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La neuropsicoanalisi

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La neuropsicoanalisi può essere considerata come un proseguimento e allargamento delle iniziali idee freudiane, il cui obiettivo è quello di delineare un collegamento tra i concetti psicoanalitici e i meccanismi neurali di specifiche aree del cervello.

neuropsicoanlisi.0Sigmund Freud, il fondatore della psicoanalisi, si è formato, accademicamente parlando, inizialmente come neurologo ed era interessato alle cellule nervose, così come alla localizzazione di lesioni annesse ai disturbi del linguaggio come l’afasia.

L’interesse neuroscientifico iniziale è stato successivamente sostituito da una focalizzazione esclusiva della sua attenzione alle componenti psicodinamiche come l’Io, i sogni e soprattutto l’inconscio.

Vi è però un preciso punto nodale nei suoi scritti in cui la ricerca dei meccanismi psicodinamici converge con la ricerca dei corrispondenti meccanismi neuronali del cervello.

Questo è il famoso scritto intitolato “Project for a Scientific Psychology”, del 1895, in cui ha appunto cercato di delineare il collegamento tra meccanismi neurali e concetti psicodinamici.

Non riuscendo in tale intento, Freud considerò tale tentativo come un fallimento e di conseguenza non fece pubblicare il manoscritto durante la sua vita.

Col passare del tempo però, questo scritto, suscitò molte discussioni circa la possibilità che la psicoanalisi potesse essere, in linea di principio, connessa o meno alle neuroscienze.

Più di recente, infatti, tale manoscritto è stato valutato come prova a sostegno dell’idea che la psicoanalisi possa essere collegata alla neuroscienze e ciò ha portato alla nascita di una nuova disciplina chiamata neuropsicoanalisi.

Questa ha infatti l’obiettivo di collegare i concetti psicoanalitici ai meccanismi neuroscientifici e offrire così una visione integrata di psiche e cervello.

Il focus predominante della neuropsicoanalisi è inerente al collegamento di concetti psicodinamici come i sogni, l’inconscio, il Sé/l’Io, a specifiche funzioni psicologiche quali le funzioni affettive e cognitive, con l’ulteriore obiettivo di localizzarle in particolare regioni cerebrali.

Ad esempio si concentra sull’inconscio e le sue relazioni con la memoria, o meccanismi neurali sottostanti i sogni, l’Io, processi primari e secondari, meccanismi di difesa e via dicendo.

Dal momento che le indagini neuropsicoanalitiche si concentrano sulla ricerca di regioni cerebrali la cui attività neurale correla con il concetto psicodinamico in questione, è bene parlare di “correlati neurali” dei concetti psicodinamici.

Cosa avrebbe detto Freud della neuropsicoanalisi? Sicuramente, come sottolineato precedentemente, egli abbandonò i suoi iniziali tentativi neuropsicoanalitici, ma questo potrebbe anche essere spiegato dal fatto che all’epoca non vi era una conoscenza delle neuroscienze abbastanza matura da spingerlo a concentrarsi esclusivamente sulla ricerca di tali collegamenti.

Allo stato attuale, la neuropsicoanalisi, come suggeriscono Solms e Panksepp, può essere considerata come un proseguimento e allargamento delle iniziali idee freudiane, e più generalmente, del suo tentativo di delineare una psicologia scientifica che potesse dar vita ad un nuovo modello della mente umana.

 

Funzionamento e localizzazione dei correlati neurali psicodinamici

La neuropsicoanalisi attuale si basa fortemente sui recenti sviluppi nel campo delle Neuroscienze cognitive, affettive e sociali.

Per esempio, diverse funzioni cognitive come l’attenzione, la memoria di lavoro, la memoria episodica, sono prese come punti di partenza iniziale e sono legate a concetti apparentemente corrispondenti come la memoria o i sogni nel contesto psicodinamico.

Altri autori invece, come Panksepp e Solms, perseguono un approccio basato sull’efficacia, basandosi sulla ricerca delle funzioni affettive intrinseche e i loro corrispondenti substrati neurali corticali.

Questo ha portato alla discussione dei meccanismi neurali dei costrutti psicodinamici come l’introiezione, il narcisismo, gli oggetti-Sé e via dicendo.

Si cerca quindi di individuare le regioni e i circuiti neurali a partire da conoscenze già acquisite; per esempio, le funzioni cognitive come la memoria di lavoro e l’attenzione, sono associate con un’attività neurale in specifiche regioni corticali come la corteccia prefrontale laterale e corteccia parietale.

Sulla base di tali evidenze la neuropsicoanlisi cerca di collegare specifici meccanismi psicodinamici all’attività neuronale in particolari regioni del cervello.

Uno dei primi e più importanti autori di questo approccio è Mark Solms; egli ha infatti osservato particolari cambiamenti psicodinamici nei suoi pazienti, sottoposti ad intervento neurochirurgico per specifiche lesioni cerebrali.

Le sue deduzioni dal patologico alla salute, gli hanno permesso di collegare i meccanismi psicodinamici a regioni specifiche del cervello.

Basandosi sulle osservazioni neurochirurgiche di questi pazienti, ha sostenuto, per esempio, che la corteccia prefrontale ventromediale possa essere cruciale nella strutturazione dell’Io, mentre la corteccia parietale può essere centrale nella strutturazione del proprio corpo come primo Oggetto-Sé.

Questo approccio è stato recentemente esteso anche al cervello sano per cercare di delineare al meglio un approccio basato sulla localizzazione.

 

La ricerca dell’apparato psichico: struttura e organizzazione psicologica

Per comprendere al meglio la neuropsicoanalisi è bene soffermarsi anche su come Freud si approcciò alle funzioni psicologiche e cosa, soprattutto, egli osservò per parlare di apparato psichico.

Fondamentalmente Freud ascoltava i suoi pazienti e indagava quei contenuti mentali che successivamente venivano associati a specifiche funzioni psicologiche.

Le funzioni psicologiche a loro volta assunsero poi le caratteristiche di specifici meccanismi psicodinamici.

Ad esempio, i sogni mostravano a Freud i contenuti mentali del proprio paziente, ed egli associava a tali contenuti una valenza di tipo sessuale che altrimenti, al di fuori del sogno, non sarebbe emersa.

Da questa osservazione egli dedusse e delineò uno specifico meccanismo psicologico, la repressione, che aveva il compito di reprimere i contenuti sessuali durante il giorno per farli poi emergere nei sogni durante la notte.

Freud, a partire dall’osservazione di contenuti mentali, come per esempio il desiderio sessuale, attribuì loro un significato specifico, nel senso che quel contenuto fosse funzionale ad esprimere qualcosa di specifico sulla persona stessa.

Egli inferì dal contenuto mentale e dalla sua rilevanza sull’individuo una funzione psicologica specifica, ossia la repressione, presupponendo che il contenuto mentale e il suo significato specifico sono possibili grazie all’esistenza di una specifica funzione psicologica, quale appunto la repressione.

Questo di Freud potrebbe quindi essere definito un approccio basato sulla funzione.

Sulla base di queste premesse, è bene effettuare quindi una riflessione volta a capire se effettivamente tra quanto presupposto da Freud e l’attuale panorama neuroscientifico vi siano delle differenze.

A differenza di Freud, le neuroscienze sociali, cognitive e affettive, non iniziano le loro indagini a partire da contenuti individuali e indicatori soggettivi di quei specifici contenuti; essi iniziano con l’analisi di comportamenti oggettivi, come ad esempio l’interazione sociale, la cognizione, o l’emozione.

Nonostante tale differenza nel punto di partenza, l’inferenza a funzioni psicologiche è praticamente la stessa.

Nello stesso modo in cui le neuroscienze deducono funzioni psicologiche specifiche in virtù del comportamento osservato, Freud deduce le funzioni psicologiche a partire dai contenuti mentali che ha osservato.

Si può quindi parlare in entrambi i casi di un “approccio basato sulle funzioni”.

Molte delle funzioni sociali, cognitive e affettive indagate dalle neuroscienze sono legate alle funzioni psicologiche che Freud ha descritto.

Per esempio, la funzione cognitiva di memoria e soprattutto quella autobiografica può essere strettamente correlata alla funzione psicologica della repressione di Freud.

Ci si chiede quindi se la convergenza di entrambi gli approcci basati sulla funzione possa fornire una piattaforma comune per fare il secondo passo, ossia quello riguardante il cervello.

Se le funzioni sociali, cognitive e affettive possono essere localizzate in regioni specifiche del cervello, le funzione psicologiche descritte da Freud, devono essere correlate esattamente a queste regioni del cervello.

L’approccio basato sulla localizzazione deve quindi essere visto come la naturale estensione delle funzioni psicologiche di Freud al cervello.

 

Neuroscienze e psicoanalisi

Identificare i correlati neurali di specifici meccanismi psicodinamici potrebbe risultare utile nella pratica della psicoterapia così come per il trattamento di diversi disturbi psichiatrici.

La neuropsicoanalisi riconosce le profonde radici evolutive della mente umana e dei disturbi emotivi, allo scopo di favorire una comprensione dei processi primari dei meccanismi affettivi cerebrali.

La prospettiva psicoanalitica sul funzionamento mentale può guidare la ricerca neuroscientifica per una maggiore comprensione dei concetti psicodinamici di base, come l’Io, i meccanismi di difesa, funzionamento del sogno, proiezione degli stati mentali, così come ampliare la conoscenza nel campo della memoria, del trauma, dell’attaccamento, dell’empatia e del Sé.

Teoricamente, la psicoanalisi ha anticipato l’approccio neuroscientifico postulando l’esistenza di sistemi gerarchici comprendenti complesse funzioni mentali risultanti dall’interazione tra regioni cerebrali interconnesse.

La neuroimaging funzionale fornisce una strada promettente per lo studio di questi network funzionali; a tal proposito, sono stati condotti numerosi studi neuropsicoanalitici al fine di promuovere il dialogo tra la psicoanalisi e le neuroscienze e per indagare la metapsicologia psicoanalitica con l’obiettivo di migliorare le teorie neuroscientifiche.

Nel presente articolo, i ricercatori si sono focalizzati su due concetti in particolare, il “Sé”, “funzioni dell’Io” e “inconscio”, con l’obiettivo ultimo di gettare luce su specifici aspetti della schizofrenia.

Questa scelta è stata corroborata dal fatto che la ricerca neuroscientifica supporta la nozione che lo studio del Sé e delle funzioni dell’Io è particolarmente rilevante per la comprensione della schizofrenia.

Ciò ovviamente ha implicato uno sforzo clinico nel concentrarsi sull’esperienza soggettiva dei sintomi e su come la percezione di Sé influenza la percezione del mondo esterno.

Da un punto di vista tecnico questo implica necessariamente anche un’indagine del complesso funzionamento di reti specifiche del cervello.

 

Connettività cerebrale

Gli studi di neuroimaging hanno da sempre esplorato la connettività cerebrale; tecnicamente, ci sono tre tipi di connettività: connettività anatomica, definita come un pattern di connessioni anatomiche tra popolazioni neuronali o tra regioni cerebrali; connettività funzionale, definita come un pattern di correlazioni statistiche tra aree cerebrali attivate distintamente; e connettività efficace, definita da interazioni causali tra specifici gruppi di neuroni.

La relazione tra queste differenti tipologie di connettività è di grande interesse e importanza per gli esperimenti neuroscientifici, in quanto sulla base di questa ci si può chiedere: “Quanto la ricerca sulla connettività cerebrale possa contribuire alla neuropsicoanalisi?”.

Questa nuova prospettiva potrebbe quindi consentire la comprensione di complessi fenomeni mentali come la coscienza, l’influenza di contesti differenti sull’attribuzione di significati, la rappresentazione di sé e gli altri, e così via.

Recenti review hanno evidenziato che pattern di connettività differenti sono coinvolti nella rappresentazione di sé e degli altri: modelli meta-analitici di connettività mostrano un’attivazione selettiva del cingolato anteriore pregenuale durante compiti auto-correlati (self-related) e un’attivazione selettiva del cingolato posteriore e precuneo durante compiti altri-correlati (Others-related).

Questa meta analisi ha messo in luce una connettività condivisa, durante lo svolgimento di tali compiti, tra la corteccia prefrontale ventromediale e la corteccia mediale orbitofrontale, fornendo così un’evidenza neuroscientifica della relazione intricata tra rappresentazioni di sé e degli altri.

Questi risultati possono quindi fornire nuovi input di indagine per disordini quali l’autismo, la schizofrenia, il disturbo di personalità borderline, in cui le rappresentazioni di sé e degli altri sono distrutte o disfunzionali.

È importante sottolineare che la ristrutturazione della capacità di rappresentare il proprio Sé in maniera distinta dagli altri è un aspetto particolarmente centrale durante le interazioni di transfert-controtransfert, in particolare del modello di “psicoterapia basata sul transfert” di Otto Kernberg.

Gli studi futuri dovrebbero quindi valutare se le interazioni specifiche tra le rappresentazioni di Sé e degli altri sono associate con specifici pattern di connettività cerebrale, e se i cambiamenti in queste rappresentazioni, come rilevabili nelle dinamiche di transfert, apportano modifiche nella connettività cerebrale.

 

Il Sé

Negli ulti anni, le neuroscienze hanno concentrato la loro attenzione sullo studio del sé. Damasio e Panksepp suggeriscono l’esistenza di un “proto-Sè” nei domini motori e sensori.

Un “minimal self” o un “Sé mentale”, un “sé autobiografico” e un “sé narrativo” sono stati successivamente descritti.

Nonostante le differenze nelle definizioni, è possibile identificare “processi correlati al Sé” che comprendono stimoli che sono esperiti come fortemente legati alla propria persona.

È molto importante considerare che il processo di relazione di stimoli auto-correlati non può essere considerato un fenomeno isolato, ma piuttosto essere inquadrato come un processo complesso che dipende dal contesto ambientale.

Le Strutture corticali mediane (Cortical Midline Structures, CMS) sono aree cerebrali correlate alle esperienze auto-riferite.

Tuttavia, specifiche caratteristiche del Sé sono anche legate ad altri regioni cerebrali (ad esempio il senso di agency all’insula posteriore e corteccia parietale inferiore destra, il senso di proprietà di Sé alla corteccia parietale destra e corteccia prefrontale ventromediale).

Pertanto, il Sé risulta dall’integrazione di aree differenti che necessariamente implicano la connettività neurale.

Northoff ha suggerito che le Strutture corticali mediane potrebbero rappresentare i correlati neurali del “core self”, definito da Damasio come l’interazione continua tra stimoli intero-esterocettivi che consentono una percezione del Sé come unità.

Queste strutture sono attivate in condizioni di stato di riposo e disattivate durante compiti cognitivi.

Tale situazione fisiologica è legata alla condizioni psicologica in cui il “core-self” viene sostituito e mascherato dall’attività cognitiva, con un’esperienza personale di “Sé permanente” che rappresenta uno stato di base permanente per le altre attività psicologiche.

Seguendo la teoria di Northoff, la ricerca neuroscientifica potrebbe andare oltre gli approcci basati sulla funzione e localizzazione, effettuando così un passaggio da “correlati neurali della psicodinamica(Neural Correlates of Psychodynamics) a “predisposizione neurale della psicodinamica”( Neural Predisposition of Psychodinamics), che si riferisce alle condizioni neurali dei contenuti mentali.

La “predisposizione neurale della psicodinamica”, in termini di funzioni cerebrali, può riferirsi all’attività in stato di riposo e alla sua “struttura spazio-temporale”, che è il risultato delle due principali caratteristiche dello stato di riposo, ossia le fluttuazioni a bassa frequenza e i pattern di connettività funzionale.

Il concetto “virtuale” di “struttura spazio-temporale” può essere paragonato all’approccio freudiano di “struttura psicologica” dell’apparato psichico, in quanto entrambi legati ad un processo e ad un organizzazione, che richiamano un’entità fisica o psicologica.

Da questo punto di vista, l’attività in stato di riposo, insieme alle caratteristiche spazio-temporali che includono la connettività funzionale tra le regioni del cervello, potrebbe rappresentare un modello associato con il pensiero freudiano sulle funzioni dell’Io e dei sogni.

Partendo da tali considerazioni, negli studi sulla schizofrenia, la relazione tra il Sé e gli altri è particolarmente indagata.

Recentemente, la ricerca sulla schizofrenia si è focalizzata sulle anormalità del Sé, denominati disturbi dell’Io, e i risultati hanno suggerito che esperienze alterate del Sé possono risultare in un’anormale relazione con gli altri.

Connettività neurali anomale sono state proposte come caratteristiche di base nella fisiopatologia della schizofrenia; ricerche di neuroimaging suggeriscono anomalie funzionali e strutturali nelle connessioni neurali dei pazienti schizofrenici.

Tuttavia, il collegamento tra la connettività neurale e la disfunzione sociale non è ancora stata compresa.

Ebisch et al., hanno quindi cercato di perfezionare le indagini di neuroimaging con l’aggiunta di compiti di percezione sociale nella fase prodromica del disturbo, con l’obiettivo di mettere in luce il funzionamento cerebrale e i suoi correlati neurali con le abilità di distinguere tra sé e gli altri.

Il risultato di questo studio ha mostrato attivazioni anomale nell’insula posteriore e riduzione dell’attivazione nella corteccia premotoria ventrale, con una correlazione negativa con i disturbi dell’esperienza di Sé.

Questi risultati hanno evidenziato una percezione sociale disfunzionale nella schizofrenia con un concomitante danneggiamento dei processi di connettività neurale.

In aggiunta a questo, le riduzioni di attività nelle aree cerebrali individuate, consentono un’ulteriore osservazione circa il fatto che tali regioni svolgono un ruolo centrale nel mediare l’esperienza del Sé, suggerendo uno sbilanciamento nel processamento delle informazioni interne ed esterne con un’anormale integrazione di queste.

Altre indagini sull’attività in stato di riposo e connettività funzionale nella schizofrenia, hanno evidenziato che la connettività funzionale durante attività in stato di riposo nelle strutture corticali mediane e nell’area fronto-parietale mesiale (Default Mode Network), ossia una rete neurale che si attiva durante le ore di riposo e passive, tendono a incrementare.

D’altra parte la connettività funzionale dell’area fronto-parietale esterna (Control Executive Network) è invece ridotta nella schizofrenia.

Il forte incremento della connettività funzionale durante gli stati di riposo all’interno delle aree sopracitate può essere visto come il correlato funzionale di una maggiore attenzione sui contenuti mentali interni che sono maggiormente legati al Sé.

Viceversa, una forte connettività in stato di riposo nell’area fronto-parietale esterna e nelle regioni laterali, è legata ad un aumento dei contenuti mentali esterni e della consapevolezza.

Il funzionamento opposto tra l’area fronto-parietale mesiale e l’area fronto-parietale esterna potrebbe rappresentare il correlato neurale dei contenuti mentali interni ed esterni.

La confusione tra contenuti mentali interni ed esterni che è tipico della sintomatologia schizofrenica, come l’inserzione del pensiero, il ritiro del pensiero, sintomi passivi e allucinazioni uditive, potrebbe pertanto essere correlato ad uno squilibrio tra le due reti.

La ricerca futura sulla schizofrenia deve quindi tener conto delle concettualizzazioni neuropsicoanalitiche e focalizzarsi sullo studio della “struttura spaziotemporale”, al fine di esplorare le basi e gli aspetti soggettivi di tale disturbo.

In questa prospettiva, la teoria psicoanalitica può fornire una base teorica utile agli studi neuroscientifici sul Sé e le esperienze soggettive.

 

Funzioni dell’Io e inconscio

Come accennato precedentemente, i correlati strutturali e funzionali per le nozioni psicodinamiche dei processi inconsci (ad esempio, processi e contenuti mentali che sono difensivamente rimossi come risultato di situazioni conflittuali interne) non sono ancora stati identificati.

Negli ulti anni, si è assistito ad un crescente interesse verso i processi inconsci; gli studi neuroscientifici hanno, infatti, valutato la percezione subliminale, cognizione implicita, processi emotivi e percezione interocettiva attraverso metodi empirici.

La teoria psicoanalitica sostiene che siamo in parte inconsapevoli di ciò che sentiamo realmente. Studi su soggetti sani e cerebrolesi hanno dimostrato che, anche quando uno stimolo non viene percepito coscientemente, si assiste ad una modulazione dell’attività neurale che genera una risposta emotiva.

Custers e Aarts hanno revisionato alcuni studi dimostrando l’esistenza di una “volontà inconscia”, con la quale perseveriamo un obiettivo a prescindere dalla consapevolezza cosciente.

Alla luce della distinzione freudiana tra processi primari e secondari (rispettivamente, il funzionamento dell’io e dell’inconscio), Carhart-Harris e Friston hanno proposto la descrizione di Freud del funzionamento e sviluppo dell’Io come corrispondente del funzionamento dell’area fronto-parietale mesiale ai cambiamenti reciproci che avvengono con altre reti cerebrali.

Freud ha descritto i processi secondari come “limitati” e “inibiti”, mentre quelli primari come “liberi” e “motili”.

La connettività funzionale dell’area fronto-parietale mesiale appare differente nei bambini rispetto agli adulti, e risulta alterata in diversi disturbi cerebrali.

È possibile che, una perdita del controllo top-down sull’attività limbica nei sistemi gerarchicamente inferiori rispecchia la perdita di controllo dell’Io sul processo primario.

Freud riteneva infatti che lo stato di veglia cosciente dipende dall’esistenza di un equilibrio tra le forze pressanti dei processi primari dell’Es e le forze contrarie del processi secondari dell’Io.

Questa descrizione è in linea con gli attuali modelli di cognizione basati sull’inferenze gerarchica di Bayes e sulla libera energia, dove le connessioni arretrate dalle aree corticali superiori lavorano per ridurre l’energia libera di zone corticali inferiori.

Da un punto di vista clinico, questo approccio consente nuovi spunti per la ricerca sulla patogenesi della schizofrenia.

Una connettività funzionale alterata tra la zona corticale e limbica dell’area frontale-parietale mesiale può predire sintomi inerenti i disturbi dell’Io o dei processi primari nella schizofrenia, in particolar modo nella fase prodromica in cui questi sintomi sono prevalenti.

 

Conclusioni

La letteratura analizzata suggerisce che anormalità nelle interazioni delle reti cerebrali giocano un ruolo vitale nei disturbi psichiatrici, e danni in specifiche aree di connettività funzionale possono risultare nella psicopatologia corrispondente.

Studi sulla connettività cerebrale nella schizofrenia e disturbi depressivi hanno fornito una maggiore conoscenza su quanto alterazioni complesse nel funzionamento cerebrale e nelle reti interattive neurali sono sottostanti a tali disturbi.

Mentre i modelli strutturali del funzionamento della mente appaiono insufficienti, la teoria psicoanalitica ha enunciato un modello organizzativo della mente più appropriato, che è maggiormente in linea con i risultati neuroscientifici.

Molte correlazioni tra neuroscienze e teorie psicoanalitiche sono state validate, e il progresso effettuato nell’identificare i correlati neurali del Sé nei differenti disturbi psichiatrici, rispetta e richiama le concettualizzazioni psicoanalitiche.

La psicoanalisi ha anticipato l’approccio neuroscientifico postulando l’esistenza di sistemi gerarchici comprendenti complesse funzioni mentali risultanti dall’interazione tra regioni cerebrali interconnesse.

La “struttura psicologica” freudiana appare quindi consistente con l’approccio neuroscientifico basato sulla connettività cerebrale.

Le Strutture corticali mediane e le loro connessioni (insula posteriore destra, corteccia parietale inferiore destra, corteccia prefrontale ventromediale) possono rappresentare i correlati neurali del “core self”, definito come l’interazione continua tra stimoli intra-esterocettivi, che consentono una percezione del Sé come unità.

Tali aree sono attivate in condizioni di stato di riposo e disattivate durante compiti cognitivi.

Il funzionamento dell’Io corrisponde all’attivazione dell’area fronto-parietale mesiale e dagli scambi reciproci con altri network cerebrali.

Un’alterata connettività funzionale tra la rete corticale e limbica dell’area fronto-parietale mesiale può predire i sintomi dei disturbi dell’io, come alterazioni dei processi primari di pensiero nella schizofrenia o l’attribuzione di emozioni negative a se stessi nei disturbi depressivi.

Queste evidenze suggeriscono che la ricerca della connettività cerebrale supporta la convergenza tra i risultati neuroscientifici e la psicoanalisi.

Una maggiore e approfondita comprensione delle connessioni di ogni network, e dell’interazioni tra di essi, potrebbe favorire lo sviluppo di una teoria completa della rappresentazione del Sé nel cervello.

Collegare i risultati neuroscientifici ai modelli teorici psicoanalitici può determinare un nuovo paradigma sperimentale e consentire indagini sui cambiamenti funzionali nel cervello successivi alla psicoterapia, e quindi, in ultima analisi, migliorare così i trattamenti.

Ovviamente c’è ancora molto da indagare per comprendere appieno il funzionamento mentale sia in condizioni fisiologiche che patologiche.

Gli studi neuroscientifici non possono però avvalersi esclusivamente di strumenti tecnologici, quali elettroencefalomiografia, risonanza magnetica funzionale e tecniche di neuroimaging, per comprendere i processi cerebrali dinamici sottostanti il funzionamento mentale.

Pertanto potrebbero trarre più vantaggio da paradigmi sperimentali più appropriati che enfatizzano la soggettività, attraverso una procedura di interpretazione dei dati che tenga conto della complessità della mente umana.

 

Articolo tratto dalla rivista “Frontiers in Human Neuroscience”

 

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Traduzione e adattamento a cura della Dottoressa Giorgia Lauro

 

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