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La dieta nei denti, Anoressia Rabbiosa

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on . Postato in Benessere e Salute | Letto 741 volte

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Un corpo rannicchiato, chiuso in se stesso, magro, senza fame di vita. E' il corpo di chi soffre d'anoressia, della sazietà psicologica che affama lo stomaco. «L'immagine è quella di una donna accoviacciata e con la testa tra le gambe - dicono gli psicoterapeuti Luciano Peirone ed Elena Gerardi, autori di "Anoressia Rabbiosa" - un essere che nasconde il volto, a difesa di un'anima al tempo stesso fragilissima e aggressiva». Il saggio, 240 pagine, è in libreria per Edizioni Psiconline dal 16 dicembre.

NOTIZIE. La cronaca spesso ci mette di fronte ai drammi di tante pazienti, come la giovane studentessa di 19 anni che il 31 dicembre 2008, San Silvestro, decise di farla finita, buttandosi giù dalla finestra del proprio appartamento. Non voleva vivere l'alba di un nuovo anno. Finiva così cinque di malattia, dalla quale i familiari pensavano potesse uscirne. L'anoressia, come sottolineano Peirone e Gerardi, è una malattia che è autentico paradosso per la "abbondante" civiltà del consumo. Una miccia cova nell'animo di chi ne soffre, tenuta a bada ma pur sempre benzina sul rifiuto del cibo, sulla negazione della vita.

I NUMERI. Si stima che 1 donna su 200 abbia in qualche modo a che fare con l’anoressia e che circa il 9% delle ragazze, tra i 12 e i 25 anni d'età, soffra di disturbi del comportamento alimentare, Dca, come bulimia, vomito, binge eating, obesità. L'anoressia, poi, è donna, se si stima che a fronte di un anoressico di sesso maschile, ce ne sono nove di sesso femminile e, altro dato allarmante, scende sempre di più l'età di esordio della malattia, che oggi arriva a riguardare anche bambine di otto anni. C'è un minimo comune denominatore, che unisce le storie di anoressia, un aspetto che spesso decreta l'insuccesso della terapia. E' la rabbia dell'anoressico.

LA FAME NEGATA CON FURORE. «La malattia risulta assai ampia e variegata, in rapporto a vari parametri come peso, età, sesso, aspetti organici e soprattutto caratteristiche psicologiche. Queste ultime sono le più mutevoli, estremamente soggettive. Con il termine "rabbiosa" indichiamo una particolare forma mentis, che sottende alla malattia, nella quale prevalgono sentimenti negativi, anche potenti, frutto di invidia, gelosia, aggressività, irascibilità e, tra le altre, conflittualità nei rapporti interpersonali. Il più delle volte queste caratteristiche risultano represse e rimosse, per cui la persona appare frenata nell'esprimere questi stati d'animo, ovviamente difficili da rendere pubblici, per cui prevale la dimensione inconscia».

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CALDO E FREDDO. Nel libro parlate di rabbia fredda e calda. Cosa vuol dire? «È decisivo poter distinguere fra la rabbia "fredda" - risponde Elena Gerardi - frenata e controllata, repressa ed occultata, e la rabbia "calda", scatenata ed incontrollata, espressa ed esplosiva. Il soggetto anoressico risulta particolarmente abile nel nascondere anche a se stesso, inconsciamente, il malessere interiore, qui inteso quale "carica rabbiosa", che in effetti lo consuma dal di dentro e gli impedisce di stabilire relazioni interpersonali soddisfacenti e, in una certa misura, "terapeutiche". Duro e freddo è il corpo dell'anoressico, e la sua mente appare freddamente ruminativa ed astiosa». E' allora importante, stando a questa ultima voce nel panorama editoriale sulla materia, che si tenga presente quanta inconscia "cattiveria" emozionale, intesa anche come "cattività", cioè prigionia, risieda spesso nell'animo della persona che non ha più fame.

PUNTO E A CAPO. «Dal punto di vista sia diagnostico sia terapeutico abbiamo voluto rimarcare che la cura della anoressia risulta di particolare difficoltà - conclude Luciano Peirone - tanto nel valutare questi aspetti nascosti, quanto nel sottolineare la grande fatica e l'impegno connessi al vincere le "resistenze" a farsi curare e a collaborare pienamente. In fondo, se non si riesce a superare lo scoglio della rabbia che blocca il libero fluire dei buoni sentimenti, il paziente rischia di "girare in tondo". Di certo, occorrono una grande forza per diventarne consapevoli, una grande fiducia nel terapeuta e nella tecnica terapeutica, in ultima analisi nella propria capacità di tornare a voler bene agli altri e a se stessi».

 

di Sipo Beverelli

 

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