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Il grande potere della musica

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on . Postato in Benessere e Salute | Letto 3307 volte

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A tutti noi sarà capitato di ascoltare una melodia e di non riuscire più a scacciarla dalla testa oppure di aver percepito una sensazione piacevole o spiacevole collegata a quella musica.

il grande potere della musica

Perché quella musica vi ha rapito fino a quel punto?

La musica è l’elemento principale che accompagna molti momenti della nostra vita, ci porta e rievocare dei ricordi lontani e può condizionare il nostro umore attraverso sensazioni piacevoli o spiacevoli.

La musica abbassa il livello di cortisolo, l’ormone dello stress, e alza i livelli delle endorfine, responsabili  del buon umore e della felicità.

Il neuroscienziato Daneil J Levitin, all’interno dell’opera ‘Life Soundracks’, spiega  come la musica faccia attivare numerose aree cerebrali deputate al cambiamento del ritmo cardiaco,  della respirazione, della pressione del sangue, delle onde cerebrali, della conduttanza della pelle.

Il neuroscienziato ci illustra come l’attivazione del sistema reticolare attivatore ascendente può produrre delle reazioni fisiche, come sudore, eccitazione sessuale e ‘brividi lungo la schiena’. Inoltre, l’attivazione dei circuiti neuronali coinvolti nella ricompensa aiutano a regolare i livelli di dopamina nel cervello, cioè, il cosiddetto ‘ormone del benessere’.

L’apprendimento musicale inizia fin dai primi giorni di vita di un bambino, coinvolge diverse aree cerebrali come ad esempio: le aree preposte all’udito, quelle importanti per il linguaggio (canto) e quelle per la motricità (quando si impara a suonare uno strumento).

Molte ricerche confermano l’ipotesi che la musica sia importante per le funzioni cognitive quali la percezione spaziale, la memoria e l’attenzione.

Per capire meglio i meccanismi coinvolti, sono state condotte delle indagini tramite la valutazione elettroencefalografica su musicisti dilettanti e professionisti, e su bambini di 4 e 5 anni prima e dopo un anno di studio di pianoforte, per poi confrontarli con bambini che non avevano ricevuto alcuna educazione. In risposta agli stimoli musicali si è registrata l’attività neuronale nella banda gamma (30-100Hz), cioè quella che coinvolge una vasta gamma di processi cognitivi, tra cui l’apprendimento e la formazione della memoria.

La risposta maggiore si è avuta: negli adulti professionisti, nei musicisti rispetto ai non musicisti e nei bambini che avevano studiato pianoforte. Gli studiosi ritengono che, quindi, l’attivazione della banda gamma sia una risposta scatenata dall’attivazione dei meccanismi mnemonici e dell’attenzione legati all’educazione musicale. I bambini che imparano la musica mostrano anche un miglioramento delle prestazioni linguistiche, matematiche e nel gioco degli scacchi.

Il ritmo agisce su cuore e cervello. Ecco come.

Lo studio che ce lo dimostra è stato pubblicato sulla rivista “Heart”, esso mostra come siano il tempo e il ritmo dei brani, più che il loro stile, a combattere maggiormente lo stress.

Luciano Bernardi dell'Università di Pavia, Peter Sleight dell'Università di Oxford e colleghi hanno esaminato diversi aspetti della respirazione e della circolazione in 24 giovani volontari, maschi e femmine, prima e durante l'ascolto di brevi brani musicali. Metà dei partecipanti erano musicisti che suonavano uno strumento da almeno sette anni, mentre gli altri non avevano ricevuto alcun tipo di istruzione musicale.

I partecipanti hanno ascoltato musica di vario tipo e in diverse sequenze: musica raga (meditativa indiana), classica lenta (l’Adagio della Nona sinfonia di Beethoven), dodecafonica (Anton Webern), rap (I Red Hot Chili Peppers), tecno (Gigi D’Agostino), classica veloce (Presto da l’Estate di Antonio Vivaldi).

I volontari, mentre ascoltavano i brani musicali, erano monitorati con macchine per valutare l’andamento del respiro, del cuore, della pressione arteriosa, della velocità del flusso del sangue arterioso nel cervello.

I risultati dicono che, aumentando il ritmo della musica, aumentano, parallelamente, la ventilazione polmonare, la frequenza del respiro, la frequenza cardiaca, la pressione arteriosa, la velocità del flusso di sangue nel cervello.
Più il tempo musicale è rapido e più accelerano respirazione, attività cardiocircolatoria e pressione, come conseguenza dell’attivazione del sistema nervoso simpatico.
L’unica musica che non fa aumentare il respiro e la pressione arteriosa è quella classica indiana, che viene usata anche per favorire il rilassamento e la meditazione.
Il dato interessante è che, per il cervello, non c’è differenza tra Rap, Tecno e Vivaldi: in tutti questi casi, esso mette in campo un meccanismo di allerta e di attivazione del simpatico.

C’è invece differenza tra l’Adagio della Nona di Beethoven e l’Estate di Vivaldi. Questo vuol dire che quello che conta è il tempo della musica, la sua velocità piuttosto che lo stile e il significato artistico.

A riprova di questa conclusione ci sono due dati. Innanzitutto, non c’è relazione tra modificazioni biologiche e preferenze musicali dei volontari. Quindi, può anche non piacere la Tecno, ma il cervello (e con esso cuore e polmoni) saranno attivati come se ascoltassero l’amato Vivaldi.

Inoltre, si può affermare che anche i musicisti si lasciano travolgere dal ritmo. Anzi, in questo esperimento, sono molto più attivati dei non musicisti, ma è interessante che i musicisti sanno godere più degli altri delle pause, non solo tra una musica e l’altra, ma anche all’interno del singolo brano.

Le pause, infatti, nell’esperimento di Bernardi, producono il massimo di beneficio in termini di riduzione del respiro, battito cardiaco, pressione sanguigna. Questo vuol dire che ogni applicazione terapeutica della musica dovrebbe tener conto non solo del ritmo della musica scelta, ma anche della sua struttura interna e cioè dell’alternanza tra tempo veloce e tempo lento e delle pause inserite nella struttura del brano.

Musica e dislessia

Un particolare studio dimostra come la musica sia addirittura in grado di aiutare nel trattamento di un disturbo sempre più diffuso, la dislessia. La ricerca è stata pubblicata sulla rivista “Neuropsychologia”, condotta da ricercatori italiani dell’Istituto di Bioimmagini e Fisiologia molecolare del CNR di Milano, ha dimostrato inoltre che chi è abituato a leggere il pentagramma legge più velocemente anche le parole e durante la lettura mostra un’attivazione cerebrale diversa dai non esperti.

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I ricercatori hanno ricostruito, attraverso la tomografia elettromagnetica a bassa risoluzione, il segnale bioelettrico emesso dal cervello di un gruppo di quindici musicisti. Durante l’elaborazione delle note e della lettura i quindici musicisti professionisti e altrettante persone di uguale scolarizzazione ed età, sono stati studiati e comparati i segnali bioelettrici.

È emerso che, nel leggere le note e le parole, i musicisti attivavano delle aree cerebrali diverse da quelle osservate nelle persone senza conoscenze musicali.

I ricercatori hanno spiegato che quando leggono un testo musicale le persone prive di conoscenza specifica attivavano la corteccia occipito-temporale di sinistra e il giro occipitale inferiore di sinistra.

Nei musicisti, invece, queste stesse regioni sono risultate attive sia sull’emisfero sinistro, come nei non musicisti, sia sull’emisfero destro.

La scoperta potrebbe aiutare i bambini dislessici in cui la regione cerebrale normalmente reclutata per l’analisi visiva delle parole si attiva in modo atipico o insufficiente.

Questi studi ci dicono che l’ascolto e lo studio della musica sono fondamentali per la vita dell’uomo.

L’arte musicale è un ottimo strumento per le abilità cognitive , un'alleata per combattere lo stress e le situazioni di ansia e contiene in sé uno straordinario potenziale socio-educativo.

 

Bibliografia

  • Cervello e musica. Enrico Granieri, Patrik Fazio. Sezione di Clinica Neurologica. Dipartimento di Neuroscienze. Università di Ferrara
  • Dynamic Interactions between Musical, Cardiovascular, and Cerebral Rhythms in Man. Luciano Bernardi, Cesare Porta, Gaia Casucci, Rossella Balsamo, Nicolò F. Bernardi, Roberto Fogari, Peter Sleight.
  • La musica aiuta il bimbo dislessico. Lo racconta uno studio italiano. Sahalima Giovannini
  • Speciale il potere della musica. Mente e Cervello Aprile 2005
  • Tecno, Rap o Vivaldi pari sono: per il cervello è il ritmo che conta. Francesco Bottaccioli.

 

 

(A cura della dottoressa Angela Chiara Leonino)

 

 


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