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L'importanza del modello bio-psico-sociale

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Nella gestione delle problematiche psicologiche e/o comportamentali, Il trattamento deve  ispirarsi al modello bio-psico-sociale e  affrontare tutti quei fattori biologici, psicologici e sociali che in qualche modo contribuiscono al mantenimento e/o esacerbazione del disturbo

Bio psico sociale psicologiaNel contesto della salute diversi sono i modelli a cui gli studiosi si sono ispirati per cercare di comprendere a pieno le diverse sfumature insite al suo interno.

Da un punto di vista teorico si è passati da un modello biomedico, secondo cui la malattia può essere spiegata come deviazione dalla norma di variabili biologiche misurabili, in cui la malattia viene trattata come entità indipendente dal comportamento sociale, al modello bio-psico-sociale, che tiene conto dei fattori psicosociali, ritenendo che che la diagnosi medica debba considerare l'interazione tra gli aspetti biologici, psicologici e sociali nel valutare lo stato di salute dell'individuo e nel prescrivere un trattamento adeguato.

Più nello specifico, questo modello postula che qualsiasi problema comportamentale e/o disturbo mentale è causato e mantenuto da una combinazione di fattori, tra cui propensioni e limitazioni biologiche e genetiche, fenomeni psicologici come emozioni, credenze, difese e così via, e fattori di natura sociale come i rapporti interpersonali disfunzionali e un storia infantile di traumi.

Il trattamento deve quindi affrontare tutti questi fattori che in qualche modo contribuiscono al mantenimento e/o esacerbazione del disturbo. Infatti, non vi sono singoli fattori biologici, psicologici o sociali che si pongono come necessari o sufficienti a produrre la maggior parte dei disturbi mentali e problemi comportamentali.

Esistono solo fattori di rischio, ossia fattori che aumentano o diminuiscono le probabilità che qualcuno possa sviluppare e/o continuare a esibire tali problematiche.

Qualunque sia il fattore di scelta, alcune persone possono non presentare fattori “oggettivi” e sviluppano la malattia, mentre altri ne presentano diversi ma non sviluppano la malattia.

Si potrebbe quindi ipotizzare che il riduzionismo, ossia il concentrarsi esclusivamente su uno dei suddetti domini, possa produrre risultati positivi.  Ultimamente, però, si è osservato che alcuni psichiatri utilizzano quello che molti hanno definito come un modello Bio-Bio-Bio.

Essi tendono, in maniera grossolana, ad insistere sulle influenze genetiche sul comportamento, nonostante la neurobiologia abbia sottolineato che nessun comportamento umano complesso è causato interamente da un gene o un gruppo di geni.

Gli esseri umani non presentano infatti solo caratteristiche di istintività; una grande quantità di ciò che produciamo, in termini di comportamento, è infatti appreso.

Anche un comportamento biologicamente importante come il sesso, non è indotto dalla biologia, ma bensì da ciò che apprendiamo di esso procedendo attraverso tentativi ed errori.

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Tutti noi abbiamo il bisogno e l’istinto biologico ad “accoppiarci”, ma non lo sappiamo in modo innato.

Nel mondo animale, per alcune specie, le cose potrebbero essere diverse; esiste infatti una certa famiglia di vespe che opera una complicata danza di accoppiamento che è identica a quella eseguiti da tutti gli altri membri della stessa specie, senza però il beneficio di aver mai appreso tale comportamento dal guardare.

È infatti importante ricordare che la stragrande maggioranza dei geni in una specifica cellula possono essere disattivati in qualunque momento; questi infatti possono essere “accesi” da fattori ambientali e, in biologia, tali influenze prendono il nome di fattori epigenetici.

In termini di connessione tra i neuroni, i fattori ambientali che li spengono e riaccendono sono spesso quelli che derivano dall’ambiente interpersonale.

Inoltre, tutti i percorsi neurali nel cervello sono in concorrenza tra di loro, in un senso Darwiniano, ossia di sopravvivenza del più forte. Se non vengono stimolate dall’ambiente, le connessioni sinaptiche tra i neuroni si indeboliscono fino a scomparire del tutto.

Più essi vengono stimolati ripetutamente, più diventano forti, attraverso un processo chiamato potenziamento a lungo termine.

Le uniche eccezioni parziali a questo processo riguardano alcuni percorsi in una parte del cervello chiamata amigdala, che si formano precocemente, in risposta alle nostre esperienze con le figure di attaccamento, e che sono estremamente difficili da ereditare.

Questi percorsi sinaptici sembrano altamente resistenti nell’indebolire la normale procedura di plasticità neuronale; essi possono infatti essere sostituiti, ma non distrutti.

Esistono, infatti, cellule nell’amigdala che rispondono solo al volto della madre, e altre che rispondono solo al volto del padre.

Vi sono anche alcune importanti funzioni del cervello umano come la capacità di fissare degli obiettivi, stabilire modelli mentali di possibili strategie per il raggiungimento di questi obiettivi, la pianificazione, anticipando o ipotizzando sia il futuro che i potenziali problemi insiti, disporre di nuove informazioni e quindi giungere alla loro realizzazione.

Questa funzione del cervello sembra essere pensata come inesistente da parte di coloro che studiano l’ereditabilità del comportamento.

A tal proposito, il Dottore David Allen, docente di Psichiatria all’Università del Tennessee, ha fornito un esempio sulla natura del comportamento umano e dei suoi antecedenti, ricorrendo ad una funzione quale il linguaggio.

Cominciando con l’esperto di linguistica Noam Chomsky, e i suoi successori, questi hanno dimostrato più volte che c’è un enorme componente genetica che predispone all’acquisizione linguistica.

La struttura del cervello umano limita però le possibili forme linguistiche sintattiche e grammaticali che può assumere, così come i suoni disponibili. Tuttavia, se si parla il Greco o lo Swahili queste sono interamente determinate, al 100% dal proprio ambiente di appartenenza.

Ma, se si decide di parlare il Greco o lo Swahili questo è di solito determinato al 100% da una decisione personale e cosciente di voler imparare una seconda lingua, attraverso la messa in atto di un comportamento mirato ad un obiettivo, che nonostante i suoi ostacoli, può comunque determinare una realizzazione dello stesso.

 

Tratto da PsychologyToday

 

(Traduzione e adattamento a cura della Dottoressa Giorgia Lauro)

 

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Tags: genetica psicopatologia ambiente modello bio-psico-sociale

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