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La relazione con il tossicomane fra Stato e strada

on . Postato in Benessere e Salute | Letto 373 volte

tossicomane fra stato e stradaL'esperienza professionale che da circa sette anni sto portando avanti nel campo delle cosiddette "dipendenze" e che mi ha permesso di sperimentare diverse attività cliniche nel settore a partire da tutta una serie di vertici, di prospettive diverse e persino opposte fra loro mi spinge ora a redigere alcune considerazioni in merito.

Si tratta di elaborare delle osservazioni sulla tossicomania smarcate, innanzitutto, da qualsiasi verdetto censorio e moralistico sulle pratiche di godimento del soggetto in questione.

Il mio intervento è caratterizzato da un taglio che si discosta da quel consueto giudizio morale che viene ad abbattersi, solitamente, sul consumatore di droghe nell'epoca contemporanea in cui ormai l'oppio è la religione del popolo così come si abbatteva un tempo sull'alcolista tradizionalmente considerato una piaga sociale, un emblema della peggiore degradazione dei costumi, una figura della più squallida decadenza dei valori. Non vi è forse alcun campo clinico articolato, quanto quello della tossicomania, con una serie di piani diversi e fra loro stratificati che vanno da quello storico-antropologico, a quello giuridico, a quello economico sino a quello politico. Dibattere queste tematiche nel loro fitto intreccio ed in tutta la complessità implicata costituirebbe un compito in quanto tale improbo e che esulerebbe del tutto dagli obiettivi di questo scritto. Tuttavia la precisa scelta di campo per il termine tossicomania, prevalente nel nostro ambito, in giustapposizione a tossicodipendenza sta già a significare una valorizzazione della posizione di soggetto dell'assuntore di stupefacenti mai costretto dalle circostanze ambientali a farvi ricorso, neppure dalla più urgente dipendenza fisica. In ogni caso il soggetto è responsabile del proprio modo di trovare piacere: si tratta di una scelta, sia pure insondabile, del soggetto stesso.

La tesi fondamentale del mio testo è quella della polarità antitetica fra una relazione vincente, in termini psicoanalitici transferale, ed il rapporto acquietante con le sostanze narcotiche. Valorizzare il legame intersoggettivo mi conduce a porre in una dimensione dialettica la relazione che giunge ad instaurarsi, da un lato, fra il soggetto tossicomane e gli operatori delle istituzioni socio-sanitarie statali e, dall'altro, fra il tossicomane e gli operatori che questi incontra nel contesto del cosiddetto "lavoro di strada".

Quando, nella pratica clinica, si ricevono quei soggetti caratterizzati da una spinta al godimento irriducibile al trattamento della parola e refrattari ad ogni investimento relazionale, tutte le cristallizzazioni teoriche, gran parte delle competizioni che nutrono la fiamma della lotta fra impostazioni teoriche diverse vengono a spegnersi. E prevale l'impotenza, lo sconforto che riporta l'operatore ai propri limiti. Senza alcun dubbio è così in taluni casi di psicosi, in certi parossismi dell'anoressia e, forse nel modo più drammatico, in alcune manifestazioni esacerbate della tossicomania nelle quali il soggetto intende lucidamente farsi polvere e mira a divenire scarno, a deteriorare la propria integrità corporea contraendo patologie correlate fino a sfidare la morte forse senza neppure convocare lo sguardo altrui. Freud si è occupato delle dinamiche connesse all'abuso di inebrianti facendo accenno a questa problematica in diversi momenti della sua opera. La sua posizione sul tema, con particolare riferimento all'etilista quale figura storicamente antecedente il tossicomane, si riassume in un orientamento principale: attraverso l'ebbrezza ci si sottrae all'intersoggettività in un riattivarsi del proprio diletto autoerotico. Il vortice della tossicomania, anche quando comporta una perdita economica e conduce a contrarre degli onerosi debiti, implica sempre una sensazione eccitante propria di un soddisfacimento raggiunto senza passare per l'Altro. Mentre nella relazione interpersonale e nell'innamoramento si incontrano strutturalmente insoddisfazione ed infelicità, nel rapporto del bevitore con il vino "si ha l'impressione dell'armonia più perfetta, un'immagine esemplare di matrimonio felice" (1).

D'altro canto l'esistenza comporta inevitabilmente per l'uomo dolore e sofferenza sopportabili soltanto mediante qualche palliativo. Freud ne elenca tre fra i quali sostanze inebrianti che ci rendono insensibili alla sofferenza comune. Il tossicomane è un uomo solo, sempre solo, il quale si avvale semplicemente degli inebrianti come mezzi di sopravvivenza che lo aiutano a destreggiarsi fra i patemi della vita quotidiana. "Dobbiamo ad essi [agli effetti degli inebrianti] non solo l'acquisto immediato di piacere ma anche una parte, ardentemente agognata, d'indipendenza dal mondo esterno. Con l'aiuto dello scacciapensieri sappiamo dunque di poterci sempre sottrarre alla pressione della realtà e trovare riparo in un mondo nostro, che ci offre condizioni sensitive migliori" (2). L'ebbrezza non è soltanto una fonte di benessere ma anche un modo di indipendenza dagli incontri insopportabili e dalle forze che incombono su di noi esponendoci quotidianamente al rischio del dolore. Difendersi dall'angoscia e dall'infelicità è il compito comune sotto il regno della Civiltà.

E' evidente che tutta questa preferenza per un soddisfacimento costante ed immediato costituisce un elemento di estrema nocività e diviene uno dei principali ostacoli alla cura del tossicomane sino ad accentuarne la gravità e la drammaticità. Se si possono definire dei casi come gravi possiamo farlo in quelle situazioni in cui vi è carenza di investimento transferale in quanto il soggetto si dedica all'oggetto che gli procura soddisfacimento escludendo radicalmente la relazione con l'Altro (3).

Prendendo in considerazione il genere di relazione che giunge ad instaurarsi presso le istituzioni è bene sottolineare come i Servizi per le Tossicodipendenze prevedano espressamente, nel loro mandato istituzionale, il dispiegamento di energie volte alla prevenzione del fenomeno; di fatto gli sforzi degli operatori, soprattutto per ragioni di tempo, finiscono, però, con il venire convogliati principalmente sul trattamento di soggetti già pesantemente coinvolti nel problema in una dimensione di prevenzione prevalentemente secondaria qualora non esclusivamente terziaria. Tradizionalmente gli utenti dei Ser.T. sono, dunque, soggetti eroinomani alle prese con l'uniforme ripetizione delle crisi da astinenza e dei tentativi di disassuefazione. Erogare il metadone non è, in effetti, l'unico modo di sostegno farmacologico messo a disposizione degli utenti ma, senza alcun dubbio, viene rivestito nella rappresentazione sociale propria delle aggregazioni di tossicomani di un valore speciale, del quale gli altri prodotti sono sprovvisti, e che lo rende affine all'eroina. Molto frequente è, dunque, la richiesta di trattamento metadonico allorquando il paziente si presenta la prima volta presso il Ser.T. La modalità d'uso del metadone risulta, nella più parte dei casi, volta a signoreggiare la dipendenza, a restaurare il tempo in cui l'oggetto veniva padroneggiato realizzando il sogno di dominare lo stupefacente e di non divenirne schiavo senza che il paziente si metta in discussione, senza che il soggetto sia davvero in questione. Vediamo, perciò, come la relazione con l'operatore del Ser.T. sia molte volte, perlomeno nel momento iniziale, strumentale e subordinata al rapporto esclusivo con il farmaco sostitutivo.

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Il dispositivo della cura prende il via quando entra in gioco il transfert che, a differenza di quanto avviene nel contesto dello studio privato, in questo caso si indirizza massicciamente a tutta l'èquipe. In questi termini la fissazione sulla sostanza stupefacente impedisce la costruzione del transfert ed il procedere del trattamento. Un elemento di ulteriore complessità è quello dell'articolazione fra le professionalità dei vari operatori i quali fanno riferimento a formazioni, linguaggi ed impostazioni cliniche diverse; l'esperienza lavorativa dimostra l'enorme rilevanza dei colloqui di restituzione in cui il paziente incontra contemporaneamente, ad esempio, Medico, Psicologo ed Assistente Sociale, a volte insieme ai suoi familiari, per fare il punto della situazione, per valutare l'andamento del programma ed il suo prosieguo in un'apposita verifica. Le istituzioni tendono ad erigere una sorta di sbarramento contro la droga poiché liberare il tossicomane dalla sostanza psicoattiva è il loro obiettivo principale.

Una modalità molto diversa di contatto con consumatori di droghe, di recente invenzione, è quella del lavoro itinerante. Per gli operatori si tratta, su mandato delle Amministrazioni Comunali piuttosto che delle ASL, di avvicinare questi giovani nei luoghi non istituzionali da loro abitualmente frequentati offrendo l'opportunità di svolgere una serie di attività non necessariamente terapeutiche. Si tratta, solitamente, di un intervento rivolto ad aggregazioni informali ed imperniato su di una prospettiva preventiva in base alla quale l'operatore va incontro al possibile utente per offrirgli, innanzitutto, una serie di informazioni sulla rete del territorio tanto in termini di opportunità ricreative e di divertimento quanto in quelli di connessione con la rete sociale e sanitaria. Lo scambio che si produce è, sovente, molto dinamico ed improntato alla dialettica in una dimensione di spontaneità. Una variante di questo tipo di intervento concerne la cosiddetta "riduzione del danno" che non si preoccupa principalmente della relazione quanto di una limitazione dei rischi di overdose e di impedire che questi giovani contraggano patologie correlate all'abuso di droghe.

E' evidente che l'incontro non può imperniarsi sul contrastare l'uso di sostanze psicotrope; non vi è un mandato strettamente correzionale e, d'altro canto, un'impostazione di questo genere comporterebbe certamente un drastico rifiuto da parte dei gruppi informali avvicinati sul territorio. Dunque non risulta saliente l'entità del controllo sociale. Nel lavoro di strada vi può essere una certa autorevolezza conquistata a fatica dall'operatore ma non vi è mai una posizione di potere. I principi del potere sono, semmai, determinati dal transfert, dalla fiducia conferita spontaneamente da questi giovani.

Una delle ingenuità cliniche più frequenti del lavoro itinerante consiste nella deriva simmetrica della relazione. Prevale un'impostazione in base alla quale l'operatore, per risultare effettivamente incisivo, dovrebbe porsi in modo simile ai ragazzi facendo riferimento ad uno stile e ad un linguaggio vagamente adolescenziale. E' un dato di fatto che un approccio nettamente asimmetrico si rivela inadeguato ed implica in numerose occasioni un distanziamento ed una chiusura respingente da parte dei gruppi avvicinati ma, tuttavia, eccedere nella specularità dà luogo a dei fattori di ostacolo in un tempo secondo poiché l'operatore risulta, a quel punto, in larga misura privo di quell'ascendente che si rende indispensabile per produrre degli effetti di un certo rilievo.

Connesso alla pratica clinica itinerante è il focalizzarsi dell'interesse sulle tematiche inerenti le cosiddette nuove droghe che, nell'ambito dei gruppi spontanei e soprattutto in contesti quali le discoteche di tendenza, circolano in grande quantità ed in una dimensione di apparente integrazione sociale. L'impressione relativamente ai nuovi abusi è quella di un fenomeno estremamente diffuso così da essere divenuto del tutto consueto nelle aggregazioni giovanili e rispetto al quale la maggior parte della popolazione adolescenziale si trova in una condizione di contiguità.

Il punto di impasse che, forse, incontrano più spesso gli operatori che trattano soggetti tossicomani, sia nelle istituzioni sia nel lavoro itinerante, è quello di una tendenza del paziente a sottrarsi alla relazione, spesso in modo repentino, dopo un certo periodo di produttività apparentemente seria e significativa. Il soggetto sembra interrogarsi sulla propria situazione, avverte un'insoddisfazione quando non un'acuta sofferenza intrinseca al protrarsi della sua routine giungendo a metonimizzare il proprio discorso che si scongela dalla fissazione sulla droga e dalle implicazioni ad essa correlate. E, proprio quando inizia a parlare, a parlare davvero, il tossicomane non dà più sue notizie salvo ripresentarsi dopo qualche tempo per poi, magari, interrompere di nuovo il proprio percorso elaborativo. L'ipotesi che propongo riguardo a queste interruzioni concerne proprio la tendenza di questi pazienti a non voler incontrare la dipendenza dall'Altro usando le sostanze per gestire il rapporto con il godimento da una roccaforte di padronanza senza passare per la dimensione di incertezza e di sorpresa che il desiderio dell'Altro implica sempre. Nel corso del trattamento l'apertura di questioni sulla propria soggettività nella loro caratteristica di enigma può risultare insopportabile conducendo a dei passaggi all'atto piuttosto che all'interruzione delle sedute. Per questo non è il caso di eccedere nell'operazione interpretativa e nella profusione di punti enigmatici che vanno, invece, giocati con sapiente parsimonia.

Si tratta di instaurare una relazione che assuma un valore più elevato della fissazione sull'inebriante, attraverso l'incontro con il desiderio dell'analista, così che il paziente giunga non solo ad astenersi dal consumo di droghe credendo di rendersi amabile in quel modo ma arrivi anche ad interrogarsi su ciò che spinge l'analista a porre in questione l'uso di droga, anche a domandare: "Cosa desidera per desiderare che io non mi droghi?" (4).

 

NOTE

(1) S. Freud: Contributi alla psicologia della vita amorosa in Opere, Volume VI, p. 430.
(2) S. Freud: Il disagio della civiltà in Opere, Volume X, Bollati Boringhieri Torino, p. 570.
(3) M. Recalcati (a cura di): ABA I casi gravi, 2001, Angeli Milano. Il testo fa riferimento all'esperienza dell'ABA con soggetti anoressico-bulimici ma mi sembra che queste considerazioni si possano estendere alla tossicomania.
(4) F. H. Freda: "Dalla domanda di trattamento al trattamento della domanda" in Psicoanalisi e tossicomania, 2001, Bruno Mondadori, Milano, p. 82.

 

 

Articolo a cura del Dott. Roberto Pozzetti - Psicologo, Psicoterapeuta - Como

 

 

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Tags: droghe tossicodipendenza tossicomane

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