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Infortunio sportivo e riabilitazione psicologica

on . Postato in Benessere e Salute | Letto 303 volte

infortunio sportivo e riabilitazione psicologicaAlcuni mesi fa D. mi contattò chiedendomi un parere: lei era una giovane calciatrice, molto brava nel suo ruolo, purtroppo incappata in una sfortunata serie di infortuni al ginocchio.

Aveva dovuto subire un intervento in primavera, seguito da un periodo di riabilitazione; quando fu pronta per scendere in campo si accorse che la paura di farsi nuovamente male la attanagliava e le impediva di allenarsi e giocare serenamente.

Prima di farsi male D. giocava tranquillamente, non aveva alcuna paura, quando vedevo un'avversaria era così decisa e sicura che riusciva sempre a gestire la situazione e prendere la giusta decisione in pochissimi secondi. Ultimamente come vedeva un'avversaria avvicinarsi aveva paura, si tirava indietro, il suo allenatore le aveva detto che dall'intervento aveva subito una grande calo, le sue compagne di squadra (di cui era il capitano non solo in campo ma anche per quanto riguarda grinta e tenacia al di fuori del campo) le dicevano che forse non era ancora pronta per giocare ma contavano molto su di lei, la stavano aspettando ma lei sentiva questo peso come un'incudine sulla sua testa.

Aveva molta paura di rifarsi male, di dover sopportare di nuovo tutto quello che aveva sopportato da sola durante i lunghi mesi di infortunio ma ciò che più la spaventava era la paura di non poter più giocare come aveva giocato fino ad allora, aveva paura di doversi arrendere!

D. aveva sofferto molto durante il suo stato di fermo e la riabilitazione: lei adorava giocare, lo sport per lei era fonte di realizzazione personale, aveva collezionato una lunga serie di successi sportivi e l'unico suo desiderio era quello di poter tornare ad essere quella di prima.

Bisogna sottolineare il fatto che in casa avevano preso molto male la questione dell'intervento e dello stato di fermo a letto durato ben 40 giorni; quando la vedevano uscire per recarsi agli allenamenti la facevano sentire in difficoltà dicendole di non andare, che prima o poi si sarebbe fatta di nuovo male e altre cose di questo genere.
Iniziammo così un lavoro di Mental Training incentrato sull'obiettivo a breve termine di ritornare ad allenarsi e giocare senza timore.

I pensieri di D. durante gli allenamenti erano molto negativi, lei pensava continuamente che avrebbe potuto farsi male, era terrorizzata all'idea di battere il ginocchio, non riusciva a concentrarsi sulla traiettoria seguita dal pallone, né sui movimenti delle avversarie: non si confidava con nessuno, i suoi genitori erano all'oscuro di tutto e lei riusciva a parlare dei suoi dubbi e dei suoi timori solo con me.

La situazione peggiorò quando il ginocchio si gonfiò all'improvviso e il suo ortopedico le disse che forse avrebbe dovuto operarsi di nuovo: lei sprofondò in uno stato di temporanea depressione, fortunatamente ben presto superato grazie ai miglioramenti conseguiti durante un secondo ciclo riabilitativo.

Cominciai a notare dei progressi dopo qualche settimana di lavoro: il rilassamento le serviva molto per ritrovare calma e sicurezza, e ben presto il suo carattere deciso e battagliero ebbe il sopravvento sui suoi timori.

Il momento decisivo avvenne quando il suo allenatore e la sua squadra insistettero affinché lei tornasse a giocare in una partita importante: lei non voleva giocare, era combattuta tra il desiderio di provare e la sua grande paura.

Io la incoraggiai a scendere in campo, ero convinta che ce l'avrebbe fatta: sottolineai il fatto che non aveva niente da perdere, che rimandare il momento della verità non serviva a nulla.

Il suo allenatore era convinto che la sua forma fisica era adeguata, le terapie erano terminate da un po' di tempo, non sussistevano dubbi sul suo stato di salute e l'intervento non era più in vista. D. si sentiva bene, aveva ricominciato ad allenarsi, pur con molte perplessità, con determinazione e divertimento: gli unici ostacoli erano quelli mentali. Le dissi che avere timore alla vigilia del rientro vero e proprio è una reazione normale, direi quasi "fisiologica": finchè non si ritorna a giocare l'immagine mentale di noi stessi come atleti non subisce alcuna variazione, l'idea che abbiamo di noi rimane immutata, cristallina, pressochè perfetta (ci pensa la memoria a rimuovere eventuali discrepanze o imperfezioni legate al passato).

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Ma chi subisce un infortunio è diverso da com'era prima, ha un'esperienza alle spalle che, nel bene e nel male, lo ha reso più sensibile ma anche più completo rispetto ad altri atleti, ha acquisito maggiore consapevolezza, ha gettato delle solide basi per costruire una realtà sportiva autentica, a 360°; l'atleta sereno e soddisfatto, felice di poter giocare, cade e si rialza, consapevole di essere in grado di farlo, consapevole che l'infortunio o il piccolo incidente prima o poi arriva.

Immaginavo che lei sapesse intimamente che evitare, rimandare la partita vera e propria ad un' altra volta serviva a procrastinare il momento della verità, del confronto: aveva davanti a sè due possibili scelte, rimandare ancora nel tentativo di trovare delle risposte, delle rassicurazioni alle sue domande o affrontare il terreno di gioco, e quindi anche il fantasma dell'incidente.

La decisione spettava solo a lei, io potevo solo dirle che secondo me era pronta, e questo lo capivo dai suoi sogni, dal fatto che si immaginava giocare, dalla voglia di scendere in campo che traspariva dai suoi discorsi, dal fatto che mi raccontava che la sua condizione fisica stava migliorando di settimana in settimana, dal fatto che secondo l'allenatore stava rientrando in forma e soprattutto dall'entusiamo che metteva nel raccontare le sue sensazioni legate all'attività sportiva.

Erano tutti segnali positivi, tutti particolari che dovevano indurla a pensare che gli unici ostacoli che aveva di fronte erano quelli mentali, erano pensieri, dubbi, incertezze che servivano solo a confonderla e ad allontanarla da quello che voleva veramente fare: giocare.

Doveva prendere la sua decisione con calma, una decisione che fosse solo sua e priva di condizionamenti esterni: doveva ascoltare il suo corpo, ascoltare i suoi desideri e seguire l'istinto.

La mente ci può fuorviare, a volte ci raccontiamo da soli qualche bella storia costruita apposta per affrontare una realtà che non accettiamo completamente, ma le emozioni, le sensazioni non mentono.

E lei aveva tanta voglia di giocare, tanta voglia di essere "come prima". In fondo lei aveva le stesse probabilità di farsi male di tutte le sue compagne, di tutte le sue avversarie, aveva le stesse probabilità di prima che accadesse l'infortunio, questa legge non era cambiata.

Le certezze di cui disponeva derivavano dal suo bagaglio di esperienze, dalla sua forza, dai suoi desideri e dalla sua caparbietà: bisognava far leva su tutto questo.

D. decise di giocare e fece bene: la sua prestazione fu non solo dignitosa, ma addirittura brillante, proprio come lei era in grado di fare.

Grazie al suo ritorno in campo, e grazie ai preziosi incitamenti da parte dell'allenatore, D. iniziò ad elaborare e a superare il suo infortunio.

 

Dott.ssa Marina Gerin Birsa, Psicologa dello sport, Udine.

 

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