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L'ombra della strega

on . Postato in Editoriale | Letto 686 volte

Dott. Fernando Maddalena

Si fa un gran parlare in questi giorni di un film uscito di recente e divenuto in poco tempo un vero e proprio caso socioculturale e massmediologico, che ha innescato una serie di articoli apparsi un pò ovunque sulla stampa nazionale, alcuni dei quali presentano interessanti spunti di riflessione e stimolanti chiavi di lettura del fenomeno nel suo complesso...

Stiamo parlando de "Il mistero della strega di Blair", film americano prodotto con una manciata di dollari (si fa per dire!) e che ha invece fatto il pieno di incassi, facendo leva sull'eterno mistero del mondo soprannaturale e sulle sue manifestazioni nel mondo della quotidianità, giocando con astuzia sui tasti della ambiguità (quel che succede nel film è effettivamente accaduto nella realtà, come si annuncia all'inizio, o no?) e lasciando allo spettatore il pesante fardello di districare l'immane matassa spiritistica confezionata ad arte (cinematografica). Ma andiamo per ordine e vediamo i...fatti.

Il film racconta di un inquietante caso di sparizione avvenuta nel 1994 in un bosco del Maryland, nei dintorni dell'attuale cittadina di Burkettsville (precedentemente Blair), di tre giovani studenti di un istituto d'arte (cinematografica, appunto) il cui lavoro di fine corso (il "project" del titolo in inglese)doveva consistere nel riprendere i luoghi e le testimonianze relative ad una tenebrosa leggenda del XVII secolo protagonista una strega, scacciata dal paese e resasi così vendicativa nei confronti dei suoi ex concittadini tanto da massacrarne a piccoli gruppi e poi farli sparire nel nulla.

La vicenda dei tre giovani si situa in questa cornice, e ripercorre un copione classico della cultura horror (leggi: "imprudenti che profanano un luogo abitato da spiriti maligni..."), giungendo al finale scontato (leggi: "vendetta degli spiriti maligni e morte degli imprudenti..").

La particolarità del prodotto è che esso dovrebbe essere una sorta di testamento visivo lasciatoci dai protagonisti, che hanno filmato fino alla fine (loro) lo scivolamento in un vortice di paura che li ha in ultimo risucchiati, una specie di buco nero terrestre, in un crescendo di urla angosciose e di disorientamento (interno ed esterno) totale; un testamento affidato appunto all'occhio freddo e onnivoro della cinepresa, che si pone paradossalmente quale strumento di reificazione dell'accaduto (è la fiction che qui sostiene la realtà, e non viceversa) e della successiva smaterializzazione dei protagonisti (sono "ufficialmente spariti" da quella data, ci rendono edotti i titoli di testa..).

Molteplici le chiavi di lettura del fenomeno nel suo complesso; vorremmo rimandare in particolare a due articoli apparsi nei giorni scorsi sulla Repubblica (di A.Faeti e di A.Gnoli, che ritraggono da differenti punti di osservazione aspetti molto interessanti del film in rapporto alla dinamica interna-intrapsichica ed a quella sociologica-culturale: in particolare l'attrazione che la paura esercita sulla psiche sin dall'infanzia ed il ruolo della fiaba come medium, e "l'angoscia di sparizione" che le ultime generazioni potrebbero trovarsi a fronteggiare nella società del duemila).

Un altro filtro o codice di traduzione del messaggio globale che il film sembra suggerire potrebbe essere trovato nella stridente contrapposizione tra luce ed ombra (la "prima materia" stessa dell'arte cinematografica) della coscienza moderna, ipernutrita di immagini, di sè e del mondo, al punto da diventare ipertrofica ed onnipresente, in perenne presa diretta rispetto alla realtà che ci circonda -a sua volta ridotta ad un eterogeneo aggregato di frammenti giustapposti spesso indigeribili- ma disperatamente cieca riguardo ciò che accade all'interno, dabbasso, giù nelle profondità dell'anima, dove si agitano i "mostri" irriducibili della vita e della morte, retaggio della condizione umana, dove impera una logica altra rispetto al facile moralismo dei benpensanti ed ai principi della civiltà dei consumi.

La scissione tra fuori e dentro è totale, insanabile, e manca quindi quel "terzo" elemento che potrebbe ricongiungere questi mondi e permettere la costruzione di un senso, di un significato soggettivo o condiviso a ciò che accade. Il buco nero del senso precipita dentro di sè gli sfortunati antieroi che, di fronte al percorso iniziatico dello smarrimento nel bosco, non riescono a ricreare un nuovo assetto psichico, una nuova epifania dello spirito, ad operare cioè quel movimento di crescita che li porterebbe a poter vivere, integrandola entro un sè più maturo, la sfida della Natura, che è poi la natura stessa dell'uomo...

In quale misura questo clima di tragedia incombente sia estensibile ad intere generazioni di giovani, presenti e future, e quindi al futuro dell'uomo, lo possiamo percepire anche dall'indiscutibile richiamo esercitato dal film, che si chiude in modo drammatico con l'ennesima inquadratura della cinepresa -caduta infine dalle mani della ragazza- che continua per un pò a riprendere il vuoto, in assoluto automatismo...

E così tutto rimane impresso in un'ultima immagine sfocata ed i tre giovani protagonisti "spariranno"(..si dice), inghiottiti da un mondo che non sono stati in grado di decifrare.

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