione
accumulata nei giorni precedenti, o forse fu la paura
della caduta; fatto sta che nonostante
l'esiguità della ferita Valentina rimase in
trance (d-ASC) per almeno tre ore e ancora oggi, a
distanza di tempo, non ricorda assolutamente nulla del
tempo trascorso tra la caduta e il momento in cui si
"risvegliò" nell'ospedale di Courmayeur, dove
ci eravamo recati per le medicazioni del caso. Durante
il tragitto aveva camminato, aveva parlato (anche se
in maniera alterata) con me e con alcuni escursionisti
che ci avevano soccorso, e (cosa curiosa) aveva
indovinato al primo colpo il nome di battesimo
piuttosto inconsueto (Betsabea) di una di quelle
persone che lei non aveva mai visto prima o conosciuto
(fenomeno E.S.P?); ma di questi particolari lei non
ricorda assolutamente nulla.
La distinzione tra la
trance intesa semplicemente come stato alterato di
coscienza (d-ASC) e l'ipnosi vera e propria è
così importante ai fini della mia trattazione
che mi concederò il lusso di dilungarmi ancora
un poco sull'argomento, nella speranza che possa
diventare chiaro per tutti a cosa farò
riferimento nel proseguo del mio lavoro.
Definire un processo,
infatti, permette di poterlo riconoscere e descrivere
qualora si presenti e, nello stesso tempo, impedisce
di ridimensionarlo per poterlo ricondurre a fenomeni
più conosciuti. Come di fatto accade - tanto
per fare ancora un esempio - agli alpinisti impegnati
sopra gli ottomila metri di quota i quali, quando
riferiscono di aver percorso "come in trance" gli
ultimi metri prima di una qualche vetta, non capiscono
che non si trovavano affatto "come in trance"
bensì in una trance vera e propria o, meglio
ancora, in uno stato alterato di coscienza (d-ASC) con
tutte le componenti psicofisiche del caso.
****
Dicevamo allora - con
Granone - che trance ipnotica può essere
considerata solo quello stato alterato di coscienza
(d-ASC) che si realizza per suggestione auto o
eteroindotta e che è caratterizzata dalla
presenza di un monoideismo che, in mancanza di
rappresentazioni antagoniste e grazie all'intensa
carica affettiva, acquisisce una eccezionale potenza
plastica. "Con la suggestione - scrive appunto Granone
- si introduce, si coltiva, si rafforza nella mente
del soggetto un'idea. Questa si risolve in immagine e
l'immagine in sensazioni ricordate; cosicché
ogni idea nasconde in sé l'energia sviluppata
da un'eccitazione psichica anteriore e dai relativi
circuiti condizionati. Per qualunque via la
suggestione arrivi al cervello, essa viene, secondo la
vecchia legge dell'ideodinamismo di Bernheim,
trasformata in sensazione, in immagine, in sensazione
viscerale o in movimento"
Come si può
osservare, tornerebbe così in auge, avvalorata
dalle più recenti conoscenze scientifiche,
l'antichissima intuizione misteriosofica della
correlazione dinamica tra le idee, il movimento e la
forma. D'altra parte l'intensa modificazione della
reattività fisiologica cerebrale sotto lo
stimolo suggestivo della parola o dell'immagine, e il
plasmarsi di molte funzioni somato-viscerali,
neurovegetative ed endocrino-umorali alludono
chiaramente al "dove e come" possa essere rintracciato
il superamento della straziante dicotomia
psiche-materia organica.
"Per ogni pensiero -
scrive ancora Granone - per ogni sentimento, noi
abbiamo pertanto particolari effetti muscolari, come
abbiamo particolari moti viscerali ed endocrini. A
loro volta le varie funzioni viscerali, sensoriali,
sensitive e motorie si riverberano sulla psiche,
dimostrando un concatenamento veramente meraviglioso
fra stimolo sensoriale, pensiero, funzionalità
endocrina e atteggiamento muscolare."
D'altra parte la
scuola russa di Bykov, riallacciandosi alle scoperte
pavloviane sui riflessi condizionati, sarebbe riuscita
a dimostrare che ogni organo e tessuto possiede la sua
rappresentanza corticale e che la quantità di
correlazioni organiche possibili sono infinite. La
corteccia cerebrale sarebbe dunque capace di
interferire sull'attività di ogni parte del
nostro organismo, anche la più profonda
(biologica). In parole più semplici questo
significa che non esiste un'attività corticale
(pensiero) che possa risolversi in sé stessa,
ma che essa protende i suoi effetti fin nella
periferia dell'organismo. Tuttavia, affinché
questo possa accadere con la massima potenza, è
necessario che venga stravolta l'ordinaria gerarchia
tra emisfero cerebrale sinistro ed emisfero destro.
Oggi sappiamo infatti che, almeno nell'uomo moderno
occidentale, è solitamente predominante
l'emisfero sinistro che - come ha ampiamente
dimostrato P.Watzlawick - è la sede delle
qualità logico-analitiche, e dunque del
pensiero razionale, concettuale, ipercritico,
radicalmente fondato sullo spazio e sul tempo
consensuali. Di conseguenza l'emisfero destro, sede
del pensiero immaginativo, analogico, musicale,
fortemente emotivo e partecipativo, è
generalmente molto meno attivo o comunque sottomesso
al sinistro.
Orbene, è
appunto in condizioni di dissociazione psichica
più o meno parziale dell'Io che, attraverso
tecniche adeguate, possono venire invertite le
funzionalità dei due emisferi cerebrali
arrivando così a realizzare una inconsueta
predominanza del destro sul sinistro e quindi una vera
e propria ipnosi.
Fermo restando il
fatto, però, che spettacolari modificazioni e
alterazioni delle regolari funzioni psichiche,
neurologiche, endocrino-umorali e viscerali, possono
realizzarsi in uno stato alterato di coscienza (d-ASC)
anche in assenza di un mirato monoideismo
affettivo.
Così, ad
esempio, l'esperienza dei pirobati (camminatori sul
fuoco) è facilmente riconducibile ad uno stato
alterato di coscienza (d-ASC) determinato da
un'atmosfera generica di esaltazione suggestiva:
mistica (in passato, quando si ricercava la presenza
in sé del Dio), magica (in tempi più
recenti, come dimostrazione del proprio potere
spirituale) e addirittura solo narcisistica
(nell'attuale presente, come rafforzamento del potere
personale dei rampanti venditori delle più
moderne aziende commerciali). Ma difficilmente nella
performance dei pirobati potrebbe essere rintracciata
la presenza di un monoideismo specifico volto ad
anestetizzare la pianta dei piedi dei giovani adepti.
Piuttosto questo si realizza, pur nell'atmosfera di
esaltazione collettiva, indirettamente e a seguito di
complessi meccanismi di alterazione dell'ordinaria
funzionalità organica. Meccanismi di cui ancora
non si conosce la specifica modalità
d'azione.
In sostanza,
nonostante manchino quasi del tutto dei criteri
differenziali, sono d'accordo con A.Pacciolla quando
afferma che si tratta di distinguere la fenomenologia
della trance dalla natura della stessa, e che: "Il
fatto che vi sia una similitudine fenomenica non
può portare ad un riduzionismo semplicistico
per cui un fenomeno si riduce ad un altro fenomeno
solo perché è simile nei suoi parametri
psico-neuro-fisiologici."
Di certo sarebbe
scorretto ricondurre alla trance ipnotica qualunque
tipo di trance: quella mistica, quella medianica,
quella artistica, quella alcolica, quella erotica o
quella sportiva, solo perché ignoriamo quali
siano gli elementi che di volta in volta entrano in
gioco e le differenziano. Per questi motivi ritengo
più utile usare il quadro di riferimento
proposto da Tart e distinguere tra stati di coscienza
ordinari (d-SoC) e stati alterati di coscienza
(d-ASC); il termine generico trance potrebbe allora
essere riferito a uno qualsiasi di tali stati alterati
- quale che sia la sua natura specifica - mentre la
trance ipnotica, o ipnosi, rappresenterebbe invece una
forma particolare di d-ASC.
E' importante che non
si confondano i più disparati stati di
alterazione della coscienza con l'ipnosi in senso
stretto, e questo nonostante la
sovrapponibilità di tanti aspetti di questi
fenomeni e/o addirittura della comune matrice
originaria. Nella mia pur limitata esperienza sono
infatti convinto che essi affondano, tutti, in
sofisticati meccanismi biologici di difesa che
garantiscono all'essere vivente (animale o uomo) la
continuità della propria esperienza di vita ben
oltre i limiti ordinariamente imposti dall'universo
nel quale siamo inseriti. Probabilmente quegli stessi
meccanismi individuati da Laborit in quasi tutte le
specie animali, e che l'uomo, nella sua
complessità, ha poi amplificato a
dismisura.
Come che sia, la
distinzione tra l'ipnosi in quanto stato alterato di
coscienza (d-ASC) e quanti altri mai stati alterati
possano in noi generarsi è importante ai fini
della mia ricerca perché l'assenza di uno
specifico monoideismo, o ideoplasia auto o
eteroindotta, getta una tutt'altra luce su alcune
delle esperienze realizzate nel corso di
attività estreme. Esperienze che potrebbero
anche ampliare la conoscenza che finora abbiamo non
solo del mondo ma anche di noi stessi.
Come cercherò
di dimostrare, lo scalatore impegnato in solitaria su
una verticale parete dolomitica, l'alpinista
himalaiano sopra quota ottomila, il canoista mentre si
tuffa in una rapida estrema, lo sciatore impegnato
lungo un canalone ghiacciato a 60° di pendenza,
il pilota di delta o di parapendio mentre risale una
termica a + 9 o a + 10, o ancora il subacqueo sceso
sotto i - 50, sono tutti in stato alterato di
coscienza (nel senso che Tart ha dato al termine),
anche se lo ignorano. Ed eventi particolari, in quelle
situazioni già estreme, possono far "saltare"
spontaneamente e naturalmente questi atleti in
dimensioni davvero peculiari; ma che non sono solo per
questo patologiche, né tantomeno distorte. Come
ho già scritto nella prefazione di questo
lavoro, l'evento inaspettato non ha nulla a che vedere
con la spontaneità e la naturalezza del "salto"
da uno stato di coscienza ad un altro; "salto" di
coscienza che, come abbiamo visto, poggia invece su un
meccanismo difensivo arcaico che condividiamo con la
maggior parte degli animali e che noi, esseri molto
più complessi, possiamo sperimentare in una
forma appunto più complessa. Quando l'organismo
è in serio pericolo, infatti, o comunque sotto
shock, e non ha nessun'altra via di fuga, una saggezza
arcaica provvede a mobilitare le più recondite
riserve di energia riducendo, ma è solo un
esempio tra tanti, funzioni fisiche non necessarie in
quel momento e aumentandone altre più utili.
Nell'emergenza siamo in grado di produrre sostanze
antidolorifiche, variare il metabolismo basale,
abbassare la temperatura corporea ed entrare
così in condizioni mentali "altre" da quelle
ordinarie. In queste condizioni si modificano a volte
le percezioni che abbiamo di noi stessi, degli altri e
del mondo intero, fenomeni straordinari possono
apparirci assolutamente ovvi e il nostro essere
più profondo può realizzare esperienze
davvero ineffabili come quelle raccontate da persone
che sono state rianimate dopo essere state
"clinicamente morte" per qualche breve minuto, oppure
in un coma profondo in seguito risoltosi, oppure
ancora in profondi stati meditativi o che hanno infine
attraversato sconvolgenti catarsi artistico-creative.
In tutte queste situazioni e in molte altre, vuoi per
crisi organiche, vuoi per crisi psichiche, è
come se una soglia venisse infranta
un limite
superato o, meglio ancora, un velo squarciato e
l'uomo, per brevi, fuggevoli attimi potesse infine
guardarvi attraverso: e realizzare così il
superamento della dolorosa, tragica frattura tra "Io e
Mondo" in un inaspettato momento di comunione (il Flow
di cui parla Semler); veder emergere facoltà
psichiche inusuali; avere intuizioni folgoranti sul
significato di ogni cosa; vedere ridimensionata
l'esperienza del dolore e della morte. Ultime, ingenue
favole consolatorie di un organismo stremato o
concreta esperienza di una realtà insospettata?
Pietose menzogne che raccontiamo a noi stessi come
estrema difesa dal terrore del Nulla, o involontaria
rottura e superamento dei limiti impostici dal nostro
attuale stato evolutivo?
Come dicevo poche
righe più sopra, è possibile che tutti
gli stati alterati di coscienza - compresa l'ipnosi -
si originino da una comune matrice originaria volta a
garantire la continuità dell'esperienza della
vita oltre i limiti ordinariamente impostici dal
mondo.
Che la
possibilità di varcare saltuariamente tali
limiti sia riconducibile ad una sorta di fredda
intelligenza biologica sviluppatasi nel corso
dell'evoluzione, o che riveli invece la presenza di un
potenziale spirituale solo provvisoriamente costretto
entro tali limiti, da un certo punto di vista non mi
interessa. Per quanto la mia personale visione del
mondo implichi l'idea di un'evoluzione infinita
dell'uomo e di tutti gli altri esseri viventi che non
è delimitata nel tempo compreso tra la nascita
e la morte, non avverto il bisogno di suffragare tale
mia concezione con prove intelligenti o, come si suol
dire, scientifiche. Sono convinto che se una
evoluzione ci attende (cosa per altro che io credo)
allora questa può realizzarsi ed essere
compresa solo attraverso l'esperienza diretta. Ed
esperire vuol dire partecipare con tutta la propria
umanità; vuol dire coinvolgersi con il proprio
pensiero, con i propri sentimenti e con la propria
azione. Allo stato attuale delle nostre conoscenze
è ridicolo che "qualcuno", sia esso il
più accreditato psichiatra, psicologo o
psicanalista, presuma di poter sentenziare sul
significato ultimo dell'esperienza esistenziale umana.
L'unico atteggiamento autenticamente scientifico
consiglierebbe piuttosto la prudenza, l'umiltà
e soprattutto la rinuncia a dogmatici paradigmi nei
quali costringere, con arroganza, tutto ciò che
ancora ci sfugge. A meno di non voler pubblicizzare la
propria paura.
Come ha ribadito Tart,
più volte, nei suoi scritti, non ha alcun senso
che coloro che si trovano in uno stato ordinario di
coscienza (d-SoC) e che condividono una realtà
che è soltanto consensuale e perciò
relativa alla cultura storica di cui fanno parte, si
arroghino il diritto di giudicare (perché di
questo si tratta) l'esperienza vissuta da un altro
essere umano in una cultura affatto diversa, oppure in
uno stato alterato di coscienza (d-ASC).
Straordinaria, in tal senso, la ricerca condotta da
Tart sugli stati alterati provocati da sostanze
stupefacenti, nella quale è riuscito a provare
al di là di ogni precedente convinzione che
neppure nel caso di droghe pesanti come la cocaina,
l'oppio o la dietilamide dell'acido lisergico (LSD)
esista una relazione precisa tra assunzione ed
effetti. Questi, piuttosto, come le particelle
subatomiche della fisica quantistica, cambiano natura
a seconda delle motivazioni, delle aspettative e delle
istruzioni ricevute dallo sperimentatore,
nonché dei pregiudizi più o meno
dogmatici dell'osservatore. Se vogliamo davvero
conoscere, se vogliamo davvero superare i limiti del
mistero che ancora avvolge la nostra esperienza
esistenziale, dobbiamo essere disposti a rinunciare
alla consueta e comoda pratica di misurare tutto e
sempre con lo stesso metro, costringendo ogni cosa
nell'unica misura che conosciamo. Come ha proposto
Tart c'è bisogno di scienze specifiche di stati
o, in altre parole, di metodi scientifici differenti
per ogni differente stato di coscienza; metodi che
tengano in oltre finalmente conto
dell'oggettività dell'esperienza soggettiva
umana, e sappiano perciò restituirle il ruolo
che ad essa spetta nell'economia dell'intero
universo.
Con tutti i rischi che
questo comporta, solo una completa partecipazione a
ciò che vogliamo conoscere può aprire
per noi le porte del nuovo millennio, e se vogliamo
essere davvero scientifici e meritarci il
riconoscimento delle future generazioni, dobbiamo
escogitare metodi nuovi che salvaguardino la tensione
alla verità senza però sacrificarla al
dogma del luogo comune.
Quand'ero ancora
giovane e leggevo i libri di Carlos Castaneda avevo
imparato a saltare le prefazioni scritte
dall'intellettuale di turno: mi facevano ribollire di
rabbia le dotte interpretazioni dell'affermato
strizzacervelli che con noncuranza riduceva Don Juan
ad un complesso nevrotico intrapsichico dell'autore
oppure, ma solo nel migliore dei casi, ad archetipo
dell'inconscio collettivo. Io non ho mai preteso di
sapere se Don Juan sia effettivamente esistito o sia
stato piuttosto il parto di una feconda fantasia, ma
è certo che non me la sarei mai sentita di
starmene comodamente seduto sulla mia scrivania a
pontificare in maniera "molto intelligente"
sull'esperienza che un mio simile potrebbe anche aver
fatto viaggiando nel deserto messicano, assumendo
droga, vivendo esperienze psichiche devastanti e
terribili, magari accompagnato da uno stregone che,
tutto sommato, potrebbe benissimo essere
esistito.
Credo che, come
minimo, avrei prima tentato di verificare.
Poi maturando, o
comunque crescendo, ho capito che se Don Juan fosse
realmente esistito e gli avessero dato da leggere le
saccenti elucubrazioni di tutti quei sapientoni, quasi
sicuramente si sarebbe sbellicato dalle
risate.
Compresi allora che la
mia rabbia giovanile non aveva più alcun
senso.
E quando oggi racconto
(con parsimonia) quello che ho sperimentato in
vent'anni di alpinismo e che ancora mi capita di
sperimentare volando con il parapendio, e vedo passare
negli occhi nel mio interlocutore il lampo
dell'intelligenza interpretativa, in genere mi ritiro
in buon ordine permettendo così alla mia anima
di sganasciarsi dalle risate.