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Genitori e figli

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Dott.ssa Maria Vitale

Si è fatto un gran parlare, di questi tempi, di Cogne, della madre di Aosta, di Erica, di grandi cose oscure. Forse qualcuno si chiederà perchè riprenderlo ancora, questo tema pauroso e rassicurante (perchè possiamo ancora dire: non io), su cui la stampa e i media in genere hanno insistito spesso con oltraggiosa violenza.

Intanto, vorremmo, da questo sito lanciare uno stimolo a una riflessione, a una elaborazione sui fatti del giorno, per essere presenti, e perchè non sia solo la notizia a circolare, ma l'opinione anche; e poi, su cose tanto grandi non si può non fermarsi, non si può dire soltanto "non è accaduto a me" o "a che punto siamo arrivati....". Fare psicologia non vuol dire soltanto prestare servizio a chi ne ha bisogno, ma anche contribuire alla formazione di una mentalità collettiva, che assuma come metodo la riflessione a partire da sè, e non dall'evento.

E' un'ottica questa, una delle possibili, e sta a noi praticarla e guidarne la pratica. E' uno dei contributi che possiamo dare, che ci sentiamo di dare, alla crescita dell'ambiente sociale.

E' possibile esorcizzare i fatti avvenuti classificandoli mostruosi e chiamarci così fuori, assolti, per una volta, dalle nostre pecche di genitori, dalle nostre pecche di figli?

Non c'è espressione umana, nessuna, che non appartenga a tutti. E i casi estremi sono quasi sempre lì ad evidenziare, proprio perchè estremi, sentimenti, impulsi, condizioni, sperimentati, sollecitati, da tutti. L'anello debole della catena, come il figlio più fragile in una famiglia, si presta ad essere capro espiatorio ed assume su di sè, esasperandoli, i sentimenti di tutti.

A me sembra di poter riconoscere, in questi mostri sbattuti in prima pagina, alcuni sentimenti, alcune difficoltà, che ho visto in me stessa e in altri.

La retorica dell'amore materno impedisce spesso di esprimere il disagio, l'angoscia, la solitudine che una donna può vivere nel contatto, o nella difficoltà di contatto, con i propri figli.

Le sofferenze non espresse, i sentimenti di inadeguatezza vengono trasferiti sui figli, che sono parti di noi, e diventano lo specchio dei nostri limiti, specchio tanto più intollerabile quanto più si è giudici severi di se stessi.

Una diffusione banale e volgare di principi attibuiti alla psicologia ha reso colpevoli i genitori di qualsiasi difetto dei loro figli: dalla scuola alla strada, il discorso che ricorre continuamente è: tutto dipende dai genitori!

La complessa esistenza che sottopone ad un continuo cambiamento di ruoli, (e non certo, a mio parere, come si è detto, la facilità della vita di oggi), costringe ad una flessibilità che, non solo è pesante, ma rende difficile anche un processo di autoidentificazione e di riconoscimento da parte degli altri. La lavoratrice efficiente ed attenta deve diventare una madre amorosa, una madre inflessibile, un'amante desiderabile, un'organizzatrice domestica, quando non una cameriera..............l'elenco potrebbe andare avanti a lungo. In più, la perdita dei tempi reali, sostituiti da quelli artificiali delle macchine, che consentono immediatezza di comunicazione e di spostamenti, rende questi ruoli senza soluzione di continuità gli uni rispetto agli altri.

Il rifiuto della genitorietà non è certo legato a problemi economici, come si tenta di credere e di far credere. E' piuttosto legato a questo carico immenso, così pesante da portare che vi sono figli che uccidono i padri, che uccidono le madri, madri e padri soggiacenti al peso, e quindi esposti.

Non è questo un modo per giusticare i crimini: è un tentativo di esplorare da quale disagio collettivo possano provenire. E' un invito, soprattutto, a tentare di renderci liberi dalla rigidità dei ruoli, ad esprimere la paura, l'ansia, la depressione, a non accettare la tentazione del mascheramento che soffoca e induce,poi, a gesti esplosivi.

E' anche un invito a confrontarci sui fatti del giorno, e spero che, a partire da questa riflessione, altre ne arrivino ad arricchire i contenuti della nostra proposta.

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