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Cultura e depressione

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La cultura può influenzare il nostro modo di sentire ed esprimere le emozioni? Può uno stesso sintomo o disturbo mentale essere esperito in modo completamente diverso tra le diverse culture?

Cultura e depressioneSubito dopo l'ora di pranzo, in una giornata estiva in Washington DC, la psicologa culturale Yulia Chentsova-Dutton sta mostrando delle stelle.

Vengono presentate sullo schermo di un computer dell'Università di Georgetown e per ogni stella è associata una targhetta: insonnia, anedonia, mal di testa, ritiro sociale, dolore cronico e altro ancora.

Ogni stella rappresenta cioè una sensazione somatica o emotiva legata alla depressione.

Il padre dell'autrice era un astronomo; ha trovato un modo per usare quello che ha studiato, il cielo notturno, per affinare la propria ricerca: come la cultura può influenzare il nostro modo di sentire ed esprimere le emozioni.

Se si guarda il cielo, ci sono migliaia di stelle e non possiamo vederle o conoscerle tutte. Così, ogni cultura ha inventato degli schemi per ricordare le costellazioni. Spingendo un pulsante, alcune delle 'stelle depressive' si collegano attraverso una sottile linea gialla”, afferma la Chentsova-Dutton.

Questa è la depressione secondo il DSM-5”, prosegue, riferendosi al manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali.

Questo”, prosegue, spingendo un altro pulsante, “è un modello cinese della depressione”.

La costellazione cambia, trasformandosi in una forma diversa. Compaiono nuove stelle, la maggior parte però, connessa al corpo: capogiri, stanchezza, perdita di energia e via dicendo.

La Chentsova-Dutton ed i suoi colleghi hanno confrontato queste due costellazioni - ossia le emozioni occidentali e cinesi - per anni, cercando di tracciare la validità delle varie ipotesi che ruotano attorno alla cultura cinese.

Dagli anni '80, la psicologia culturale ha riscontrato che, in una varietà di modi empiricamente dimostrabili, i cinesi tendono a esprimere i loro sentimenti, in particolare la sofferenza psicologica, attraverso i loro corpi; un processo noto come “somatizzazione”.

Secondo lo psicologo, Andrew Ryder, collaboratore dell'autrice dello studio, sostiene che “c'è il modo in cui la gente esprime la depressione, che è quello di avere un umore depresso; e poi c'è quello che utilizzano i cinesi, che è diverso”.

Dopo aver appreso informazioni rispetto a questo processo di somatizzazione che sembra investire la popolazione cinese, il Dottor Ryder ha iniziato a sfogliare la letteratura più antica per trovare ulteriori spiegazioni, senza però raggiungere nessun risultato.

In passato, le persone sostenevano che i cinesi non fossero in grado di esprimere le emozioni nel modo giusto; lo fanno cioè in un modo un po' immaturo.

Anche dopo aver rifiutato questa spiegazione, Ryder non trovò nient'altro che fosse più convincente. Alcuni ricercatori hanno infatti affermato che non erano le persone ad essere psicologicamente immature, ma la lingua.

Essi sostenevano che non esistesse un vocabolario atto a parlare o esprimere le emozioni. In virtù della scarso empirismo associato alle suddette affermazioni, alcuni lavori recenti hanno continuato a dimostrare che i cinesi mostrano relativamente più sintomi somatici rispetto ad altre culture.

Nel 2000, Shirley Yen e collaboratori, presso la Duke University, trovarono più sintomi somatici tra quegli studenti cinesi che richiedevano una consulenza psicologica.

A distanza di un anno, Gordon Parker della New South Wales University, ha confrontato soggetti Asiatici (cinesi e malesi) con quelli provenienti dall'Australia e dall'Europa; entrambi i gruppi soffrivano di depressione.

Hanno così scoperto che i cinesi riportano maggiori lamentele fisiche, mentre gli euro-australiani denunciano maggiormente aspetti inerenti gli stati mentali e l'umore.

Successivamente, nel 2004, uno studio condotto presso il General Hospital del Massachussetts ha rivelato che il 76% di soggetti affetti da depressione, più nello specifico cinesi con cittadinanza americana, descriveva e presentava soprattutto sintomi fisici.

I risultati suggeriscono che i cinesi, nonostante la cittadinanza ed il vivere in un altro paese, non considerano l'umore depresso come un sintomo da segnalare ai loro medici; e molti non conoscono la depressione come un disturbo psichiatrico trattabile”.

Sulla base di ulteriori ricerche, in cui i diversi risultati sono stati incrociati, Ryder e altri ricercatori sono convinti che l'esperienza umana della depressione – e in realtà, di tutti gli stati mentali – è culturalmente modellata, almeno in parte, e che i cinesi tendono a sottolineare più gli stati fisici, rispetto a quelli emotivi o mentali.

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Il grande dibattito si accende pertanto sulle motivazioni che ruotano intorno a questo. A tal proposito Ryder ha affermato:

Penso che vi siano due aspetti da considerare contemporaneamente. Una parte di questa riguarda il fornire una risposta strategica, cioè che i cinesi scelgono di parlare dei sintomi somatici in quanto non in grado di esprimere quelli psicologici. L'altra parte però riguarda il fatto che forse i cinesi stanno sottolineando i sintomi somatici perchè in realtà l'esperienza somatica è veramente più saliente per loro. Stanno riferendo più problemi di sonno perchè li esperiscono realmente. Stanno riferendo più dolore perchè provano più dolore. Penso che sia una possibilità più interessante ed anche molto più controversa”.

Da un punto di vista storico, nel 1980, il Ministro della Salute della Cina confidò ad Arthur Kleinman, psichiatra e antropologo in visita, che in Cina non esisteva una malattia mentale.

Sapevo che erano un mucchio di sciocchezze”, afferma Kleinman, “ma è stato sorprendente sentirlo comunque”.

Per quanto fosse strano, vi erano comunque alcuni dati che sostenevano quella affermazione. Il progetto Global Burder Disease riportava infatti un tasso di depressione del 2,3% in Cina, rispetto al 10,3% negli Stati Uniti.

Se i Cinesi venivano in qualche modo risparmiati dalla depressione, non lo erano certo per un altro disturbo chiamato “nevrastenia”.

Negli anni '80 e '90, quando furono condotti i primi studi di salute mentale, all'interno degli ambulatori psichiatrici cinesi l'80-90% dei soggetti presentava nevrastenia.

Nella clinica ambulatoriale della Hunan Medical College in cui Kleinman è stato ospitato in qualità di psichiatra, la nevrastenia era la diagnosi più comune per pazienti nevrotici.

Kleinman, che insegnava e lavorava ad Harvard e all'Università di Washington, non aveva mai sentito tale diagnosi nelle sue cliniche.

La nevrastenia, descritta nel 1869 da George Miller Beard, comprendeva oltre 70 sintomi, tra cui debolezza, stanchezza, perdita di memoria, vertifini, mal di testa, insonnia, dolore cronico e via dicendo.

Ma negli anni '40 gli Americani iniziarono ad interrogarsi circa la sua validità; alla fine è “caduta” in disparte con altre sindromi troppo vaghe, come l'isteria, in quanto rappresentanti un gruppo di sintomi piuttosto che una patologia specifica.

Ma, mentre la nevrastenia stava svanendo negli Stati Uniti, dall'altra parte, gli psicoanalisti stavano abbracciando il termine “somatizzazione”.

Lo consideravano cioè un meccanismo di difesa primitivo, un modo in cui l'ansia o una paura sepolta nel subconscio poteva attraversare il mondo cosciente. E lo stavano sempre più associando alla popolazione cinese.

A tal proposito, Kleinman quando ospitato presso lo Hunan, ritenne che alla base di tutto questo vi fosse qualcosa di più complesso.

Intraprese pertanto uno studio di “psichiatria transculturale”, esaminando 100 pazienti provenienti dalla clinica ambulatoriale.

Attraverso delle lunghe interviste e test diagnostici, determinò che l'87% di loro in realtà soffriva di depressione e poteva essere trattata con antidepressivi - anche se erano giunti alla clinica lamentandosi dei sintomi corporei e senza lamentarsi di stati d'animo depressivi.

La Cina era, a quel tempo, una nazione fresca dal terrore della rivoluzione culturale.

Kleinman credeva che i cinesi non si sentissero abbastanza sicuri per esprimere le proprie emozioni, in quanto potevano essere interpretate come critiche al governo.

Al contrario, si lamentarono intenzionalmente di mal di testa o dolori, un grido di aiuto che era però privo di interpretazione politica.

Le sue scoperte hanno così tracciato le increspature delle comunità psichiatriche cinesi.

È stato lo studio di un americano in un momento in cui la Cina si stava adattando ad un cambiamento drastico da Mao Zedong a Deng Xiaoping”, scrive Sing Lee, professore presso il Dipartimento di psichiatrica dell'Università di Hong Kong.

Ma implicava anche qualcos'altro: che i cinesi non stessero leggendo con precisione i loro sentimenti.

“il contesto culturale ti dice solo quanto e a cosa è importante prestare attenzione”

Di solito quando si sviluppa la depressione, si è colpiti da tanti cambiamenti culturali nella tua mente. Stai pensando diversamente, ti senti diversamente. Sei essenzialmente alla ricerca di una qualche spiegazione nel tuo ambiente culturale e, se tu sei in Cina e le persone che ti circondano parlano di nevrastenia, ti diranno a cosa è importante prestare attenzione”, ha proseguito l'autrice.

Proprio come ha imparato la costellazione di Orione da suo padre, un ragazzo cinese avrebbe potuto usare le stesse stelle per vedere una forma diversa: la Tigre Bianca dell'Occidente, per esempio.

Nei suoi esperimenti, la Chentsova-Dutton sta portando studenti cinesi e americani nel suo laboratorio per mettere le loro costellazioni emotive alla prova.

Nel suo studio più recente, ancora in fase di revisione, ha mostrato a giovani donne cinesi ed europee un film triste e animato.

Durante la visione del film, i ricercatori hanno misurato le loro attività fisiologiche, registrato le loro espressioni facciali e invitato a compilare degli strumenti self-report.

Chentsova-Dutton ha scoperto che le donne cinesi hanno riportato maggiori sensazioni corporee.

Hanno infatti osservato che il loro battito cardiaco nonché respirazione erano cambiati, si erano manifestati brividi corporei e cambiamenti nella temperatura corporea.

Entrambi i gruppi hanno riferito di aver sentito tristezza, ma le donne cinesi hanno anche riportato alcuni sentimenti positivi. Nonostante il film era triste, hanno apprezzato la bellezza delle illustrazioni, per esempio.

L'autrice ha raccontato poi un'antica favola cinese, della tradizione Taoista, di un contadino e di un cavallo.

Un giorno il cavallo si allontana, ed il vicino del contadino dice: “mi dispiace per il tuo cavallo, è una cosa brutta che sia scappato”. L'agricoltore risponde: “chi sa cosa è buono o cattivo?”; il giorno dopo il cavallo ritorna insieme ad un'altra dozzina di cavalli, ed il vicino dice: “che fortuna!”, e l'agricoltore dice “Chi sa cosa c'è di buono o cattivo?”.

La morale è che con ogni fortuna arriva una piccola miseria e viceversa. Niente è puramente buono o cattivo, il classico modello Yin-yang.

I partecipanti dell'esperimento, guardando il film triste, stavano esibendo questa lezione, o quello che comunemente si chiama “script culturale”.

Anche se scritto migliaia di anni prima, il racconto stava influenzando il modo in cui avevano sperimentato le loro emozioni e, anche, i loro corpi.

Ci si potrebbe quindi chiedere se quelle sensazioni erano reali, se la vertigine era reale.

Chentsova-Dutton dice che dipende da quello che si pensa sia reale. Non c'era qualcosa di “vero” che succedeva nel corpo; ma lei non pensa che i suoi soggetti fingono o adottino strategie.

Lei pensa semplicemente che tali sensazioni provengano dal cervello, il quale rende l'esperienza molto reale.

Ogni costellazione ha quindi un suo significato intrinseco. In America, ad esempio, e nei paesi Occidentali ci viene insegnato a monitorare e prestare attenzione alle emozioni. Sono cioè, le stelle più brillanti, i punti che raccontano la storia di “noi”.

In altri paesi, quelle stelle non sono le più luminose; i contesti esterni sono più importanti, altre persone, la famiglia, il corpo e via dicendo.

Solo perchè i cinesi sentivano sensazioni fisiche non significava che le loro esperienze emotive erano inumidite o sostituite dalle sensazioni corporee. Infatti, i cinesi mostravano una risposta più complessa rispetto agli americani.

“Se una favola taoista può cambiare i tipi e le varietà di emozioni che la gente sente, potrebbero essere gli script culturali a cambiare il nostro cervello?”.

In un campo emergente chiamato neuroscienza culturale, la risposta sembra essere positiva.

Mary Helen Immordino-Yang, una neuroscienziata culturale presso l'Università della California del Sud, sta attualmente completando uno studio per capire come la cultura e l'ambiente modellano il nostro cervello e la percezione di noi stessi.

All'interno della ricerca ha esaminato tre gruppi: gli studenti americani, quelli inglesi ed i cinesi.

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Quando guardava come le loro attività neurali rispondessero alle esperienze emozionali - quello che cioè stavano sentendo in quel preciso momento – trovò “differenze culturali molto sistematiche”, nella regione insulare anteriore, quella parte del cervello che mappa gli stati viscerali e che ci rende consapevoli dei nostri sentimenti.

Le sue scoperte hanno dimostrato che l'attività in diverse parti dell'insula è stata associata con sentimenti di 'forza' a seconda della cultura del partecipante.

Le modalità con cui i nostri cervelli sono cablati e sviluppati sono modellati dalla cultura in cui siamo cresciuti.

La risposta al “come ti senti”, potrebbe quindi essere solo letta a partire dal passato specifico del soggetto.

Jeanne Tsai, Psicologa culturale presso l'Università di Stanford, che da oltre 25 anni studia le emozioni e la cultura negli asiatici, ha cercato di capire da dove provengano le informazioni contestuali.

Ha esaminato i racconti dei bambini negli Stati Uniti ed in Taiwan, i tipi di sorrisi che i leader mostrano nelle loro foto ufficiali e le immagini presenti nei social media delle persone comune.

Tra le diverse cose, ha scoperto che gli europei e gli americani mostrano sorrisi animati.

Dal suo lavoro si è osservato che le culture europee ed americane valorizzano gli stati eccitatori, rispetto a quelle orientali che valorizzano quelle calme e stoiche.

Ciò può essere visto anche nell'attivazione del cervello: i cittadini cinesi troveranno la visione di volti eccitati come meno gratificante rispetto agli euro-americani.

Queste variazioni potrebbero così estendersi anche alla depressione, secondo la Tsai, poiché è un altro esempio di una definizione stretta di come un'emozione dovrebbe manifestarsi.

In altre culture, potrebbe semplicemente non essere vero.

Volendo concludere, “molte culture non hanno nemmeno un concetto generale di emozione, ma ciò non significa che non abbiano esperienze emotive specifiche. Penso che la psichiatria e la psicologia privilegiano la capacità della gente di articolare i loro stati in termini di stati mentali e di stati psicologici. Ma potrebbe essere simile il descrivere le proprie emozioni in termini di stati fisici”.

 

(a cura della Dottoressa Giorgia Lauro)

 

 

 

 


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