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La psicologia dinamica tra storia e sviluppi teorici

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“Questa è la peculiarità della psicologia che, unica tra le scienze, si sottrae a qualsiasi forma di oggettivazione, perché il soggetto che indaga e l’oggetto indagato fanno tutt'uno.” U.Galimberti

psicodinamica.12La psicologia dinamica è una disciplina che comprende una vasta gamma di modelli teorici della mente, della psicopatologia e della tecnica psicoterapeutica, che hanno come fondamentale e originario punto di riferimento concettuale la teoria psicoanalitica di Freud.

Tuttavia, questa collocazione va corretta ed è necessario operare una serie di distinzioni, in quanto il riferimento alla psicoanalisi andrebbe inteso, in questo contesto, comprendendo in quest’ambito non soltanto le teorie di Sigmund Freud e di coloro che dopo di lui si rifanno al suo pensiero, ma anche le teoria di Carl Gustave Jung, così come quelle di una serie di altri clinici e studiosi, che pur presentando alcune affinità di pensiero con le teorizzazioni freudiane, non vengono considerati come appartenenti all’ambito psicoanalitico vero e proprio, come Pierre Janet, William Reich, Erich Fromm, Harry Stack Sullivan e via dicendo.

Alcuni discepoli che si sono allontanati da Freud hanno successivamente creato scuole e tradizioni di pensiero autonome, che a distanza di tempo, appaiono sempre meno come espressione di visioni inconciliabili, ma più come una dialettica tra prospettive diverse utili a descrivere i vari aspetti della complessità psichica.

Da un punto di vista storico, bisogna ricordare che la psicodinamica nasce dall’esigenza di porre a confronto le teorie psicoanalitiche con la psicologia accademica.

Rispetto a tale differenziazione, è bene anche precisare che la psicoanalisi freudiana si collocò in maniera indipendente nel panorama scientifico, ossia come struttura societaria indipendente ed esterna rispetto al mondo universitario, agli istituti di ricerca scientifica e alle organizzazioni pubbliche di salute mentale.

Per comprendere da un punto di vista analitico il senso della parola “dinamica”, è bene partire dalle motivazioni che spinsero Freud ad interessarsi di psicologia; nella sua opera, “Introduzione alla psicoanalisi”, egli sottolinea come la psicologia non voleva ridursi alla semplice descrizione e classificazione dei fenomeni, ma concepire questi ultimi come espressioni di tendenze psichiche orientate verso un fine, e “che operano insieme o l’una contro l’altra. Ciò che ci sforziamo di raggiungere è una concezione dinamica dei fenomeni psichici”.

Secondo Freud, infatti, il comportamento umano è il risultato di forze interiori, le pulsioni, in contrasto tra loro e gli stessi sintomi e sofferenze psichiche del soggetto, non sono l’effetto meccanico di fattori traumatici, quanto piuttosto soluzioni di compromesso che il soggetto elabora per far fronte ai propri conflitti interiori.

In tal senso, la concezione dinamica della vita psichica sarebbe caratterizzata da una visione dei fenomeni psichici come risultante di “giochi di forze” che si svolgono inconsciamente nell’individuo e su cui si possono formulare semplicemente delle ipotesi a causa della loro non visibilità.

Attraverso tale concettualizzazione il soggetto assume una connotazione nuova, non è più un qualcosa di unitario, bensì caratterizzato da un’interazione costante tra forze, impulsi, motivazioni e tensioni più profonde e inconsce.

Questa visione del soggetto costituisce l’assunto fondamentale della psicoanalisi e della psicologia dinamica, ma tale immagine si era riscontrata già nell’antichità, come ad esempio in Omero in cui la descrizione sistematica e minuziosa delle forze interiori determinano gli atti e le decisioni dell’individuo, idea che venne anche successivamente ripresa da Platone nella sua classificazione delle componenti razionali ed irrazionali dell’anima.

Freud, appassionato lettore di Platone, sosteneva l’idea che le forze irrazionali del soggetto, se opportunamente armonizzate, producono l’energia necessaria al suo sviluppo vitale e mentale.

Si deve però, da un punto di vista filosofico, a Friederich Nietzsche il capovolgimento di tale visione, ossia di guardare al soggetto come entità complessa; egli stesso affermava che “l’uomo è una pluralità di forze che sono ordinate secondo una gerarchia, sicchè ci sono elementi che comandano (..) quante più contraddizioni portiamo in noi, più ricchi siamo e più possibilità creative abbiamo”.

Tale capovolgimento era in linea con quanto accadeva a fine ottocento nella nascente psichiatria dinamica, il cui interesse si focalizzava in quel preciso momento storico sugli studi dei casi di personalità multipla, un interesse condiviso anche dalla letteratura e di quei romanzi centrati sul tema del Doppio, ossia di quella personalità nascosta che improvvisamente si concretizzava nella vita dell’individuo, sotto le spoglie del sosia, dell’ombra; ricordiamo ad esempio Dottor Jekyll e Mr. Hide di Robert Louise Stevenson o il Sosia di Fedòr Dostoevskij.

La concezione dinamica della psiche sembrava basarsi pertanto sui cosiddetti “concetti vaghi”, così definiti da Yehuda Elkana, antropologo della conoscenza

Egli sottolinea infatti come tali concetti rappresentino assunti iniziali che richiedono un forte stimolo alla creazione di ipotesi teoriche e quindi alla ricerca scientifica.

I concetti di “energia” e di “forza”, appartenenti alla psicologia dinamica, sono “vaghi” perché non si prestano ad un’esatta definizione, e sono da considerare come metafore che entrano nel lessico psicologico in quanto utili a denotare alcuni meccanismi psichici di cui si possono solo osservare gli effetti visibili nelle patologie così come negli atteggiamenti individuali.

Col passare del tempo i tale concezione fu progressivamente abbandonata sia dalla psicologia dinamica che da quella sperimentale per diverse ragioni.

La psicologia sperimentale è orientata da un rigore scientifico tale per cui è necessario fornire una definizione degli oggetti che rientrano nelle sue pratiche; la psicologia dinamica è invece orientata a definire in maniera fenomenologica-descrittiva i suoi oggetti in virtù del fatto che non possono essere osservati direttamente.

Sulla base di queste premesse si può quindi ora fornire una definizione della psicoanalisi, che si basa sulla concezione dinamica della psiche.

Per far questo riprendiamo le parole di Freud: “La psicoanalisi è il nome: di un apprendimento per l’indagine di processi psichici cui altrimenti sarebbe pressochè impossibile accedere; di un metodo terapeutico per il trattamento dei disturbi nevrotici; di una serie di conoscenze psicologiche acquisite per questa via che gradualmente si assommano e convergono in una nuova disciplina scientifica”.

Una differenziazione importante è che le teoria psicodinamiche, a differenze di quelle psicoanalitiche, non sono teorie cliniche; le idee psicoanalitiche, infatti, sono nate e si sono sviluppate in stretto rapporto con l’esperienza empirica di tipo clinica, cioè nell’interazione di ascolto e interpretazione fra l’analista e il paziente.

In questo ambito le “teorie della mente” di più stretta impostazione psicoanalitica si pongono in stretto rapporto con la “teoria della tecnica psicoanalitica”, cioè non sono separabili rispetto alle prescrizioni circa le modalità di trattamento di persone differenti.

Viceversa, quando si parla di psicodinamica, ovvero di teorie psicodinamiche, si tende a prescindere del tutto da considerazioni e prescrizioni di ordine terapeutico.

Se da un lato la psicodinamica utilizzi spunti e idee provenienti dalla pratica dei clinici, dall’altro essa aspira anche a cogliere un nucleo comune di idee, nonostante la notevole dispersione di indirizzi delle varie scuole di specializzazione.

In sostanza, a partire da Freud fino ai giorni nostri, tutti questi teorici sono accomunati dal fatto di essersi occupati degli aspetti affettivi delle relazioni interpersonali, degli aspetti inconsci, dialettici e conflittuali del funzionamento psichico.

Da un punto di vista psicoterapeutico, la psicodinamica non può rinunciare alla plasticità delle sue pratiche; in questo caso si fa riferimento al fatto che non si può relegare un paziente in un percorso terapeutico preconfezionato e scandito da passaggi prestabiliti.

Il “non sapere” è l’atteggiamento indispensabile alla pratica della psicoterapia dinamica in quanto i cambiamenti che si verificano nell’organizzazione psichica del paziente come effetto della terapia, non possono avvenire secondo tempi e modalità prestabilite in risposta a precise e definite mosse terapeutiche.

Altra caratteristica fondante della psicodinamica è la flessibilità, ovvero l’assenza di forzature, la capacità di modulare la terapia in base ai tempi effettivi di cambiamento dei pazienti che ad essa si affidano, il rispetto per i loro processi interni e la comprensione delle loro risorse.

In riferimento a questo è bene sottolineare l’impossibilità di prevedere percorsi e tempi uguali per tutti, proprio in virtù del fatto che ogni paziente ha tempi e caratteristiche diverse dagli altri, che alcuni sono più invischiati nella propria sofferenza e altri più propositivi nel voler affrontarla e svincolarsene più rapidamente.

Oltretutto, è ormai assodato che gli effetti di una psicoterapia psicodinamica dipenda strettamente dalle caratteristiche “umane” del terapeuta nonché dal suo bagaglio teorico ed esperienziale, ma soprattutto dalla sua capacità relazionale quale l’intuizione, la sensibilità, l’attitudine all’empatia e via dicendo.

Questo fa sì che la variabilità dei processi e degli esiti insiti nel percorso terapeutico siano difficilmente quantificabili e misurabili.

Un altro aspetto caratterizzante la psicoterapia dinamica è la relazione terapeutica; anche in questo caso si è assistito ad un mutamento negli assunti teorici che concorrono a definire la natura dei disturbi psicologici così come della relazione tra paziente e analista/terapeuta.

Da un punto di vista teorico il paradigma pulsionale/strutturale originariamente elaborato da Freud rientrava in un’epistemologia realista che vedeva la realtà come qualcosa di oggettivo ed indipendente dal soggetto che ne fa esperienza e ponendo l’analista come un osservatore imparziale della realtà psichica del paziente.

Con il passare del tempo la progressiva espansione del paradigma relazionale che ha caratterizzato l’evoluzione del pensiero psicoanalitico ha implicato un sostanziale mutamento negli assunti teorici di base e questo ha determinato il delinearsi di nuovi modi di concettualizzare la natura della relazione terapeutica e il suo ruolo nel processo di cambiamento.

L’assunzione di un nuovo paradigma relazionale è da inquadrarsi all’interno di una epistemologia costruttivista la quale enfatizza l’idea che l’osservatore sia inscindibile dal fenomeno osservato e che pertanto partecipi attivamente con la propria soggettività alla sua costruzione.

In tal senso la relazione terapeuta/paziente è da intendersi come la co-costruzione di una realtà condivisa che il terapeuta stesso produce insieme al paziente.

Questo modo di concepire la relazione terapeutica è in linea con quanto sostenuto da Winnicott, Bion e Bollas, secondo i quali il paziente usa l’analista e il suo mondo interno, la sua risonanza emotiva e la sua sensibilità, per realizzare dei cambiamenti nel proprio universo interiore e soprattutto per non sentirsi solo nell’affrontare la propria sofferenza.

Emerge così una caratteristica fondamentale della relazione terapeutica che è da rintracciarsi nella soggettività del terapeuta, non soltanto come garanzia della vita psichica del paziente, ma come contenitore esterno al paziente, interno al terapeuta, che consente un’adeguata trasformazione dei vissuti dolorosi del paziente.

Solo nella dimensione di questa reciprocità è possibile realizzare un rapporto terapeutico effettivamente rispettoso delle peculiarità e dei percorsi di sviluppo propri del soggetto in analisi.

Così intesa la psicoterapia non è quindi solo una pratica asettica volta a rimuovere la sofferenza dell’altro, ma soprattutto un incontro tra due soggettività, all’interno del quale la sofferenza del paziente viene condivisa e trasformata ricorrendo alle risorse interiori dei due soggetti.

 

 

Per approfondimenti:

  • Concato G., (2006), Manuale di psicologia dinamica, AlefBet, Firenze
  • Freud S., (1922), Due voci in enciclopedia:Psicoanalisi” e “Teoria della libido”, tr. it. In Opere, Bollati Boringhieri, Torino, 1989, vol.9
  • Freud S., (1915-1917), Introduzione alla Psicoanalisi, tr. It. In Opere, Bollati Boringhieri, Torino, 1989, vol.8
  • Lingiardi, V. (2002). L'alleanza terapeutica: Teoria, clinica, ricerca. Milano: Raffaello Cortina Editore.
  • psicoterapia.it
  • treccani.it

 

A cura della Dottoressa Giorgia Lauro

 

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Tags: Psicologia dinamica cenni storici teorie freudiane Nietzsche psichiatria dinamica concetti vaghi plasticità flessibilità relazione terapeutica soggettività del terapeuta

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