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Coronavirus. Riscoprire la vulnerabilità

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Negli anni abbiamo fatto crescere l’idea grandiosa di saper allontanare la morte avendo prolungato la vita o di esorcizzarla rendendola spettacolare. Oggi lo sconosciuto e temibile Coronavirus ci impone qualcosa di nuovo e probabilmente utile: la percezione della nostra vulnerabilità.

Coronavirus. Riscoprire la vulnerabilitàLa lotta contro le malattie virali è antica. Da tempo immemorabile l’uomo combatte contro quei piccoli killer sconosciuti lo minacciano e molte sono state le vittorie riportate in questa guerra. Enormi i successi della virologia.

Eppure oggi lo sconosciuto e temibile Coronavirus che sta mettendo in ginocchio il pianeta, ci impone qualcosa di nuovo e probabilmente utile: la percezione della nostra vulnerabilità. Non si tratta di una novità, ma la consapevolezza della fragilità che ci appartiene è qualcosa che abbiamo dimenticato, presi dall’illusione di essere diventati invincibili.

Negli anni abbiamo fatto crescere l’idea grandiosa di poter fare tutto, di saper allontanare la morte avendo prolungato la vita o di esorcizzarla rendendola spettacolare. Abbiamo profondamente modificato i concetti di spazio e tempo al punto tale che queste categorie, fondamentali per definire il nostro equilibrio mentale, non sono più le stesse. La tecnologia digitale e le nuove modalità di comunicazione hanno alterato la loro percezione al punto tale che un po’ tutti sentiamo lo spazio non più come distanza e il tempo non più come attesa.

L’homo vulnerabilis allora si rivela d’un colpo, si impone al nostro sguardo e si manifesta con le sue profonde incertezze. Allora, sfiancati da una sovrabbondanza di terrori e di visioni apocalittiche, per noi sembra venuto il momento di dedicare attenzione a quelle parti fragili che abbiamo e che fisiologicamente ci fanno creature vulnerabili. Le abbiamo trascurate per troppo tempo, convinti, come in una specie di delirio d’onnipotenza, che tutto fosse ormai divenuto possibile e ogni cosa raggiungibile. Immediatamente.

Invece così non è e d’un tratto tocchiamo con mano l’angoscia di non poterci più muovere liberamente e la sensazione di avere nemici dappertutto. Perché è dal sentimento acuto e mal gestito  della precarietà che possono mettersi in moto “le voci di dentro” e i “rumori” turbolenti di un pensiero persecutorio, fino a ieri illusoriamente controllato con una vigile razionalità o con la chimica.

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Adesso allora, ci troviamo a dover fronteggiare la paura della morte che, pur con convinzioni errate, viaggia accanto al nuovo virus, e a confrontarci con l’angoscia disarmante dell’insicurezza e la sensazione di essere senza strumenti di difesa.

Allora proliferano le immagini catastrofiche che allagano la mente e producono terrore e panico. Di certo epidemia e contagio sono parole che evocano arcaiche memorie di altri passaggi terribili attraversati dall’uomo, come la peste bubbonica del XIV secolo ma, senza negare la storia, abbiamo bisogno di una rinnovata coscienza relativa al nostro essere soggetti vulnerabili, uomini e donne che contengono fragilità e insicurezze.

Ritrovare la consapevolezza socratica del “io so di non sapere” forse ci può aiutare a contenere l’illusione di avere in mano le chiavi di tutto. Con questa rinnovata coscienza possiamo accettare le ristrettezze dei comportamenti da adottare, le distanze fisiche e i necessari accorgimenti protettivi. Grazie al riconoscimento della vulnerabilità esistente, possiamo ridare valore alle relazioni e agli affetti e provare a gestire meglio quella comune esistenza fatta spesso di comportamenti eccessivi.

Di certo abbiamo bisogno di rinforzare il nostro sistema immunitario che, come sappiamo anche dalle neuroscienze, è particolarmente influenzato dallo stato psichico generale e dall’angoscia, dell’isolamento sociale e dello stress. Allora ci serve ricordare la necessità di alleggerire la mente dalla paura e dall’ansia con immagini e sentimenti positivi perché continuare a gravitare nell’angoscia non aiuta. Anzi fa male alla biochimica del corpo e dell’anima.

 

Giuseppe Maiolo, psicoanalista
Università di Trento www.officina-benessere.it

 

 


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