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La SIPSOT e la Riforma Sanitaria

on . Postato in Ricerche e Contributi | Letto 445 volte

Il 16 luglio 1999 è stato pubblicato sul Supplemento Ordinario 132-L della Gazzetta Ufficiale n. 165 il D.L.vo 229: “Norme per la razionalizzazione del Servizio Sanitario Nazionale”, la cosiddetta “legge Bindi”.

Questa legge introduce novità sostanziali nel SSN riguardo agli obiettivi, all'organizzazione, alle attività, al personale (si pensi, ad esempio, alla rivoluzione nella dirigenza sanitaria) e alla formazione.

La SIPSOT - come unica associazione scientifica rivolta a tutti gli psicologi iscritti all’Albo che a vario titolo operano nelle strutture sanitarie - in stretto collegamento con l’Ordine Nazionale degli Psicologi, ha seguito e continua a seguire attentamente l’iter di questa legge, soprattutto per la vitale importanza che essa riveste per la nostra professione. A questo scopo abbiamo stabilito dei contatti con autorevoli funzionari e tecnici del Ministero della Sanità e del Consiglio Superiore di Sanità per capire quale sarà la collocazione riservata alla psicologia e agli psicologi nella riforma che si sta realizzando.

Al di là delle buone intenzioni dei nostri interlocutori, la sensazione che si va facendo strada in me, condivisa dal collega Trabucco e da quanti hanno partecipato a tali incontri, è quella di trovarci di fronte ad una massiccia squalifica della psicologia "psicologica" (in contrapposizione ad uno psicologismo più diffuso fatto da altri) e ad un pesante ridimensionamento dell'autonomia e responsabilità professionali dello psicologo che opera nelle strutture sanitarie. A conferma della nostra sensazione esistono elementi precisi le cui radici, a mio parere, si collocano in una politica dominata dalle potenti lobbies di alcune categorie professionali specifiche le quali, con estrema spregiudicatezza e senza incontrare la minima opposizione, fanno approvare tutte le leggi a favore della propria corporazione anche quando sono in palese contrasto con le normative europee o vanno contro lo spirito delle leggi nazionali.

Questo è accaduto, ad esempio, con l'approvazione del decreto (G.U. 26 febbraio 1999, n. 47) che fa diventare la scuola di specializzazione in Psicologia Clinica, caso unico in Europa e forse nel mondo, una specializzazione di medicina aperta ai medici, in deroga a tutte le direttive europee, recepite anche dal nostro Paese.

L'ultimo fatto in ordine cronologico - di cui pubblichiamo uno stralcio in questo notiziario - e' stata l'approvazione da parte del Consiglio Superiore di Sanità della proposta di istituire Unità Operative di Neuropsichiatria infantile Territoriali e Ospedaliere coordinate da un neuropsichiatra infantile di II livello dirigenziale e coadiuvato da medici di I livello, psicologi, assistenti sociali, psicomotricisti ecc.

Questo documento, che presto diventerà legge, è gravissimo per gli psicologi che già operano nei servizi materno-infantili ma anche per tutti quelli che si occupano di promozione della salute della tutela del benessere psicofisico delle persone sane oppure della gestione della sofferenza emotiva e psicologica delle persone fisicamente malate.

La psicologia è stretta dalla psichiatria e neuropsichiatria infantile in una morsa micidiale: da una parte gli psichiatri che hanno già occupato la dirigenza dei dipartimenti di Salute Mentale Adulti e dall'altra i neuropsichiatri infantili che si stanno costruendo le loro strutture per la salute mentale dell'infanzia e dell'adolescenza. Tutto ciò significa sostanzialmente perdere quel minimo di autonomia professionale e di responsabilità tanto faticosamente conquistate ed in seguito giuridicamente riconosciute. Né ci può essere di conforto sapere che "forse" come psicologi dirigenti potremmo andare a dirigere qualche struttura (Sert, Distretto o altrodal momento che troveremo in ogni caso la concorrenza agguerrita di tutti i dirigenti di qualsiasi ruolo (sanitario, tecnico, professionale,ecc) e gli eventuali incarichi saranno comunque dati alla persona specifica. Un incarico ad personam, ancorché conferito ad uno psicologo, può senz'altro far piacere per chi l'ha ottenuto ma non dà nessuna garanzia che questo apporti un beneficio alla crescita scientifica e professionale della psicologia e non dà alcuna garanzia che sia comunque un altro psicologo ad occupare lo stesso posto alla fine del mandato.

Dal punto di vista scientifico - ed è questo che interessa maggiormente la SIPSOT - tutto ciò si ripercuoterà pesantemente sulla ricerca, sulla qualità e sulla innovazione professionale, in quanto le attività dello psicologo saranno condizionate inevitabilmente da chi ha funzioni di responsabilità all'interno dei servizi nei quali opera, cioè dai "non psicologi".

Gli psicologi devono prendere atto di tale stato delle cose e devono essere consapevoli del grave danno che ne deriverà all'esercizio e alla crescita della professione. Fino a quando la Psicologia rimarrà assoggettata a limitazioni e condizionamenti esterni non potrà esprimere liberamente tutte le sue numerose potenzialità.

Per questo la SIPSOT attraverso un documento sulla operatività dello psicologo, pubblicato su questo notiziario, inviata alla Prof.ssa Nerina Dirindin (Direttore del Dipartimento di Programmazione del Ministero della Sanità) in relazione ai decreti aggiuntivi del D.to L.vo n. 229/99, ripropone con rinnovato impegno la sua linea originaria che non è mai venuta meno in tutto questo tempo, nemmeno quando, nel dialogo con i nostri interlocutori politici o tecnici, era necessario porci nella maniera più libera da condizionamenti pregiudiziali. Mi riferisco alla proposta di costituzione di ORGANIZZAZIONI AUTONOME DI PSICOLOGIA IN OSPEDALE E NEL TERRITORIO.

Solo una organizzazione autonoma di psicologia, che dialoga con pari dignità con gli altri servizi o unità operative del SSN, può garantire la raccolta e la sedimentazione dell'esperienza, fornire un contributo scientifico-professionale qualificato ed una vera integrazione della funzione psicologica in tutte le attività assistenziali svolte a favore di tutti i cittadini, sia quelli sani ma soprattutto quelli malati. L'integrazione vera, infatti, è quella delle competenze e delle funzioni che si realizza attraverso la condivisione di protocolli operativi, percorsi assistenziali e linee guida e non quella della aggregazione, spesso inutile e generatrice di conflitti, di persone fisiche all'interno di un unico servizio.

 

Dott. Roberto Ferretti
Presidente Società Italiana di Psicologia dei Servizi Ospedalieri e Territoriali

 

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