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Convivere con il senso di colpa

on . Postato in Benessere e Salute | Letto 942 volte

senso di colpa“Colpa” è una parola che in sé non ha un suono piacevole, evoca vagamente sentimenti spiacevoli e preferiamo allontanarci da essa. Riconosciamo i nostri errori più prontamente di quanto ammettiamo le nostre colpe.

Sempre di più cerchiamo disperatamente di nascondere agli altri la nostra colpa e persino di negarla a noi stessi. Perché? Perché è dolorosa? Sì, ma piuttosto che essere dolorosa è difficile da riconoscere. La colpevolezza non ha la modalità di espressione così chiaramente definite come la paura, il dubbio, l’ostilità e gli altri sentimenti. E’ persino difficile per un esperto chiarire i molti modi sottili in cui la colpevolezza si esprime.

Noi tutti teniamo una maschera ragionevolmente accettabile, ma al di sotto della maschera approvata dalla società c’è una complessa vita interiore che pochi di noi possono a lungo celare. Abbiamo delle passioni e delle antipatie sepolte in noi fin dal nostro più lontano passato e nutriamo anche sogni e desideri che ci farebbero arrossire qualora fossero rivelati indiscriminatamente agli altri. Nessuno è senza segreti, sia che riguardino fatti o fantasticherie. Sebbene a volte sia abbastanza sciocco, esistono molte cose che “dobbiamo” tenere segrete per conservare il nostro equilibrio privato e sociale.

Se ogni cosa che abbiamo celato alla pubblica vista fosse interamente privo di colpa, non perderemmo certamente tanto tempo per giustificare noi stessi. Se, ad esempio, l’interesse sessuale di un uomo verso qualche donna al di fuori del matrimonio non colpisse la sua coscienza, egli non addurrebbe a pretesto quanto è incompreso dalla moglie. Questa vecchia linea di condotta ormai logora è abbastanza facile da “denunciare”, e poche donne trovano un uomo più accettabile proprio per questo. Ma ciò aiuta l’uomo ad accettare se stesso di fronte alla propria “perfidia”. Riduce la sofferenza di tutto quanto per lui, ma questo bisogno di conservare un’apparenza “pulita” per gli altri gli pone dubbi insinuanti sul concetto che ha di se stesso.

Secondo il filosofo tedesco M. Heidegger, la colpa è parte integrante della vita. L'uomo non sa dove viene e dove va, ma in quanto agisce e si progetta è chiamato ogni volta a scegliere tra varie possibilità. E' in questa inevitabilità della scelta che avrebbe le sue radici la colpa: se si fa una cosa non se ne può fare un'altra. Dalla necessità di scegliere nasce l'insicurezza, ma anche la capacità di assumersi la responsabilità che è vista come inerente all'esistenza stessa dell'uomo. Per capire cosa si intende per colpa bisogna rendersi conto che la colpa non è una proprietà interna delle azioni umane, ma deriva dal nostro modo di giudicare le azioni umane. In ogni cultura c'è un certo consenso circa le azioni che rendono colpevoli. Per esempio si è colpevoli se si ruba. Esistono anche suddivisioni culturali, cioè sottoculture. Così, per esempio, in certi settori della cultura italiana, si ritiene che una delle colpe più tipiche in cui può incorrere un adolescente sia la masturbazione. In altri settori si ritiene invece che questa non sia affatto una colpa.

Una colpa, in sintesi, è due cose. In primo luogo è un'attribuzione, l'attribuzione di colpa. Ancora più precisamente può essere un giudizio di colpa. Questo giudizio è sociale. L'esempio più tipico è quello che accade in un tribunale penale. L'imputato può essere giudicato colpevole o non colpevole. In secondo luogo è un sentimento, il sentimento di colpa. La psicoanalisi, nata come studio dell'anima e della sua patologia, descrive il senso di colpa. La parola senso in questo caso, si riferisce all'emozione che uno prova nel momento in cui si sente in colpa, e non ha a che vedere con la consapevolezza.

E' uno stato affettivo e si manifesta con autorimproveri o rimorsi apparentemente assurdi oppure con comportamenti di scacco, condotte delittuose o sofferenze che uno infligge a se stesso: le motivazioni rimangono inconscie. Il senso di colpa è stato approfondito in modo sottile e complesso a proposito della malinconia da Freud in Lutto e malinconia (1915). Questa è una malattia caratterizzata da autoaccuse, svalutazione del sé ed una tendenza all'autopunizione che può portare al suicidio. Ciò che non può essere accolto nella coscienza è l'odio, la rabbia diretta ad una persona amata, ritenuta responsabile di un abbandono reale o esistente solo nella fantasia. L'odio, sotto forma di energia non elaborata, non trovando altra via di scarica viene rivolta contro se stesso. Tutto questo si verifica anche per abitudini che si assorbono dai genitori o dalle tradizioni dell'ambiente in cui si vive. In un clima dove l'odio è negato o giudicato insostenibile, può accadere che una persona cresca con un'impossibilità interiore di accettare le proprie pulsioni violente. Può avvenire così la loro trasformazione in uno stato depressivo malinconico.

Negli anni’60 si è spostato il focus dall’intrapsichico al sociale, legando il senso di colpa al contesto sociale in cui l’individuo è inserito. L'esperienza del senso di colpa è collegata, secondo Mowrer a modi comportamentali vietati, ovvero il senso di colpa nasce in genere quando vengono compiuti atti antecedentemente vietati.

Un’altra delle tante ipotesi avanzate dagli psicologi , riguarda la mancanza di equità, lo squilibrio tra il proprio benessere e la sofferenza altrui. Secondo tale ipotesi, in altri termini, il senso di colpa nascerebbe allorquando si ritiene di aver avuto molto più degli altri, magari anche senza averlo meritato veramente. E' quello che capita ai compagni di studio che si sottopongono allo stesso esame con esiti diversi: quello a cui è andato bene si sente irrazionalmente in colpa nei confronti dell'amico. (Wechsler, Harlan J, 1990).

Il senso di colpa può avere o non avere una base “oggettiva”, cioè un preciso accadimento, reale o immaginario, a partire dal quale è scattato il giudizio. Molto spesso, infatti, si tratta di senso di colpa “inconscio” che, se si collega ad un episodio concreto, lo utilizza, per così dire, da evento scatenante (Fernando J, 2000). L’esempio più calzante è il senso di colpa che fa seguito alla morte- per malattia o per disgrazia- di una persona cara, evento rispetto a cui il soggetto, inchiodato in una rigida non-accettazione, si accusa di non aver fatto abbastanza.

Se prevale la modalità ossessiva egli tenderà a fissarsi nel ricordo degli antefatti, fino ad affogare nella molteplicità dei particolari, che egli evoca con insistenza, fantasticando mille e mille volte sul “come avrebbe dovuto agire” e ottenendo così, seppure in maniera fantasmatica, di indulgere indefinitamente in un passato che non esiste più. (Roy F. Baumeister, Arlene M. Stillwell, Todd F. Heatherton, 1999). Se invece prevale la modalità depressiva l'autoaccusa sarà tanto aggressiva e schiacciante da convogliare la quasi totalità di energia vitale del soggetto, fino ad esaurirne il flusso nella vita attuale, negando così ogni possibilità di presente e soprattutto di futuro, dimensioni queste, che il depresso rifiuta con ostinazione. (Roy F. Baumeister, Arlene M. Stillwell, Todd F. Heatherton, 1999).

Si parla in questo casi di senso di colpa "eterodiretto", ovvero rispetto al mondo esterno. Un ulteriore teoria a carattere “sociale” usa il termine “autodiretto” per indicare il senso di colpa che nasce dalla differenza esistente fra un'immagine ideale di sé e l'immagine che si percepisce concretamente. Il senso di colpa nascerebbe cioè dal “non essere all'altezza” e troverebbe terreno fertile in una personalità fortemente autocritica (Hoffman M.L, 1982). In altri casi si tratta di un senso più generico, ma non per questo meno invadente, di inadeguatezza rispetto al proprio comportamento o, peggio ancora, rispetto ai propri sentimenti, che vengono dal soggetto giudicati come “troppo…” o “non abbastanza…”. (Greenspan, P.S., 1995).

Esempio significativo è il senso di colpa di chi, adolescente o in fase di crescita, è portato dalla sua stessa evoluzione a prendere una distanza affettiva dall'ambiente che gli è familiare, verso cui non si sente più emotivamente così coinvolto, fino a provare fastidio o rabbia per quelle che solo ieri considerava manifestazioni di affetto e che oggi gli stanno strette: vissuti rispetto a cui il soggetto tende a giudicarsi aspramente, sentendosi ingiusto, mostruoso o, quanto meno “anormale”. Scattano allora le difese contro il senso di colpa, tese ad allentare una tensione che, a ben vedere, può rivelarsi molto produttiva; i meccanismi di difesa possono andare dalla negazione alla proiezione della colpa sull'altro, al prezzo di una profonda distorsione della realtà, così come era originariamente percepita; oppure possono andare dalla richiesta indiretta di perdono attraverso un'eccessiva gentilezza alla richiesta di punizione attraverso un comportamento scortese e provocatorio, al prezzo, in questi casi, di una violenta distorsione dell'atteggiamento verso l'altro.

Se si chiede a qualcuno di raccontare un episodio in cui si è sentito in colpa o se si chiede di inventare un episodio in cui ci si potrebbe sentire colpevoli, di solito si hanno risposte che fanno riferimento a tre predicati (Middleton-Moz, J, 1990)
- il colpevole C, ovvero colui che si sente in colpa,
- la vittima V, ovvero colui verso il quale ci si sente in colpa,
- ciò di cui C si sente in colpa ovvero il danno patito da V.
Probabilmente per provare senso di colpa sono sufficienti pochi presupposti e delle operazioni cognitive elementari. L’operazione cognitiva necessaria è un semplice confronto tra le fortune del colpevole e quelle della vittima che, per generare senso di colpa deve dare un risultato sfavorevole alla vittima. Il soggetto pone su un piatto della bilancia le proprie fortune ed i propri meriti e sull’altro quelli della vittima. Se la bilancia pende a favore del primo allora vi è senso di colpa. Dunque l’operazione di confronto presuppone la definizione di almeno tre parametri: con chi e a quali condizioni si è disposti a confrontare le fortune, cosa è considerato fortuna e cosa sfortuna ma soprattutto quali eventi vanno pesati ed infine il punto di giusto equilibrio fra i due piatti ossia i meriti e i demeriti che vanno considerati per definire il risultato equo o iniquo.

Tali parametri possono essere definiti automaticamente sulla base di alcuni principi naturali (una sorta di fondamento del comune ed immediato senso della giustizia) oppure possono essere definiti da norme morali condivise dal soggetto. Tre osservazioni a riguardo delle norme:
- innanzitutto si nota che le norme condivise sono scopi che il soggetto pone su se stesso
- i precursori delle norme sono le aspettative degli altri,
- non tutte le norme sono morali ma lo sono quelle che definiscono i parametri del confronto fra fortune proprie e altrui e che sono strumenti per il fine dell’equità.

  1. La condizione molto generale che deve essere realizzata affinché il colpevole sia disposto a compiere confronti è che riconosca l’appartenenza di se stesso e della vittima allo stesso gruppo, che ci sia dunque una sorta di identificazione di gruppo, che sia possibile per il colpevole dire che la vittima e lui stesso appartengono al medesimo ‘noi’ contrapposto ad un ‘loro’. Probabilmente entra in gioco anche il riconoscimento di legami di parentela, di somiglianze ideologiche, di valori esistenziali
  2. Nei sensi di colpa più immediati ovvero più istintivi di solito mi sembra che sono considerate le fortune più strettamente collegate con l’evento in cui il colpevole e la vittima sono stati coinvolti. Spesso è solo in fase di autogiustificazione che il colpevole considera nel bilancio fortune di altra natura o fortune avvenute in altri momenti o circostanze.
    E’ anche sulla definizione delle fortune da considerare che intervengono le norme così che ad es. è consuetudine che chi ha già sofferto per un handicap fisico abbia diritto ad una maggiore attenzione.
  3. Per provare senso di colpa non è sufficiente che il confronto compiuto da C dia un risultato sfavorevole per V serve anche che la sfortuna di V sia immeritata e/o il vantaggio di C immeritato.
    Per quanto riguarda gli scopi attivati dal sdc essi sono fondamentalmente di due tipi, il primo riparatorio e il secondo espiativo. Le strategie messe in atto dal colpevole tendono o a riparare il danno, e più in generale a sollevare le fortune della vittima, o consistono nella diminuzione delle fortune del colpevole.

Come si riesce ad uscire dal circolo vizioso del senso di colpa?

I sensi di colpa possono nascere soprattutto da conflitti di tipo affettivo: basta aver chiaro il concetto che l’affettività va esplicata prima nei propri confronti e poi nei confronti di altri, per smontare alla base lo stato nascente del problema. Quante volte ci sentiamo in colpa per aver fatto soffrire qualcuno? Basterebbe domandarsi: "ho tutelato me stesso? potevo fare altro? le richieste postemi dalla persona che ho fatto soffrire, erano corrette? mi avrebbero danneggiato, in qualche modo?" Il senso di colpa, connesso alla crescita ed alla progressiva assunzione di responsabilità del vivere sociale, ha una funzione importante nell'evoluzione psicologica di ciascuno; prova ne è il fatto che l'incapacità di provare senso di colpa, insieme a manifestazioni di asocialità ed anaffettività, caratterizza quelle personalità fortemente disturbate che la psichiatria definisce “psicopatiche”.

La capacità di provare senso di colpa, inoltre, è strettamente connessa alla disponibilità a sentire il dispiacere per l'eventuale danno provocato, seppure involontariamente, col nostro agire. Il dispiacere per il dolore che il nostro modo di essere può provocare negli altri è un vissuto che, qualora non si trasformi in giudizio o condanna paralizzante, può rivelarsi estremamente fruttuoso: può aprire spazi di riflessione ben più ampi di quelli generati da immediata concordanza e, soprattutto, può indurre, creativamente, la necessità di attivarsi in un gesto di riparazione.

Bibliografia

  • Fernando J.(2000), The borrowed sense of guilt, International journal of psycho-analysis, vol. 81, p.3, pp. 571-592.
  • Greenspan, P.S. (1995), Practical Guilt: Moral Dilemmas, Emotions, and Social Norms. Oxford University Press, New York.
  • Hoffman, M. L. (1982), Development of Prosocial Motivation: Empathy and Guilt. In The Development of Prosocial Behavior, Academic Press, New York, pp. 218-31.
  • Middleton-Moz, J. (1990), Shame and Guilt: Masters of Disguise. Deerfield Beach, FL: Health Communications.
  • Mowrer O. H. (1960), Learning theory and the symbolic processes, Wiley, New York.
  • Roy F. Baumeister, Arlene M. Stillwell, Todd F. Heatherton (1999), Guilt: An Interpersonal Approach, Psychological Bulletin,Vol. 115, N°.2 pp. 243-267.
  • Wechsler, Harlan J (1990), What's So Bad About Guilt? Learning to Live With It Since We Can't Live Without It, Simon and Schuster, New York.

 

Dott.ssa Maria Concetta Cirrincione - Psicologa

 

 

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