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L’ARMATURA E LA COLOMBA. Esperienze di Riabilitazione psichiatrica

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Premessa

E’ passato quasi un ventennio da quel vento innovatore di Psichiatria Democratica che lambì anche la nostra regione, e poco, o meglio niente, è stato fatto nei servizi psichiatrici.

Ancora studente di psicologia, ricordo il fervore del Movimento di quegli anni e la pregnanza emozionale di quell’incontro con Franco Basaglia e il tenace attacco alle istituzioni custodi della manicomializzazione. Durante quella conferenza in Chieti, all’entusiasmo delle parole del Padre della Psichiatria deistituzionalizzante e delle esperienze goriziane, seguì un indignato abbandono dell’auditorium da parte di un noto imprenditore sanitario,responsabile di una casa di cura psichiatrica del nostro territorio.

Quante speranze in quel memorabile giorno, si pensava ad un cambiamento, ad un radicale e nuovo impegno, a rinnovate risorse nella attuazione di quanto previsto dallo "spirito" oltre che dalla "lettera" della legge di riforma dell’assistenza psichiatrica in Italia.

Tale impegno era reso sempre più evidente dalla realtà antiterapeutica del vecchio modello dell’assistenza psichiatrica e delle soluzioni manicomiali.

Le attese di nuove risorse, economiche e di personale, per l’elaborazione di strumenti e strategie di riabilitazione per i pazienti psicotici sono rimaste sulla carta di leggi regionali e circolari attuative eluse e disattese.

Oggi come operatori di un servizio psichiatrico ci troviamo ad reinventare qualcosa, in assenza di quel mancato raccordo con il contesto socio-economico e istituzionale, in servizi depauperati di forze e risorse.

Parimenti abbiamo assistito al rinvigorirsi dei poli privati della "piazza" che hanno adeguato strutture e servizi alla nuova realtà del business della follia.

Non è più tempo di scontri, una simile politica passerebbe rischiosamente sulla sofferenza psichica eludendo i cambiamenti interni dei servizi; il pubblico e il privato si qualificano come reciprocità integrative e rappresentano una dimensione contestuale che non è possibile negare, pena l’estraniamento da realtà consolidate che nella loro complessità rientrano in intricate trame di rapporti, modelli e interazioni che stanno alla base della politica psichiatrica.

E’ sullo sfondo di questa realtà di un servizio pubblico per decenni depauperato di risorse che si profila la nostra esperienza di riabilitazione di quattordici psicotici.

Un primo momento di raccordo tra amministratori, operatori e pazienti ; senz’altro un soffio di libertà che rinsalda gli entusiasmi quasi spenti; un’esperienza limitata, ma che ha permesso di sperimentare un ventaglio di interventi terapeutici e riabilitativi in regime di terapia occupazionale e soprattutto ha messo in moto meccanismi motivazionali, di pressione sociale e di opinione.

Il progetto riabilitativo

Quattordici pazienti psicotici entrano nel progetto "ergoterapia" : due gruppi, il primo indirizzato verso attività manuali e di manutenzione di locali della ULSS, mentre il secondo viene coinvolto in un progetto di attività espressive ed artigianali, con spazi di incontro a due o tre persone in sottogruppi flessibili.

Una volta la settimana, separatamente, i gruppi si trovano per una esperienza di psicoterapia incentrata sulle "storie individuali " e, mensilmente, il "gruppone" si incontra con tutta l’equipe del servizio per un confronto di socializzazione dell’esperienza.

Il primo giorno

Il gruppo delle attività espressive lavora con materiale di facile consumo, carta, matite, colori di vario tipo e tele per dipingere.

Il primo giorno M.N. - D.G. - C.S. prendono dimistichezza con la stanza trasformata in un precario laboratorio.

Sono allegri ed esplorativi, hanno accolto con entusiasmo "il via" all’esperienza; Ma dietro quei volti stirati da sorrisi convenzionali, lanciano occhiate smarrite.

Ad un certo punto M.N. raccoglie ed amplifica il disagio di tutti e pone l’angustioso interrogativo: " ... e adesso che dobbiamo fare? ...". Si confrontano le insicurezze di tutti , le ansie del nuovo e dell’inconsueto; nasce l’idea delle "associazioni libere di segni"; giocano con i bristol e matite in un insolito viaggio di disegni (di-segni) e colori.

Si interrogano sul groviglio di grafite che ciascuno produce, in un gioco di "che cosa vedo?"... nascono L’armatura e la colomba.

L’armatura

Nel suo primo disegno - la sua prima produzione associativa di-segni - M.N. ha straordinariamente rappresentato il suo corpo nell’armatura, la sua struttura corporea massiccia, la sproporzione tra il torace e il segmento delle gambe corrisponde palesemente alla realtà somatica: l’alterigia, la fierezza del suo portamento mirabilmente sintetizzate nell’elmo...

....Un fortissimo elmo rilucente e leggiero.....a tale armatura si richiedevano....
" Boccaccio I - 126 "

L’armatura di M.N. è anche e soprattutto la sua impenetrabilità, la sua spigolosità nelle relazioni interpersonali, la sua forte aggressività. Essa è l’insieme delle armi che ha dovuto strutturare nel suo corpo e nella sua psiche per combattere la guerra con la malattia mentale, per arginare la devastazione delle quattro battaglie perse con altrettanti ricoveri psichiatrici negli ultimi sei anni.

Ciò che colpisce di M.N. è l’identità funzionale fra il suo modo di relazionarsi e il suo atteggiamento corporeo; il disagio di M.N. è la sua armatura muscolare.

"Il termine ‘armatura’ o ‘corazza’ indica lo schema globale delle tensioni muscolari croniche del corpo. Vengono definite così perchè servono a proteggere l’individuo contro le esperienze emotive dolorose e minacciose. Fungono da schermatura contro gli impulsi pericolosi della stessa personalità e contro gli attacchi da parte degli altri". (A. Lowen, 1983).

La storia di M.N. è ricca di conflitti originari che gli hanno negato il diritto alla vita, minacciandolo e costringendolo, per sopravvivere, a crearsi una corazza.

Il passato di M.N. è nel suo corpo, in un corpo che ha imprigionato il desiderio.

La sua armatura separa i sentimenti dalla permeabilità relazionale, spaccando l’unità e l’autenticità con il mondo esterno.

La colomba

La colomba è forse il presente e la speranza futura di M.N.

La colomba è la rappresentazione del desiderio di M.N., e nel desiderio di candore, semplicità, innocenza, socialità, la paura di essere distrutto e sopraffatto..

"Chi colomba si fa il falcone se la mangia".

Allora alla dolcezza dei modi e dell’aspetto si struttura la spigolosità dell’armatura, l’arroccamento difensivo e roccioso.

La colomba simbolo dell’amore fraterno, della benevola collaborazione fra gli uomini.

"La colomba è un simbolo dell’amore; è l’uccello iridescente e tubante che accompagna Venere... Da un lato sembra una creatura dolce, una forza delicata, dall’altra la si leva all’altezza di un simbolo del Sacro Spirito" (E. Aeppli, 1963).

"I colombi che portano l’ambrosia a Zeus devono passare tra rocce che si richiudono...lo strano è che nessuna forza umana può aprire la roccia, salvo un detto magico o un uccello. Già questo dice che l’apertura della roccia è un’impresa ineseguibile sul piano della realtà che rimane esclusivamente oggetto di desiderio.

Wunschen (= desiderare) nel medio-alto tedesco significa "poter far qualcosa di straordinario". (C. G. Jung, 1970, nota 51, pag.245).

La colomba di M.N. è il " pensare con desiderio", l’elemento magico che forse aprirà l’armatura?

Non è forse un’armatura il servizio psichiatrico con le sue rigidità? E’ legittimo identificare con l’esperienza di riabilitazione il "pensare con desiderio", come rottura di rigidità precostituite, con tutta la consapevolezza e i limiti che le istanze di realtà impongono.

Non mi dilungherò sulle "armature" del servizio anche se questo aspetto meriterebbe un’attenta riflessione ed una accurata analisi istituzionale.

Le rigidità sono rappresentate dalla concezione statica e monolitica del S.P., roccaforte, contenitore ed elargitore di raffinati e tecnici interventi e di "pozioni magiche".

La risposta alla sofferenza viene agita in termini esclusivamente specialistici, eludendo le trasformazioni interne del S.P. e le ramificazioni dello stesso nel tessuto sociale.

L’eccessivo riduzionismo della sofferenza agli equilibri interni dell’utente, molto spesso visti solo in termnini organici, non permette di cogliere il nesso generale con la realtà socio-economica.

La colomba, il pensare con desiderio, il poter fare qualcosa di straordinario, diventa la condizione essenziale per allargare i referenti e l’utilizzazione dei modelli clinici.

Il rapporto tra S.P. e utente allora implicherà il coinvolgimento in un progetto che vede attivamente impegnate tutte le figure di base ed in interconnessione con il servizio:dai medici, agli psicologi, agli infermieri, agli operatori sociali, agli amministratori, ai cittadini, ai "media".

Questa globalità di componenti implica un’ottica diversa che vada al di là dei tradizionali modelli di comprensione che vanno arricchiti, rivisitati e profusi di nuove elaborazioni in continuo contatto con le realtà che si sviluppano al di fuori e all’interno dei vissuti dell’equipe e delle motivazioni delle singole figure professionali.

Il pensare con desiderio si concretizza nel progetto del servizio per il paziente, e diventa il luogo del profondo ascolto e del sostegno dell’Io, verso una dinamica comprensione delle sue problematiche e delle relazioni con l’Altro.

Il progetto terapeutico del servizio offre al paziente una possibilità di identificazione, appena è in grado di recepirne l’importanza per il suo sviluppo. Questo processo si arricchisce progressivamente attraverso l’elaborazione dei suoi dubbi, incertezze, fantasmi, dissociazioni, ambivalenze. La programmazione e l’elaborazione del progetto non vengono imposte al paziente come un obbligo, ma come l’offerta di un tragitto il cui percorso può aprirsi sul superamento dell’empasse, che ha provocato la crisi, portandolo alla autonomia...

Il progetto ha una doppia funzione simbolica e concreta: simbolica perchè fa convergere fantasie, ansie, aspettative, desideri in una prospettiva che agisce come vettore unificante rispetto alle tendenze alla dissociazione dell’Io psicotico,concreta perchè misura la capacità dell’Io con la realtà permettendogli di sperimentare possibilità nuove di comprensione, crescita, rapporto.

Mi sembra quindi di poter dire che il progetto, per come è elaborato dalle prassi antiistituzionali italiane, è l’erede della fantasia creativa degli psicoterapeuti della schizofrenia, nel senso di presentare , prima nei terapeuti, momenti di progettazione reale e simbolica attraverso la loro identificazione con il paziente a cui fa riscontro una controidentificazione strutturante.

Il progetto terapeutico tende a cogliere gli aspetti positivi della linea avanzata valorizzandoli nei loro elementi simbolici di superamento dell’esistente, ma fornisce anche un sostegno concreto per la loro attuazione, attraverso un atteggiamento solidale rispetto alle istanze di autonomia e di liberazione (Tranchina P., 1983).

 

Dott. Giuseppe Bontempo

Psicologo, Psicoterapeuta
Dipartimento di Igiene Mentale - ASL Lanciano-Vasto

 

Ripubblichiamo un articolo edito già su Prospettive in Psicologia - Rivista di Psicoterapia, Psicoanalisi, Medicina Psicosomatica - nel Gennaio 1992, dedicato ad una esperienza, all’epoca pilota per il contesto nella quale si svolgeva, e che sembra mantere oggi tutta la sua carica innovativa e la sua valenza positiva e propositiva.

 

 

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