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Articolo 5 - il Codice Deontologico degli Psicologi Italiani commentato

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Proseguiamo il lavoro di commento al Codice Deontologico degli Psicologi Italiani, a cura di Catello Parmentola e di Elena Leardini, con l'articolo 5.

Articolo 5 il Codice Deontologico degli Psicologi Italiani commentato

Articolo 5

Lo psicologo è tenuto a mantenere un livello adeguato di preparazione e aggiornamento professionale, con particolare riguardo ai settori nei quali opera.

La violazione dell’obbligo di formazione continua, determina un illecito disciplinare che è sanzionato sulla base di quanto stabilito dall’ordinamento professionale.

Riconosce i limiti della propria competenza e usa, pertanto solo strumenti teorico – pratici per i quali ha acquisito adeguata competenza e, ove necessario, formale autorizzazione.

Lo psicologo impiega metodologie delle quali è in grado di indicare le fonti e riferimenti scientifici, e non suscita, nelle attese del cliente e/o utente, aspettative infondate.

Secondo Husserl, è impossibile sfuggire alla complessità epistemologica della professione psicologica. E non bisognerebbe neanche tentarlo, poiché essa si espone contestualmente a tanti livelli di discorso e di esperienza.

Partiamo dall’art. 3, dato che l’articolato del Codice ha una sua precisa sequenzialità.

L’art. 3 ci dice che lo psicologo è consapevole della responsabilità derivante dal fatto che, nell’esercizio professionale, può intervenire significativamente nella vita degli altri e, per questo, deve prestare particolare attenzione a tutta una serie di fattori…

Comprendendo bene questo articolo, si assume che l’intervento significativo nella vita degli altri impone una particolare attenzione: quindi ‘sentire una responsabilità’ impone un ‘agire attento e competente’.

Essere competenti coincide con l’essere etici.

Trascurare la formazione, non essere adeguatamente competenti, quando ciò espone al rischio di intervenire significativamente ‘male e con danno’ in una vita, non deroga solo e banalmente ad uno standard tecnico ma, soprattutto, ad un standard etico.

Uno psicologo che contesti tale assunto, con ogni probabilità non ha compreso ‘cosa’ la propria incompetenza può andare a determinare, i suoi gravi esiti e le possibili conseguenze (standard tecnico), e neppure comprende che quel ‘danno’ lo convoca e lo interroga (standard etico).

Occorre molta tecnica per essere etici.

Ciò rimanda subito al prezzo coniugato delle due cose: l’etica e la tecnica che producono la professionalità. Da qui, la questione del come e del quanto della formazione - maturazione professionale permanente dello psicologo.

Entrando più nel merito, sono tantissime le misure competenti di uno psicologo.

A partire dal suo modo competente di stare nel mondo e rifletterne le forme, per cogliere e comprendere i punti generativi di disagio, le premesse di contesto e di relazione del disagio.

L’impegno intellettuale e l’approfondimento culturale del soggetto psicologo sono in quota alla sua competenza.

Ma competenza non è solo formazione tecnica, studio e inappuntabilità dei titoli, oppure formarsi in cose che piacciono (anche se questo è pur sempre un modo di garantirsi la continuità della formazione indipendentemente dagli obblighi) e che il professionista sente nelle proprie corde.

Diciamo che questa formazione tecnico-formale forse già basterebbe per quasi tutte le altre professioni.

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Ma lo psicologo instaura contesti psicologici e fa succedere relazioni terapeutiche, si muove in processi relazionali e giochi intersoggettuali e questo gli convoca anche aspetti umani e personologici.

Allora, anche maturare questo tipo di ‘estro’ alla facilitazione di ogni accesso relazionale, anche maturare una propria soggettività psicologica e non antipsicologica è in quota alla sua competenza. E questo è un aspetto molto trascurato nei percorsi e nei processi formativi.

Eppure, non è una condizione che potrebbe verificarsi solo in ambito tipicamente clinico-terapeutico: ogni esercizio professionale potrebbe essere comunque contaminato, dis-turbato, ostruito o impediti da problemi, disagi, difficoltà e irrisolti personali.

È imprescindibile, dunque, prevedere anche un lavoro su se stessi, un percorso clinico o clinico-didattico, in modo che i propri nuclei soggettivi possano costituire solo degli utili paradigmi, ma non interferire impropriamente o proiettivamente, alterando la relazione con il paziente/cliente.

Anche questo, per noi, è in quota alla competenza dello psicologo.

A nostro avviso, al di là di tutto quanto si possa scrivere sull’argomento, è questo il senso importante della competenza in un discorso deontologico.

Una non adeguata formazione e una non adeguata competenza ricadono, data la delicatezza dell’Oggetto professionale dello psicologo (l’Altro, la sua vita, il suo equilibrio), appieno in una misura etica e, quindi, deontologica.

Ecco perché, inevitabilmente, La violazione dell’obbligo di formazione continua, determina un illecito disciplinare che è sanzionato sulla base di quanto stabilito dall’ordinamento professionale.

Ed ecco perché, dati i rischi a cui esporrebbe l’Altro, quasi sempre parte debole o soggetto fragile, è importante che lo psicologo non solo sia competente ma abbia anche piena consapevolezza dei limiti e dei confini di tale competenza.

Perché le esposizioni possono riguardare tantissime diverse questioni ed è impossibile si possa considerare una sola competenza buona per ogni ambito, ogni settore, ogni target professionale, ogni quadro clinico o ‘oggetto’, ogni soggettività di contesto, di persona, di momento.

Ogni psicologo dovrebbe stare in quello che sa e che sa fare, con questi saperi non solo ‘sentiti’, ma oggettivamente riconosciuti e formalmente autorizzati, come da terzo comma: riconosce i limiti della propria competenza e usa, pertanto solo strumenti teorico – pratici per i quali ha acquisito adeguata competenza e, ove necessario, formale autorizzazione.

Altresì, deve sapere leggere correttamente le domande. anche per astenersi da un intervento per cui egli non è adeguatamente preparato.

E questa è una competenza molto sottovalutata: il sapere di non sapere.

Eppure essa è tutt’uno con l’accoglimento e l’orientamento psicologico e la misura in cui ad essi viene assegnata importanza, essa convoca la qualità e il rigore nell’approfondire i termini più ampi delle risposte professionali e istituzionali che la propria comunità professionale può garantire.

Essa convoca anche un’etica della colleganza.

Per questi ed altri motivi, noi riteniamo che ogni professione e, in particolare, quella psicologica, possano essere molto qualificate dalla considerazione e dalla cura assegnate a questo punto, all’invio competente che deve conseguire il riconoscimento di un limite nella propria competenza.

 

Ma come è possibile misurare la propria incompetenza?

Francis, nella sua Etica per Psicologi (2002), fornisce, tra i tantissimi, un consiglio prezioso, che si potrebbe sintetizzare in questo modo: lo psicologo dovrebbe sempre chiedersi, prima di intervenire, se sarebbe in grado di testimoniare a posteriori e a un altro Collega sia il ‘perché’ sia il ‘come’ del proprio agire.

Naturalmente, offrire una testimonianza che, pur non dovendo essere necessariamente condivisa, almeno rappresenti una scelta ispirata a criteri oggettivi.

Sono indispensabili misure oggettive e terze della propria competenza; per questo Lo psicologo impiega metodologie delle quali è in grado di indicare le fonti e riferimenti scientifici.

Deve essere capace di testimoniare prima di tutto davanti alla propria comunità professionale; una comunità che deve sentire la responsabilità di rappresentare.

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Lo psicologo che conosce e adotta metodologie annoverate ‘nel’ proprio range professionale e comunitario, non solo è in grado di citarne fonti e riferimenti scientifici, ma dovrebbe sentire quanto tale citazione costituisca una sorta di orgogliosa rivendicazione di appartenenza alla ‘propria’ comunità professionale.

Ove, invece, ritenesse più appropriate metodologie ‘fuori’ dal proprio range professionale e comunitario, non dovrebbe adottarle ‘da psicologo’.

Lo psicologo deve anche sapere quando dire (in tutta tranquillità) ‘non lo so’ o ‘non lo so ancora’; in tal modo non suscita attese o aspettative infondate.

Ci sono, a riguardo, due ordini di riflessione.

Il primo riguarda la misura dello psicologo di se stesso. Se pensasse o presumesse troppo di sé, sarebbe -di tutta evidenza- ancora soggettivamente in un disequilibrio narcisistico, un soggetto non equilibrato, non maturo, non risolto.

E sarebbe, di tutta evidenza, esposto a molti rischi di far danno.

Il secondo riguarda il suo non aver compreso che la professione psicologica è una professione concepita e congegnata su paradigmi scientifici (ovviamente i paradigmi scientifici di questa data professione).

Se ritenesse di potere ottenere ‘ogni risultato sempre’ indipendentemente dalle condizioni date e dai tempi e dai modi della clinica, di potere promettere ogni cosa e potere suscitare ogni attesa e ogni aspettativa anche senza fondamento, è di tutta evidenza che sta confondendo la professione psicologica con una campagna elettorale o con una pubblicità ingannevole o con una teologia, qualcosa di miracolistico.

E, se in buona fede (fede!) ci credesse davvero al miraggio di ‘ogni risultato sempre’, beh, questo convocherebbe nuovamente un discorso sulla valutazione della sua competenza e di quello che ha capito della psicologia e dei suoi paradigmi e processi .

 

Settimana dopo settimana commenteremo tutti gli articoli del Codice Deontologico degli Psicologi Italiani. L'appuntamento con il commento all'Articolo 6 è per la prossima settimana. Non mancate.

In questa pagina trovate tutti i commenti finora pubblicati!

(a cura del Dottor Catello Parmentola e dell'Avvocato Elena Leardini)

 

 

 


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Tags: psicologia codice deontologico catello parmentola elena leardini Codice Deontologico degli Psicologi Italiani articolo 5

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