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DEPRESSIONE: la perdita e la colpa

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Il termine “depressione” è ormai entrato nel linguaggio comune e viene frequentemente utilizzato per descrivere diverse condizioni psicologiche.

depressione perdita colpaFrasi del tipo “..oggi mi sento un po’ depresso…” sono tipiche di chi vuole sottolineare l’abbassamento temporaneo del proprio umore.

Peraltro nell’accezione popolare la depressione è il disturbo psichico per eccellenza; viene inteso come patologia che può essere contratta dalle persone “normali” e che segna il confine con l’altra patologia, quella mentale, la “pazzia”.

Spesso il termine viene utilizzato in modo improprio dai media, stampa e Tv, che puntualmente, facendo la cronaca di eventi tragici come i raptus omicidi assegnano la responsabilità dell’atto ad un improvvisa sindrome depressiva dell’omicida; ciò suscita inutili e spiacevoli angosce in chi soffre davvero di tale disturbo.
Dopo eventi di questo tipo, mi sono sentito chiedere da qualche cliente: “potrei farlo anch’io? ...potrebbe accadere anche a me?….”.

La diagnosi di Depressione

Sappiamo che la depressione non è una malattia dell’era moderna; Seneca, nel “De Tranquillitate Animi” , circa duemila anni fa scriveva:
“…Il male che ci tormenta non è nel luogo in cui ci troviamo, ma è in noi stessi. Noi siamo senza forze per sopportare una qualsiasi contrarietà, incapaci di tollerare il dolore, impotenti a gioire delle cose piacevoli, sempre scontenti di noi stessi...”

Oggi, il D.S.M. (acronimo di Manuale Diagnostico-Statistico dei disturbi mentali), adottato dalla comunità scientifica internazionale, definisce i criteri secondo i quali possiamo effettuare la diagnosi di depressione.
Tralasciando le varie articolazioni del disturbo come le tipologie reattive, distimiche e bipolari e puntando l’attenzione sull’Episodio Depressivo Maggiore, il D.S.M. stabilisce che 5 o più dei sintomi sottoindicati debbano essere presenti per almeno un periodo di due settimane e che uno di questi debba essere rappresentato da umore depresso o perdita di interessi e di piacere.
Vengono esclusi dai criteri diagnostici le alterazioni psicologiche dovute all’assunzione di sostanze (farmaci, alcol, droghe); i sintomi secondari a patologie diverse e le condizioni di “lutto” dovute alla perdita di persone affettivamente importanti.

Episodio Depressivo Maggiore

I sintomi possono essere rappresentati principalmente da:

  • Umore depresso per la maggior parte della giornata; il soggetto descrive una condizione di forte tristezza, vuoto; si sente imprigionato, senza via d’uscita.
  • In alcuni casi è presente un quadro di aumentata irritabilità associata o meno a disturbi di tipo somatico o dolori diffusi.
  • C’è una marcata diminuzione di interesse o di piacere fino al totale disinteresse per quasi tutte le attività precedentemente svolte; non fanno eccezione attività legate al tempo libero, al divertimento, alla sessualità.
  • Diminuzione o aumento dell'appetito oppure alterazioni significative del peso corporeo ; alcuni riferiscono di dover fare uno sforzo notevole per alimentarsi.
  • Insonnia o ipersonnia quotidiana. In particolare l’insonnia, caratterizzata da risvegli notturni e la successiva difficoltà a riprendere sonno, è il disturbo maggiormente associato alla depressione.
  • Agitazione psicomotoria, osservabile anche dagli altri, come l’incapacità di stare fermi o seduti e la necessità di camminare continuamente avanti e indietro.
  • Rallentamento psicomotorio, osservabile anche da altri, associato o meno a rallentamento del pensiero, dei movimenti o dell'eloquio, con lunghe pause prima delle risposte fino al mutacismo.
  • Marcata affaticabilità e mancanza di energia. Il soggetto si sente stanco senza far nulla ed ogni piccola cosa rappresenta uno sforzo, a cominciare dall’alzarsi dal letto, lavarsi, vestirsi.
  • Sono presenti sentimenti di inadeguatezza, autosvalutazione e colpa eccessivi e non realistici; ruminazioni ideative su piccoli errori del passato. E’ possibile che il soggetto si attribuisca un senso di responsabilità esagerato rispetto ad eventi spiacevoli e non perda occasione per rimarcare, di fronte anche a situazioni banali, la propria inadeguatezza.
  • Possono essere presenti una ridotta capacità di pensare e di concentrazione; distraibilità, deficit di memoria; marcati sentimenti di indecisione.
  • Pensieri ricorrenti di morte, paura della morte e/o idee di suicidio; l’idea della propria morte può essere vista come via d’uscita da una situazione immodificabile e intollerabile.
Il caso di Marta

Marta ha intorno ai 40 anni; ha un incarico di responsabilità e prestigio nell’azienda in cui lavora. E’ sempre stata persona efficiente e capace nello studio come nel lavoro; molto disponibile e generosa nei rapporti interpersonali.
Ha molti amici che l’apprezzano. Vive con i genitori, benestanti; da diversi anni ha un fidanzato verso il quale dice di nutrire affetto.
Da 2 anni ha una relazione “clandestina” con un uomo sposato, padre di tre figli; relazione definita piena di passione e sensualità.
La vita di Marta scorre così, in questo apparente equilibrio tra famiglia, lavoro e affetti.
All’improvviso, da alcuni mesi, Marta inizia a sviluppare una serie di disturbi fisici che la costringono a letto con forti dolori. I controlli medico-diagnostici escludono la presenza di patologie specifiche.
Ai dolori si sostituisce, nel tempo, uno stato di profonda prostrazione; non ha più energie fisiche; passa alcune giornate intere a letto, al buio, senza quasi alimentarsi, con pianti frequenti; il sonno è disturbato e ridotto a poche ore. Nulla è in grado di interessarla o stimolarla. Rifiuta le visite o le telefonate delle persone a lei vicine. Ai genitori che provano a consolarla spesso risponde con irritazione e ostilità.
Il tono dell’umore è sempre più caratterizzato da angoscia e disperazione; è ossessionata dalla paura di perdere le persone che ama, si sente sola e incapace.
A volte inizia a pensare e progettare il proprio suicidio; a volte pensa alla morte con terrore.
Se le chiedessimo come si sente ci direbbe: “….la vita non ha più senso per me…. non ho più forza, non ho più voglia di niente…. nessuno può aiutarmi… non valgo nulla…sono incapace di tutto….”
E’ indubbio come il caso di Marta soddisfi i criteri per la diagnosi di depressione. I sintomi cominciano ad attenuarsi con l’inizio di una terapia farmacologia antidepressiva; con il passare del tempo le condizioni generali migliorano e consentono a Marta di ritornare al lavoro ed ad una vita sociale più o meno regolare. Ma qualcosa sembra definitivamente cambiato. Marta non è più quella di prima. Permane un senso di tristezza di fondo; la sensazione di dover compiere uno sforzo anche per le più banali azioni quotidiane; il timore ricorrente di poter perdere qualche persona cara; mancanza di stimoli e desideri ed un senso generale di inutilità.

Significati personali e depressione

La storia di Marta ci ha fatto notare come nella depressione vengano a modificarsi i significati che la persona attribuisce a se stessa ed alla propria vita, con l’emersione di sensi di colpa, inadeguatezza ed inutilità marcati: si è imprigionati e prostrati in una condizione senza prospettiva e vie d’uscita. Perché?
Ritengo che gli assunti della psicologia cognitivo - costruttivista ed in particolare della Psicologia dei Costrutti Personali di G.A. Kelly ci aiutino a rispondere a queste domande.

La Psicologia dei Costrutti Personali

Secondo l’ottica costruttivista le persone differiscono tra loro non tanto perché ognuno vive esperienze diverse, quanto perché ognuno le costruisce e le organizza soggettivamente in maniera diversa.
Possiamo considerare la personalità come una struttura organizzata in un sistema di significati in relazione tra loro.
La persona, intesa in termini psicologici, è un sistema di significati (costrutti).
Definiamo costrutti (significati) le unità di discriminazione attraverso i quali la persona attribuisce un senso a sé stesso, agli altri e alla propria vita.
Nel corso dello sviluppo il sistema di conoscenza personale evolve e cresce attraverso l’elaborazione attiva (soggettiva) del campo percettivo: la persona è come in uno stato permanente di moto; il movimento è dato dal processo di attribuzione di significati che avviene man mano che si costruisce l’esperienza.

Sviluppo del sistema

Lo sviluppo emotivo ed affettivo del bambino è regolato dal tipo di relazioni che si determineranno nel tempo con le figure di “attaccamento”.
Il neonato vive una simbiosi biologica e funzionale con la madre prima di iniziare una lenta e graduale differenziazione che lo condurrà verso un senso di identità e autonomia personali.
Madre e bambino sono individui diversi che vivono un rapporto esclusivo e condividono in maniera complementare lo stesso scopo. La relazione in questa fase è regolata da aspettative innate e reciproche che riguardano le dimensioni dell’accudire/essere accudito; proteggere/essere protetto; trasmettere/ricevere cibo, affetto, calore ecc.
Nei primi mesi di vita il sistema di costrutti agisce ad un livello primitivo, pre-verbale e inconsapevole di discriminazione.
La percezione di temi ricorrenti e di eventi ripetuti consentirà al bambino di costruire la variabilità e quindi il senso della propria condizione; in questa fase opera un numero limitato di costrutti, che vengono definiti comprensivi in quanto attribuiscono il significato ad un’ampia varietà di eventi e situazioni.
Potremmo. ad es., definire “benessere – angoscia” il costrutto che discrimina tutte le situazioni in cui il neonato si sentirà accudito, protetto, sazio e viceversa.
I costrutti che operano discriminazioni a livello fisiologico ed emotivo in alcuni casi rimangono non verbalizzabili anche dopo l’acquisizione del linguaggio e possono manifestarsi attraverso meccanismi di somatizzazione.
Ricordo un cliente, agente di commercio che, ogni volta, prima di assentarsi da casa per un viaggio di lavoro provava bruciore allo stomaco associato ad una sensazione di ansia; tale disturbo puntualmente spariva dopo la partenza.
In terapia, emerse come quel malessere fosse stato provato per la prima volta all’età di 6 anni quando, contro il suo volere, fu mandato alcuni giorni in colonia estiva; il bruciore di stomaco esprimeva l’angoscia della prima separazione dai genitori e, agli occhi del bambino di allora, anticipava una condizione di solitudine.
L’ulteriore elaborazione permise al mio cliente di divenire consapevole che ogni viaggio di lavoro implicava per lui, almeno inizialmente, un disagio legato al doversi separare dalla moglie e dal figlio e un indefinito senso di solitudine, nel pensarsi lontano da loro.
In questo caso il bruciore di stomaco rappresentava un costrutto non verbale applicato alle situazioni costruite come distacco e solitudine.

Dicotomia dei Costrutti

In realtà i costrutti oltre che esperiti, possono essere identificabili e descrivibili mediante il linguaggio ma, in quanto discriminazioni, non corrispondono all’etichetta verbale relativa.
Ogni costrutto ha, infatti, una struttura dicotomica costituita da due poli corrispondenti a due significati in opposizione tra loro; la peculiarità è che tale opposizione è prettamente psicologica e non logica o semantica.
Supponiamo che un’ipotetica ragazza, Lory, descriva i propri amici così:
“Giorgio mi fa sentire compresa e accettata; Carla si sente inferiore agli altri e per questo si mostra sempre disponibile ; Marino è simpatico ma invidioso; Letizia è aperta e sincera….”
La descrizione di Lory ci da un quadro dei punti di vista che ha sui propri amici; tali punti di vista rappresentano un campione significativo di costrutti personali applicati alla realtà, in questo caso ai suoi amici.
Volendo essere più precisi dobbiamo sottolineare che, nel nostro esempio, Lory ha espresso quello che definiamo polo emergente dei costrutti; in realtà se volessimo approfondire il sistema di costruzione di Lory, dovremmo necessariamente chiederle come descriverebbe il polo di contrasto dei costrutti stessi: ad es.: “se non ti sentissi compresa come ti sentiresti?” ; oppure “chi non si ritiene inferiore agli altri come si sente? ….com’è una persona non disponibile?….ecc.”
Infatti per comprendere i costrutti è necessario conoscere non solo gli elementi che si applicano al polo emergente ma anche quelli che si applicano al polo di contrasto: è in questa opposizione di significati, che individuiamo la natura personale del sistema.
Inoltre è nella relazione tra costrutti che comprendiamo la complessità dei significati che la persona di volta in volta applica alla propria realtà; infatti, essendo organizzati gerarchicamente e operando a diversi livelli di astrazione, i costrutti hanno implicazioni variabili a seconda degli elementi o eventi che prendono in considerazione.
Ad es. se mi sento “obbligato” a fermare l’auto davanti ad un semaforo rosso, sto applicando alla realtà un significato che risulterà diverso se, in altra situazione, mi sentissi “obbligato” a fermare l’auto per soccorrere un ferito dopo un incidente stradale.

Crescita e blocco del sistema personale di conoscenza

Il postulato fondamentale della teoria afferma che “i processi psicologici della persona sono canalizzati dai modi in cui essa anticipa gli eventi”.
In altri termini, dare un senso a qualcosa corrisponde alla possibilità di fare previsioni su quel qualcosa.
L’esperienza di ognuno è infatti regolata da un processo previsionale variabile attraverso il quale vengono orientati i comportamenti, le scelte e viene costruito il senso della propria prospettiva.
Ad es.: se considero (costruisco) il mio amico come “altruista”, prevedo (anticipo) che aiuti gli altri quando ne hanno bisogno; ma se ritenessi successivamente che egli è “altruista” solo quando può ottenere dei favori in cambio, tale costrutto verrebbe invalidato e il mio sistema di conoscenza evolverebbe attraverso una revisione di quel significato: verrebbero validati nuovi costrutti che produrrebbero nuove anticipazioni sul mio amico.
Kelly utilizzò la metafora “dell’uomo come scienziato” per evidenziare che come scienziati gli uomini sottopongono a verifica permanente il proprio sistema di conoscenza.
La crescita e il cambiamento del sistema sono direttamente connessi al continuo processo soggettivo di revisione e re-attribuzione di significati che procede mediante una personale validazione - invalidazione di ipotesi.


Depressione come costrizione

Abbiamo visto come la conoscenza personale si sviluppi naturalmente lungo un continuum temporale; la costruzione di esperienze passate consente l’anticipazione di eventi futuri: così “portiamo avanti” noi stessi lungo la strada della vita.
In tale ottica il disturbo psicologico, nel caso specifico la depressione, è intesa come impossibilità a superare un’invalidazione; la persona diventa come uno scienziato incapace che, nonostante i risultati nulli, continua a ripetere lo stesso esperimento, senza riuscire ad elaborarne nessun altro.
Nella depressione uno degli aspetti più evidenti è proprio l’incapacità dell’individuo di “portare avanti” sé stesso: la perdita di stimoli e desideri, il senso d’inutilità, il fatto che ogni cosa sia uno sforzo, la chiusura in sé e gli altri sintomi depressivi sono generati dal fallimento dell’esperienza personale costruita sin lì; ciò che prima aveva significato poi non lo ha più; si è imprigionati dalla mancanza di una prospettiva, non si è più in grado di orientare le proprie scelte e i propri comportamenti e non sono percepibili strade alternative possibili.
Ciò che avviene è una vera e propria “costrizione” della vita.
Kelly definisce costrizione il restringimento del campo percettivo finalizzato a minimizzare delle incompatibilità evidenti del sistema di costrutti.
In altri termini, la depressione e tutto il complesso dei suoi sintomi sono “funzionali” all’impossibilità di procedere: chiudendosi in sè, limitando l’esperienza e restringendo le possibilità di vivere la persona si difende dalla minaccia di andare verso un ulteriore scompenso del sistema.
E’ come spegnere deliberatamente la luce: non sapendo prevedere ciò che sta davanti a noi e temendo di scontrarci contro qualcosa di imprevedibile e ingestibile, con il buio giustifichiamo il fatto di non muoverci.


Invalidazione, Colpa e Perdita del Ruolo

Di fronte ad una persona depressa dobbiamo sempre chiederci: cosa l’ha portata a sentirsi così? Quali dimensioni di significato sono state invalidate? Perché la persona rimane bloccata rinunciando all’esplorazione di possibili alternative costruttive?
Sin dagli studi di Freud sulla melanconia la “perdita” è stata ritenuta un elemento centrale e significativo nello sviluppo del disturbo depressivo.
Le “diverse” psicologie hanno parlato di perdita di sé e/o dell’altro; di perdita assoluta o relativa; di lutto; di perdita di ruolo e/o di significati.
E’ indubbio come tutte queste possibilità possano ricondurci ad una qualche forma di depressione.
Da un punto di vista costruttivista viene posto l’accento sulla perdita del Ruolo.

Il Ruolo

La costruzione del Ruolo inizia nell’infanzia a partire dalle relazioni “primarie” con le figure di “attaccamento”: gli atteggiamenti, le emozioni, i comportamenti e le comunicazioni verbali che caratterizzano, in particolare, la relazione con la madre prima e poi con le altre figure, forniranno al bambino un fondamentale punto di riferimento per la generazione di significati personali e risulteranno determinanti per lo sviluppo successivo.
Tale processo si modificherà ed evolverà man mano che aumentano le relazioni: coetanei, insegnanti, altre persone e situazioni in genere forniranno al bambino la base per l’ampliamento del proprio sistema di conoscenza.
L’unicità e la complessità delle esperienze soggettivamente costruite, attraverso il libero e imprevedibile gioco delle validazioni (e invalidazioni) “sociali”, coinciderà con il sistema personale di costrutti.
In linea con ciò s’intende per Ruolo un ampio sotto-sistema di costrutti che attribuisce significati al Sé e agli altri.
Attraverso i costrutti di ruolo cerchiamo di comprendere noi stessi e gli altri nelle cose che facciamo, nelle scelte che operiamo e nelle relazioni che instauriamo.
In altri termini, per utilità descrittiva, possiamo (arbitrariamente) suddividere il Ruolo in tre principali dimensioni così definibili:
- chi sono io
- chi sono gli altri per me
- chi sono io per gli altri
A seconda del tipo di elementi che il sistema prende in considerazione, le tre dimensioni, strettamente interconnesse, possono produrre significati positivi o negativi, coerenti o incoerenti tra loro.
Ad es. la nostra Lory descrivendo il proprio Ruolo potrebbe affermare:
- sono tenace e determinata quando devo raggiungere un obiettivo = (chi sono io)
- amo i miei genitori; essi sono la mia guida = (chi sono gli altri per me)
- a volte ho timore di non essere all’altezza delle loro aspettative = (chi sono io per gli altri).
Di seguito potremmo ipotizzare che il Ruolo di Lory, implichi anche il sentirsi una persona competente (chi sono io) e che per questo si senta apprezzata dai suoi amici (chi sono io per gli altri) e che ritenga importante guadagnarsi la stima degli altri (chi sono gli altri per me) e così via…
Da questo breve esempio possiamo comprendere come il Ruolo comprenda un sottoinsieme complesso e articolato di significati, che sono in relazioni molteplici tra loro e possono venire applicati ad un campo di pertinenza molto ampio.
Il Ruolo è da ritenersi centrale nella vita della persona in quanto costituisce la struttura psicologica portante che guida l’individuo nelle sue relazioni, al di là che i costrutti implicati siano adattivi o meno.

La Colpa

Se si verifica , dunque, ad un qualche livello, un’invalidazione del Ruolo il sistema personale può andare incontro ad uno scompenso strutturale anche grave.
La conseguenza è lo sviluppo di una transizione di Colpa.
Kelly definisce la Colpa come “la consapevolezza della rimozione del Sé dalla struttura nucleare del Ruolo”.
In altri termini la Colpa non corrisponde tanto al commettere qualcosa di sbagliato (come comunemente si potrebbe intendere) bensì alla dolorosa scoperta di non essere quello che pensavamo di essere o che abbiamo sempre cercato di essere.
La Colpa corrisponde ad un fallimento del Sé, alla consapevolezza di una perdita del Ruolo sin lì costruito.
Prendiamo ad es. un genitore che ritenga che essere un “bravo padre” significhi educare con severità il proprio figlio al fine di temprarne un carattere “forte”; ipotizziamo che, ad un certo punto, egli scopra che la sua severità piuttosto che “forte” abbia reso il proprio figlio insicuro e timoroso; a questo livello il Ruolo del “bravo padre” verrebbe invalidato e si verificherebbe una transizione di Colpa, quale fallimento di quella specifica dimensione personale.
In questa evenienza sono possibili più strade: la prima, auspicabile, corrisponde al naturale processo di crescita della conoscenza che, in seguito ad un’invalidazione, comporta la revisione dei significati e la costruzione di alternative percorribili.
Il nostro genitore potrebbe rielaborare la Colpa in maniera “aggressiva” cioè ricercando e sperimentando nuove modalità educative e di relazione col proprio figlio (nella psicologia dei costrutti personali l’aggressività è una transizione che corrisponde all’elaborazione attiva del campo percettivo). Ciò consentirebbe di validare nuovamente il costrutto “bravo padre”, addirittura rafforzandolo e aumentandone le implicazioni.
Un’altra strada possibile (meno auspicabile) è quella dell’ostilità: il nostro genitore, per eliminare le evidenti incongruenze della propria costruzione e limitare gli effetti della Colpa, potrebbe, ad es., continuare a ricercare motivazioni positive al fatto che la severità sia la giusta modalità educativa evitando, parallelamente, qualsiasi verifica dei reali effetti della stessa sulla psicologia del figlio (definiamo “ostilità” lo sforzo di estorcere prove validazionali a favore di un tipo di previsione sociale che è già stata riconosciuta come un insuccesso).
Oppure potrebbe restringere il proprio campo percettivo solo ad alcuni degli elementi in gioco (nel senso della costrizione) e decidere di disinteressarsi del figlio ritenendolo incapace di diventare “forte” nonostante la “bontà” dell’educazione ricevuta; (in ogni caso sottolineiamo come la transizione di ostilità o il meccanismo della costrizione non siano consapevoli o volontari bensì espressioni di una resistenza implicita alla revisione del sistema).


Percorsi personali caratterizzati dalla Colpa

Abbiamo visto come nella comune esperienza di ognuno ci si possa trovare di fronte ad invalidazioni del Ruolo e allo sviluppo di possibili transizioni di Colpa.
In casi specifici la Colpa può invece rappresentare una costante implicita nella vita della persona; una minaccia costante generata a partire dal tipo di relazioni primarie che si sviluppano nel rapporto con una figura di “attaccamento”.
La costruzione nel bambino di un Ruolo personale adeguato può, infatti, essere pregiudicata da un genitore (o sostituto) che tenda stabilmente ad avere atteggiamenti ostili, ipercritici e squalificanti nei confronti del proprio figlio e verso il quale abbia aspettative e formuli richieste eccessive.
Se durante la fase di strutturazione dei costrutti di Ruolo, il bambino viene sottoposto a frequenti invalidazioni da parte del genitore, i costrutti relativi al Sé veicoleranno un senso personale di negatività e inadeguatezza; ciò parallelamente costituirà la minaccia di “perdere” la relazione col genitore stesso , che verrebbe costruito come persona incapace di comprensione e al quale non è possibile affidarsi per i propri bisogni.
Essendo nella necessità di mantenere comunque una relazione col genitore e alla ricerca di un Ruolo possibile, il bambino opererà una “costrizione” rispetto a tutti quegli aspetti che risultano non adeguati agli occhi del genitore; in sintesi cercherà di essere un bambino “bravo “ nel tentativo di soddisfare le altrui aspettative; per contro svilupperà un Sé interiore fortemente insicuro rispetto alla propria adeguatezza e amabilità. Tale insicurezza, sarà spesso canalizzata da costrutti non verbali e si manifesterà attraverso malesseri e somatizzazioni.
La prima e seconda infanzia sono un periodo in cui la dipendenza dal genitore è essenziale alla vita stessa: la relazione col genitore e la costruzione del Ruolo personale sono, dunque, strettamente interconnessi.
Nel caso specifico avremo un bambino sottoposto alla costante minaccia di perdita del proprio Ruolo (la Colpa), che a quell’età, corrisponde esattamente alla minaccia di perdere l’Altro (da cui si dipende).
Nella storia psicologica della persona depressa riscontriamo frequentemente questo tipo di percorso.


Perdita del Ruolo e Depressione

Esiste una vasta letteratura sulla personalità pre-morbosa dei futuri depressi che rileva una singolare organizzazione cognitiva consistente in una marcata disposizione ad affrontare con forte impegno ed energia le attività, anche le più comuni, della propria vita. Tutto è orientato allo sforzo per il raggiungimento di obiettivi, anche se banali, anche nella quotidianità. Il futuro depresso può essere una persona efficiente, di successo, vitale.
Bowlby (il padre della Teoria dell’Attaccamento) definisce autosufficienza compulsiva (compulsive self-reliance) questa particolare disposizione.
E’ dimostrabile che un bambino con un percorso psicologico caratterizzato dalla Colpa abbia sviluppato tale disposizione al fine di fronteggiare il rischio permanente di una perdita di Ruolo. L’impegno e lo sforzo finalizzati al poter essere “adeguato” per l’altro (generati nel rapporto primario con un genitore invalidante) saranno una costante nella sua vita. Tale schema si trasferirà infatti anche alle altre figure affettivamente importanti.
Ci troviamo di fatto di fronte ad una persona che ha precocemente “imparato” a:
sentire l’ostilità altrui; non sentirsi compreso; sapere di non poter contare sull’altro; dubitare della propria amabilità; sentirsi inadeguato alle aspettative altrui; essere minacciato dalla possibilità di perdita di una figura di “attaccamento”. L’autosufficienza compulsiva diventa dunque l’armatura che il futuro depresso utilizzerà con tenacia ed energia nel rapporto con la propria vita, sino al momento in cui un’invalidazione, costruita come “insuperabile” lo faccia precipitare in quella perdita di Ruolo dalla quale, sin lì faticosamente, aveva tentato di difendersi.
E’ frequente la sorpresa e l’incredulità di parenti e conoscenti della persona depressa che confrontando lo stile personale pre-morboso, non riescono a comprendere il perché di tanto cambiamento. Si sente spesso sottolineare quanto la persona fosse attiva, energica, impegnata, sempre con la voglia di fare e disponibile verso gli altri; ciò contrasta nettamente con la chiusura in sé, la perdita di stimoli e di forza, l’incapacità a compiere banali azioni quotidiane ecc. che caratterizzano poi la condizione successiva.
In realtà, abbiamo già visto come, nel depresso, questo corrisponda ad un processo di “costrizione”, funzionale all’impossibilità di procedere; ciò che aveva consentito alla persona di “portare avanti” sé stessa sino a quel punto della vita, è stato, evidentemente, invalidato a sua volta. Per cui non si hanno più a disposizione riferimenti e significati utilizzabili per costruire un’altra prospettiva possibile.
Come può avvenire ciò?
Torniamo a parlare di Marta, cercando di comprendere dalla sua storia psicologica, lo sviluppo successivo della depressione.

I genitori di Marta

Il padre, spesso assente per lavoro durante l’infanzia di Marta, è da sempre una figura idealizzata; Marta parla di lui con profondo affetto definendolo “il mio sole”, “la persona che più ho amato nella vita”, “il pensiero di poterlo perdere mi distrugge….” L’idealizzazione del padre nasce anche per contrasto al rapporto con la madre descritta così: “è sempre stata esaurita, nevrotica; passava le giornate a letto a lamentarsi o seduta davanti alla televisione; io da sola, fin dalle elementari dovevo pensare alle cose di casa e a lei. Mai un gesto d’affetto, mai un bacio, mai un incoraggiamento; o mi parlava delle sue disgrazie o mi rimproverava: per lei non facevo mai abbastanza e mi sentivo spesso impotente e incapace di fronte alle sue richieste. Controllava quello che facevo, come mi vestivo e aveva sempre qualcosa da ridire; c’era sempre qualcosa che non andava bene. Per tutta la settimana stringevo i denti, a volte piangevo, poi mi tiravo su pensando al venerdì sera quando sarebbe tornato papà. Per lui ho resistito; sono sempre stata brava a scuola e ho sempre cercato di dare il meglio di me….”
L’infanzia di Marta, è stata dunque caratterizzata da una relazione materna carente e invalidante sul piano affettivo; parallelamente, la relazione con il padre, tanto “amato” quanto “assente”, ha ulteriormente validato i costrutti di Ruolo relativi all’essere “adeguati” per l’altro e al doversi “meritare” l’affetto.

Il Ruolo e la Colpa

Se provassimo ad individuare alcuni dei costrutti che si sono man mano generati durante l’infanzia di Marta (a partire dalla relazione con la madre) evidenzieremmo lo sviluppo di un Ruolo personale caratterizzato dalla Colpa e un’organizzazione conoscitiva così sintetizzabile:
- chi sono io
impotente, obbligata, sola, non amabile
- chi è l’altro per me
non mi comprende, non ci posso contare, non può aiutarmi
- chi sono io per l’altro
non valgo, non sono importante, non merito il suo amore.
La carenza di affetto e protezione, le richieste continue, i rimproveri e il non apprezzamento per ciò che veniva fatto hanno precocemente veicolato in Marta una percezione di Sé come persona non amabile, di non valore (proprio in quella fase della vita in cui i bisogni di attenzione e cura da parte del genitore sono fondamentali per il bambino). La Colpa, per Marta, è stata una minaccia costante che l’ ha spinta, pur di mantenere la relazione con la madre, a portare avanti con sacrificio e sofferenza tutte le richieste. In situazioni di questo tipo, il bambino, non possedendo altri sensi da attribuire alla realtà, tende ad assegnare a sé stesso la responsabilità di ciò che accade; è come se pensasse: “se non ricevo l’amore e la protezione di cui ho bisogno sono io che non valgo, sono io che non lo merito; devo fare qualsiasi cosa per non perdere quello che ho”.

L’equilibrio dell’Autosufficienza

L’adolescenza e l’età adulta rappresenteranno per Marta un periodo meno triste; consegue ottimi risultati negli studi prima e nel lavoro poi; è sempre disponibile verso gli altri e si conquista la stima di chi la conosce anche se il rapporto con la madre rimane difficile, doloroso. Marta imposta la sua vita sulle aspettative e i “principi” familiari che la vogliono “brava ragazza”; dopo un primo amore giovanile che viene ostacolato, si fidanza con un ragazzo proveniente da una famiglia “gradita” ai genitori.
Questa è la fase dell’equilibrio, della stabilizzazione attraverso il meccanismo dell’autosufficienza compulsiva. Il Ruolo personale canalizza comportamenti rigidamente finalizzati al raggiungimento di obiettivi personali, lavorativi, affettivi, sociali. Tutto è regolato dalla necessità di essere adeguata per “l’Altro”. L’autosufficienza consente di differire la Colpa che, però, si ripropone come “sfondo” psicologico, tutte le volte che il timore di non riuscire ad essere all’altezza delle aspettative altrui, anticipa il pericolo di una perdita di Ruolo.

Gli affetti

Il fidanzato è una persona insicura, immatura, le cui problematiche psicologiche e di relazione rendono, dopo alcuni anni, difficile il rapporto. Marta, comunque, si rende disponibile ad aiutarlo, a comprenderlo; subisce, anche quando lui le manca di rispetto, pur di non pregiudicare la relazione. A volte, nei momenti più difficili, le balena in mente l’idea di rompere il fidanzamento, ma prontamente la scaccia via.
Il suo Ruolo non le consente di fare scelte: le difficoltà che Marta incontra nel fidanzamento validano proprio quei costrutti sul Sé e sugli altri generati nell’infanzia dalla relazione con la madre; inoltre, sarebbe insostenibile il pericolo di deludere il fidanzato e soprattutto i genitori se decidesse di lasciarlo.
Un punto di compromesso Marta riesce a trovarlo quando più recentemente, dopo esser stata a lungo corteggiata, s’innamora di un dirigente della ditta in cui lavora. Finalmente è possibile, senza invalidare il proprio Ruolo, vivere una esperienza gratificante, pur se all’insaputa degli altri.
Anzi è proprio questa condizione a spingere Marta ad aprirsi a questo nuovo affetto: nessuno lo saprà, nessuno ne soffrirà, nessuno la biasimerà; con lui, sposato e con figli, non ci sarà il rischio di dover cambiare nulla nell’attuale conduzione di vita. Nonostante ciò, Marta vive la relazione col timore costante di essere “scoperta” e con sensi di colpa, in particolare verso il padre che, spesso, manifesta il desiderio di vederla sposata e di poter diventare nonno; ma la passione per quell’uomo è troppo forte per rinunciare.
Questa è la situazione che precede lo sviluppo della depressione.

Fattori scatenanti

Nel periodo successivo accade che:

  • l’uomo con il quale ha una relazione “clandestina” le comunica la sua intenzione di separarsi dalla moglie; sente di amare Marta e vuole costruire un futuro insieme a lei;
  • il padre ha un infarto del miocardio che, per alcuni giorni, fa temere per la sua vita.
    Entrambi gli eventi costituiranno i fattori scatenanti la depressione.

La Perdita e la Colpa

La prospettiva di costruire un futuro con l’uomo che ama crea in Marta una condizione di elevato conflitto; tale eventualità corrisponde ad una reale minaccia di Perdita di Ruolo e anticipa una Colpa insostenibile. Abbiamo già sottolineato come la perdita di Ruolo corrisponda, nella strutturazione precoce del sistema personale di costrutti, alla perdita dell’Altro e quindi all’impossibilità di costruire significati possibili per la propria esistenza.
Nel caso che Marta scegliesse di vivere con l’uomo che ama, ci troveremmo di fronte al paradosso, solo apparente, di una scelta dolorosissima. In realtà ciò che ha permesso a Marta di dare un senso a sé stessa e a tutta la sua vita è stato proprio il grande impegno al sacrificio per gli altri e l’operare nella direzione delle aspettative altrui.
Compiere una scelta per sé, nella direzione dei propri desideri, significherebbe una perdita massiccia di quei significati personali che hanno caratterizzato la sua esistenza e corrisponderebbe al perdere Sé stessa.
Questo è dunque un periodo caratterizzato da ansia marcata; il conflitto che si pone destabilizza l’equilibrio precedente. Incapace di scegliere e imprigionata tra il desiderio e la Colpa, il vissuto di Marta è pervaso dall’anticipazione di un senso diffuso di perdita. Ovunque dentro di lei c’è la Perdita; qualsiasi scelta, in ogni caso, implicherebbe una Colpa.
In un simile doloroso contesto psicologico, del tutto inaspettatamente, il padre di Marta subisce un infarto che fa temere per la sua vita.
Sono giorni terribili per Marta: i meccanismi che anticipavano la perdita e la colpa, alla luce del nuovo evento, assumono una forma ancor più concreta e invalidante; canalizzano sentimenti destabilizzanti, di grave minaccia, come a rappresentare per lei una tragica conferma.

La Costrizione come via d’uscita

Dopo alcune settimane il padre si riprende, supera definitivamente la crisi cardiaca e le sue complicazioni e ritorna ad uno stato di relativa salute; ma a quel punto, superata l’emergenza e scongiurato il pericolo, Marta si trova di fronte un’esperienza drammatica e invalidante, impossibile da rielaborare.
L’anticipazione della perdita del Ruolo e le transizioni di Colpa hanno coinvolto i costrutti più centrali del sistema personale e l’invalidazione degli stessi impedisce qualsiasi revisione. L’idea di poter operare una scelta per la sua vita affettiva risulta, ora più che mai, non praticabile.
Marta non riesce a costruire nessuna prospettiva percorribile; non sa più come “portare avanti” sé stessa. In una simile condizione non si può far altro che “spegnere la luce” operando un’ampia costrizione: è l’inizio della Depressione.

Sintesi conclusiva

Si è analizzato il disturbo depressivo utilizzando la psicologia dei costrutti personali quale chiave interpretativa, inserendo esclusivamente le nozioni della teoria indispensabili alla trattazione dell’argomento.
La sintomatologia depressiva viene concepita come l’espressione di un processo di Costrizione (restringimento del campo percettivo finalizzato a eliminare incompatibilità emergenti nel sistema di costruzione personale).
La costrizione rappresenta un processo ricorrente nel naturale movimento di elaborazione e crescita della conoscenza personale.
Nel caso della depressione diviene un meccanismo “difensivo” assoluto, funzionale all’impossibilità di superare un’invalidazione che anticipa la perdita del Ruolo e una conseguente transizione di Colpa.

Bibliografia Essenziale
  • American Psychiatric Association, DSM-IV, 1992; trad. it. V. Andreoli, G. B. Bassano, R. Rossi (a cura di), Masson Italia, Milano 1996
  • Bannister D., Fransella F., L’uomo Ricercatore – Introduzione alla psicologia dei costrutti personali, Psycho di G. Martinelli & C., Firenze 1986
  • B owlby J., Attaccamento e Perdita, vol. III. Boringhieri, Torino 1983.
  • Kelly G.A., The psychology of personal constructs. 2 vols., Norton, New York 1955

 

Il presente articolo è pubblicato in “Solitudine e vuoto esistenziale: La clinica degli stati depressivi” – Atti del II° Convegno Nazionale Aipac – Ed. Aipac – Quaderni monotematici di counseling - 2003

Dott. Raul Bartozzi
Psicoterapeuta ad indirizzo Cognitivo Costruttivista ed E.M.D.R. - Ancona

 

Tags: depressione perdita colpa

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