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Persona in crisi e tempo vissuto

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Il tempo si presenta come luogo di accoglienza di accadimenti psichici singolari e collettivi: è quindi possibile interrogarsi sul senso della sofferenza dell’essere (in campo clinico) non tanto a partire dalle caratteristiche psicologiche e psicopatologiche ma a partire dal concetto del tempo vissuto interiormente.

di Giuseppe Errico

Persona in crisi e tempo vissuto

Il tempo è lo spettacolo del divenire
Husserl

Nel personale cammino nei meandri delle scienze umane e delle scienze della cura (psicologica-psichiatrica), intendo interrogarmi sul senso della sofferenza dell’essere (in campo clinico) non tanto a partire dalle caratteristiche psicologiche e psicopatologiche (come in genere potrebbe fare uno studioso, clinico o ricercatore  che applica una “analitica esistenziale” o una psicoterapia tradizionale) ma a partire dal concetto del tempo vissuto interiormente.

Il tempo si presenta come luogo di accoglienza di accadimenti psichici singolari e collettivi: «Il tempo è lo spettacolo del divenire. Infatti, in qualsiasi modo lo si consideri, esso ha sempre a che fare con ciò che muta. E quand’anche nulla divenisse, l’esperienza del tempo sarebbe ugualmente esperienza del divenire sia pure inteso come fede nel divenire medesimo. L’implicazione tra tempo e divenire è vera in ogni caso, sia qualora si consideri il tempo come numero del movimento che come a priori della successione, che come quarta dimensione del mondo fisico, ossia della realtà cosmologica. L’esperienza del tempo, come modo d’esperienza del divenire, è, come il divenire, esperienza complessa…L’esperienza del tempo, in quanto esperienza, dà luogo, dunque, a modalità espressive variate e altrettanto complesse di temporalità: genera forme del tempo».[1]

L’esperienza (interna) del tempo nei pazienti, in quanto esperienza vissuta, dà luogo a modalità espressive variate e altrettanto complesse di temporalità. Tale complessità favorisce, solitamente, e genera universi simbolici e concettuali. Si tratta  del tentativo di descrivere la relazione persona-temporalità descrivendo cosa accade (l’accadere dell’accadere) durante una crisi personale (ansiosa, depressiva-melanconica, maniacale, dissociativa) e di profonda sofferenza oscura. A volte il tempo, in special modo in alcune patologie (Alzheimer, malattie rare) sembra irrompere (e modificarsi) nel vivere quotidiano «quel che permane in questo modo nella coscienza ci appare come più o meno passato, quasi come qualcosa di sospinto temporalmente indietro».[2] E’ chiaramente un tentativo di comprensione, nel campo psicologico individuale, che non sappiano ancora quali vantaggi, a livello clinico, possa arrecarci. Il tempo[3] in fondo accompagna il vivere quotidiano e non solo il vissuto psichico.

«La definizione dell’oggetto del proprio ricercare è un artificio in vari modi praticabile: quanto più la definizione è efficace a dire dell’insieme degli aspetti campali e quanto più è stabile, tanto più essa è intensionale  ed astratta dall’accadere; quanto più è frammentaria, mutevole, incompleta tanto più tende ad essere estensionale e adesa all’accadere».[4]

Molti psicologi e clinici, sin dalle origini, hanno  posto in evidenza diversi aspetti legati al tempo vissuto inteso come strumento di introspezione, analisi profonda, flusso della coscienza.

La  sofferenza oscura del tempo, legata ad una malattia, è sempre legata alla storia personale  (anche attuale e non solo passata), alla percezione di se stessi, al tempo vissuto, al mondo delle relazioni intersoggettive e, soprattutto, al senso del tempo che viviamo (nostalgia di come si viveva precedentemente ad una sofferenza, ad un tempo passato).

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Ma ora possiamo, in linea generale, soffermarci sul tempo seguendo altri parametri. Il tempo può così essere considerato: 1) una forma mentis o abito mentale (positivo o negativo) delle esperienze cognitive che ci aiuta ad inquadrare il senso dell’esistenza, ovvero  le diverse fasi dell’esistenza vitale (il ciclo della vita-tempo, il vissuto del passato e del presente, le aspettative del futuro, lo sviluppo, la crescita); 2) una  modalità  del pensiero prevalente del comprendere   o preferenza rigida, “ossessiva”, sofferente nei confronti di una dimensione del tempo (del passato,  del presente o del futuro); 3) una vissuto di densità (o  quantità)  del tempo (che può aprire orizzonti o chiudere situazioni esistenziali)   che comporta vari contenuti cognitivi ed emotivi in relazione ai vari stadi della vita e ai percorsi legati all’orizzonte temporale (il tempo vissuto si potrà vivere dando spazio ad una condizione di partecipazione, di rifiuto, di ostacolo); 4) una prassi di cura: il tempo di cura (che si concentra sugli stati di benessere, serenità, tranquillità, capacità di autocontrollo) appare capace di contenere in sé una modalità terapeutica da parte del clinico. Il clinico può progettare e prospettare una nuova percezione del tempo nel paziente, proiettandolo nel futuro prossimo, valorizzando il mondo interiore in relazione agli altri “flussi di accadimenti”; può far si che il pazienti “consapevolizzi” il tempo vissuto, proteso verso ciò che sta per accadere (anticipazione di azioni e prassi, anticipazione della sofferenza oscura, autocontrollo); 5) una organizzazione mentale a livello cognitivo-affettivo (il tempo degli eventi accaduti interiormente che si possono ora ricordare, riafferrare);  Appare chiaro che esiste un modo soggettivo di conservare dentro di sé, nei momenti difficili o felici della vita,  il flusso del tempo trascorso (memoria del passato rispetto al presente-adesso, tracce, brandelli di ricordi).

«La dimensione temporale è da sempre elemento cruciale nella valutazione e nel trattamento dei disordini psichici, a partire dalle analisi fenomenologiche dei processi di pensiero, che ben distinsero tra tempo oggettivo, tempo del mondo, e percezione soggettiva del flusso temporale, tra tempo individuale e tempo sociale, tra memoria e anticipazione. Classici, in questo senso, sono stati gli approfondimenti sull’esperienza del tempo in alcuni specifici disturbi come per esempio nella depressione, nella quale la vita interiore si svuota di intenzionalità, si allontana dagli oggetti, che appaiono estranei e distanti, e l’inibizione pervade l’esistenza del paziente che si blocca fino all’immobilità, sia motoria che ideativa. L’appesantimento del corpo, la sua lentezza nei movimenti, diventano l’espressione di una fatica del vivere che si accompagna, nelle forme più gravi di depressione maggiore, a un senso di colpa acuto, perfino lacerante. Ecco allora che il tempo rallenta, fino ad arrestarsi, e tende a restringersi fatalmente la dimensione del futuro mentre si amplia la dimensione del passato, che assorbe il paziente nella disperazione per la perdita di un orizzonte, di una prospettiva. In questi casi si fa evidente la dissociazione tra il tempo soggettivo e il tempo del mondo, il tempo della clessidra».[5]

L’essere umano è l’unico “ente vivente” sul pianeta che può porre domande su se stesso e su ciò che lo circonda,  a poter analizzare il proprio mondo interno, tramite la coscienza (la consapevolezza), la parola (il linguaggio), sul suo vissuto del tempo e le relative mutazioni in atto nell’intersoggettività (le mutazione possono essere descritte ed indagate mediante sia strumenti tecnici o neurobiologici e strumentali oppure mediante prassi psicologiche/intuitive).

Il tempo, quindi, è al centro di una riflessione sulle prassi di cura che ci si augura abbia dei risvolti applicativi nel campo psicologico/psicopatologico, Ci sembra che discutere del tempo vissuto con un paziente piuttosto che raccogliere le tracce del racconto narrato abbia un senso.

Anche riguardo al tempo e all’interpretazione del vissuto del tempo occorre tenere presente gli atti intensionali messi in atto dai pazienti, occorre tener presente lo slancio verso i significati che ognuno applica agli accadimenti/accaduti: il tempo vissuto interiormente cambia, muta aspetto, in relazione ai processi di significazione/significati che adottiamo in un dato momento nel quotidiano. L’intenzionalità della coscienza costituisce quindi un livello importante nella relazione terapeutica poiché anticipa e precede ogni riflessione, concettualizzazione  e categorizzazione. Appare anteriore a qualsiasi astratta separazione tra noi e il mondo, tra il soggetto (io) e l’oggetto percepito (ciò che mi appare e si presenta dinnanzi alla persona).

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Il tempo, interpretato a partire da un evento o vissuto interno, prende il significato che il vissuto emotivo o evento gli assegna (ci si può chiedere rispetto ad un accadimento se è un tempo sprecato, conquistato, piacevole, triste, allegro, condiviso, solitario?).  Ogni paziente vive un tempo di solitudine come un evento a volte impossibile da vivere e, non solo, una relazione con il mondo ambiente, con se stesso e il mondo degli altri (intersoggettività). Ogni momento della vita è connesso alla relazione costante con la triade temporale  che si compone del passato-presente- futuro[6]. Tutta la vita si organizza tenendo presente i ritmi diversificati del tempo esterno (durata dell’orologio) e il tempo interno. Ovunque ci sembra che percorriamo il tempo.

«Da dove infatti gli esseri hanno l’origine, ivi hanno anche la distruzione secondo necessità: poiché essi pagano l’uno all’altro la pena e l’espiazione dell’ingiustizia secondo l’ordine del tempo».[7]

Il tempo vissuto ci appare diverso poiché diversi sono i significati che applichiamo alla realtà percepita. Volendo possiamo schematizzare: 

«La topica del tempo si dispone secondo tre dimensioni ed è perciò articolabile in tre schemi: 1)  percezione del tempo; 2) strutture del tempo; 3) figure del tempo…Il primo modo d’esperienza si riferisce all’esperienza quotidiana del tempo, ossia al tempo descritto a partire dalla percezione immediata del divenire e quindi del trapassare. L’esperienza del tempo, così intesa, può essere quella continua dell’avvicendarsi e quella discreta dell’accadere. E’, comunque, un’esperienza che si colloca nell’ambito del rammemorare e dell’attendere. La percezione immediata del tempo non considera in sé la memoria e l’attesa, bensì semplicemente ricorda e attende, e  quindi è attenta ai contenuti del trattenere e del trapassare. La quotidianità è intessuta da tali modalità percettive o, più propriamente, viene tessendosi e si produce in tali percezioni…La seconda dimensione entro cui si configura l’esperienza del tempo ha carattere fondativo ed epistemico. Essa intende attingere gli elementi ultimi della temporalità o, altrimenti detto, i caratteri costitutivi  del tempo: appunto, le strutture della temporalità:.. si tratta di chiarire i nessi tra tempo e movimento, tempo e misura, tempo e durata. In questa prospettiva s’intrecciano ontologia, cosmologia e logica…Le figure del tempo non sono altro che espressioni  qualitative della temporalità stessa…il tempo è successione, ma nella successione c’è insieme ciò che scorre e la misura del fluire come tale. La misura del movimento, come è noto, suppone l’unità di misura o, in ogni caso, a essa rinvia: ordo et mensura determinano per il tempo coordinate astratte».[8]

Abbiamo quindi tre luoghi (possibilità) entro cui ogni persona può concentrarsi sul tempo (percezioni del tempo, strutture del tempo, figure del tempo). In tali luoghi si configura l’esperienza illimitata del tempo/divenire (presente e futuro), si compongono, unendosi, persona, mondo, esperienza vissuta. Tali figure del tempo sono entità logicamente distinguibili anche se vissute interiormente, tra ideazione e sentimenti.

Tutto si lega al tempo in campo umano e psicologico. Infatti cosa sono le nostre percezioni quotidiane legate all’alternarsi delle stagioni, ai tramonti, agli addii, alle speranze di guarigione durante una cura psichica,  se non aspetti di un’unica dimensione temporale?

L’universo che gli uomini abitano e l’emotività secondo cui lo viviamo sono impregnati di tempo. Tale temporalità si complica nella vita delle persone poiché in essa il tempo del mondo (dell’orologio e della programmazione delle cose da fare) si interseca con il tempo interiore (che segue le sue direttive), soggettivo, della persona, della sua storia sociale (tempo storico). L’esperienza del tempo non è solo di tipo percettivo-emotivo ma anche storico-epocale. Indubbiamente il tempo vissuto interiore  rappresenta la risorsa soggettiva, umana e naturale più preziosa per una persona, per chi vive e deve fronteggiare una condizione di dolore o sofferenza oscura;  si presenta come la fonte vitale, ineliminabile,  di cui disponiamo e, il nostro rapporto con esso, ha conseguenze dirette sulla percezione di noi stessi e sulla nostra identità, sull’azione quotidiana, sul  mondo dell’intersoggettività (il mondo dei rapporti).

Il tempo, così come lo viviamo e rappresentiamo, condiziona la qualità di vita e le nostre relazioni umane. In realtà si lega ad ogni decisione importante  che assumiamo nel quotidiano, soprattutto dinnanzi alla scoperta di una malattia.  

La relazione con il tempo dell’orologio (tempo durata) e con la temporale interna, costituiscono campi di ricerca, al fine di individuare  obiettivi terapeutici importanti rispetto ai pazienti, per pianificare i  ritmi temporali di una narrazione umana (la narrazione stagnante dei nevrotici, la narrazione triste dei depressi, la narrazione altalenante degli ossessivi, la narrazione fluttuante dei maniacali), le parole della cura individuale, le principali variabili cliniche, le caratteristiche  delle persone e dell’esperienza nella cura, nonché le maggiori categorie di classificazione della personalità e della psicopatologia.  «Perché ricordiamo il passato e non il futuro? Siamo noi a esistere nel tempo o il tempo esiste in noi? Cosa significa davvero che il tempo “scorre”? Cosa lega il tempo alla nostra natura di soggetti? Cosa ascolto, quando ascolto lo scorrere del tempo».[9] Descrivere e spiegare il tempo vissuto dei pazienti non è una cosa semplice. Lo sforzo è quello di far comprendere che il tempo interiore (diverso dal tempo come durata e calcolo) può divenire un parametro importante per un percorso di cura.  Può significare, prima di tutto, concentrarsi sul  “come” (non sul perché) viene immaginato ed  inglobato un vissuto  durante la terapia.

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L’adesso ovvero l’immediatezza del vissuto individuale può essere il principio descrittivo del cambiamento dalla modernità alla contemporaneità ed è una mutazione che riguarda la nostra condizione emozionale, la percezione del mondo, la sensibilità. «Adesso non è mai questo semplice adesso che c’è, eppure non sarebbe se non fosse adesso; ma vale anche l’inverso: adesso non sarebbe adesso ove mancasse l’adesso che c’è…L’adesso è nel tempo e lo misura. Ne sta fuori e dentro, gli sta innanzi e prima. Lo coglie e manca»[10].Vista come principio attivo, da una parte l’immediatezza garantisce l’illusione di accesso a se stessi e agli altri, dall’altra impedisce di sviluppare solidi sensi e legami d’appartenenza, di costruire identità stabili, coerenti, basate sulla crescita personale lineare e continua, fatta di esperienze reali. Oggi tutte le coordinate del mondo sociale – tempo, spazio, coscienza, alterità – subiscono così un mutamento: il tempo che non è più orientato al futuro, bensì insiste sull’istante presente; la coscienza non è più rappresentabile spazialmente come un centro da cui si diparte una freccia che si muove articolando il proprio passato con la possibilità del futuro, bensì come una presenza diffusa in una rete; l’altro è colui a cui essere costantemente connesso, l’unico mezzo che, in quanto testimone oculare delle mie azioni e della mia presenza, può darle una qualche forma di concretezza e di esistenza reale. Ciascuna persona ha appreso, nel corso degli anni o intuitivamente, uno stile personale di vivere il tempo.  Alcuni, infatti, possiedono una memoria forte rispetto al tempo passato mentre altri una forte propensione all’immaginazione/aspettative verso il tempo futuro. Due condizioni diverse rispetto al futuro e al passato che formano la personalità e i modi di vivere le relazioni umane e con se stessi. Esistono infatti persone che tendono a focalizzare, in  maniera prevalente, la propria persona verso una o più di queste dimensioni temporali e meno in altre (alcune persone, ad esempio, possiedono uno stile depressivo e sono concentrate su eventi legati al loro passato negativo).

«Nell’irrompere del tempo l’eternità viene sentita come un arresto del tempo, come un  “nunc stans”. Passato e futuro sono diventati così presenti in una visione chiara…L’universalità dello spazio e del tempo induce a fraintenderli come essere fondamentale; ma è errato assolutizzare spazio e tempo come l’essere stesso e la loro esperienza come l’esperienza fondamentale».[11]

La  sofferenza oscura, pertanto, è sempre legata ad un tempo vissuto senza poter spesso decidere nulla, alla storia personale, alla percezione di se stessi, al mondo delle relazioni intersoggettive e, soprattutto, al senso del tempo che viviamo e a volte sopportiamo.

 

Note bibliografiche

  • Errico G. Le dimensioni molteplici della pratica sociale, La città del sole, Napoli, 2005.
  • Freud S., L’elaborazione del lutto. Scritti sulla perdita, Rizzoli, Milano, 2013.
  • Heidegger M., Essere e tempo, Oscar Mondadori, Milano, 2011.
  • Husserl E, Per la fenomenologia della coscienza interna del tempo, Angeli, Milano, 1981.
  • Husserl  E., La coscienza interiore del tempo, Filema, Napoli, 2002.
  • James W., Principi di psicologia, Paravia, Torino, 1927.
  • Jasper K, Psicopatologia generale, Il pensiero scientifico editore, Roma, 2000.
  • Kant E., Critica della ragion pura, Laterza, Roma-Bari, 1991.
  • Natoli S.  Teatro filosofico. Gli scenari del sapere tra linguaggio e storia, Feltrinelli, Milano, 1991.
  • Piro S., Antropologia Trasformazionale. Il destino umano e il legame agli orizzonti subentranti del tempo, Franco Angeli, Milano, 1993.
  • Piro S. Critica della vita personale, La città del sole, Napoli, 1995.
  • Piro S., Introduzione alle Antropologie trasformazionali, La città del sole, Napoli, 1997.
  • Piro S., Trattato della ricerca diadromico – trasformazione, La città del sole, Napoli, 2005.
  • Rovelli C., L’ordine del tempo, Adelphi, Milano, 2017.
  • Tramonti F., Fanali A., Tempo, psicopatologia e psicoterapia (https://www.exagere.it/tempo-psicopatologia-e-psicoterapia/).

 

Note

[1] Natoli S.  Teatro filosofico. Gli scenari del sapere tra linguaggio e storia, Feltrinelli, Milano, 1991, p.9.

[2] Husserl  E., La coscienza interiore del tempo, Filema, Napoli, 2002, p.17.

[3] Kant E., nella Critica della ragion pura definisce spazio e tempo come forme a priori, ovvero come qualcosa che ci è già dato, come qualcosa in cui noi siamo, come qualcosa con cui tutte le nostre impressioni sensibili devono necessariamente entrare in contatto.  Nessuno - egli afferma - può pensare a un "prima" e a un "dopo" se non accetta l'idea che esiste una realtà, il tempo, che gli permette di farlo. Senza tempo non esistono i fenomeni; senza fenomeni invece il tempo sussiste tranquillamente. Il tempo ha una sola dimensione e i diversi tempi non sono insieme ma successivi (come diversi spazi non sono successivi ma insieme).
Il tempo - dice Kant - non è un concetto universale ma una forma pura dell'intuizione sensibile, che lo percepisce come un insieme. L'infinità del tempo unico è a fondamento delle quantità determinate di tempo, scrive Kant. Quella infinità può essere solo intuita, mentre queste quantità possono essere comprese in maniera concettuale.

[4] Piro S., Trattato della ricerca diadromico -  trasformazione, La città del sole, Napoli, 2005, p.23.

[5] Tramonti F., Fanali A., Tempo, psicopatologia e psicoterapia (https://www.exagere.it/tempo-psicopatologia-e-psicoterapia/).

[6] E’ cosa nota come alcuni individui vivano esclusivamente  ricordando il  passato vissuto, altri proiettandosi nel futuro che si annuncia o immergendosi in un eterno presente (negando il fluire del tempo, le mutazioni) dunque un proprio tempo emotivo altri, invece, trasformano il proprio arco/orizzonte temporale in un  vissuto temporale  specifico (emotivo) legato alle prassi. Non pensano al loro tempo ma lo vivono nella prassi, nel vivere quotidiano.

[7]  Anassimandro, cit. in Rovelli C., Rovelli C., L’ordine del tempo, Adelphi, Milano, 2017.

[8] Natoli S.  Op.cit., 1991, pp.10-12.

[9] Rovelli C., Op.cit., 2017, p.14.

[10] Husserl  E., La coscienza interiore del tempo, Filema, Napoli, 2002, p.167.

[11] Jasper K, Op.cit., p. 86.


 

Articolo a cura del Dottore Giuseppe Errico, Psicologo-Psicoterapeuta
Presidente Istituto di Psicologia e ricerche socio sanitarie (Formia, Italia). Ricercatore nel campo delle scienze umane ad indirizzo Antropologico-Trasformazionale
Psicologo volontario presso l’Azienda dei Colli di  Napoli–Centro regionale malattie rare (CRMR)

 

 

 

 


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