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Mamme assassine

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"Cogne, giallo infinito. Inizia il processo per l'omicidio di Samuele Lorenzi. La madre, condannata a 30 anni di primo grado, è l'unica imputata" , e poi "Matilda è morta a soli 22 mesi. A ucciderla è stato un forte trauma toracico addominale causato da un calcio che le avrebbe sferrato sua madre", e poi ancora "Mirko di 5 mesi, affogato da sua madre nella sua vaschetta da bagno".

Come possono, donne apparentemente normali, essere capaci di compiere un tale gesto? Come fanno ad avere le energie per difendersi e non essere annichilite dal dolore?

Sappiamo che il momento storico in cui viviamo si presenta fortemente caratterizzato dalla violenza, i modi e le forme attraverso cui si manifesta sono sempre più ambigui per cui molto spesso è difficile riconoscerla: si va dal massacro, dall'odio, dall'atrocità collettiva che sono le forme più facilmente identificabili, alla violenza più sottile del dominio economico, del rapporto tra capitale e lavoro, della divisione tra Nord e Sud del mondo, fino poi ad arrivare alle violenze definite "ordinarie" esercitate contro i più deboli.
In questo caso sono le donne, i bambini e tutti coloro che vivono e operano ai margini della società a farne le spese.

Se in un passato recente era possibile distinguere in un determinato avvenimento sia il carnefice che la vittima, nella realtà a noi contingente, spesso i protagonisti si scambiano i ruoli, che tornano poi ad essere riconoscibili solo nell'atto finale e il sistema sociale si trova talmente impotente davanti a queste situazione da non riuscire né a prevenire le azioni né tantomeno a proteggere gli attori che le agiscono o le subiscono. Ci riferiamo in modo particolare alle madri che uccidono i propri figli.

La violenza domestica nel corso degli ultimi decenni ha assunto proporzioni epidemiche.

La cellula fondamentale della società, il sistema famiglia , a volte è talmente instabile da costituire una minaccia per i suoi componenti.
I figli possono cadere vittime di sbalzi di umore e deliri dei propri genitori e venire maltrattati e a volte perfino uccisi.

In base all'età dei figli l'assasinio della prole prende il nome di neonaticidio (entro 24 ore dal parto) e infanticidio (fino a un anno di vita). Il termine figlicidio è riservato a bambini di età compresa tra uno e diciotto anni. Il figlicidio viene spesso utilizzato nel senso di infanticidio. Si può affermare con certezza che l'uccisione di un figlio è un atto innaturale e che un genitore che uccide il proprio figlio non può che essere in preda a uno stato emotivo alterato.
Sebbene la maggiornaza delle persone sia solitamente in grado si esercitare il controlllo su se stessa e sulla proprie emozioni negative, in alcune circosatnze particolarmente difficili e provati queste stesse emergono in modo disinibito.
E' quasi sempre durante stati emotivi estremi che si verifica l'uccisione di un bambino.

Il figlicidio non è contemplato dal Codice Penale, che tiene in considerazione solo l'infanticidio e l'omicidio.

L'art. 578 del Codice Penale così punisce "La madre che cagiona la morte del proprio neonato immediatamente dopo il parto, o del feto durante il parto, quando il fatto è determinato da condizioni di abbandono materiale e morale connesse al parto, è punita con la reclusione da quattro a dodici anni. A coloro che concorrono nel fatto di cui al primo comma si applica la reclusione non inferiore ad anni ventuno. Tuttavia, se essi hanno agito al solo scopo di favorire la madre, la pena può essere diminuita da un terzo a due terzi".

Nel concetto, quindi, di infanticidio, così come previsto dal codice penale, la parte attiva che procura la morte è data dalla madre, l'uccisione è in persona di un neonato nell'immediatezza del parto e l'evento criminoso deve essere in relazione con un abbandono materiale e morale dell'autore del delitto.

I genitori che uccidono i propri figli al di fuori di questo strettissimo arco temporale, saranno colpevoli di omicidio secondo l'articolo 575 del C.P. che afferma "Chiunque cagiona la morte di un uomo è punito con la reclusione non inferiore ai ventuno anni".
Diverse pene quindi, per simili delitti, la cui unica sottile differenza si basa sull'età della vittima.

La morte violenta di un bambino genera sempre profondo sgomento nella collettività e in principio generale questo avvenimento viene a cozzare violentemente con la cultura dei diritti del minore che con tanta fatica si cerca di diffondere. Dal punto di vista teorico molto è stato fatto per riconoscere l'infanzia come categoria autonoma rispetto alla maturità, con esigenze e problematiche svincolate da quelle degli adulti, tuttavia sappiamo che nella realtà, molto ancora deve essere fatto per garantire, in modo particolare ai bambini in condizione di indigenza o di deprivazione, una vita più serena.

Quando la morte arriva per mano di chi invece, culturalmente e geneticamente è programmato per accudire e proteggere, la cosa è ancora più destabilizzante.

Chi pensa che la violenza e gli atti criminosi di tipo omicidiario siano molto rari all’interno del nucleo familiare sbaglia perché è vero il contrario, il 25% circa del totale degli omicidi avviene all’interno del nucleo familiare e il figlicidio rappresenta il 17% di questi; chi pensa poi che tali fatti siano più frequenti oggi di un tempo sbaglia di nuovo perché sono sempre avvenuti forse anche con frequenza maggiore, solo che non se ne era a conoscenza.

Per inserire il fenomeno in una cornice più ampia possiamo dire che nel mondo animale il figlicidio è la regola e basta osservare il fenomeno del cannibalismo dei cuccioli da parte della cagna quando essa si trovi in una condizione di precarietà o di pericolo o per carenza di cibo oppure i banali pesciolini rossi degli stagni che mangiano le uova o i piccoli nati quando lo spazio vitale e le condizioni di sopravvivenza diventano difficili.
Tali comportamenti sono spiegabili nell’ambito della continuazione della specie e dei meccanismi di selezione ad essa connessi.
Ci sono poi specie animali che uccidono i figli per abbandono da parte della madre , in genere si tratta dei figli più deboli o dei secondi nati e ciò sempre per permettere maggiori opportunità per la specie.

Se affrontiamo poi il problema da un punto di vista storico e antropologico le sorprese sono ancora maggiori perché ci accorgiamo che un delitto così crudele e apparentemente incomprensibile, nel corso della storia antica e contemporanea non solo può essere stato tollerato o non condannato ma in alcuni casi addirittura incoraggiato.

Nella civiltà della Roma Antica oltre alla famosa Rupe Tarpa, da dove si gettavano i neonati deformi,esisteva per il padre di famiglia il cosiddetto “ius vitae ac necis”, letteralmente diritto di vita o di morte per ogni figlio che nasceva: in genere i figli deformi , le femmine o i figli in sovrappiù venivano fatti sopprimere e la madre assisteva passivamente alla decisione del pater familias . Tale prassi era ritenuta normale sia per le famiglie facoltose che per quelle povere e lo stesso filosofo Seneca non se ne meraviglia nei suoi scritti.

Anche nel tardo Medioevo era praticato il figlicidio in ambienti rurali e nelle famiglie numerose, quando il cibo scarseggiava venivano soppresse le figlie femmine .
In Cina da ormai trent’anni vige la “legge del figlio unico”, per il controllo delle nascite ed è abituale l’abbandono o la soppressione delle figlie femmine o , comunque, dei figli successivi al primo; viene praticato l’aborto forzato anche dopo il 3° mese di gravidanza .

Il figlicidio materno è in grado di suscitare sgomento e profonda ansia collettiva.
Colpire un essere innocente e indifeso è di per sé inaccettabile per la nostra società, e ancor più turba quando la morte avviene in casa, luogo in cui il bambino si aspetta riparo, e per mano di chi è culturalmente e geneticamente programmato per proteggerlo e accudirlo.

Nonostante la violenza che ci circonda,quando si verificano questi delitti, il pensiero va subito all'idea di una madre sicuramente “matta". Ma ciò non sempre è vero, vi sono madri che uccidono avendo coscienza di ciò che fanno.

Cosa spinge una madre a uccidere il proprio figlio? Qual è l'“assurdo" meccanismo che scatta nella sua mente? E ancora,sono lucide programmatrici oppure agiscono sotto l'influsso di patologie tali da renderle incapaci di capire ciò che stanno facendo?

Il verificarsi di recenti e noti episodi di cronaca in Italia e all’estero hanno allargato il dibattito pubblico su questi temi, facendo riflettere sulla possibilità di una vera e propria crisi della società attuale, colpita nelle sue strutture primarie, come la famiglia e la coppia.
La realtà degli assassinii che avvengono in famiglia è anche più vasta e nascosta. Tra le pareti di casa si consumano alcuni dei crimini più efferati; la notizia più inquietante è che su tre genitori che uccidono i figli, due non hanno alcuna malattia mentale.

Dai dati Istat ed Eurispes si può inoltre notare che gli omicidi domestici sono frequenti sia tra i livelli sociali bassi (nel 48 per cento dei casi), che tra quelli medi (nel 27 per cento dei casi).

Le cause vanno dai conflitti familiari (nel 54 per cento dei casi) ai disturbi psichiatrici (42 per cento dei casi), a motivazioni di tipo passionale (28 per cento).

Dalla letteratura scientifica criminologica corrente, emerge che solitamente il figlicidio si caratterizza per alcuni elementi ricorrenti.

Anzitutto, la tipologia più frequente è costituita dall’infanticidio, cioè da un delitto compiuto nelle prime settimane di vita del bambino, quando la madre non ha avuto ancora il tempo di sviluppare un forte attaccamento affettivo.

Un altro fattore significativo è la presenza di una situazione di disagio vissuta dalla donna, che può andare dalla povertà alla dipendenza da alcol e droghe.

Spesso, poi, le madri assassine sono piuttosto giovani; in molti casi, affette da forti sindromi depressive, che provocano fenomeni di distacco emotivo o alterazione della realtà, oppure hanno subito gravi stress a causa di perdite e lutti.

Infine, la presenza, in famiglia, di padri violenti o pedofili può spingere la madre a eliminare i figli, allo scopo di sottrarli alle sofferenze.

Potremo a questo punto fare un breve excursus sulle principale tipologie di "mamme assassine":

Il primo gruppo di madri omicide potremmo definirlo come “madri violente” nel senso di una consuetudine all’abuso fisico dei propri figli con atti sadici, maltrattamenti ripetuti, trascuratezza che ad un certo punto, anche per uno stimolo banale, ad es. il bambino che piange o che urla, possono essere preda di un impulso di violenza incontrollabile ed uccidere il proprio figlio percuotendolo con un oggetto contundente, accoltellandolo o gettandolo dalla finestra.
Si tratta per lo più di giovani madri, di scarsa intelligenza che vivono in situazioni di precarietà sociale ed affettiva, a volte di vera e propria indigenza, presentano disturbi di personalità, aspetti depressivi, eccessiva impulsività e possono avere alle spalle una storia di abuso di sostanze o maltrattamenti e abusi subiti a loro volta nelle loro famiglie di origine.
L’abuso di sostanze, in particolare eroina e cocaina, può esercitare una duplice azione nel favorire l’infanticidio: da una parte i sintomi da astinenza o l’uso stesso producono quella disforia, irritabilità e impulsività necessarie al passaggio all’atto omicidiario, dall’altro può slatentizzare dei sintomi psicotici già presenti.

Nel secondo gruppo troviamo delle madri che potremmo definire “omissive” nel senso che la morte del figlio può essere dovuta ad atti omissivi relativi al suo accudimento, ad es. alimentazione inadeguata o non sufficiente, malattie non curate e tutte quelle morti archiviate come “incidenti” (bambino che cade dalla terrazza, soffoca nella culla, si ustiona) che spesso nascondono atti di negligenza di queste madri.
Si tratta di soggetti giovani che non sono in grado per ignoranza, incapacità, insicurezza di affrontare il loro ruolo materno e non riescono ad entrare in sintonia con i bisogni fondamentali e vitali del loro bambino, anzi spesso li vivono come qualcosa di estraneo e di minaccioso per la loro vita.
In tal caso possono esprimere anche problematiche psicotiche con angoscia di fusione e di annientamento.

Nel terzo gruppo troviamo una categoria di madri cosiddette “vendicative” recentemente alla ribalta perché per loro è stata ideata una nuova sindrome,la Sindrome di Medea, dalla protagonista della nota tragedia di Euripide.
Medea uccide i figli avuti da Giasone fuori dal matrimonio quando lui sta per sposare Glauce e vuole sottrarglieli. Il giudice Creonte le concede di vederli per l’ultima volta e lei li uccide .Lapidario il dialogo tra i due quando Giasone le chiede: “E così allora li hai uccisi?” E Medea risponde: “Sì, per farti soffrire.”L’interpretazione di tale gesto ha a che fare col desiderio di interrompere la discendenza di Giasone ma anche, sul piano psicoanalitico, con quello onnipotente di possesso totale dei figli, estromettendo il padre.

Fuori dal mito comunque è frequente nelle cronache leggere di queste madri( ma recentemente più padri) che consumano nell’uccisione del figlio la loro vendetta nei confronti del partner che li ha rifiutati, utilizzando così il figlio come oggetto inanimato , come una vera e propria arma di vendetta.
Spesso c’è un substrato di disturbo di personalità con comportamenti aggressivo-impulsivi e tendenza patologica ad instaurare relazioni ostili col partner.

C’è poi un gruppo forse più lineare e,se vogliamo, banale nella sua dinamica che è quello delle madri che uccidono deliberatamente, in piena lucidità mentale, il proprio figlio perché non desiderato. Sono soggetti che non desideravano la gravidanza e collegano la nascita del figlio a qualche evento per loro traumatico come l’abbandono da parte del partner, violenza sessuale subita, gravi problemi economici e simili.
Non è infrequente riscontrare in loro dei tratti di personalità antisociale e comportamenti impulsivi o devianti o abuso di sostanze.

Una variante di questa tipologia è rappresentata da quelle madri, per lo più molto giovani, che praticano il vero e proprio infanticidio, così come il nostro Codice lo descrive, e cioè l’uccisione o l’abbandono del figlio nell’immediatezza del parto.

Le cronache spesso ci segnalano purtroppo di questi neonati rinvenuti accanto ai cassonetti, per la strada o, nei casi più gravi, gettati nel water.
Il meccanismo psicodinamico alla base di tali gesti è la negazione , cioè queste donne si comportano e vivono come se non fossero incinte, negando istericamente a sé stesse e agli altri il loro stato, tanto che spesso gli stessi familiari non se ne accorgono. Arrivano quindi a partorire da sole, in assoluta clandestinità e si liberano subito di questo materiale estraneo, come si fa appunto col materiale fecale.

Sono spesso minorenni o giovanissime sedotte e abbandonate da uomini adulti o prostitute vittime di un “incidente di percorso” nella loro professione; in ogni caso soggetti fortemente immaturi e con tratti regressivi e narcisistici di personalità.

Contigua a questa tipologia c’è quella delle madri che ritengono di essere state deturpate nel proprio corpo dalla gravidanza o ritengono comunque che la nascita del figlio abbia condizionato irreversibilmente la loro esistenza, costringendole a vivere con un uomo che non amano, in un luogo che non sopportano. Si sentono letteralmente “in gabbia” e concentrano tutte le loro frustrazioni sul figlio che diventa capro espiatorio, la fonte di tutti i loro mali che va quindi eliminata.

Si tratta di donne insicure, con tratti impulsivi di personalità e non di rado affette da vere e proprie malattie mentali come Depressione Maggiore o Schizofrenia Paranoidea; in tal caso il figlio viene percepito come una vera e propria minaccia, un persecutore.

C’è poi il gruppo di madri che possiamo inserire in un contesto di violenza plurigenerazionale , cioè vittime a loro volta di violenze, maltrattamenti, umiliazioni da parte delle loro cattive madri e che non sono riuscite per questo a sviluppare una buona identità materna. Il loro conflitto si consuma tra il desiderio cosciente di essere delle buone madri e i loro comportamenti che tenderanno invece a ripetere quelli delle loro cattive madri .

In questi casi il meccanismo psicodinamico sotteso è quello dell’identificazione con l’aggressore che le porterà quindi a ripetere sui propri figli gli stessi errori delle loro madri, fino alle estreme conseguenze dell’omicidio.

Altre volte invece queste stesse madri possono, per un meccanismo di spostamento , uccidere il proprio figlio volendo in realtà uccidere la propria “madre cattiva”. In altre parole introiettano i sentimenti di odio verso la propria madre, sviluppando spesso una reazione depressiva e li spostano gradualmente sul proprio figlio che diventa a sua volta cattivo e non viene più quindi percepito nella sua realtà ma solo in funzione dei meccanismi psicologici di difesa che la madre mette in atto per gestire la propria angoscia.

In un altro gruppo incontriamo quelle madri che con estrema frequenza salgono alla ribalta della cronaca e cioè quelle che desiderano uccidersi e uccidono il figlio. Qui siamo chiaramente in un contesto di Depressione grave, senza speranza, senza possibilità di ricevere aiuto, spesso con una convinzione delirante di indegnità o di colpa e queste donne decidono che l’unica salvezza per loro e per il loro bambino è la morte:si parla in questo caso di suicidio allargato.

Nelle forme ossessive invece, quando ad es. c’è una fobia dei coltelli, delle corde, per timore di poterli usare contro il figlio o di affacciarsi alla terrazza per timore di gettarlo di sotto, il rischio che si passi all’atto è praticamente inesistente poiché l’idea ossessiva è di per sé un meccanismo di difesa contro un’angoscia altrimenti devastante e ingabbia il soggetto in una sorta di paralisi del pensiero e della volontà fine a sé stessa e che si autoalimenta.

Esiste anche un versante paranoideo persecutorio in cui il mondo appare talmente ostile e negativo che è preferibile uccidersi insieme al figlio perché, sono convinte che non sopravviverebbe senza di loro; oppure possono essere in preda ad allucinazioni uditive con voci imperiose che le ordinano di uccidere il figlio per salvarlo .E così in realtà fanno, uccidendosi insieme o dopo il loro bambino. Si parla in questo caso di suicidio altruistico perché c’è sottesa una fantasia delirante di riunione salvifica di madre e figlio in un mondo migliore.

Una variante di questa tipologia, anch’essa piuttosto nota alle cronache, è quella delle omicide compassionevoli, di quelle mamme cioè che uccidono i loro figli perché gravemente malati o portatori di handicap, per non vederli più soffrire. Tale forma, per certi aspetti umanamente comprensibile, va nettamente distinta anche sul piano medico-legale, dagli omicidi pseudocompassionevoli nei quali invece il fine non è il bene del figlio ma un vantaggio della madre, che si libera così di un peso che non sopporta più.

Diverso è ancora il caso di chi uccide il figlio essendo convinta abbia una malattia o una malformazione che in realtà non ha allora lo scopo dell’uccisione è quello di salvarlo da presunte sofferenze future.

Per finire vorrei inserire una Sindrome curiosa e abbastanza rara : si tratta della Sindrome di Munchhausen per procura , cioè di quelle madri che provocano lesioni o avvelenamenti, ad es. somministrando di nascosto farmaci o sostanze nocive ai propri figli al fine di simulare malattie e ottenere così l’attenzione del medico. Sono difficilissime da individuare poiché appaiono come madri premurosissime, attente alla salute del figlio e continuamente alla ricerca di medici e di cure. Se non scoperte in tempo possono portare alla morte i propri figli per gravi lesioni .

Anche tale Sindrome ha delle varianti, fortunatamente di minore gravità e sono le cosiddette madri help seekers , che richiedono molto spesso esami clinici per malattie non gravi dei loro figli presunte o da loro stesse provocate.

In realtà nascondono una reale ricerca di aiuto perché si tratta di madri in difficoltà nell’allevare i figli per motivi familiari o sociali. Un buon intervento di sostegno dall’assistente sociale o da strutture sanitarie risolve spesso il problema.

Poi ci sono le madri doctor shopping per procura e cioè quelle madri che continuano a richiedere ossessivamente visite mediche per un figlio che ha avuto in passato una grave malattia ma poi è guarito. La loro apprensione è tale che riescono spesso a convincere i medici a prescrivere esami,ricoverare i loro figli e perfino a praticare terapie inutili o dannose, come fanno sistematicamente altre madri che usano la cosiddetta “terapia farmacologia allargata”, somministrando al loro figlio i farmaci che assumono loro stesse e voi capite bene a quali conseguenze questi bambini possano andare incontro.

Queste sono le principali tipologie di mamme assassine, e quindi possiamo comunque affermare che la presenza di disturbi di personalità, disturbi psichiatrici acuti, condizioni socio-economiche sfavorevoli e abuso di droghe sono gli scenari che fanno da sfondo al figlicidio. E le cause associate a questi fattori sono: la mancanza di un solido supporto familiare (ragazze madri, vedove, donne che vivono in ambienti isolati, lontane dalle loro radici), eventi stressanti come un lutto, la perdita del lavoro, gravi malattie in famiglia.

Quindi una mamma dovrebbe poter contare su un ambiente familiare sereno, sulla collaborazione e vicinanza del coniuge e di altri familiari, in particolare la madre e dovremmo noi tutti cominciare a sfatare dei falsi “miti” che possono generare frustrazione e forte disagio psicologico.

Accontentiamoci del concetto espresso da Bion di “madre sufficientemente buona” che è quella madre capace di soddisfare le esigenze primarie di un soggetto piccolo, indifeso, dipendente in un ambiente favorevole e accudente, tale da permetterne lo sviluppo e il superamento di tutte le fasi di separazione, individuazione, imitazione, interiorizzazione delle qualità dei genitori.
La buona madre permetterà cosi alla propria figlia di diventare a sua volta una buona madre, attraverso la trasmissione di cure adeguate e corrette che lei ritrasmetterà, forte del ricordo di una relazione primaria madre-figlia positiva e gratificante. Il contrario avverrà tra una “madre cattiva” e sua figlia.

Ma che fine fanno poi queste mamme assassine? E' possibile un loro recupero?

Molto dipende dalla presenza o meno di una malattia mentale, dal loro comportamento dopo il delitto, dalle modalità della confessione, dal contesto sociale e familiare in cui si trovano, dalla capacità di introspezione e di accettazione in relazione all’omicidio.

Il meccanismo prevalente dopo il delitto è la negazione del fatto, che può essere attribuito ad altri o a fatalità. Spesso tale comportamento è assunto dagli stessi familiari che tendono, in genere, a proteggere la madre. Molto più rara , se non eccezionale, è invece la cosiddetta “amnesia dissociativa” di cui tanto si ipotizza a proposito della Franzoni.

Qualora la donna sia ritenuta colpevole, durante il processo seguirà un periodo di presa di coscienza del fatto e una iniziale elaborazione del lutto. Inutile sottolineare come in queste fasi del dopo delitto il rischio suicidario sia elevatissimo, specialmente in occasioni di ricorrenze come il compleanno del bambino, il Natale, lo stesso anniversario del delitto.
Peraltro il rischio suicidario è presente anche dopo la conclusione del processo e la condanna, quando si riaffaccerà il meccanismo difensivo della negazione , non sempre però sufficiente ad arginare l’impatto penoso con la realtà della colpa ormai accertata. Durante la fase del reinserimento sociale intervengono meccanismi psicologici di riparazione , ad esempio facendo un altro figlio . Tale desiderio può essere “sano” qualora la madre lo metta in atto dopo anni, nel contesto di una nuova relazione affettiva stabile. Risulta invece molto più sospetto e rischioso in altri casi perché può nascondere la possibilità di una recidiva e cioè l’uccisione di un altro figlio.

Quelle dichiarate incapaci di intendere e di volere verranno accolte in strutture penitenziarie. Le altre avranno la sorte dei condannati per omicidio con, a mio parere, minori possibilità di recupero, salvo nei casi in cui esista una piena consapevolezza del reato e un sincero pentimento.

In conclusione possiamo dire che risulta molto importante, in determinati momenti, il comportamento della famiglia di origine e di quella acquisita. Ma la famiglia di oggi è in crisi. La famiglia odierna, specialmente nella società urbana industrializzata, è una famiglia ristretta.

Oggi, marito e moglie sono soli, l’uno di fronte all’altro, molte volte non c’è dialogo, devono inventare ogni mattina il loro rapporto. Nella vecchia famiglia estesa, il gruppo primario concedeva al marito o alla moglie in crisi qualche scappatoia o uscita di emergenza.
All’interno del gruppo vi era sempre qualche persona pronta ad ascoltare, dare consigli, intervenire se necessario. Adesso, purtroppo nella maggioranza dei casi non è così: c’è la solitudine che è diventata un vero e proprio nemico da combattere giornalmente.

Oggi la futura mamma può trovarsi nella condizione di non poter contare su nessun aiuto da parte sia della famiglia d’origine sia di quella acquisita e le difficoltà, che la vita pone giornalmente sulla sua strada, diventano ancora più grandi.

Il figlicidio rimane un delitto che suscita allarme sociale e mette in subbuglio la coscienza di ognuno di noi e che, malgrado gli sforzi delle scienze del comportamento umano, nasconde ancora tanti lati oscuri e misteriosi ma nonostante ciò non tutti gli omicidi delle mamme assassine sono ineluttabili, anzi molti di essi sarebbero evitabili se solo ci si ponesse con più attenzione e soprattutto con più amore nei confronti di chi manifesta difficoltà o disagi all’interno delle famiglie cosiddette “normali”.

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A cura di Lara D'Orazio

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