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Il Test del Villaggio nel post-pandemia

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Il periodo di pandemia collegata al Covid-19 tende progressivamente a ridursi e diventa utile analizzare le reazioni dei pazienti alla somministrazione del Test del Villaggio. una semplice istantanea, utile però a confrontare i villaggi costruiti prima e dopo il distanziamento fisico e sociale.

di Luca Bosco

Il Test del Villaggio nel post pandemia

Dopo il lungo periodo di distanziamento sociale (o meglio, fisico), di “segregazione” all’interno delle proprie abitazioni, che molti hanno vissuto a metà tra luogo di sicurezza e calore familiare e cella di isolamento, dotata di tutti i confort, ma pur sempre privati della libertà di movimento all’esterno, ci sembrava interessante tornare a proporre ai nostri pazienti il Test del Villaggio.

Con l’idea di farne magari uno studio più approfondito, eventualmente in collaborazione con le esperienze di altri colleghi, la presente nota ha il semplice obiettivo di fornire una semplice istantanea delle costruzioni che i pazienti hanno realizzato durante i primi giorni di giugno 2020, per confrontarli con il villaggio che avevano costruito prima della pandemia.

Una prima ovvia osservazione sembrerebbe indicare che non vi sia una sola modalità attraverso cui i soggetti hanno reagito alla pandemia, e di conseguenza non vi è un unico indicatore che definisca il villaggio post-Covid rispetto a quello precedente. Ci riferiamo, più specificatamente, alla fase post-lockdown, più che post-pandemia, dato che ufficialmente al momento in cui scriviamo l’allarme non è ancora rientrato del tutto, e che siamo ancora in una fase in cui occorre vivere delle restrizioni e prendere delle precauzioni.

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Prenderemo in esame due villaggi al fine di rilevare alcuni degli indici che diversi clinici hanno osservato nelle persone, e in particolare nei bambini, come reazione alla pandemia.

La chiusura della scuola, la difficoltà o l’impossibilità di mantenere dei legami quotidiani con compagni di classe e amici, il subire un flusso continuo di informazioni connotate da terrore, malattia e morte, il sentire una certa preoccupazione e fragilità nei genitori, il non potere uscire di casa, i controlli delle forze dell’ordine, i dispositivi di protezione individuale, il non riuscire a scorgere quando si tornerà alla “normalità”, hanno portato alcuni bambini a costruire dei villaggi che sembrano rispecchiare questa chiusura, questo rivolgimento all’interno del nucleo familiare e domestico, questa regressione, questa assenza di relazione, questa lontananza da ciò che è fuori, il pieno interno contrapposto al vuoto fuori.

Non ci soffermeremo, in questa sede, sui dettagli e quindi non faremo una analisi completa del test del villaggio, ma evidenzieremo soltanto alcuni tra gli aspetti che ipotizziamo possano essere collegati al periodo appena trascorso.

villaggio post pandemia 1

Foto 1: Villaggio di C. (8/11/2019)

villaggio post pandemia 2Foto 2: Villaggio di C. (3/6/2020)

Nella foto 1 possiamo osservare il test del villaggio di una bambino di 4 anni e 11 mesi; nella foto 2 la costruzione che lo stesso soggetto ha realizzato a 5 anni e 6 mesi, dopo il termine del lockdown.

Nel primo villaggio, C. riempiva tutto il tavolo percorrendolo con una lunga strada che portava un’auto in tutte le zone del tavolo. Rileviamo tre chiari nuclei, abbastanza simili dal punto di vista formale e di contenuto, con case e alberi posti senza troppa cura e senza un reale tentativo di pervenire ad una forma. Come spesso avviene nelle costruzioni dei bambini di questa età, il criterio unificatore è la vicinanza dei pezzi, e dunque la gestalt è creata dall’assembramento di solito poco ordinato di pezzi.

Anche nel secondo villaggio C. delimita il villaggio con una strada, ma questa volta, chiude la forma in un rettangolo che sembra il muro di cinta del villaggio, più che una strada. Anche in questo caso, le case sono disposte senza troppa cura per l’orientamento, vi è ancora poca organizzazione interna, anche se osserviamo un maggiore compattamento, una minore dispersione, che in teoria potrebbe essere anche un indice favorevole, in un bambino con un importante disturbo del linguaggio, un lieve ritardo cognitivo e difficoltà relazionali. Sembrerebbe ora maggiormente in grado di definirsi attorno ad un nucleo identitario, essere meno frammentato.

Tuttavia, il secondo villaggio viene confinato nella metà sinistra del tavolo, quella che nel Metodo Evolutivo-Elementale (Bosco, 2018), è la Macroarea Genitoriale/Intrafamiliare/Intradomestica; mentre la metà destra (Macroarea Sociale/Extrafamiliare/Extradomestica) viene lasciata vuota.

Al netto, dunque, delle precedenti difficoltà sociali del bambino (v. ed es. assenza di figure umane in entrambi i villaggi), sembrerebbe possibile rilevare una maggiore chiusura, al limite dell’isolamento, se pensiamo al grande vuoto che caratterizza il secondo tavolo di C.

Non si scorge all’orizzonte un villaggio vicino, prevale la sensazione di essere di fronte ad un deserto esterno, contrapposto ad un troppo pieno interno.

villaggio post pandemia 3Foto 3: Villaggio di M.  (21/9/2018)

villaggio post pandemia 4

Foto 4: Villaggio di M.  (5/6/2020)

Nelle foto 3 e 4 proponiamo i villaggi che un bambino ha costruito rispettivamente a 10 anni e 11 anni e mezzo. M. è un bambino che è stato adottato all’età di 3 anni, preso in carico all’età di 8 anni per immaturità e difficoltà di regolazione affettiva.

Anche in questo caso, osserviamo come il bambino abbia sentito la necessità di compattarsi attorno ad un nucleo evidenziando un vuoto all’esterno. A differenza del caso precedente, in linea con l’età del soggetto, qui abbiamo un maggiore ordine, una cura nel porre i pezzi sul tavolo, un progetto e una storia del villaggio.

Nel primo villaggio M. aveva delimitato un nucleo identitario centrale (nella zona dell’Io), distinto dal resto del villaggio, diffuso invece in tutta la parte bassa del tavolo, e aveva relegato in anguste gabbie gli animali sul bordo destro, quasi come se dovesse tenere ancora separate alcune parti del Sé.

Nel secondo villaggio M. ha costruito un villaggio centrale, integrando dunque il nucleo precedentemente separato, così come gli animali (domestici e da fattoria), posti all’interno di una unica gabbia dentro i confini del villaggio. Le persone sono tutte all’interno di questo confine, tutte vicine, come a compensare la distanza sociale reale vissuta durante il lockdown; esse sono nei pressi di una piazza (simbolicamente luogo di aggregazione di una comunità), su cui si affacciano la chiesa, quale istanza genitoriale contenitiva e rassicurante, la scuola, come richiamo identitario e sociale, e un supermercato, come simbolo di nutrimento e ulteriore aggancio alla dimensione sociale (contrattazione, conformismo, consumismo, ecc.). In sostanza, vi è una maggiore integrazione e organizzazione del Sé, a fronte però di una maggiore distanza dall’altro-da-sé.

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Il villaggio è delimitato da un muro di cinta, aperto in due punti: da un arco che fa da porta della città (in Basso-Centro) e da una galleria che permette ad una strada di attraversare il villaggio (Zona Medio-Sinistra). Attorno c’è molto vuoto, con una foresta in Alto-Sinistra e degli animali selvatici e feroci vaganti... Anche gli animali vaganti, per quanto potenzialmente pericolosi, sembrano non fidarsi a stare da soli, hanno bisogno di sostegno e vicinanza di un compagno, e quindi viaggiano in coppia (una in Basso e due in Alto-Sinistra).

A differenza del villaggio di C., quello di M. prevede un collegamento con qualche luogo altro-da-sé, ma pare significativo che la strada attraversi proprio i luoghi in cui il villaggio è più distante dai bordi del tavolo (Sinistra e Alto), quasi a colmare un vuoto, a gettare un ponte con ciò che c’è al di là, ma non si vede.

In conclusione, procederemo ancora a raccogliere del materiale in questo periodo (e invito i colleghi a condividere le proprie rilevazioni e riflessioni), al fine di raccogliere, attraverso lo strumento del Villaggio, alcuni indicatori che ci permettano di comprendere ancora meglio come i “luoghi del Sé” (Bosco, 2018) si siano trasformati in seguito al periodo di pandemia.

 

Bibliografia

 

(articolo a cura del Dottor Luca Bosco, Psicologo, Psicoterapeuta)

 

 

 

 


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