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Giovani amziani. Gli adulti fra i 60 e i 70 anni

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Dott.ssa Ileana Montini
Sociologa, Psicoterapeuta

E’ tempo di fare i conti con le legioni di nuovi anziani. Chi sono? Dove sono diversi dai loro genitori e nonni, se lo sono? E le donne anziane, in particolare, dove vanno, come si comportano?

A queste domande ha cercato di rispondere una bella ricerca condotta da due sociologhe, Elisabetta Donati e Pina Madami per conto della Fondazione ASM di Brescia e pubblicata di recente ( IL FUTURO ACCETTATO, ricerca di Elisabetta Donati e Pina Madami, ed. Fondazione ASM di Brescia). Nell’introduzione Chiara Saraceno si pone una domanda: “Come chiamare chi ha tra i 60 e i 70 anni? Giovani anziani?”
I loro comportamenti stanno creando qualche problema a chi si occupa di Welfare perché sono diametralmente opposti agli stereotipi secolari sui “vecchi”.

Quali sono allora le “mappe mentali” che caratterizzano questi nuovi anziani del tremila?

E’ solo a partire dalla fine degli anni settanta e primi ottanta che le generazioni di sessantenni sperimenta l’età dell’anzianità a livello di massa.

Rispetto alla generazioni passate, meno istruite e meno autonome economicamente, le generazioni ultime di anziani sono preparate ad accettare la dipendenza dai familiari e sono meno disponibili a modificare le proprie abitudini.

Sono le prime generazioni anziane ad avere più istruzione e ad essere stati bambini ed adolescenti in una Paese in forte evoluzione economica e di costume.

Hanno assistito a rilevanti trasformazioni quali la diminuzione delle nascite e l’allungamento della vita.

La riduzione della fecondità, anche per la diffusione degli anticoncezionali, ha liberato tempo alle donne e così il modello della doppia presenza ha rappresentato una conquista ed insieme un enorme fatica a reggere l’equilibrio senza l’aiuto di adeguati (in Italia) servizi sociali. Diventa però una sorta di risorsa in vecchiaia perché l’impegno di cura conferma queste generazioni di donne come anello forte di rapporti intergenerazionali.

Chi sono, allora, i 60 e 70 enni?
Si tratta di persone non più giovani , ma non ancora vecchie: vengono definiti post adulti in una fase in cui si porta a compimento la propria storia lavorativa e si ridisegna la collocazione nella rete parentale.
Persone che , appunto, sono state coinvolte da processi di modernizzazione che differenzia la loro condizione dalle precedenti.
Sono stati esposti a complessi mutamenti e sono, soprattutto portatrici di domande nuove sul significato dell’invecchiare.
Sono aumentati i pensionati con un’abitazione di proprietà e pensione dignitosa; molti aiutano i genitori e i figli.
Mediamente sono in buona salute e praticano la prevenzione.

Ma tra uomini e donne ritornano le differenze.
Quando giungono al pensionamento gli uomini da sempre hanno tempo libero organizzato ,mentre per le donne è un tempo diverso rispetto alla loro vita di prima e alle generazioni delle loro mamme.

Gli uomini sembrano un po’ quasi rallentare il passo, “sostare incapaci di affrontare il ricambio” e fanno più fatica a mettersi in discussione, mentre le donne sono più curiose.

A questo punto emerge il lato della progettualità.
Nelle passate epoche non era concepito una periodo di vita aperto alla progettualità dopo una certa età.
E’ questa la novità:emerge un bisogno, una tendenza alla progettualità futura.

Non poche sono le persone che continuano a lavorare, soprattutto tra gli autonomi.
Un segno di questa nuova tendenza la si verifica nell’atteggiamento rispetto alla sessualità. E’ certamente ancora forte la mentalità che ritiene la vita anziana come disdicevole per l’intimità sessuale.

Nella ricerca emerge chiaro questo che genera però sofferenza al posto della passiva antica accettazione:
“ dopo i 60 anni c’è un bisogno di intimità insoddisfatto, dovuto sia alla presenza di modelli culturali che identificano sessualità e giovinezza che ai ruoli sessuali rigidamente definiti , che renderebbero gli uomini vittime anche in tarda età di una di ‘machismo’ e le donne di ‘ mistica femminile”.

La ricerca bresciana ha messo in evidenza come la dimensione affettiva e sentimentale è però fonte di generale soddisfazione: si dichiarano soddisfatti nel 44% dei casi e abbastanza per il 37%, “componendo una popolazione di persone fra i 60 e i 70 anni diffusamente appagata nel bisogno di legami intimi.”

I desideri non fanno comunque i conti con il persistere degli stereotipi culturali. Infatti le donne temono soprattutto la reazione maschile e gli uomini che restano vedovi o divorziano a questa età cercano donne più giovani , anche perché sarebbero terrorizzati dall’idea di provarci con una della loro età.
Scrive Chiara Saraceno nell’introduzione che le donne si rimettono in coppia meno degli anziani e ciò ha certamente ha a che fare con il mito del corpo giovane , non segnato dagli anni “che accompagna in modo un po’ contraddittorio lo spostamento in avanti della soglia dell’età anziana: perché è un corpo che non matura, che non è segnato dal tempo, che non riconosce debolezze. “

La grossa novità di queste generazioni nuove di donne anziane, è che è venuta un po’meno l’etica della sofferenza e l’oblatività a tutto campo.
Inoltre sono finalmente soggetti meno predicatori, meno invadenti perché sentono, come scrivono le ricercatrici:” di non avere una eredità certa da passare e non si sentono di dover sanzionare i comportamenti ‘trasgressivi’ dei figli/e (come nel caso di una separazione, divorzio)”.

Per concludere sembra terminata l’era antica degli anziani passivi verso il tempo che inesorabilmente avanza,lasciando emergere bisogni di progettualità con un’ immagine del futuro come tempo da riempire con progetti vicini ai propri desideri .


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