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File/Life - Considerazioni sciolte ai confini della realtà

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Dott.ssa Maria Cristina Garofalo
e-Learning Project Leader - Terni

Le prove d'orchestra iniziali di Tom Cruise in Minority Report fanno improvvisamente visualizzare (deja vu, evocazione, effetto alone, associazione d'idee?) ciò che tante schermate, documenti e cartellette di computer non hanno mai evidenziato in tanti anni d'uso. File è un anagramma di Life. Per chi usa quotidianamente lo strumento computer e la comunicazione virtuale (per altro essenzialmente scritta, - sempre e comunque -, ancorché ipertestuale), è una vera e propria illuminazione.

Quanta parte di vita si perde, miscela, annida, all'interno dello spazio delocalizzato e despazializzato del web? Quanta traccia di essa rimane nei file che scriviamo, condividiamo, leggiamo?

Quanto futuro remoto e quanto presente/passato, convivono senza soluzione di continuità?

È una bella storia.

Forse solo il visionario Philp K. Dick, sarebbe in grado di ricucirla in un'affascinante trama, frantumanta eppure sequenziale, di un ipertesto vitale ed inquietante.

"Questo è l'adesso?", "Sono stanca del futuro", sono le frasi che la Precog Agatha pronuncia in macchina non appena liberata dalla perenne immersione amniotico-evocativa.

Tagliano come spade queste affermazioni ( è verosimile che siano mutuate direttamente dal racconto, piuttosto che inventate dallo sceneggiatore splilberghiano…), da sole risolvono tutto il film…

Un po' come per il pescatore del Milarepa della Cavani, che pescando e mangiando pesci in riva al fiume, - in un tempo eterno e sempre presente -, li ributta, perfettamente ricostruiti (dagli effetti speciali?), in acqua dicendo all'incredulo aspirante monaco che lo guarda interrogativamente: "Come potrei uccidere vite, se non sapessi resuscitarle?". E lo fa con un tono così piatto e uno sguardo così disarmante da farne l'affermazione più ovvia del mondo.

Le visioni di Dick (sempre) sono giocate sulla pre-visione; è da questo equivoco, voluto, ricercato, sofisticato gioco intellettuale, che sgorga l'originalità della sua narrazione inquietante, stimolante, illuminante. Probabilmente il computer neppure l'aveva mai usato, ma i livelli stratificati e annidati del pensiero umano li ha indagati, intaccati, rappresentati, meglio di qualsiasi altro scrittore di fantascienza.

Non è facile ridurre, trascrivere, questo in espressione visiva cinematografica. L'immagine reale, condiziona e lega, e rende impossibile, o quantomeno difficoltoso, lasciarsi andare ai molteplici percorsi/strati di pensiero possibili.

La macchina computer ha abituato a manipolare, modificare, frantumare, spostare, l'informazione, la conoscenza; a trattarla.

Si dice che essa sia un bene con valore accrescitivo generato dal suo uso e condivisione. Ma quando conoscere diventa sofferenza dell'immaginare, come controllare il processo? Come tornare all'eterno presente senza danni e contaminazioni che portino a soluzioni anticipatorie e predittive, con conseguenze presumibili tirate per i capelli da un elemento di potere esterno ad essa?

È un gioco al massacro in cui spesso si resta impelagati nostro malgrado, immaginando il nostro futuro immediato o remoto che sia e, - in qualche modo -, operando, conseguentemente, nel presente, in modo condizionato e condizionante. Essendo i primi a non darsi vie d'uscita.

È un detto comune e diffuso che l'immaginazione fa brutti scherzi, ma è possibile contenerla e sfruttarla nell'abusato ed equivoco qui ed ora? E quale?

Quando si scrive un file c'è solo una catena di 0 e 1, variamente miscelati, ad attualizzarlo e ancorarlo alla realtà di una macchina; proiettarlo in uno spazio virtuale isolato e/o condiviso. C'è anche dentro una parte di noi, della nostra storia specifica,ci sono citazioni della nostra evoluzione e della conquista della funzione linguistica eppoi della sua fissione, descrizione, codificazione, in scrittura.

Non importa che sia carta o silicone, trasporta informazione, conoscenza e, forse, pre/dizione di scenari immaginabili e realizzabili in un futuro neppure tanto remoto.

La presunzione di colpevolezza è giocata tutta qui.

Lo scivolamento nelle sponde del bene e del male è facile, sono assai contigue e sfumano l'una nell'altra senza risolvere la dualità visione/sogno; immaterialità/ concretezza.

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