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La contrapposizione tra Natura e Cultura

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on . Postato in Natura e Cultura: una riflessione ancora attuale? | Letto 1130 volte

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I discorsi sulla non necessità di "padre" e "madre" biologici; le manipolazioni genetiche; la terra distrutta; la preparazione del viaggio su Marte... discutiamone insieme.

Dottor Ciro Ferraro

contrapposizione tra Natura e Cultura“Benedetta sii Tu, universale Materia,
Durata senza fine, Etere senza sponde,
triplice abisso delle stelle, degli atomi e delle generazioni,
Tu che eccedendo e dissolvendo le nostre anguste misure
ci riveli le dimensioni di Dio”
(“Inno alla Materia” di Teilhard de Chardin)

La contrapposizione tra Natura e Cultura potremmo dire che è il leitmotiv di tutto il pensiero occidentale, almeno di quello ufficiale; è una contrapposizione, infatti, che prende piede soprattutto con la “Logica” Aristotelica per rafforzarsi molti secoli dopo con “quella” Cartesiana prima e la nascita della scienza poi (paradossalmente è proprio con Newton che nasce il pensiero scientifico, quello stesso Newton che invece si occupò contemporaneamente di alchimia e tradizione ermetica, tanto da essere definito ‘l’ultimo alchimista’ ed il primo scienziato). Ma è proprio il pensiero scientifico a confutare se stesso oggi, con quello che possiamo definire il post-razionalismo e la moderna epistemologia evolutiva, in parte avallato anche dalla stessa fisica dei quanti, dove tale contrapposizione non ha più motivo essere, ma di questo ce ne occuperemo dopo.

Essenzialmente, nel pensiero occidentale la Cultura veniva vista come “prodotto” della Mente umana, là dove la Natura rappresentava quei “vincoli” biologici che in maniera trasversale sono alla base dei tre regni che costituiscono il mondo: minerale, vegetale e animale e che nell’uomo, appartenente a quest’ultimo, sono espressi soprattutto nel Corpo. Insomma, la contrapposizione tra Natura e Cultura viene riflessa nell’uomo in quella tra Mente e Corpo e viceversa. Questo, inoltre, potrebbe giustificare la natura “psicologica” di tale ostilità antitetica. Un processo “difensivo” che probabilmente aveva, attraverso i grandi pensatori occidentali, alcuni tra l’altro di chiara impronta cristiana, più la funzione di salvaguardare l’autostima dell’uomo e l’immagine di se stesso-figlio di Dio di fronte a tutto ciò che “stonava” con la sua presunta superiorità mentale, come il piacere, l’aggressività e, naturalmente, il male - tutti espressione della natura selvaggia legata al corpo stesso. Mentre accadeva ciò, nel mondo orientale il Corpo e la Natura avevano valenze tutt’altro che contrapposte alla Cultura o alla Mente, là dove quest’ultima, al contrario, spesso assumeva un connotato negativo e fuorviante, almeno nella sua funzione di razionalità, tanto da esser essa stessa oggetto di controllo, tra l’altro proprio attraverso il corpo (yoga, meditazione, arti marziali). Ma non necessariamente il pensiero dell'uomo occidentale ha sviluppato questa antitesi tra Natura e Cultura, anzi: nella lunga tradizione conoscitiva che nasce proprio dall'osservazione dei fenomeni naturali, che dalla civiltà egizia raggiungerà il suo culmine nella cultura alessandrina, matrice poi del pensiero filosofico greco prima e di quel complesso movimento filosofico-religioso, che è lo Gnosticismo, al contrario sono riportati al centro dell’osservazione il corpo, la materia e quindi la Natura dell'Uomo.

È un recupero della materia come simbolo del femminile che trova nell'ambivalenza dell'uomo, della natura e dello stesso Dio una coerenza rappresentativa dell’antitesi costitutiva e imprescindibile, che investe tra l’altro l'uomo di una funzione conciliatoria e redimente proprio attraverso la conoscenza delle sue leggi. Insomma, bene e male, spirito e materia, pensiero ed emozione, maschile e femminile, estremi opposti di una radice comune, tutti da conciliare oltre il contrasto. E una disciplina di studio di questa conciliazione degli opposti sarà quell'Alchimia, vera e proprio metafisica sperimentale, che si occuperà di questa redenzione della natura, nei suoi tre regni, minerale, vegetale ed animale, uomo compreso, proprio attraverso lo studio e la manipolazione della Materia.

Ma ritorniamo alla diatriba attuale, quale contrasto tra Natura e Cultura, tra tradizione ed evoluzione scientifica, uomo e ambiente troviamo adesso? Se l'uomo è il prodotto della Natura, la Cultura è il prodotto dell'uomo stesso e del suo processo di conoscenza della Natura, se stesso compreso. In questo senso “la Cultura è la Natura stessa vista con gli occhi dell'uomo, attraverso la sua azione su di essa”. Una azione resa possibile soltanto dalla coscienza di sé.

La Materia era per gli alchimisti la Mater, la madre di tutto e pertanto la Natura, che rappresenta la Materia, era la Madre Natura. La Cultura è il prodotto dell'agire conoscitivo dell'uomo sulla Natura; rappresenta i significati, le informazioni, secondo il codice dell'uomo e la sua capacità astrattiva, quello che il figlio estrae dalla conoscenza della madre e porta a sviluppo, ma che a sua volta lo determina come fosse una Seconda Madre. Utilizzando una terminologia alchemica la cultura è quel prodotto, non presente in natura, il terzo non dato, il Sale, che nasce dall'interazione dell'azione dell'uomo e della sua volontà (solfo) sulla natura stessa e le sue informazioni (mercurio).

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Paracelso afferma che è la Natura stessa che chiede all’uomo di farsi carico dell’opera artificiale: “Giacché la natura è così sottile e sagace nelle sue cose che non vuole essere adoperata senza una grande Arte, essa infatti non porta nulla alla luce che sia già di per se stesso compiuto, è l’uomo che invece deve portarlo alla perfezione. Questo perfezionamento si chiama Alchimia. Poiché l’alchimista è in ciò simile al fornaio che cuoce il pane, al vignaiolo che fa il vino, al tessitore che fa il panno. Colui che realizza in tutto quanto cresce nella natura a beneficio dell’uomo, la destinazione voluta dalla natura è un alchimista”.

Ma non sempre appunto l’azione dell’uomo è coerente con questa destinazione. In un’opera alchemica del primo secolo a.C. riportata nel “Codex Marcianus”, voluminoso manoscritto conservato nella Biblioteca Marciana di Venezia, Iside (che a sua volta è sia la Dea che un’omonima alchimista nella tradizione), rifiuta le offerte “erotiche” dell’angelo Amnael (in chiara contrapposizione al consenso di Maria di Nazareth all’angelo dell’Annunciazione) pur ottenendo da questi il segreto dell’acqua trasparente, da lui custodito, che trasmetterà al figlio Horus, con cui dialoga nello scritto. Questo brano è stato analizzato da Marie-Louise von Franz in “Alchimia” (Bollati Boringhieri, 1994).

Iside ben rappresenta la resistenza del mondo naturale all’Homo Faber, all’Artefice, quando quest’ultimo “violenta” la Natura stessa, ma a cui questa si concede (come nella Maria di Nazareth) quando il tempo è giusto (Kairòs) quando è opportuno e quando il soggetto stesso si identifica con l’oggetto (Horus rappresenta il figlio ma anche la progenie dell’angelo stesso, l’uomo Prometeico).

Canseliet, adepto del secolo scorso, definiva l’arte alchemica come una Scienza con Coscienza. Nel suo “Philosophie de l’alchimie” Bonardel la definisce come «concreta assunzione di responsabilità per l’insieme del Mondo»; un «lavoro filosofale» in risposta a ciò che ci ha portato a distruggere e umiliare la sacralità della Materia, e dunque di noi stessi come parte senziente di essa.

Una responsabilità per la Terra: questo sentire diventa possibile soltanto quando il soggetto non è separato dall’oggetto della conoscenza. Hillman affermava che “nella scienza moderna la femminilità della materia non può mai essere realmente riconosciuta e la scienza attuale non può vedere le cose che l’alchimia vedeva”. Insomma l’Artefice è sia soggetto che oggetto della conoscenza, trasformatore e trasformato, e quando questo accade Natura e Cultura/conoscenza vanno a braccetto.
Dicevamo che la scienza moderna e la sua forma di approccio alla conoscenza, l'epistemologia evolutiva, a partire dalle intuizioni di Bateson, con la sua mente ecologica, a quelle di Maturana e Varela, ha evidenziato l’inesistenza dell’oggettività, attraverso quel paradigma “costruttivo” che sottolinea l’impossibilità di separazione dell’artefice dalla realtà che va ad indagare. Inoltre con l’equivalenza del “vivere con il conoscere” attribuisce questa capacita di “conoscenza” ad ogni forma di vita organica, mostrando come la Natura acquisisce e deposita informazioni, di come la materia è viva e si aut organizza (per gli alchimisti vale anche per quella inorganica) e di come l'uomo, figlio della Natura, risponde alla stesse necessità di un ameba, cambiando soltanto la sua complessità. Questo ricorda il detto alchemico di Ostane, alchimista del primo secolo dopo Cristo: “la natura gode della natura, la natura vince la natura”, una spinta evolutiva insita nella natura stessa.

Un mondo oggettivo, un universo che diventa in questa ottica un multiverso mondo dove ogni uomo come in un sistema autopoietico, chiuso ma in relazione con un medium, rappresentato dagli altri uomini e dall'ambiente, si rapporta attraverso il suo pensiero discorsivo e la razionalità alla sua esperienza ed emotività (esperienza immediata), costruendo un mondo comune insieme ai suoi simili e condividendone i significati.

"Il sé, l'autocoscienza e la realtà esistono nel linguaggio come spiegazione dell'esperienza immediata dell'osservatore", affermava Maturana avallando l'ipotesi di una realtà soggettiva ma condivisa, quale quella rappresentata dal nostro sistema sociale e culturale, in risposta comunque all'esperienza del vivere che è sempre primariamente emotiva e corporale (quindi naturale) e sempre conoscitiva (la razionalità appare “soltanto” come strumento sofisticato acquisito dall'evoluzione per dare ordine all'esperienza immediata).

Infine, in risposta a quel processo difensivo cui accennavamo sopra, che relegava la Natura (e il femminile che la rappresenta) a quella sottomissione alla superiorità della mente, prendo in prestito le parole di un uomo di scienza e fede, quale fu il gesuita e paleontologo Pierre Teilhard de Chardin del secolo scorso, in testa all’articolo, dove scorgiamo che la Natura mostra di essere “Imago Dei” almeno quanto l’uomo stesso se non di più.

Osserviamo dunque Natura e Cultura come estremi di un corpo unico, rappresentato dalla vita e dalla conoscenza, una testa e una coda come quelle del serpente Uroborico, una realtà che feconda se stessa conoscendo se stessa.

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L'emotività che alla prima appartiene (natura) come il pensiero alla seconda (cultura), figlia della capacità e necessità dell'uomo di spiegare e dare senso alla propria esperienza di vita, frutto dell’acquisita coscienza di sè, trovano infine senso nella “legge di complessità e coscienza”, come espressa ancora da De Chardin, ossia la tendenza che esiste all'interno della materia a diventare maggiormente complessa e allo stesso tempo ad accrescere la coscienza: “Più un essere è complesso, in base alla nostra Scala di Complessità, più esso è centrato su se stesso e per questo diventa più consapevole. In altre parole, più elevato è il grado di complessità in un essere vivente, maggiore è la sua coscienza; e viceversa”.

Ci auguriamo che quella conflittualità venga definitivamente superata, che appaia come un movimento unico, vita e conoscenza, natura e cultura, mente e corpo, senza più contrapposizione, preservando ed equiparando l’uno e l’altro, in sintesi la vera congiunzione degli opposti...

 

 

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Tags: natura

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