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Il perdono nella pratica clinica

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Secondo recenti ricerche il perdono e la capacità di perdonare possono essere correlati alla propria struttura di personalità, al processo di maturità, alle credenze e valori sociali di appartenenza.

perdono clinica.jpgLa capacità di perdonare gli altri, sia per degli insulti ricevuti personalmente o, più genericamente, per crimini commessi contro sè stessi e la società è una caratteristica di personalità importante, che necessita di una capacità nell’andare oltre la voglia di farsi giustizia da soli, nel superare l’odio verso gli altri e raggiungere così una pace interiore.

Perdonare sé stessi è invece la sfida mentale più difficile che potremmo mai incontrare sia in qualità di terapeuti che persone.

La persona che ha commesso un crimine contro i suoi principi morali, come ad esempio un soldato che inavvertitamente uccide un bambino innocente in funzione di ordini ben precisi che ha ricevuto e che, quindi, come tali, rientrano in una qualche forma di “dovere”, può essere aiutato con la psicoterapia.

La persona che invece non ha commesso un reato o procurato danni o male a qualcuno, ma vive con un costante senso di colpa, nonostante i successi personali e l’altruismo manifestato altri, diventa quasi un compito terapeutico impossibile.

In questo caso non si fa riferimento a sentimenti di odio auto-riferiti o disgusto di sé, i quali potrebbero essere proiettati all’esterno verso degli innocenti, né alla presenza di un’eccessiva rabbia repressa verso gli altri che, spesso, essendo inespressa, si trasforma e dirige verso sé stessi, né ci si sta riferendo a un quadro psicopatologico di depressione clinica, di ansia, nevrosi o complesso di inferiorità.

La ricerca, senza successo, di auto-perdonarsi la si può infatti ritrovare in soggetti appartenenti al campo delle scienze sociali e delle arti, più di soggetti che lavorano nel campo medico e finanziario.

Questa osservazione ha fatto così emergere la possibilità che la base di tale caratteristica o capacità possa essere ricollegata alla propria struttura di personalità, al processo di maturità e alle credenze e valori sociali di appartenenza.

Sulla base di tali premesse, il Dottor William Mace, psicologo clinico e ideatore della PsychResilience Training (PRT) per la prevenzione e trattamento dei disturbi d’ansia e depressione negli adulti, asserisce che, nel corso della sua attività clinica, si è reso conto di riuscire a inquadrare la personalità del cliente sulla base delle sensazioni che questo gli emana.

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Più nel dettaglio secondo il Dottor Mace ogni persona presenta una spiccata preferenza per uno dei cinque sensi; questa è spesso inconscia ma non così difficile da riconoscere in noi e negli altri.

In particolare ne enuncia tre: la sensazione di calore cinestetico, la precisione uditiva o uno spiccato acume visivo: queste fanno riferimento alle dinamiche di contatto che si stabiliscono tra le persone, gli oggetti, il cibo o gli odori.

Il paziente può essere “forte” in due modalità, ma raramente in tutte e tre; il comprendere la modalità utilizzata è utile non solo per stabilire un rapporto immediato, ma anche per capire come procedere nel colloquio stesso.

Possono essere discussi maggiormente gli affetti e i sentimenti con quelli cinesteticamente inclinati, come invece la persona valuta una cosa piuttosto che un’altra con soggetti aventi un forte senso uditivo e, infine, le percezioni profonde con quelli con spiccato acume visivo.

Un atteggiamento di questo tipo, all’apparenza riduttivo e semplicistico, può invece permettere di risparmiare tempo prezioso per costruire l’alleanza terapeutica e conquistare la fiducia del paziente, in quanto l’inquadramento della modalità privilegiata dal paziente e assunta successivamente dal terapeuta, determina nel paziente la sensazione di essere compreso e di parlare la “stessa lingua”.

Dall’analisi di queste tre modalità, il Dottor Mace ritiene che una ricerca costante di auto-perdono risiede nelle persone cinesteticamente inclinate, ossia quelle in cui è presente un forte senso di empatia per gli altri.

Queste sono persone che possono avvertire un senso di disagio, di difficoltà e possono anche piangere quando sentono o leggono notizie inerenti a catastrofi naturali, bombardamenti nelle zone di guerra, genocidi in Africa e via dicendo.

Ciò però non significa che soggetti che ricorrono alle altre due modalità non siano influenzati da tali eventi, ma solo che non avvertono sentimenti così “profondi” verso persone con le quali non hanno nessun legame di parentela.

Il Dottor Mace ritiene che questo profondo senso di responsabilità personale e di colpa avvertito sia alla base della mancanza e dell’incapacità di riuscire a perdonarsi, e in qualità di terapeuti, non si possono tralasciare tali elementi.

La capacità di perdonarsi è infatti strettamente connessa alla resilienza, ossia la possibilità di integrare, vivere e gestire positivamente, tutte le diverse sfumature della personalità.

Proprio attraverso la PsychResilience Therapy, si può promuovere un apprendimento di un positivo senso di sé, soprattutto in condizioni di stress prolungate.

Solo muovendosi verso un lavoro di condivisione e supporto di ciò che il paziente da solo non riesce a tollerare, si può intraprendere un cammino di promozione dell’integrità del Sé.

 

Tratto da PsychologyToday

(Traduzione e adattamento a cura della Dottoressa Giorgia Lauro)

 

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Tags: psicologia personalità perdono

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