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Le Sezioni di Psiconline |
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La Sindrome da Affaticamento Cronico (CFS, Chronic Fatigue Syndrome) La caratteristica essenziale e' un grave senso di affaticamento che dura da almeno 6 mesi e da un insieme di diversi sintomi aspecifici come difficolta' di concentrazione e memoria a breve termine, dolori muscolari e articolari, cefalea, rigonfiamento dei linfonodi, insonnia, sonno non ristoratore, malessere dopo attivita' fisica che dura per piu' di un giorno. La CFS ha avuto altri nomi in passato come sindrome fibromialgica, encefalomielite mialgica, neurastenia, mononucleosi cronica. Il problema principale e' che i sintomi dell CFS sono sovrapponibili ad altre condizioni cliniche come l'ipotiroidismo, narcolessia, disturbi depressivi, cancro, malattie autoimmuni, infezioni subacute, disturbi indotti da uso di sostanze, reazioni a particolari farmaci. |
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Il problema dell'intelligenza Dott. Massimo Rinaldi Per ciò sono stati costruiti diversi test, perfezionati in seguito di pari passo con l'avanzare della loro diffusione, e sempre più utilizzati, specialmente nella psicologia americana, tanto nel campo della psicologia del lavoro (selezione del personale e orientamento) quanto in quello scolastico. Il risultato dei test di intelligenza viene di solito sintetizzato in un punteggio, chiamato QI o quoziente d'intelligenza. Il punteggio di 100 corrisponde al risultato medio; punteggi poco superiori o poco inferiori a 100 corrispondono sempre a risultati medi al test; punteggi sensibilmente più alti (ad esempio, oltre i 110 punti) o sensibilmente più bassi (ad esempio, sotto i 90 punti) corrispondono a prestazioni rispettivamente al di sopra e al di sotto della media. Scarti ancor maggiori indicano prestazioni al test ancora più difformi da quelle medie. Negli States l'applicazione dei test inizia già nella scuola materna e il QI così calcolato costituisce spesso un ingombrante bagaglio che lo studente porta con sé come un viatico per tutto il suo iter formativo. |
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Le Psicosi La schizofrenia è considerata una psicosi funzionale non organica, poichè attualmente la causa, non è ancora ben conosciuta. La schizofrenia esordisce, nella maggior parte dei casi, tra i 20 e i 30 anni, e colpisce circa l1% della popolazione generale. Non sempre questa malattia ha un decorso clinico sfavorevole (solo in un terzo dei pazienti si è riscontrato ciò) e tende alla cronicizzazione della sintomatologia e ad un generale deterioramento del paziente. Vi sono infatti forme meno gravi di schizofrenia che insorgono acutamente, hanno un decorso favorevole, e sono caratterizzate da una buona ripresa delle attività relazionali e sociali del soggetto. In altri casi il decorso è caratterizzato negli anni da periodiche riacutizzazioni dei sintomi, anche se con intervalli di relativo benessere. Quindi la sua evoluzione è molto variabile da persona a persona, per cui è alquanto difficile stabilire allinizio della sua insorgenza, quale sarà lesito a lungo termine della malattia. Per quanto riguarda l eziologia della schizofrenia sono state fatte alcune ipotesi, in base alle quali la causa risalirebbe ad alterazioni biologiche a carico di alcune zone del sistema nervoso centrale che renderebbero il soggetto predisposto alla malattia. In ogni caso non si può non considerare, nellinsorgere della schizofrenia, il ruolo determinato da un eccessivo stress o dalla presenza, specie nellambiente familiare, di gravi conflitti emotivi. Sintomi. I sintomi che caratterizzano le diverse forme cliniche della schizofrenia si possono dividere in positivi e negativi. Si definiscono positivi i sintomi che implicano unattivazione in senso patologico delle funzioni psichiche, lideazione e le senso-percezioni del paziente. I sintomi positivi sono rappresentati dalle allucinazioni, dai deliri, dalla disorganizzazione del pensiero e del linguaggio, dai comportamenti bizzarri e dalla catatonia. I sintomi negativi sono il ritiro sociale, la scarsa affettività, la mancanza di interessi e di iniziativa, lumore depresso, limpoverimento del linguaggio e del pensiero, il comportamento quasi autistico (nel senso che tende ad isolarsi sempre più dal mondo esterno). Spesso vengono trascurate anche la cura e ligiene della propria persona e della casa. Le cure attualmente disponibili. I migliori risultati terapeutici nei pazienti affetti da schizofrenia, sono ottenuti con limpiego di trattamenti integrati, i quali prevedono luso combinato di farmaci antipsicotici con il supporto di interventi psicoteraputici, riabilitativi, sociali e psicoeducazionali. Nella fase acuta i farmaci antipsicotici sono indispensabili, al fine di ottenere una rapida remissione dei sintomi psicotici che permetta successivamente la possibilità di altri programmi terapeutici, tra cui il trattamento psicoterapeutico. I farmaci antipsicotici tradizionali sono efficaci soprattutto nel trattamento di sintomi quali: allucinazioni, deliri, disturbi comportamentali, caratterizzati da aggressività, ecc. , mentre hanno scarsi risultati su sintomi quali: ritiro sociale, povertà di linguaggio, scarsa iniziativa, dove invece risulta determinante un costante impegno psicoterapeutico; questi ultimi sintomi possono anche aggravarsi dopo un trattamento prolungato con farmaci antipsicotici, mentre possono essere efficaci nei casi di grave agitazione psicomotoria per la loro azione sedativa. Purtroppo non in tutti i casi gli antipsicotici riescono a garantire, nella fase acuta della schizofrenia, un soddisfacente controllo dei sintomi. Non bisogna dimenticare la possibilità di effetti indesiderati di questi farmaci, di cui quelli più gravi e frequenti sono i disturbi extrapiramidali (distonie muscolari, parkinsonismo secondario, discinesi tardiva, acatisia); altri effetti causati dagli antipsicotici è laumento della prolattina nel sangue (iperprolattinemia), ginecomastia e impotenza nelluomo. Mentre i nuovi farmaci antipsicotici presentano una migliore tollerabilità ed efficacia; infatti vi è un rischio molto basso di provocare effetti indesiderati a carico del sistema extrapiramidale, inoltre non inducono un aumento della prolattina. Sebbene anche i nuovi farmaci antipsicotici non sono privi di effetti indesiderati, in particolare il tremore ed uno stato di irrequietezza psicomotoria anche se di minore intensità rispetto a quelli provocati dagli antipsicotici tradizionali. Per la Clozapina è stato riscontrato ,in circa l1% dei pazienti trattati, un maggior rischio di agranulocitosi (abbassamento dei globuli bianchi).
Per quanto tempo devono essere assunti i farmaci antipsicotici? Generalmente, dopo un primo grave episodio psicotico, la terapia deve essere proseguita per almeno sei mesi, a volte anche un anno.Se vi sono delle ricadute negli anni successivi, bisogna proseguire il trattamento farmacologico per almeno 4-5 anni. La durata nel tempo del trattamento farmacologico deve tenere conto, in ogni caso, della gravità clinica del disturbo e della risposta presentata dal paziente. La decisione di interrompere i farmaci, anche nei pazienti da tempo ben compensati, è sempre problematica,in quanto bisogna valutare benefici e rischi del trattamento in atto, e deve coinvolgere non solo i medici, gli psicoterapeutici, ma anche il paziente e i suoi familiari. |
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La Dislessia Dott.sse Annamaria Improta e Perla Maria Fiumani Mucchielli e Bourcier definivano nel 1974 la dislessia essenzialmente come "la manifestazione di una perturbazione nella relazione dell'Io, perturbazione che ha invaso selettivamente i campi dell'espressione e della comunicazione. La relazione dell'Io con l'ambiente circostante si è costituita sul modello dell'ambiguità e dell'instabilità; ciò blocca il passaggio all'intelligenza analitica e con questo al simbolismo", necessario per l'acquisizione del linguaggio letto-scritto. Tuttavia questo tipo di definizione è ascrivibile tra le cause che possono influire sullo "slatentizzarsi" del disturbo in particolari condizioni sociali e familiari. Più che parlare di "dislessia" si preferisce pertanto oggi parlare di "dislessie", distinguendo così la patologia partendo dall'origine del disturbo. Per illustrare meglio cosa può essere alla base di questo specifico disturbo dell'apprendimento è necessario, dunque, puntualizzare come avviene il processo di acquisizione del linguaggio letto - scritto, che si "costruisce" lentamente, partendo dalle prime esperienze senso - motorie per giungere ad acquisizioni simboliche e comunicative più complesse. Secondo Borghese (1988) "la lettura è un processo di doppia astrazione dalla realtà: una prima esperienza consiste nel tradurre l'esperienza visiva (oggetto visto e precedentemente toccato) in un simbolo uditivo (una parola); una seconda astrazione consiste nel "tradurre" quest'esperienza simbolica uditiva (la parola) in un'altra esperienza simbolica visiva (la parola scritta) ". Il processo di acquisizione di lettura e scrittura implica, quindi, il coinvolgimento di una componente "uditiva" e di una componente "visiva" ma soprattutto di una componente "linguistica" (che permette al bambino di cogliere il significato di ciò che sta leggendo). E' chiaro quindi, che un bambino con difficoltà in una delle tre aree identificate potrà avere problemi nell'acquisizione di lettura e scrittura, ma questo ancora non basta a spiegare l'insorgere di disturbi di letto - scrittura quando problemi evidenti in tali aree non ce ne sono. Cornoldi individua cinque aree nelle quali può essere collocato il deficit, e solo attraverso un lavoro specifico che stimoli l'area deficitaria, vi può essere un miglioramento della capacità di leggere e scrivere. Le cinque aree identificate sono:
Insieme al Gruppo MT già dal 1981 ha elaborato delle prove per l'individuazione delle difficoltà. Secondo gli ultimi orientamenti (presentati nel 1998 dallo stesso Cornoldi e da Stella al 4° Congresso Internazionale di San Marino "Imparare questo è il problema") dalla dislessia non si guarisce. Quest'affermazione non deve tuttavia creare allarmismi, infatti, attraverso specifici interventi è possibile, infatti, che si migliorino le capacità di letto - scrittura attraverso strategie vicarianti. Da statistiche presentate al succitato convegno si evidenzia, infatti, che nonostante le difficoltà incontrate, non è infrequente che i dislessici raggiungano un buon livello di istruzione. Un risvolto negativo si può avere invece in quei casi di dislessia rilevata e trattata: la sperimentazione continua dell'insuccesso, nonostante il proseguire degli studi, mina la strutturazione di una buona autostima, facendo del dislessico un insicuro, anche con potenzialità cognitive talvolta superiori alla media. In conclusione la dislessia è una "disfunzionalità" in una delle aree suindicate che può essere corretta attraverso l'utilizzo di metodiche calibrate caso per caso. Un trattamento logopedico mirato o l'utilizzo di software specifici (come quelli della cooperativa Anastasis di Bologna) possono aiutare i bambini con difficoltà specifiche di apprendimento ad affrontare la scuola con meno ansia e frustrazioni. |
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I test psicologici e il loro uso Dott. Massimo Rinaldi - Roma Un vero test (termine inglese, in italiano si dovrebbe usare il termine "reattivo") psicologico è qualcosa di più complesso e più impegnativo da produrre, poiché si tratta di una procedura che deve arrivare ad un risultato credibile, e non ad una generica affermazione su di un qualcosa. Vediamo brevemente che cosa è un test. Si tratta di una prova, da somministrare ad una o più persone, che serve a misurare una qualche dimensione della sfera psichica. Esistono test per misurare gli atteggiamenti, le capacità intellettive, le competenze scolastiche, le abilità specifiche, i tratti della personalità, gli stati emotivi e molto altro ancora.
La sua natura di strumento di misura, fa sì che esso debba essere tarato, ossia messo a punto, con grande cura: per sapere che valore avrà una misurazione fatta, bisogna infatti misurare prima lo strumento che misura (naturalmente, questa operazione viene fatta in fase di costruzione dello strumento). Ad esempio, per misurare una lunghezza, si dovrà usare un metro; ma la misurazione così condotta si basa sul presupposto che quel metro che stiamo usando abbia leffettiva lunghezza di 1 m. Se fosse più lungo, o più corto, lesito della misurazione effettuata sarebbe falso (impreciso). Con uno strumento semplice come il metro, la taratura è semplice: basta confrontarlo con un metro campione, e correggerlo quanto occorre. Con un test psicologico, loperazione richiede procedure lunghe e complesse, basate su una applicazione di campionatura e sulla successiva elaborazione statistica dei risultati, per la costruzione dei parametri di applicazione (chiamati norme).
Un concetto fondamentale per comprendere le problematiche legate allapplicazione di un test è quello della validità. Con questo termine si intende il grado di veridicità delle affermazioni ricavate dal test: che il Sig. Tizio abbia un Q.I. (Quoziente di intelligenza) pari a 110, ad esempio, o che Caio sia un tipo ansioso, o che Sempronio mostri spiccate attitudini ai lavori di tipo tecnico. Purtroppo, la verifica della validità di un test, che si esprime in termini di percentuale, ha significato statistico e pertanto sapere che essa risulta, poniamo, dellottanta per cento, non ci permetterà di sapere quanto sia preciso un singolo risultato, ma servirà soltanto a sapere che la probabilità che la mia affermazione sia vera è pari a quella percentuale; in altri termini, che, su 100 applicazioni del test, allincirca 80 volte esso mi dirà il vero, e le restanti 20 volte purtroppo no, sbagliando in più o in meno, non sappiamo di quanto. Al profano tutto ciò può sembrare scoraggiante, e per certi versi lo è: sia detto per inciso, un test con validità pari all80% è da considerarsi di ottimo livello. È facile rendersi conto, da ciò, che in nessun caso i risultati di un test vanno presi per oro colato. Naturalmente, lapplicazione di una batteria (=serie) di test (invece di un singolo) aumenterà notevolmente il grado di bontà della misurazione.
Altra condizione necessaria per poter considerare attendibili i risultati di un test è che la somministrazione venga fatta in modo rigoroso e corretto, per rispettare gli standard di taratura. Anche la somministrazione necessita pertanto di personale specializzato; ed infatti, somministrazione ed elaborazione dei test sono una delle specifiche competenze inerenti la professione di psicologo.
Come detto, esistono test di diverso genere e tipo. Vengono classificati per categorie, e comprendono: test per la misurazione dellintelligenza, test di personalità, test attitudinali, test clinici, e altro ancora.
Una menzione a parte meritano i test di tipo proiettivo. In questi, viene richiesto al soggetto esaminato di interpretare segnali poco chiari, come macchie di colore, figure senza spiegazione, storielle senza finale. In base alla risposta data dal soggetto, lo psicologo dovrà dedurre le sue caratteristiche di personalità: è intuitivo comprendere che linterpretazione dei risultati di questo tipo di test richiede unalta specializzazione. Tra i test proiettivi, i più noti sono il "Rorschach" (le famose "macchie di inchiostro"), il "TAT", il "Wartegg", il "disegno dellalbero" e quello della "figura umana".
Molto diffusi, anche nel campo della diagnosi della personalità, sono i test a questionario, con risposte di tipo "si no" o "vero falso". La fase di interpretazione, in tali casi è molto semplificata e la procedura più matematica. Esistono poi i test di prestazione, come quelli di intelligenza o quelli attitudinali, nei quali viene richiesto al soggetto esaminato di risolvere determinate prove, semplici ma numerose. Sarebbe troppo complesso affrontare qui le questioni connesse a questo genere di test. Anche qui, tuttavia, valgono le avvertenze sopra esposte circa la validità e la serietà nellapplicazione. I campi di applicazione dei test sono svariati: lorientamento scolastico e professionale, la selezione del personale, lo screening psicologico, ad esempio nella visita di leva, la diagnosi psicologica o psichiatrica, nel settore clinico o in quello medico-legale. Nel campo clinico, essi vengono utilizzati come sussidio, per una ricerca di dati oggettivi e confrontabili, ma lo strumento centrale per la diagnosi resta il colloquio clinico, tanto per lo psichiatra quanto per lo psicologo. Nella pratica della psicoterapia luso del test è molto marginale e, tutto sommato, superfluo. Tuttavia, in alcuni casi può risultare utile, allinterno del rapporto tra paziente e psicoterapeuta, applicare determinati test diagnostici che apportino ulteriore materiale di riflessione e spunti di indagine capaci di arricchire la terapia. |
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