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Riflessione di fine anno

on . Postato in Editoriale | Letto 1908 volte

brindisi champagne 638x425 638x321Al giorno d’oggi un gran numero di persone si lamenta di non essere soddisfatto della propria vita, di quello che non possiede e di quello che non è riuscito ad ottenere fino ad ora. Non è tuttavia ben chiaro se realmente le persone stanno vivendo dei momenti di crisi oppure se semplicemente si è più portati a lamentarsi delle piccole cose rispetto ad un tempo.

Lamentarsi è uno sfogo che porta a condividere con gli altri un malessere sentendosi compresi e non gli unici a possedere delle problematiche. Soprattutto alla fine dell’anno molte persone si rammaricano per il fatto che quello appena trascorso non gli abbia portato loro niente di buono. “Nessuna fortuna, nonostante le lenticchie mangiate a capodanno”.

Con il giungere dell’arrivo di un nuovo anno infatti si finisce sempre per fare il resoconto di com’è andata. Le feste come Natale e Capodanno portano per forza a riflettere sullo stato della propria vita, sulle nostre eventuali mancanze sul piano personale, relazionale e professionale. Questo in quanto le festività sono legate al concetto di famiglia e infatti per il pranzo di Natale e/o per la cena della Viglia si mangia in famiglia e chi non la possiede, o non ha un clima felice al suo interno, dovrà fare i conti con il malessere che questo può provocare. Lo stesso per il Capodanno nel quale si è soliti festeggiare con gli amici ma c’è anche chi lo passa da solo soffrendone la solitudine.

Un’altra immagine che si lega alle festività dei giorni d’oggi è quella della prosperità economica, di tavole imbandite di cibo, di ristoranti pieni e di regali costosi da consegnare ai parenti per obbligo. Ma c’è chi non ha la disponibilità economica per festeggiare o per fare regali e si sente in colpa di non poter ricambiare o sviluppa sentimenti di vergogna per la propria posizione di miseria in cui si trova.

Tuttavia non sono solo le persone di questi tempi ad odiare le festività, infatti lo stesso sentimento negativo nei confronti del Capodanno fu provato già da Antonio Gramsci nel 1916:

“Ogni mattino, quando mi risveglio ancora sotto la cappa del cielo, sento che per me è capodanno. Perciò odio questi capodanni a scadenza fissa che fanno della vita e dello spirito umano un’azienda commerciale col suo bravo consuntivo, e il suo bilancio e il preventivo per la nuova gestione. Essi fanno perdere il senso della continuità della vita e dello spirito. Si finisce per credere sul serio che tra anno e anno ci sia una soluzione di continuità e che incominci una novella istoria, e si fanno propositi e ci si pente degli spropositi, ecc. ecc....Così la data diventa un ingombro, un parapetto che impedisce di vedere che la storia continua a svolgersi con la stessa linea fondamentale immutata, senza bruschi arresti, come quando al cinematografo si strappa il film e si ha un intervallo di luce abbarbagliante. Perciò odio il capodanno. Voglio che ogni mattino sia per me un capodanno. Ogni giorno voglio fare i conti con me stesso, e rinnovarmi ogni giorno. Nessun giorno preventivato per il riposo. Le soste me le scelgo da me, quando mi sento ubriaco di vita intensa e voglio fare un tuffo nell’animalità per ritrarne nuovo vigore. Nessun travettismo spirituale. Ogni ora della mia vita vorrei fosse nuova, pur riallacciandosi a quelle trascorse. Nessun giorno di tripudio a rime obbligate collettive, da spartire con tutti gli estranei che non mi interessano. Perché hanno tripudiato i nonni dei nostri nonni ecc., dovremmo anche noi sentire il bisogno del tripudio. Tutto ciò stomaca. Aspetto il socialismo anche per questa ragione. Perché scaraventerà nell’immondezzaio tutte queste date che ormai non hanno più nessuna risonanza nel nostro spirito e, se ne creerà delle altre, saranno almeno le nostre, e non quelle che dobbiamo accettare senza beneficio d’inventario dai nostri sciocchissimi antenati.” (Antonio Gramsci, 1 gennaio 1916, Avanti!, edizione torinese, rubrica Sotto la Mole).

Eppure ci si dovrebbe concentrare su quel poco di buono che abbiamo ottenuto, anche se apparentemente non sembra nulla di eccezionale. Anche una piccola soddisfazione come una promozione o un aumento di salario può essere qualcosa di grandissimo rispetto a chi con questi tempi di crisi nemmeno possiede un lavoro.
Oppure delle analisi del sangue risultate essere buone possono venir viste come il più bel regalo di Natale del mondo dopo aver avuto una malattia.
Come sempre tutto può essere percepito in maniera diversa in base alla prospettiva dalla quale la si osserva.

E se proprio l’anno passato non ha portato davvero niente di buono si dovrebbe provare a pensare che ogni giorno si ha la possibilità di rincominciare, di fare qualcosa per ottenere il cambiamento desiderato. Perchè non bisogna pensare all’anno che viene come ad una speranza che ci giunga qualcosa di desiderato, ma come ad un’opportunità per cercare di farcela.
Così qualcosa che non arriva per pura fortuna ma che si otterrà per non aver smesso di darsi da fare nonostante le difficoltà, sarà fonte di grande soddisfazione personale. Perchè, come affermava Skinner, “un fallimento non è sempre uno sbaglio, potrebbe semplicemente essere il meglio che uno possa fare in certe circostanze. Il vero sbaglio è smettere di provare”.

Dunque  le tue festività possono diventare un momento di serenità se le si prende non come un obbligo ma come un dono da auto regalarsi concedendosi magari qualcosa che per il resto dell’anno ci si priva. Esatto sì, per quest’anno non pensiamo a come far felici gli altri ma pensiamo a come star bene noi, perchè per chi ci vuole bene il regalo più grande sarà quello di vederci sereni, altrimenti significa che non sono le persone giuste con le quali dovremmo passare queste celebrazioni. Infatti la stessa parola latina festivitas indica “piacevolezza, giovialità” e pertanto così dovrebbero essere le festività di ognuno di noi.

 

(a cura della Dottoressa Eleonora Mercadante)

 

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Tags: riflessione lamentarsi fine anno soddisfazione personale serenità piacevolezza giovialità sfogo

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