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Funzione mente-specchio

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Secondo Bion,  il concetto di terapeuta come specchio del paziente, e del paziente come specchio che rimanda al terapeuta il suo modo di funzionare, solidifica il rapporto terapeutico.

funzione mente specchioLa psicologia analitica Junghiana osserva che i problemi personali del terapeuta spesso approdano nel proprio studio, celandosi però nei panni dei propri pazienti.

 

Alcuni di loro sembrano anticipare con entusiasmo il prossimo paziente per vedere quale messaggio verrà consegnato al terapeuta; i Freudiani sono invece più propensi a ritenere che tali coincidenze siano per lo più una forma di controtransfert.

Le probabilità di scontrarsi con delle problematiche simili alle proprie possono essere abbastanza elevate, soprattutto se i pazienti fanno parte della stessa cultura.

Vi sono infatti molte storie che narrano di una forte connessione e impatto tra la psiche del terapeuta e quella del paziente.

Di queste storie, verrà presentata quella di uno psichiatra, 53enne, che stava vivendo un momento difficile con la propria moglie; la coppia si era infatti separata e quasi divorziata.

La sua paziente, che riceveva già da diversi anni, aveva più o meno la stessa età della moglie e i loro nomi erano molto simili: Maria e Mary.

Anche i problemi con suo marito sembravano simili; nel corso degli anni infatti, sia il marito della paziente, così come il terapeuta, erano stati molto impegnati sul posto di lavoro.

Il terapeuta si diceva spesso “ho dato tutto per il lavoro, ma non ho nulla da dare a casa”, e questa riflessione nasce nel momento in cui la paziente riporta del marito, un avvocato, più o meno lo stesso pensiero.

Un altro parallelismo si è verificato quando un giorno la paziente telefonò in lacrime il terapeuta lamentandosi dell’assenza del marito al funerale della madre, del fatto di non essere stato con lei in ospedale durante gli ultimi giorni di vita della madre, e infine per averla lasciata il giorno successivo al funerale per partire in viaggio con degli amici.

La paziente trascorse quindi sola il giorno successivo alla morte della madre. A tal proposito la donna disse “è come se vivesse solo, non ci arriva!”.

Questa frase fece riaffiorare nel terapeuta un’esperienza già vissuta, proprio perché la moglie utilizzò più o meno le stesse parole per richiamare la sua attenzione.

Anche il terapeuta infatti, “abbandonò” la moglie il giorno successivo ad un intervento chirurgico perché aveva già prenotato un viaggio di affari.

La lotta vissuta dalla paziente, lo aiutò così a comprendere meglio le cose, a vederle in maniera più chiara, e probabilmente gli permise anche di aiutare meglio la paziente nel risolvere i suoi problemi con il marito.

Attraverso il suo paziente, il terapeuta aveva capito, più profondamente, quanto aveva trascurato la moglie e danneggiato il loro rapporto.

La coincidenza riguardo alle età e allo status socio-economico, che erano abbastanza simili, determinavano un pensiero automatico rispetto al fatto che tali similitudini potevano verificarsi anche rispetto all’esito finale.

Pertanto il terapeuta aveva ora la possibilità di lavorare su dinamiche a lui già conosciute per cercare di promuovere un funzionamento più adattivo.

Passando ora ad un altro paziente, il terapeuta riceve un uomo sposato che si presenta per il trattamento di una depressione legata ad una grave malattia medica della figlia.

Nella fase di consultazione iniziale con il paziente diventa chiaro che questo condivida delle storie molto simili con il terapeuta: innanzitutto hanno la stessa età, sono sposati dagli stessi anni, hanno figlie nate a distanze di un mese l’una dall’altra, ognuna delle loro figlie è nata con un grave difetto congenito che ha messo in pericolo le loro vite, ed entrambi sono molto preoccupati per la prognosi a lungo termine delle rispettive figlie.

Mentre ascolta la storia, il terapeuta inizia a piangere, rivelando al paziente i parallelismi coincidenti che coinvolgono i loro figli.

Il paziente, da canto suo, intuisce quindi che il terapeuta non è solo un esperto di come funzione la mente umana, ma viene anche a conoscenza di una importante parte della sua esperienza di vita che è molto simile alla sua.

Secondo Bion,  il concetto di terapeuta come specchio del paziente, e del paziente come specchio che rimanda al terapeuta il suo modo di funzionare, solidifica il rapporto terapeutico.

Ovviamente alcuni parallelismi che si riscontrano in terapia non sono così profondi ed emotivi; a volte infatti questi assumono il “ruolo” di svolta semplice e pragmatica.

A tal proposito, l’autore presenta la storia di uno psichiatra che si era slogato la caviglia; il suo chirurgo ortopedico fece degli accertamenti e disse che non era niente di che.

Alcuni mesi più tardi, avvertendo ancora dolore, un suo collega di tennis gli suggerì di andare da un fisioterapista per la riabilitazione di nome Bart.

Il terapeuta, inizialmente ignorò il suggerimento; poco dopo, ricevette un paziente e durante il racconto asserì di essere da poco guarito da una distorsione alla caviglia.

Il paziente indossava inoltre le stesse scarpe da tennis che indossava il terapeuta quando aveva sofferto di dolori alla caviglia.

Chiese successivamente al paziente da chi fosse andato per la riabilitazione e questo rispose “da Bart”. Il terapeuta ricevette così il messaggio e si recò dal fisioterapista per iniziare un percorso riabilitativo.

Le coincidenze che coinvolgono le scarpe da tennis e lo stesso fisioterapista non sono poi così sorprendenti. La tempistica lo è: il terapeuta aveva bisogno di un messaggio che lo spingesse all’azione.

I terapeuti sono ovviamente persone; è indubbiamente vero che sono costantemente concentrati sulla condizione umana in modo tale da poter essere sempre più utili, ma a volte sono proprio i pazienti a divenire i loro maestri.

“Essere terapeuti è l’unico modo di restare in terapia senza essere però pazienti!”

 

Tratto da PsychologyToday

 

(Traduzione e adattamento a cura della Dottoressa Giorgia Lauro)

 


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Tags: psicologia relazione terapeutica funzione mente-specchio

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