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La crisi esistenziale: cosa è e come affrontarla

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Come ben sanno gli psicoterapeuti, il motivo più frequente che ai nostri giorni spinge le persone in consultazione è una dolorosa sensazione di mancanza di un senso profondo che motivi il proprio esistere, ciò che comunemente è definito appunto crisi esistenziale

crisi esistenzialeCome ben sanno gli psicoterapeuti, il motivo più frequente che ai nostri giorni spinge le persone in consultazione è una dolorosa sensazione di mancanza di un senso profondo che motivi il proprio esistere, ciò che comunemente è definito appunto "crisi esistenziale": ci sono molte persone che apparentemente conducono un'esistenza tranquilla, sembrano realizzate dal punto di vista lavorativo, hanno degli affetti, eppure soffrono a causa di una dolorosa sensazione di vacuità, di mancanza di senso, accompagnata da un'affettività abbattuta, depauperata di energie, appiattita.

Per far fronte a questa condizione di malessere che nel tempo può diventare onnipervasiva, contagiando con la sua negatività le diverse situazioni di vita, si possono scegliere diverse strade.

Vediamo insieme le più frequenti ed i loro trabocchetti: il rimedio apparentemente più "facile" perché più a portata di mano e meno costoso in termini di investimento personale è il farmaco, la narcosi chimica, in grado di ottundere il dolore psichico più acuto. Gli effetti collaterali sono: appiattimento emotivo e ostruzione della strada verso il cambiamento. Il rischio è che non avvenga un passaggio fondamentale per la risoluzione della crisi ovvero la "presa in carico di sé" piuttosto che la delega a terzi (in questo caso ad un oggetto inanimato).

Altre forme di automedicamento assai diffuse soprattutto tra i più giovani sono le droghe (siano esse leggere o pesanti, distinzione convenzionale che non corrisponde alla reale portata delle conseguenze psichiche) e l'alcol a cui si chiede di smorzare quel senso di angoscia, di agitazione emotiva che sulla base di una propria valutazione, sembra priva di particolari contenuti.

Sempre sulla linea dello "stordimento di coscienza" ovvero di allontanamento e dispersione di attenzione dal proprio essere, uno stile tipico della nostra società, è l'impulso all'acquisto esagerato, fine a sé stesso, lontano dai bisogni reali dell'individuo.
Se accade questo la persona che soffre a causa di una crisi di senso vitale, permane in una sorta di limbo, in cui la conoscenza di sé e delle dinamiche affettive inconsce che la costituiscono, ovvero la vera causa del malessere, divengono difficilmente accessibili.

E' il prezzo che si paga quando si permane in una condizione di fuga dal dolore psichico evocato dalla propria storia personale.

E' il gatto che si morde la coda: per evitare di soffrire blocco la strada che mi potrebbe condurre verso le radici più profonde del mio star male.

Ma perché è necessario guardare al passato, ed in che modo una crisi esistenziale attuale dipende da situazioni antiche rispetto alle quali si era deciso di mettere una pietra sopra?

Perché il passato è tuttora attuale con la sua coloritura emotiva; è come se il senso di ciò che accade nel presente venisse tessuto sulla base di categorie relazionali antiche. Cambiano i personaggi e la scena ma la storia è sempre la stessa.

Questo è il punto di partenza per chi vuole affrontare e risolvere una crisi esistenziale: iniziare a mettere ordine nella trama del proprio Sé prendendo gradualmente coscienza di come quel passato doloroso pesi ancora sul vissuto attuale continuando a condizionarlo.

Ognuno di noi nasce già con un imprinting di personalità connesso alle radici profonde del suo essere, radici che in parte sono l'eredità di coloro che hanno preceduto, (gli avi, la componente genetica) fuse in una sintesi che costituisce un individuo di caratteristiche uniche. Le madri ben sanno che è così: è esperienza comune il fatto di riuscire a cogliere le caratteristiche salienti dell'essere dei propri figli, fin dalla nascita. Questo "abbozzo" di personalità è quello che deve svilupparsi e potrà farlo grazie alle esperienze che andrà facendo nell'ambiente che lo accoglie; quindi già il neonato ha in sé un programma che gli consente di individuarsi, di crescere sulla base delle proprie potenzialità: compito dei genitori, sarà non certo imporre un modello educativo ma cercare di capire quali esperienze sono a lui più funzionali. Anche per i genitori è un percorso di conoscenza, perché devono rifarsi ai modelli educativi che a loro volta da figli hanno subito, con la possibilità di modificarli o integrarli, laddove sono stati vissuti come deficitari; la spinta emotiva di questo cambiamento è ancora una volta riconducibile ad un affetto, in questo caso quello che lega al figlio.

Se questo processo per i motivi e le condizioni di vita più svariate (es. una madre non in grado di provare affetto per il figlio), non funziona o funziona male, può accadere che il bambino che cresce diventi un adulto che ha un'immagine di sé inautentica, un po' come colui che indossa un abito che non corrisponde ai suoi gusti e alle sue misure perché è stato scelto da altri senza tener conto delle esigenze del destinatario.

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Sarà il figlio una volta cresciuto, a doversi rendere conto del disagio che prova e progettare un cambiamento.
Spesso i sintomi hanno la funzione di segnalare il malessere che deriva da una situazione di questo tipo e quindi hanno un valore ma va compreso non inibito. Per tornare a vivere pienamente, si deve iniziare a lavorare proprio laddove si avverte un blocco che continua ad auto perpetuarsi, a causa del quale si è prodotto un sé inautentico, a sua volta responsabile di relazioni distorte e inappaganti con gli altri.

Il sé autentico deve trovare lo spazio per svilupparsi e recuperare gradualmente il tempo perso. Le esperienze esterne hanno di fatto questa funzione: consentire di conoscerci attraverso l'interazione.

La spinta, il "carburante" per riuscire a fare tutto ciò sono proprio quegli affetti il cui accesso alla coscienza è bloccato. L'ostacolo più grosso è proprio questo: ciò di cui normalmente siamo coscienti, le analisi razionali del proprio stato psicologico, sono parziali e ingannevoli e spesso più che aiutare a trovare il giusto sbocco, allontanano da esso. Solo a sprazzi, dagli strati più profondi della nostra personalità ci arrivano dei messaggi di grande saggezza, mi riferisco ad esempio ad alcuni sogni che rappresentano i nostri stati emotivi attraverso storie e personaggi.

Lo psicoterapeuta deve essere la guida, il compagno di viaggio, che segna la strada e mostra i tranelli. Quindi la scelta del terapeuta è fondamentale: dando per scontati i criteri di professionalità, si deve attribuire massimo valore alla sensazione di essere capiti e di sentirsi a proprio agio nella relazione, di essere "sintonizzati sulla stessa frequenza".

Va da sé che affrontare tutto questo non è facile e soprattutto non è immediato, richiede tempo e impegno costante; se si sceglie il cambiamento, il percorso di conoscenza è una via obbligata. La posta in gioco d'altro canto, è elevata: nascere finalmente alla dimensione di Uomo, dare un senso autentico, sentito come tale, al nostro esistere.

 

Dott.ssa Marcella Dittrich - psicologa e psicoterapeuta

 


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Tags: resilienza crisi esistenziale

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