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Mangio…non mangio…cosa mangio… l'equilibrio alimentare si raggiunge o è una risorsa naturale?

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on . Postato in Benessere e Salute | Letto 404 volte

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equilibrio alimentareQuante volte si cominciano diete che non si riescono a portare a termine? Oppure dopo aver finalmente raggiunto il peso desiderato ci capita di osservare con raccapriccio l'ago della bilancia inarrestabile nella sua scalata verso i numeri ‘alti' senza riuscire ad opporsi in alcun modo?

E perché ci si ritrova a ingurgitare ogni genere di schifezza ipercalorica nel giro di poco tempo per poi tramutarsi in penitenti ed astinenti integralisti per tutto il resto della giornata, concedendosi a malapena acqua senza bollicine, povera di sodio… povera di potassio con l'idea che possa ‘depurare', ‘mondare' dal peccato commesso e dal relativo senso di colpa?

Perché tutto questo si trasforma in malessere, senso di inefficacia nel portare avanti le scelte fatte, in una parola in scarsa fiducia nella propria persona?

Il problema non è solo attribuibile ad una generica mancanza di volontà, ad un cedimento della parte più razionale di noi ma ha radici psicologiche profonde e lontane nel tempo.

L'origine di un sano ed equilibrato rapporto con il cibo risale alla prima infanzia; una madre che ha espletato in maniera equilibrata la sua funzione di nutrice può aver consolidato naturalmente nel figlio la possibilità di autoregolamentazione dei meccanismi di sazietà/fame o al contrario può involontariamente aver compromesso tale funzione. Quando il bambino nasce, l'alimentazione non avviene più attraverso il cordone ombelicale in maniera automatica e continua come accadeva quando il bambino era nella pancia della mamma ma diventa relazione tra mamma e neonato, basandosi su istinti e riflessi in parte già presenti (la suzione nel bambino) ma anche sul rapporto che gradualmente si instaura nella coppia. La madre può trovarsi a proprio agio in questo nuovo compito solitamente quando a sua volta ha vissuto come figlia un rapporto appagante con la propria madre in cui può adesso identificarsi, ed esercitarne le funzioni. E' il caso ad esempio di madri che sanno correttamente interpretare il pianto del loro bambino, sanno quando è per fame, per la colica o per bisogno di vicinanza e protezione e sono in grado di rispondere con efficacia. Quando allattano godono loro stesse della situazione di intimità che si crea con il proprio bambino e sono soddisfatte perché sentono di essere in grado di provvedere al loro benessere. Di solito in questi casi il neonato è tranquillo, perché il suo bisogno di protezione di base (sia rispetto all'ambiente esterno che rispetto alle tensioni interne) è corrisposto.

Quando invece l'equilibrio nel rapporto tra madre e figlio per svariati motivi è disturbato, la funzione nutrizionale può risultarne compromessa. E' il caso ad esempio di madri costantemente preoccupate che il bimbo non si alimenti a sufficienza, che la sua crescita possa risultarne compromessa, che il proprio latte non sia abbastanza nutriente o troppo scarso ecc. tutte paure indicative di un senso di insicurezza rispetto alla funzione di nutrice, che è quella materna per eccellenza. Il consiglio dei pediatri è ricercato ansiosamente per placare queste preoccupazioni, ma spesso nonostante i migliori intenti sortisce l'effetto di aumentare l'ansia. Si pensi ad esempio agli effetti della doppia pesata – il bebè viene pesato prima e dopo aver mangiato, per valutare quanto latte ha bevuto- o all'analisi della composizione del latte materno, agli indici medi di crescita per età ecc. Non è tanto il dato numerico fornito dalle statistiche mediche che di per se è neutro, ma come viene interpretato. Così può accadere che ogni manifestazione di pianto sia letta dalla madre come richiesta di cibo, per cui offre il seno o il biberon al suo bambino, quando semmai il bisogno del figlio può essere in quel momento solo di accogliente vicinanza in braccio per via di una sensazione interna di mancanza. Quindi anche il bambino in qualche modo imparerà ad abbinare il cibo in risposta ad emozioni o tensioni; o per essere più precisi, il cibo serve a placare l'ansia conseguente ad un bisogno emotivo che non può essere colto. Siamo di fronte all'impossibilità di dare un significato corretto a ciò che accade dentro di sé, perché l'adulto che dovrebbe consentire tale apprendimento, non è in grado di decodificarlo correttamente per mancanza di un'esperienza simile.

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Sebbene molte cose accadano dopo questa prima fase dello sviluppo e le variabili che possono intervenire a modificare una situazione siano molteplici, è possibile rintracciare in questi iniziali modelli di relazione, l'origine di alcuni modi disordinati di alimentarsi di cui si ritrova traccia nell'età adulta; una situazione che spesso si sente raccontare è quando si risponde ad un generico senso di vuoto e di insoddisfazione non meglio identificato, individuandolo a livello somatico come ‘stomaco vuoto, voragine interna' e si placa ingurgitando cibo disordinatamente; in quel momento probabilmente sta avvenendo una confusione tra emozioni e cibo. E' come se il vero bisogno, di appoggio, di ‘coccole' non trovi una risposta adeguata e l'ansia relativa venga placata con un surrogato, il cibo, che ben si presta a questa funzione per la sua valenza piacevole e ‘saturativa'.

Il bambino piccolo deve imparare a sopportare l'assenza della madre, a tollerare la latenza di tempo tra l'emergere del suo bisogno e la risposta, per fare esperienza di come la tensione possa essere tollerata e realizzare che quell'assenza è solo temporanea: presto la mamma tornerà ad occuparsi di lui. Come già ricordavo prima, questo può avvenire perché è l'adulto di riferimento che ha già dentro di sé queste esperienze e può trasmetterle al figlio. E' quello che alcuni autori chiamano la nascita del pensiero: l'intervallo che corre tra l'emergere del bisogno e la risposta ad esso, può essere sopportato emotivamente grazie all'anticipazione mentale dell'incontro (appagante) con la madre.

Questa prima fase dello sviluppo, che Freud chiamò “la fase orale” è in gran parte responsabile dello stabilirsi di un equilibrato meccanismo fame/sazietà.

Anche le dinamiche familiari allargate influenzano successivamente il rapporto individuo/cibo; ad esempio ci sono studi approfonditi riguardo il clima emotivo delle famiglie dei bambini obesi che hanno permesso di rilevare come a volte l'armonia casalinga fosse gravemente compromessa per gravi disaccordi tra i genitori. Il bisogno di alleviare l'ansia e le tensioni investe il cibo di un'importanza sproporzionata e diventa il veicolo per far tacere sentimenti di colpa rilevanti. Il figlio viene eletto a compensare delusioni e frustrazioni dei genitori per cui apparentemente gli sono destinate le migliori cure materiali ma di fatto ciò che gli viene negato è lo sviluppo della individualità. Se il legame madre bambino è troppo soffocante questi non potrà sviluppare un senso di sicurezza sulla base di un'identità autentica, che gli permetta di relazionarsi in maniera soddisfacente con il mondo.

Dinamiche di questo tipo sono all'origine di patologie gravi come l'anoressia per cui il corpo di una figlia può diventare il campo di battaglia per il potere conteso ad una madre troppo intrusiva e il rifiuto del cibo un'arma potente cui ricorrere; il conflitto per la separazione e la crescita non può essere affrontato con strategie di pensiero che non hanno avuto modo di diventare una risorsa costruttiva, ma con il rifiuto di alimentarsi, da intendersi come rivendicazione estrema a decidere per sé, seppur in senso distruttivo. A questo si accompagna una percezione distorta della propria persona che si ‘vede' come irrealisticamente grassa, quando semmai le parti più in rilievo del corpo sono le ossa non certo il pannicolo adiposo. E' un errore concentrare gli sforzi terapeutici sulla lotta al sintomo facendo pressioni affinché la paziente si alimenti o esercitando un controllo continuo: l'astensione dal cibo fa parte del suo assetto difensivo, bisogna cominciare a stringere un'alleanza terapeutica e a comprendere la sua storia, le emozioni bloccate.

Aldi là delle patologie gravi come l'anoressia, è chiaro che il cibo è condivisione con altri (oppure richiama alla mancanza degli altri) e sovente quando intorno alla tavola si addensano le tensioni relazionali dovute ai motivi più svariati, l'intero ciclo alimentare e digestivo finisce con il risentirne perché le emozioni suscitate in noi influenzano l'intero processo; ad esempio, ricordo una ragazza diciottenne che per un certo periodo, ha avuto grosse difficoltà di digestione, indipendentemente dal cibo che consumava, cosa a lei mai accaduta prima; addirittura il tè era diventato problematico da digerire. Gli esami clinici non evidenziarono alcun disturbo organico; mentre l'analisi della situazione famigliare riuscì a portare a galla un'intensa carica di rabbia nei confronti della madre, da cui la paziente non si sentiva compresa né accudita, ma dalla quale restava comunque fortemente dipendente. Una situazione così bloccata e non consapevole era di fatto responsabile dei sintomi somatici connessi al ciclo alimentare; il cibo infatti era per questa paziente l'oggetto delle attenzioni della madre, il modo in cui la stessa elargiva le cure materne, a fronte invece di una indisponibilità e chiusura sul fronte emotivo. psicologico; una situazione insomma, poco digeribile. Il corpo comunica con i sintomi le emozioni che la mente non riesce a vivere liberamente. Quando è stato possibile scoprire questi problemi, renderli coscienti vivere gli affetti connessi, il sintomo è scomparso.

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In generale constatiamo che il rapporto con il cibo può cambiare quando cambia il rapporto che si ha con la propria persona nella direzione della ricerca di un maggior benessere. Questo spesso ha a che fare con una migliorata autostima (cioè considerarsi come un ‘oggetto' meritevole delle proprie cure e attenzioni) e autoefficacia ovvero con il sentire di avere le risorse e le energie sufficienti per realizzare qualcosa di buono per sé. Ed è così che dopo mille diete che non hanno avuto gli esiti sperati si può riuscire a perdere peso senza uno sforzo eccessivo; oppure le abbuffate di dolci che avvenivano a causa di un umore in caduta libera verso il basso, tendono a ridursi e a risultare più facilmente riconducibili sotto il controllo razionale.

Come fare per aiutarsi in questa fase delicata, ed indirizzare meglio gli sforzi per arrivare ad una alimentazione equilibrata e costante nel tempo? Un buon ausilio, in base alla mia esperienza è il metodo ‘carta e penna' (vedi allegato) grazie al quale si affrontano i momenti della giornata legati al cibo facendoli precedere da una breve fase osservativa in cui si prende nota degli avvenimenti concomitanti, dell'umore, delle condizioni ambientali. A distanza di una settimana si scoprono cose interessanti: si mette meglio a fuoco il concatenarsi degli eventi esterni (ambiente) e interni (ovvero i processi mentali, emotivi);si individuano i momenti più difficili da gestire e se possibile i motivi sottostanti; i momenti in cui l'alimentazione scorretta può facilmente essere modificata perché l'attenzione ha imparato ad individuarli ed analizzarli con precisione, e sono risultati frutto di abitudini meccaniche consolidate nel tempo ma che è possibile cambiare facilmente. Per quanto riguarda le situazioni più delicate, quando ad esempio si nota che si perde il controllo a fronte di un'eccessiva tensione interna (come nel caso di un angosciante senso di vuoto) e non si riesce da soli a comprendere a cosa sia riconducibile un tale malessere allora è meglio rivolgersi ad uno specialista, uno psicoterapeuta che conosca i problemi legati all'alimentazione, che sappia aiutare a chiarire alcuni punti per uscire dalla stasi. Il cambiamento infatti è difficile, quasi impossibile quando non si conoscono gli elementi in gioco: se un lavoro di analisi focalizzato su queste tematiche, consente di conoscere un fenomeno di cui si ignorava l'esistenza, ciò con ogni probabilità consentirà di cambiare le cose. Gli specialisti, lo psicoterapeuta e il dietologo, vanno considerati come ‘consulenti', che con le loro conoscenze aiutano la persona in un processo di cambiamento di cui però si resta attivi protagonisti: le informazioni, i consigli, vanno infatti sempre riportati al Sé, grazie ad un lavoro di elaborazione che consente di far proprie alcune cose e di scartarne altre, realizzando una sintesi dinamica di conoscenze che ci segnali la direzione migliore da percorrere per soddisfare i propri bisogni interni.

ALLEGATO

IL CALENDARIO ALIMENTARE

Giorno della settimana………………………………

Ora …………………..

Cibo eo bevanda consumate…………………………………….

Luogo……………………………………………………………..

Con chi……………………………………………..

Umore…………………………………………………………

Riflessione…………………………………………………………………………………………

 

Es. : come si riempie il calendario

Giorno della settimana: lunedì 29 novembre

Ora: 7.30
Cibo eo bevanda consumate: caffè e biscotti
Luogo: cucina di casa mia
Con chi: sono sola prima che gli altri si sveglino
Umore: mi sento uno straccio
Riflessione: mi devo coccolare con qualcosa di buono

Ora: 10
Cibo eo bevanda consumate: cappuccino e brioches
Luogo: al bar sul lavoro
Con chi: collega dell'ufficio
Umore: sono annoiata
Riflessione: mi ritaglio una pausa piacevole

ecc. fino alla conclusione della giornata, per una settimana consecutiva.

 

Articolo a cura della Dott. Marcella Dittrich – psicoterapeuta - Milano

 

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