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Violenza domestica e dinamiche emotive

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Una sensazione malsana di fusione rende difficile liberarsi dal rapporto, nonostante questo possa essere diventato ostile e pericoloso; e rende anche più semplice il tollerare gli abusi, perché l’altro è vissuto come estensione di sé piuttosto che come un individuo separato.

violenza dinamiche emotiveOggi si sente parlare sempre più di violenza domestica e di femminicidio, configurando una nuova piaga sociale le cui cause vanno ricercate in quelle problematiche psicologiche che devono essere rintracciate per interrompere il ciclo degli abusi.

Secondo un recente sondaggio è emerso che circa 8 centri antiviolenza su 10 hanno riportato un incremento della ricerca di aiuto da parte delle donne.

La ricerca si è quindi concentrate sull’individuazione delle dinamiche emotive che contribuiscono notevolmente alla violenza domestica, delineandone due: la primo riguarda una distruzione individuale dei processi di pensiero (o “voce interiore critica”) che determina un abuso sia verso di sé che i propri partner: possono essere presenti pensieri come “Tu non sei un uomo se non la controlli” oppure “lei sta facendo di te un pazzo”.

L’altro fattore riguarda ciò che lo psicologo Robert Firestone ha definito “vincolo di fantasia”. Questa dinamica subentra improvvisamente e acquisisce il senso che l’altra persona può fare tutto ciò che vuole ed è responsabile della vostra felicità.

Questi due sistemi di credenze pericolose aprono la strada alla creazione di un ambiente favorevole alle dinamiche abusanti.

Mentre le donne hanno più probabilità di sperimentare la violenza domestica, le forme di abuso possono manifestarsi in tutte le tipologie di coppie, sia di sesso opposto o dello stesso sesso, sia sposati o celibi.

Secondo un sondaggio effettuato dal Bureau of Justice Statistics Crime Data Brief, gli uomini rappresentano il 15% delle vittime di violenza domestica segnalati.

Tuttavia, i molti casi in cui sono gli uomini a divenire violenti verso le donne sono preziosi per esaminare alcuni atteggiamenti e stereotipi sociali verso gli uomini, che a loro volta possono aumentare i casi di violenza.

Nonostante i notevoli progressi verso la creazione della parità tra i sessi, viviamo ancora in una società patriarcale.

Lo stereotipo sociale che vede e descrive l’uomo come più forte, maschile e potente rispetto alle donne, può essere distruttivo per quegli uomini che sono più a rischio di divenire violenti.

La vergogna innescata dall’idea che essi possano apparire deboli o poco virili può innescare irascibilità e impulsi violenti improvvisi.

In alcune persone, il sentirsi messi in discussione dal partner può essere doloroso, suscitare paura e soprattutto rabbia.

In questi casi, se la frase o la semplice parola è vissuta come un insulto, una minaccia o una provocazione, l’agito violento è scatenato dalla suddetta “voce interiore critica”.

Questa “voce” è un processo distruttivo attraverso cui le persone rimuginano su elementi negativi che vengono riferiti sia a sé stessi che ai loro partner.

Più una persona ascolta e alimenta tali pensieri, tanto più si nutrono sentimenti di ostilità e di necessità a reagire, con un’escalation che determina il comportamento violento.

Esempi tipici di tali pensieri includono:

  • “lui/lei mi sta controllando. Non posso permetterlo, perché non sono un debole!”
  • “Lei/lui si sta prendendo gioco di me. Come si permette!?”
  • “Come osa trattarmi in questo modo?”

Oltre ad ascoltare questa voce interiore, le coppie coinvolte nella violenza domestica sono spesso intrappolate in una connessione distruttiva, un’illusione che non possono vivere senza l’altro.

Si assiste ad una fusione identitaria, in cui entrambi i partner sentono di non poter “stare in piedi” senza l’altro; questa illusione contribuisce a ciò che abbiamo già introdotto prima, ossia il “vincolo di fantasia”.

Questa sensazione malsana di fusione rende difficile liberarsi dal rapporto, nonostante questo possa essere diventato ostile e pericoloso; e rende anche più semplice il tollerare gli abusi, perché l’altro è vissuto come estensione di sé piuttosto che come un individuo separato.

La formazione di un legame di fantasia incoraggia inoltre l’atteggiamento persecutorio verso l’altra persona; supporta anche l’idea che un partner, all’interno della coppia, possa esercitare il proprio potere e controllo sull’altro.

Dall’altra parte, la minaccia dell’abbandono porta il soggetto abusante a sentirsi giustificato nella propria rabbia verso il partner; la percezione di tale minaccia intensifica le reazioni aggressive, siano esse fisiche o verbali.

Sulla base di tali premesse, se si vuole prevenire la violenza domestica bisogna soffermarsi su quale comportamento promuovere in situazioni di questo tipo.

A tal proposito, un programma americano che ha riscosso un notevole successo per le pratiche di insegnamento ai detenuti maschi nonchè autori di reati di violenza domestica, ha messo in risalto come il simulare situazioni tipiche possa aiutare tali soggetti a identificare il momento in cui sentivano crescere la rabbia attraverso il premere un pulsante, indicante “pausa”, proprio perché avvertivano un momento particolare di stress.

Da ciò si evince che questi uomini sono in grado di prendere decisioni più ragionevoli in termini di comportamento.

Il programma ha infatti lo scopo di modificare i pensieri distruttivi e le voci interiori critiche che alimentano i comportamenti aggressivi.

Questo approccio determina nei soggetti una presa di responsabilità delle proprie azioni; li aiuta a individuare i momenti in cui sono “attivati” e rendersi conto che non importa quanto possano sentirsi infuriati e provocati, perché quelle stesse emozioni sono in grado di gestirle e controllarle.

Il programma insegna loro la capacità di discernere tra il proprio sé reale e un “anti-sé”, costituito dalle loro prime esperienze di violenza.

Essi imparano che in quei momenti di stress, possono scegliere di rimanere centrati su sé stessi nonostante le difficoltà, o agire difensivamente divenendo violenti a causa dell’identificazione con la persone o le persone che li ha abusati da bambini.

Questi soggetti imparano a calmarsi, a riconoscere i propri sentimenti e ad assumersi le responsabilità delle proprie azioni.

Essi sviluppano la capacità di avere un dialogo paritario con il proprio partner, cercando di creare un rapporto di scambio reciproco.

Siamo tutti in grado di diventare ciò che vogliamo essere nelle nostre relazioni; programmi come “Manalive” hanno contribuito a riabilitare uomini violenti aiutandoli a conoscere il loro vero sé, insegnando loro a riconoscere le proprie emozioni, e consentendo loro di provare compassione e perdono verso di sé e gli altri.

Attraverso una conquista del senso di sé come individui separati riescono a migliorare l’autostima, la responsabilità e l’empatia; imparano così strategie più efficaci per riconoscere quando subentra il ciclo distruttivo di violenza e soprattutto a stare lontani dalla loro voce critica interiore, restando centrati sul loro vero sé.

Molte persone che commettono abusi sono stati essi stessi vittime di abusi da bambini o esposti ad abusi sui propri familiari.

Per rompere questo ciclo e ridurre i casi di violenza domestica nelle generazioni successive, bisogna attuare programmi che sono efficaci e fornire anche l’aiuto di cui hanno bisogno per non trasmettere le stesse dinamiche ai propri figli.

Programmi di riabilitazione centrati sull’autoriflessione, autocontrollo, empatia e resilienza possono così migliorare le strategie di coping ed evitare il ricorso alla violenza.

 

Tratto da PsychologyToday

 

(Traduzione e adattamento a cura della Dottoressa Giorgia Lauro)

 

 

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Tags: psicologia violenza coppia dinamiche emotive

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