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COSI' VICINI, COSI' LONTANI : LE RELAZIONI FRA GENERAZIONI IN UN CONVEGNO A FIRENZE

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Dott.ssa Daniela Boccacci

Si è svolto il 4 ottobre a Firenze il Convegno "Relazioni tra pari e tra generazioni nella società del 2000" organizzato dal Centro interuniversitario per la ricerca sulla genesi e sullo sviluppo delle motivazioni prosociali e antisociali e dalla Fondazione "Cristina Mazzotti".

L'ambito di riflessione del convegno rimanda al più generale dibattito sull'afasia delle nuove generazioni di cui scrive , su "La Repubblica", Galimberti : sempre più spesso, purtroppo, tragici fatti di cronaca , come quello della quattordicenne Desirè uccisa da suoi coetanei, costringono genitori, insegnanti, operatori a misurarsi con il fallimento delle proprie scelte educative.
Il professor Cavalli, dell'Università di Pavia, nel suo intervento "Cambiamento socioculturale e rapporti tra le generazioni nella famiglia e nella scuola" ha sottolineato come vi sia ormai una difficoltà nel passaggio del testimone da una generazione all'altra, dovuto a mutamenti negli stili di vita che potremmo definire epocali. Oggi nell'arco temporale della vita di una persona si iscrivono una miriade di cambiamenti ( di casa, di lavoro, di area geografica fino a quelli, più minuti, ma non meno significativi che riguardano gli oggetti della quotidianità, come indumenti, utensili,ecc) che erano inconcepibili ancora pochi decenni fa. Fino alla metà degli anni cinquanta, infatti, buona parte della popolazione italiana nasceva, viveva e moriva nel solito posto, in una casa che era quella della famiglia, dove convivevano nonni, genitori, figli.

I giovani di oggi fanno invece esperienze slegate dalla territorialità e non ecologicamente circoscritte né circoscrivibili : anche quando scelgono una piazza ed un muretto per incontrarsi spesso provengono da zone della città diverse. La piazza è scelta, non abitata. Non c'è dubbio inoltre che la dilatazione delle comunicazioni via Internet abbia globalizzato i rapporti e la circolazione di idee e di esperienze, al punto che per apprendere si potrebbe prescindere, volendo, da qualunque riferimento di continuità spaziale. Gli adulti sono spiazzati da questi avvenimenti , li inseguono ma non vi si adattano. Impaurita dal cambiamento la generazione dei padri e delle madri odierna ha sviluppato verso i figli un atteggiamento iperprotettivo, che ne ostacola lo sviluppo e che elude le sfide di quella che è stata definita la " pedagogia dell'incertezza".

Tutto questo fa si che attualmente genitori e figli, insegnanti ed adulti vivono nello stesso tempo, ma in epoche mentali diverse.
Su questo assunto si è sviluppato un dibattito fra tesi contrapposte: alcuni dei relatori hanno ripreso e sviluppato argomentazioni di Silvia Veggetti ritenendo che, al contrario di quanto sostenuto da Cavalli, le difficoltà di rapporto intergenerazionali siano da ascriversi al fatto che genitori e figli sono ormai culturalmente troppo vicini, permeati di un medesimo approccio esistenziale che può portare alla condivisione di sentimenti ed affetti, ma non di regole e di modelli.

La stanza del figlio, presa ad esempio di queste difficoltà, è, all'interno delle case, un ghetto: uno spazio cioè a cui l'accesso agli adulti è precluso e dove il giovane vive inglobato ed incapsulato in mezzo a quello che è per i suoi genitori un deplorevole caos e per lui un mondo pieno di significati simbolici ed affettivi. Ed il ghetto, come è stato notato, serve per l'appunto a prevenire il conflitto e ad eliminarlo: operazione che ha però il limite di evitare l'elaborazione comune, nella società familiare, di regole di convivenza condivise da tutti, nell'impossibilità o incapacità , da parte degli adulti, di porsi come modello eventualmente da contestare e rifiutare.

Negli interventi da parte dei numerosi insegnanti presenti al convegno il focus dell'attenzione è stato poi portato verso lo specifico del contesto scolastico.

A sostegno delle tesi del prof. Cavalli, ad esempio, Ersilia Menesini , dell'Università di Firenze, ha riportato le esperienze di una ricerca svolta sul bullismo a scuola, in cui risulta che fra il 50 ed il 90% dei ragazzi ( in percentuale crescente dalle medie inferiori alle superiori) non parla dei fenomeni del bullismo con gli insegnanti. Quest'ultimi, a loro volta, sottostimano sistematicamente il fenomeno : ci si trova cioè di fronte a due generazioni che condividono lo stesso contesto ( la scuola) ma che non hanno le medesime esperienze.

Forse come faceva notare, fra il serio e lo scherzoso, un giovane insegnante di 30 anni, intervenuto nel dibattito, il problema della scuola oggi è dato dall'invecchiamento del corpo docente: "Io - diceva - nella mia scuola sono l'unico che può guardare "Operazione trionfo" o "il grande fratello" senza farmi venire le convulsioni……."

Un possibile antidoto a questo invecchiamento, almeno in contesto scolastico, è dato dalle esperienze di peer education, cioè all'esperienze di educazione fra pari, che,molto diffuse nei paesi anglosassoni, stanno facendo il loro ingresso anche in Italia.
La professoressa Bombi dell'Università di Roma ha illustrato i risultati di una ricerca universitaria che, nell'arco di due anni scolastici, ha coinvolto a livello nazionale varie centinaia di scuole e che ha sondato il ricorso al sistema dei coetanei come risorsa valoriale, emotiva e cognitiva.

Sia infatti che si pensi ad un peer modelling ( aiuto a compagni in difficoltà) , ad un peer management ( inserire in attività di gruppo extra scuola il soggetto isolato) sia ad un counseling ( per resistere a pressione dei pari verso l'adozioni di comportamenti antisociali o all'uso di sostanze) l'intervento dei pari è sempre risultato positivo per raggiungere fascia di ragazzi marginali e con cui gli adulti avevano difficoltà a comunicare e relazionare , con significativi miglioramenti nell'area relazionale ( fino al 60% dei soggetti coinvolti).

Certo, come è stato sottolineato, la peer education non è un giocattolo innocuo: in taluni contesti si è visto diminuire nei ragazzi il senso di autoefficacia. e ricostruirsi quei ghetti, le cui mura si volevano invece abbattere.

Tutte queste considerazioni ci riportano , per concludere, al dibattito apertosi anche su Psiconline, su quale debba essere il ruolo dello psicologo in un contesto scolastico. Non c'è dubbio infatti che escono avvalorate da queste riflessioni le tesi di chi sostiene che lo psicologo a scuola non debba e non possa essere psicologo del singolo e delle sue presunte o reali difficoltà anche conclamate, ma psicologo di comunità, in grado di intercettare le difficoltà di relazione fra i gruppi e di riformare il tessuto connettivo di una comunicazione altrimenti interrotta.

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