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Il minority stress nelle popolazioni LGBT

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Lo stigma, il pregiudizio e la discriminazione crea un ambiente sociale stressante che può sfociare in problemi di salute mentale in soggetti che appartengono a minoranze gruppali stigmatizzate.

Minority stress LGBTAll’interno del presente articolo si cercherà di evidenziare la prevalenza dei disturbi mentali in lesbiche, gay e bisessuali come diretta conseguenza del minority stress, ossia quel fenomeno in cui concorrono fattori come lo stigma, il pregiudizio e la discriminazione che a loro volta determinano un’ambiente sociale ostile e stressante predisponente a problemi di salute mentale.

Ai suoi albori, lo studio della salute mentale nella popolazione di lesbiche, gay e bisessuali (LGB) risultò estremamente complicato a causa del profondo dibattito da parte della comunità scientifica internazionale sulla classificazione dell’omosessualità come disturbo mentale.

Il dibattito poneva l’accento da una parte su una posizione affermativa dell’omosessualità con l’obiettivo di declassificarla, rispetto ad una prospettiva conservativa, che poneva l’accento sulla classificazione di quest’ultima come disturbo mentale.

Il dibattito rispetto alla classificazione dell’omosessualità vide una sua fine nel 1973 con la rimozione di tale categoria diagnostica dalla seconda edizione del Manuale Statistico e Diagnostico dei disturbi mentali.

Tuttavia, una prevalenza maggiore di disturbi mentali nella popolazione LGB rispetto a quella eterosessuale, ha contribuito all’esacerbazione di atteggiamento anti-gay e stigmatizzazione verso tali soggetti.

Sicuramente il tasso di prevalenza del disturbo mentale nella popolazione LGB poneva diversi quesiti rispetto alla classificazione dell’omosessualità stessa.

Rispetto a questo, il dibattito scientifico verteva su diverse questioni, ossia: è l’omosessualità un disturbo mentale? Gli omosessuali hanno una maggiore prevalenza di disturbi mentali? Tali quesiti venivano però posti esclusivamente in virtù della scelta se classificare o meno l’omosessualità, rendendola così una categoria diagnostica.

Ovviamente all’interno di tale prospettiva, bisognava anche andare alla ricerca di quei comportamenti, cognizioni o emozioni che potevano risultare indicatori di un disturbo mentale.

Utilizzando la conoscenza scientifica post-moderna, il dibattito sulla classificazione ruotava intorno alla costruzione del disturbo mentale rispetto ai concetti sociali, ossia cosa la società e gli scienziati ritenevano anormale in termini di comportamenti, cognizioni ed emozioni.

La risposta quindi dipendeva dall’evoluzione del consenso scientifico e sociale, ed era soggettivo alle vicissitudini del cambiamento sociale. La distinzione tra la prevalenza dei disturbi mentali e la classificazione nel DSM era evidente a Marmor (1980), che all’interno del dibattito scientifico asserì,

“la questione fondamentale.. non è se tanti o pochi omosessuali possono essere nevroticamente disturbati. In una società come la nostra dove gli omosessuali sono trattati con disprezzo e denigrazione è sorprendente come un sostanziale numero di essi non presenti una compromissione della propria immagine corporea e ipotimia rispetto allo stato stigmatizzante di cui sono oggetto. È inaccurato e ingiustificato attribuire il nevroticismo, quando esiste, ad aspetti intrinseci dell’omosessualità stessa.”

Se la popolazione LGB presenta un maggiore rischio di stress e disturbi mentali, è più importante comprendere e analizzare questi fattori di rischio, così come quei fattori che possono migliorare tale condizione contribuendo alla salute mentale.

Solo mediante tale comprensione gli psicologici, i professionisti della salute mentale e i politici possono lavorare per la costruzione di programmi di intervento e prevenzione efficace.

Il silenzio da parte della letteratura epidemiologica psichiatrica riguardo alla salute mentale di tale popolazione può aver avuto lo scopo di rimuovere lo stigma, ma si è posta invece in maniera sbagliata, portando così a trascurare questo importante problema.

Recentemente, i ricercatori hanno infatti focalizzato il loro interesse sullo studio della salute mentale delle popolazioni LGB.  Le evidenze suggeriscono che, se comparati a soggetti eterosessuali, gay e lesbiche presentano maggiori problemi di salute mentale come uso di sostanze, disturbi dell’umore e suicidio.

La spiegazione offerta dai ricercatori rispetto a tale prevalenza è che lo stigma, il pregiudizio e la discriminazione crea un ambiente sociale stressante che può sfociare in problemi di salute mentale in soggetti che appartengono a minoranze gruppali stigmatizzate.

Queste ipotesi possono essere descritte in termini di Minority Stress. Nel presente articolo gli autori hanno effettuato una revisione della letteratura sulla prevalenza dei disturbi mentali nelle popolazioni LGB rispetto alla controparte eterosessuale.

La comprensione di tale prevalenza segue una linea teorica di base quale appunto quella del Minority Stress. Il modello descrive processi di stress, incluse esperienze annesse al pregiudizio, aspettative di rifiuto, nascondersi e nascondere, omofobia interiorizzata, e processi di coping adattivi.

Il concetto di stress

Il dibattito più recente sullo stress ha indirizzato l’attenzione su quegli eventi esterni o condizioni che mettono a dura prova le persone e la loro capacità di tolleranza, prefigurandosi cioè come fattore potenziale predisponente alla malattia mentale o somatica.

Lo stress può essere descritto come “qualsiasi condizione avente il potenziale di attivare/innescare modalità di comportamento adattive dell’individuo”.

Ovviamente questa descrizione generale riflette altresì le accezioni fenomenologiche dello stress con riferimento alle componenti fisiche, mentali, emotive, così come allo sforzo e alla tensione.

Utilizzando un’analogia con modelli ingegneristici, alcuni ricercatori hanno descritto lo stress come la presenza di un carico eccessivo rispetto alla sua superficie di appoggio, individuando sia fattori stressanti individuali che sociali.

Nella letteratura psicologica, gli stressor sono definiti come eventi o condizioni (ad esempio, perdita del lavoro, lutto familiare) che causano un cambiamento e richiedono un adattamento dell’individuo alla nuova situazione o circostanza di vita.

I ricercatori hanno pertanto analizzato eventi traumatici, eventi di vita stressanti, stress cronico e ruolo della “fatica”, così come eventi quotidiani o situazioni generali che presentavano comunque componenti di stress.

Il concetto di stress sociale suggerisce che condizioni sociali stressanti e non solo eventi personali, possono rappresentare forme di stress che determinano effetti negativi sulla salute fisica e mentale.

In particolare lo stress sociale ha un forte impatto su quei soggetti appartenenti a categorie sociali stigmatizzate, come ad esempio lo stato socio-economico, la razza o l’etnia, il genere, o la sessualità.

In accordo con queste formulazioni, il pregiudizio e la discriminazione correlata ad uno stato sociale basso, al razzismo, al sessismo o all’omofobia, può indurre dei cambiamenti che richiedono un adattamento che può essere concettualizzato come stressante.

La nozione secondo cui lo stress sia correlato alla struttura e alla condizione sociale è da una parte interessante ma dall’altra concettualmente intricata.

È interessante in quanto ricorda come le condizioni ambientali e sociali possono essere stressanti. Inoltre, si poggia su ricchi fondamenti della teoria psicologica e sociologica come quella di Allport, suggerendo come le persone debbano essere anche osservate nelle loro interazioni con l’ambiente sociale

Risulta invece concettualmente difficile in virtù della nozione di stress, in particolare quella fornita da Lazarus e Folkman, che hanno prevalentemente indagato le componenti personali a discapito di quelle sociali.

Il Minority Stress

Un’elaborazione della teoria dello stress sociale può essere definita come Minority Stress con l’intento di distinguere l’eccessivo stress a cui sono esposti individui appartenenti a categorie sociali stigmatizzate, come risultato della loro posizione sociale, ossia una minoranza.

Il modello del minority stress non può essere riscontrato all’interno di una teoria specifica, in quanto dedotto da teorie sociologiche e psico-sociologiche.

Le teorie più rilevanti hanno indagato gli effetti avversi delle condizioni sociali, come lo stigma e il pregiudizio, sulla vita di individui e gruppi.

I teorici sociali hanno indirizzato così il proprio interesse sui processi alienanti messi in atto da parte delle strutture sociali e istituzionali.

 Per esempio, l’importanza dello sviluppo sociale era di centrale importanza nello studio dell’anomia di Durkheim, ossia uno stato di dissonanza cognitiva tra le aspettative normative e la realtà vissuta, come causa diretta di suicidio.

Secondo Durkheim, le persone hanno bisogno di una regolamentazione morale da parte della società al fine di riuscire a gestire i propri bisogni e aspirazioni.

L’anomia, ossia un senso di perdita di tali norme, perdita del controllo sociale e alienazione, può sfociare nel suicidio, in quanto i bisogni sociali di base non vengono soddisfatti.

Pearlin ha invece enfatizzato la rilevanza del lavoro di Merton sulla teoria dello stress, sottolineando come “ secondo Merton, la società si pone come un fattore di stress.. stimolando una conflittualità dei valori con le strutture sociali in cui sono inserite.”

Soggetti appartenenti ad una minoranza rischiano pertanto di divenire oggetto di tali conflitti in quanto le norme, le strutture sociali e la cultura dominante non riflettono quelli della minoranza gruppale.

Un esempio di tale conflitto tra gruppi dominanti e minoritari è la mancanza di un’istituzione sociale affine tra il matrimonio eterosessuale e la vita intima e familiare delle popolazioni LGB.

Più generalmente, Moss ha sottolineato che le interazioni sociali forniscono agli individui informazioni sulla costruzione del mondo; la salute è compromessa quando queste informazioni sono incongruenti rispetto alle esperienze di tali minoranze.

Le teorie psico-sociologiche forniscono inoltre un ricco quadro per la comprensione delle relazioni gruppali nonché l’impatto dell’appartenenza ad una minoranza gruppale sulla salute.

Le teorie inerenti l’identità sociale e la costruzione/categorizzazione di Sé in riferimento all’entourage in cui siamo inseriti consentono una maggiore comprensione di tali relazioni e l’impatto che queste hanno sul Sè.

Queste teorie postulano che il processo di categorizzazione (ad esempio le varie distinzioni tra gruppi sociali), innesca importanti processi intergruppali quali la competizione e la discriminazione che portano allo sviluppo di un ancoraggio al gruppo e ad un auto-definizione.

Seguendo una prospettiva differente, i teorici che hanno indagato il confronto sociale e l’interazione simbolica, vedono l’ambiente sociale come veicolo attraverso cui le persone conferiscono un senso al loro mondo e un’organizzazione delle loro esperienze.

Le interazioni con gli altri sono spesso cruciali per lo sviluppo di un senso di Sé positivo. Cooley a tal proposito riferisce che l’altro si pone come “specchio” di Sé.

Le teorie sull’interazione simbolica suggeriscono invece che una considerazione negativa da parte degli altri determina una considerazione negativa di Sé. Similarmente, il principio di base delle teorie di valutazione sociale è che gli esseri umani apprendono di Sè stessi attraverso il confronto con gli altri.

Entrambe queste prospettive teoriche suggeriscono che una valutazione negativa da parte degli altri – come gli stereotipi o i pregiudizi diretti a minoranze sociali – può compromettere la salute psicologica.

Similarmente, Allport ha descritto il pregiudizio come un ambiente nocivo per le minoranze gruppali che determina una compromissione della salute mentale di esse.

Nel discutere tali effetti, da lui definiti come “tratti vittimizzanti”, Allport suggerisce che la relazione tra considerazioni negative degli altri e il danno alla persona appartenente ad una minoranza, è molto evidente: “la propria reputazione, vera o falsa che sia, non può essere martellata costantemente, senza provocare qualcosa nella propria testa.”

Al di là delle variazioni teoriche, un concetto unificato potrebbe emergere dalla teoria dello stress. Lazarus e Folkman hanno descritto un conflitto tra l’individuo e il suo/sua esperienza nella società come essenza dello stress sociale, e Pearlin ha descritto gli stressor ambientali come associati direttamente con la propria posizione all’interno della società.

Più generalmente Selye ha descritto un senso di armonia con l’ambiente come la base per una vita salutare; la deprivazione di questo senso di armonia potrebbe essere considerato come la fonte del Minority stress.

Certamente, quando un individuo è un membro appartenente ad una minoranza gruppale stigmatizzata, la disarmonia tra questo e la cultura dominante può risultare onerosa e significativamente stressante.

La storia americana è piena di racconti in cui balzano fuori gli effetti negativi del pregiudizio verso i membri di gruppi minoritari e delle loro lotte per ottenere la libertà e l’accettazione.

Tali condizioni si prefigurano pertanto come stressanti e riguardano diverse categorie sociali, in particolare per gruppi definiti in base al genere, la razza o l’etnia.

Tale modello è stato anche applicato a gruppi definiti sulla base di caratteristiche stigmatizzanti, come persone in sovrappeso, persone con malattie fisiche come il cancro o l’AIDS, e persone che presentano “modificazioni fisiche” quali piercing e tatuaggi.

Nello sviluppare il concetto del minority stress, i ricercatori hanno promosso alcuni assunti di base per poterlo spiegare; innanzitutto esso è unico, nel senso che il minority stress va a sommarsi a fattori di stress generali che sono esperiti da tutte le persone, e di conseguenza, le persone stigmatizzate vanno incontro ad uno sforzo maggiore di adattamento rispetto a coloro che non lo sono; è cronico, nel senso che il minority stress è correlato alla relativa stabilità delle strutture sociali e culturali; e infine è promosso dalla società, ossia prende vita da processi sociali, istituzioni e strutture che vanno al di là di eventi o condizioni individuali che caratterizzano gli stressor generali, come ad esempio le caratteristiche biologiche, genetiche, individuali e/o gruppali.

Thoits ha effettuato a tal proposito una revisione della letteratura sullo stress e sull’identità. Applicando un modello di minority stress alle popolazioni LGB ha ipotizzato che il pregiudizio sessuale è stressante e può determinare una compromissione della salute mentale.

Il processo del Minority Stress nelle popolazioni LGBT

Non vi è un consenso unanime rispetto agli specifici processi stressanti che influenzano le popolazioni LGB, ma la teoria psicologia, la letteratura inerente lo stress, e la ricerca sulla salute mentale di tali popolazioni fornisce diverse idee per l’articolazione e progettazione di un modello del Minority stress.

È necessario, a tal proposito, una distinzione distale-prossimale basata sulla concettualizzazione dello stress correlata all’appartenenza ad una minoranza, nonché all’impatto che esso ha sugli individui.

Lazarus e Folkman descrivono le strutture sociali come “concetti distali i cui effetti sull’individuo dipendono da come essi manifestano nel contesto i propri pensieri, sentimenti e azioni – ossia l’esperienza sociale prossimale della propria vita”.

Le attitudini sociali distali divengono psicologicamente importanti attraverso la valutazione cognitiva e divengono successivamente concetti prossimali in relazione all’importanza psicologica che esse assumono per l’individuo.

Crocker et al., effettuarono una distinzione simile tra una realtà oggettiva, che include pregiudizi e discriminazione, e “lo stato mentale che l’esperienza dello stigma crea nel soggetto stigmatizzato”.

Essi notarono che “questi stati mentali gettano le loro basi in una realtà fatta di stereotipi, pregiudizi e discriminazione”,  trovandosi in accordo con la concettualizzazione della valutazione soggettiva e prossimale come manifestazione della condizione ambientale obiettiva e distale.

Sulla base di queste premesse, verranno descritti i processi del minority stress lungo un continuum che va da stressor distali, tipicamente definiti come eventi e condizioni obiettivi, a processi personali prossimali, derivanti da definizioni soggettive che si basano su valutazioni e percezioni individuali.

Dal distale al prossimale troviamo:

  1. Condizioni ed eventi stressanti esterni oggettivi (cronici e acuti);
  2. Aspettative inerenti tali eventi e vigilanza richiesta;
  3. Interiorizzazione di attitudini sociali negative.

Dall’altra parte, la ricerca psicologica nell’area della scoperta/svelamento, ha suggerito che uno dei processi stressanti più importanti è il nascondere il proprio orientamento sessuale.

Il nascondere il proprio orientamento sessuale può essere inquadrato come uno stressor prossimale in quanto l’influenza dello stress si pensa avvenga attraverso processi psicologici interni, compresi quelli psico-neuro-immunologici.

Gli stressor distali possono invece essere definiti come stressor oggettivi che non dipendono dalla percezione o valutazione individuale e possono apparire come indipendenti dall’identificazione personale con lo stato di minoranza assegnato.

Per esempio, una donna può volere una relazione romantica con un’altra donna, ma non si identifica come lesbica.

Tuttavia, se percepisce l’assegnazione ad una categoria specifica quale “lesbica” da parte degli altri, potrebbe soffrirne a causa dello stress associato al pregiudizio verso le popolazioni LGB.

All’opposto i processi stressanti prossimali sono più soggettivi e connessi alla propria identità o immagine di Sé come lesbica, gay o bisessuale.

Tali identità variano nei significati sociali e personali che sono ad essi connessi e nello stress soggettivo che essi comportano.

L’identità annessa ad una minoranza è altresì legata ad una varietà di processi di stress; alcune persone LGB, per esempio, possono essere vigili nelle interazioni con gli altri (aspettative di rifiuto), nascondono la loro identità per paura di subire un danno (dissimulazione) o interiorizzano lo stigma (omofobia interiorizzata).

Ovviamente, esistono anche dei fattori che possono risultare protettivi per l’individuo, soprattutto se inserito in situazioni particolarmente stressanti.

Fattori migliorativi dello stress

Come suggerito da Allport negli anni ’50, soggetti appartenenti ad una minoranza gruppale rispondono al pregiudizio attraverso la resilienza e il coping. Attualmente vi è un accordo generale nel sottolineare come un coping positivo rechi benessere e beneficio a tali minoranze gruppali.

Uno stato di appartenenza ad una minoranza è associato non solo con lo stress ma con altre importanti risorse quale un senso di solidarietà e coesione che protegge le minoranze dalle influenze negative del minority stress.

Per esempio, in uno studio condotto su un campione di neri, alcuni ricercatori hanno riscontrato che attribuzioni di pregiudizi erano direttamente correlati ad una compromissione della salute, nonché atteggiamenti ostili verso i bianchi ma anche, grazie all’identità gruppale di appartenenza, ad un benessere positivo.

In un altro studio, Postmes e Branscombe hanno rilevato che tra i neri, un ambiente di segregazione razziale ha contribuito ad una maggiore accettazione nel gruppo e un miglior benessere e soddisfazione della propria vita.

Rispetto al coping alcuni autori hanno sottolineato l’importanza di prestare maggiore attenzione alla capacità umana di adattarsi e fronteggiare le situazioni.

Attraverso il coming-out, le persone LGB imparano a far fronte e a superare gli effetti negativi dello stress, pertanto l’interazione tra lo stress e la resilienza può essere predittiva del disturbo mentale.

Persone LGB  contrastano lo stress derivante dalla minoranza cui appartengono attraverso la definizione di strutture e valori che esaltano il proprio gruppo.

In modo simile, Granati, Herek e Levy hanno suggerito che, anche se la violenza antigay crea una crisi con possibili esiti negativi di salute mentale, presenta anche una “opportunità per la crescita successiva”.

Tra gli uomini omosessuali, l’accettazione personale della propria identità omosessuale e il parlare con i membri della famiglia circa l’AIDS ha mostrato forti associazioni positive con il sostegno e il benessere ad esso connesso.

Allo stesso modo, in uno studio di adolescenti LGB, il sostegno della famiglia e l’autoaccettazione migliora l’effetto negativo della violenza antigay sui risultati di salute mentale.

È importante distinguere tra risorse e strategie di coping che operano a livello individuale (ad esempio la personalità), ossia che variano singolarmente per ogni membro del gruppo, e risorse che operano a livello gruppale e sono disponibili per tutti i membri del gruppo.

Come genericamente tutti gli individui affrontano lo stress mediante l’utilizzo delle strategie di coping, le persone LGB ricorrono a diversi meccanismi di coping, resilienza e forza per resistere alle esperienze stressanti. Ma, in aggiunta a tali strategie personali, i fattori strutturali sociali del gruppo possono produrre benefici in termini di salute mentale.

Jones et al. hanno descritto due funzioni di coping all’interno di una minoranza gruppale: consentire a soggetti non stigmatizzati di sperimentare ambienti sociali stigmatizzanti e fornire un supporto per la valutazione negativa annessa allo stigma.

Inoltre soggetti appartenenti a gruppi stigmatizzati che hanno un forte senso di coesione, valutano se stessi attraverso il confronto con persone che vivono la stessa condizione, piuttosto che con soggetti appartenenti alla cultura dominante.

Questa affiliazione al gruppo può fornire una rivalutazione della condizione di stress e produrre meno influenze negative per il benessere psicologico.

Attraverso la rivalutazione, il gruppo convalida le esperienze e i sentimenti dei propri membri. È infatti proprio la rivalutazione il fulcro delle psicoterapie rivolte a queste popolazioni specifiche di pazienti, attraverso il potenziamento delle risorse individuali.

Il minority coping può essere quindi concettualizzato come una risorsa gruppale connessa all’abilità del gruppo di creare strutture di autovalorizzazione atte a contrastare lo stigma.

Questa formulazione evidenzia la capacità gruppale  di promuovere alcune attitudini, assumere valore di supporto e fornire strutture sociali che consentano al soggetto di gestire al meglio lo stigma, senza dover ricorrere esclusivamente alle sole e proprie risorse personali.

Ad esempio, una persona gay o lesbica facente parte delle Forze Armate degli Stai Uniti, in cui vige la regole del “non chiedere, non dire”, è scoraggiata rispetto al senso di affiliazione e attaccamento con altre persone LGB, tale per cui, non potendo accedere alle risorse di coping gruppali, è più vulnerabile a esiti negativi per la salute, a prescindere dalle sue abilità di coping personali.

Stress e identità

Le caratteristiche di un’identità minoritaria, per esempio l’imposizione di una percezione di sé come minoritaria, potrebbe essere correlato sia al minority stress che al suo impatto sulla salute mentale.

Le identità gruppali sono essenziali per il funzionamento emotivo dell’individuo, in quanto necessarie per il superamento dei bisogni conflittuali annessi all’individuazione e all’affiliazione.

Le caratteristiche dell’identità possono essere correlate direttamente alla salute mentale o all’interazione di questa con gli elementi stressanti.

Per esempio, Burke sottolineò che feedback provenienti dagli altri che sono incompatibili con la percezione identitaria del sé, processo che lui denomina come interruzione dell’identità, possono divenire causa di stress. Un’influenza interattiva con lo stress suggerisce che le caratteristiche d’identità possono modificare l’effetto di questo stress e ripercuotersi sulla salute fisica e mentale dell’individuo.

A tal proposito, Thoits sottolineò che “la concezione che ogni persona ha di sé è in relazione al proprio stato psicologico; fattori di stress che minacciano tale concezione possono predire l’insorgenza di problemi emotivi”.

D’altra parte, come descritto precedentemente, un’identità minoritaria può comunque determinare una forte affiliazione al gruppo o comunità, andando così a mediare l’impatto dello stress.

La prominenza (o rilevanza), la valenza, e il livello di integrazione con un’identità gruppale possono essere caratteristiche rilevanti per lo stress.

La prominenza dell’identità potrebbe infatti esacerbare lo stress, perché “più un individuo si identifica con un gruppo, o sviluppa degli schemi di sé in un particolare dominio di vita, più l’impatto emotivo dello stress in quello specifico dominio sarà inevitabilmente maggiore”.

In alcuni modelli specifici quali identità etnica o il fare coming out, si è osservata una tendenza a vivere l’identità di minoranza esaltandola eccessivamente e ignorando le altre identità sociali e personali.

A tal proposito, Brooks ha osservato che il processo di stress per le lesbiche è più complesso in quanto coinvolge entrambe le identità sessuali e di genere. I membri LGB appartenenti a minoranze etniche hanno così bisogno di gestire identità diverse.

Una ricerca effettuata su individui LGB neri e latini ha mostrato che essi spesso devono confrontarsi con un omofobia radicata nella loro stessa comunità, andando incontro inoltre ad un’alienazione da parte della comunità LGB per l’identità etnica o razziale.

La valenza si riferisce invece alla valutazione delle caratteristiche dell’identità ed è connessa alla validazione di Sé. Una valenza negativa è stata descritta come un predittore negativo di problemi psicopatologici, con una relazione inversa alla depressione.

La valenza identitaria è una caratteristica centrale dei modelli di coming out, che comunemente descrivono il progresso inteso come un miglioramento dell’autoaccettazione e diminuzione dell’omofobia interiorizzata.

Il superare un’auto-valutazione negativa è l’obiettivo principale dello sviluppo della persona LGB a venir fuori, ossia fare coming out, e anche un tema centrale delle terapie gay-affermative.

In questo contesto specifico, l’integrazione dell’identità minoritaria con gli altri aspetti identitari è vista come la fase ottimale per l’auto-accettazione.

Cass ha sottolineato che l’ultimo stadio del coming out è intesto come una “sintesi dell’identità”, dove l’identità gay diviene una parte integrante dell’identità totale dell’individuo.

Conclusioni

Sono state discusse due concettualizzazione dello stress, una soggettiva ed una oggettiva che producono punti differenti per la salute pubblica e i sistemi istituzionali di intervento.

La visione soggettiva, mette in luce i processi individuali e suggerisce che gli interventi dovrebbero porsi come obiettivo il cambiamento di quei processi di apprendimento disfunzionali, così come la valutazione della propria condizione, ed un miglioramento delle strategie di coping annesse allo stress ed eventi di vita negativi.

La visione oggettiva, che evidenzia invece le proprietà oggettive degli stressor, analizza lo sviluppo di tali proprietà che inducono lo stress, così come le proprietà che riducono l’esposizione all’evento stressante.

Kitzinger ha suggerito che una visione puramente soggettiva e individualistica può portare ad ignorare il bisogno di importanti cambiamenti politici e strutturali; a tal proposito l’autore si chiede:

“ se gli psicologi si pongono l’obiettivo di diminuire lo stress e incrementare la forza dell’io della vittima, su cosa si concentrano maggiormente? Su una visione del soggetto come vittima o come soggetto potenzialmente resiliente? Su cosa indirizzeranno il loro lavoro terapeutico?”.

Alla luce di tale quesito, non vi è una soluzione più giusta o migliore. Sicuramente l’autore ha voluto semplicemente innescare una riflessione attiva rispetto ad una visione dello stress che può essere tanto oggettiva che soggettiva.

Il non tralasciare entrambi gli aspetti può comunque determinare la messa in atto di interventi non solo ad un livello individuale ma anche sociale e strutturale.

 

Articolo tratto dalla rivista “Psychol Bull”

 

(Traduzione e adattamento a cura della Dottoressa Giorgia Lauro)

 

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Tags: psicologia stress minority stress stigma

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