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PSICHE E CANCRO - Seconda parte

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on . Postato in Benessere e Salute | Letto 3083 volte

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Secondo alcuni studi condotti in più parti del mondo, esisterebbe un rapporto diretto tra eventi stressanti, particolarmente la perdita di un’importante relazione affettiva, e lo sviluppo o la riattivazione di un processo neoplastico.

psiche e cancro seconda parteA tal proposito, Conti C. e Nervi C. riportano le ricerche di Stoll A.B. che testimoniano il caso di tre donne mastectomizzate da circa venti anni, decedute in seguito alla comparsa di metastasi a pochi mesi di distanza dalla morte dei rispettivi coniugi.

Eventi fortemente traumatici come questi sarebbero responsabili dello “sconvolgimento del progetto esistenziale dell’individuo destabilizzando meccanismi di difesa troppo rigidi o poco strutturati”.

Il trattenere, poi, dentro di sé il dolore, lo scarso contatto con i sentimenti di lutto e con il pulsare vivo delle emozioni esprime quell’atteggiamento di chiusura verso il mondo e verso la vita tipico del malato di cancro. Il carattere, anche pre-morboso, del canceroso difetta infatti di quell’aggressività che costituisce l’essenza della vita e che si manifesta attraverso il protendersi verso il mondo per ottenere il soddisfacimento dei propri bisogni e l’autorealizzazione.

Questa caratteristica è relativa anche all’indebolimento dell’energia vitale che è presente nel processo biologico naturale dell’invecchiamento ma, mentre nell’età avanzata, come avverte Lowen, i bisogni e i desideri sono portati a diminuire d’intensità per la naturale diminuzione della forza vitale, nei pazienti giovani affetti da cancro si assiste alla presenza di bisogni e desideri molto forti mentre risulta debole l’aggressività necessaria per il loro soddisfacimento.

Secondo A.Lowen, il cancro è una contrazione del sé in quanto aumentate e costanti condizioni di frustrazione e mancate e ripetute realizzazioni del piacere indeboliscono l’impulso all’espansione e al protendersi impedendo, per questo, la piena espressione del sé.

Per invertire questo processo è necessario innalzare il livello di energia, intervenire sulla capacità di provare piacere e rafforzare il sé attraverso un’opera di intensa autoespressione.

La terapia bioenergetica essendo una terapia analitica aiuta inoltre l’individuo ad essere consapevole delle sue dinamiche psicologiche interiori allo scopo di gestire meglio conflitti irrisolti; in particolare il problema terapeutico nella relazione con questo tipo di pazienti sta nel ristabilire la loro progettualità esistenziale e nel far sviluppare in loro la capacità di provare piacere. Ma, come avverte ancora Lowen, “ … non è un compito facile, dato che questa non è solo una struttura di personalità affamata di piacere ma anche una struttura che non è più in grado di percepire tale fame; è ormai profondamente radicata la mancanza di speranza riguardo ad una vita che possa essere qualcosa di più di una lotta, che possa essere realmente godibile”.

Hughes J (19) e Davies, nelle loro ricerche hanno evidenziato come i soggetti a lunga sopravvivenza tendano ad esternare sentimenti aggressivi e ostili e quindi a fare uso di meccanismi di difesa del tipo proiezione.

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Biondi M. e Grassi L. riportano le ricerche di Weisman e Worden che hanno sottolineato una maggiore sopravvivenza nei soggetti che si presentavano meno stressati emozionalmente e più reattivi nei confronti della malattia e che potevano contare sull’appoggio di persone con le quali avevano instaurato una stretta relazione confidenziale.
Fra gli studi prospettivi finora pubblicati anche lo studio di Shekelle R. e coll. è importante ai fini della nostra indagine.

Questa ricerca, effettuata mediante l’M.M.P.I. su una popolazione di base di 2107 soggetti normali, riporta i profili medi dei soggetti che hanno successivamente sviluppato una patologia tumorale dopo un periodo di osservazione della durata di diciassette anni.

Tale ricerca riferisce che il gruppo dei “candidati al tumore” differiscono statisticamente in maniera significativa a livello della scala “D” del test con valori superiori rispetto al gruppo che non aveva sviluppato la patologia tumorale.

Come affermano Mosticoni R. e Chiari G., la scala “D” dell’M.M.P.I. è associata a caratteristiche di personalità di tipo depressivo, con tendenze introversive, difficoltà a manifestare ed esprimere le emozioni, all’introiezione dell’aggressività.

Wilhelm Reich, come ho già detto, aveva riferito dell’esistenza, pre-morbosa, di questi tratti caratteriali presenti nei pazienti cancerosi che egli definì affetti fondamentalmente da “rassegnazione caratteriale” ed è per questo che considerò il cancro come una malattia generalizzata che coinvolge l’individuo nella sua totalità.

Anche per A.Lowen, il tumore non è altro che un sintomo del disagio che affligge tutto il corpo. Tale disagio consisterebbe in un processo di contrazione (afferente al momento della scarica dell’energia) e rappresenterebbe un crollo energetico dell’organismo diminuendo questi la forza nella capacità di assumere energia nell’espansione (afferente al momento psicobiologico della carica). Viene meno in questo modo l’impulso a protendersi verso il piacere e il contatto con la vita diventa progressivamente più debole.

Wilhelm Reich, nell’opera “Biopatia del cancro”, ci illustra una sorta di sintesi del processo vitale in cui si incontrano processi psicobiologici presenti in quello che egli definisce “quadriritmo”: gonfiamento-tensione > espansione-carica > contrazione-scarica > sgonfiamento-distensione. Egli ebbe modo anche di sottolineare l’importanza fondamentale svolta dalla respirazione: una respirazione esterna poco profonda apporta nei tessuti e nelle cellule poco ossigeno, affermò.

Citando un lavoro di un biologo dell’epoca, Otto Warburg, egli afferma che “ … i cancerostimoli più diversi hanno in comune un elemento: essi producono una locale carenza di ossigeno, da cui – nelle cellule colpite – deriva una perturbazione respiratoria. La cancerocellula ha quindi una cattiva respirazione con limitate proprietà ossidanti … Warburg vede nella mancanza di ossigeno – che conduce alla perturbazione respiratoria cellulare – una causa dello sviluppo del cancro …”.

In questo senso una respirazione esterna poco vitale disturberebbe gravemente la respirazione interna degli organi, cioè l’approvvigionamento di ossigeno e l’eliminazione dell’acido carbonico nei tessuti e predisporrebbe al cancro.

Affinché la respirazione possa fluire in modo libero e naturale è necessario operare un contatto con ciò che sentiamo dentro di noi.

Se reprimiamo i nostri sentimenti o non ci concediamo di viverli e sentirli, la nostra respirazione, necessariamente, diverrà contratta, superficiale.La soluzione finale, comunque, al problema cancro, secondo W.Reich, sta nel prevenire la malattia a partire dal concepimento e dalla relazione precoce madre-bambino. Egli non vede, infatti, di buon occhio parte del nostro modo di educare i bambini poiché, considerando poco importanti i bisogni emotivi di questi, li predispone alla rassegnazione caratteriale e a corazzamenti muscolari di ogni tipo.

“ … L’educazione di tipo repressivo è responsabile dell’infelicità dell’epoca corrente e del conseguente ristagno dell’energia biologia dalla quale ha origine il cancro”.

L’educazione repressiva è anche responsabile di massicci sentimenti di rabbia che non essendo mobilizzati rimangono intrappolati nel corpo sotto forma di tensioni muscolari croniche.

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Secondo A.Lowen ciò sarebbe presente anche nel paziente affetto da cancro e potrebbe essere dimostrato dalla presenza di sempre più frequenti lesioni metastatiche sviluppate a livello della colonna vertebrale. Questo studioso è orientato a credere che ciò possa essere dovuto a un crollo dell’impulso aggressivo, impulso che fluisce lungo le ossa della schiena.

E’ infine riconosciuto, da più parti, che variabili di tipo psicologico “ … sono in grado di ricoprire un ruolo non secondario non solamente ai fini del reinserimento, ma anche a fini diagnostici … recenti studi hanno mostrato come, in un approccio multidisciplinare alla malattia neoplastica, il trattamento psicologico e/o psicoterapeutico rappresenti un aspetto importante del programma terapeutico, sia per affrontare e gestire i numerosi stressors a cui il paziente è sottoposto durante l’intero arco della malattia, sia per il possibile ruolo che fattori di natura emozionale possono avere sul decorso e quindi sulla prognosi.

Nel contesto delle terapie oncologiche integrate, privilegianti approcci olistici, globali, al paziente, risulta essenziale, per quanto detto, il ruolo svolto dalla psicologia e dalla psicoterapia.

 

(presentato al Convegno “Emozioni e Cancro: dialogo tra Mente e Corpo”, Terracina; pubblicato sulla Rivista nazionale specializzata “Medicina Psicosomatica”, Organo ufficiale della Società Italiana di Medicina Psicosomatica, Vol. 44, 1999 n. 4)

 

(Articolo a cura del Dottor Alfredo Ferrajoli)

 

 

 


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