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L' ultima cena dell'anoressica

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on . Postato in I disturbi alimentari | Letto 882 volte

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ultimacena jacopobassnoL’ultima cena - Joos Van Cleve (1485 ca. - 1540)

Comunione è la parola che mi viene in mente, se cerco di rompere il silenzio del mistero dell’anoressia. Comunione della famiglia intorno a un solo pane.

“Perché vi è un solo pane, noi pur essendo molti, siamo un corpo solo; tutti infatti partecipiamo dell’unico pane (San Paolo, 1 Cor. 10. 16-17).

Comunione della famiglia che, attraverso la figlia, incontra un morire che non è la fine drammatica dell’esistenza, anzi è un entrare nella totalità della vita. Comunione impalpabile di affetti non detti, comunione di gesti visibile nella ritualità socialmente codificata della condivisione dei pasti quotidiani.

La cena familiare è il luogo privilegiato di questa comunione continuamente annunciata e alimentata. Il legame tra gli elementi visibili e quelli invisibili di questa comunione è elemento costitutivo della famiglia dell’anoressica e acquista, all’interno di essa, un valore sacrale.

Nella notte dell'ultima cena,
a tavola con i fratelli,
dopo aver osservato appieno la legge
sul pasto pasquale,
si dà con le sue mani
in cibo ai Dodici.
(Inno del Pange lingua)

Ripensiamo, anzi riviviamo l’ora della cena familiare dell’anoressica, spazio simbolico in cui si suggella l’alleanza familiare e ci si nutre della figlia, che vivifica sacrificandosi, realizzando la promessa liturgica: “Chi mangia la mia Carne e beve il mio Sangue, rimane in me e io in lui…Chi mangia me, anche egli vivrà per me: vivet propter me”(Io. 6,56-57).

Il cibo ha un così potente valore di simbolo, segno della figlia anoressica che si fa pane dell’immortalità dei genitori, alimento per ciascuno di loro, perché essi possano dire non più io vivo, ma mia figlia vive in me, la vita che vivo nella carne la vivo attraverso mia figlia che ha dato se stessa, ha rinunciato a se stessa, alla sua individualità, per me.
I genitori si fanno corpo della figlia e per questo la mensa della cena familiare si colora del mistero dell’unità familiare. Nella famiglia dell’anoressica la nascita della figlia rappresenta l’evento salvifico per eccellenza in quanto, attraversando la regione della morte, inaugura per la famiglia il mondo nuovo della immortalità.

Dividere il pane è sacramento per antonomasia dell’alleanza. Ogni volta che si celebra la cena familiare i genitori effettuano l’opera della propria redenzione e spezzano l’unico pane che è farmaco di immortalità, antidoto per non morire, ma per vivere nella figlia per sempre.

«Mentre essi cenavano, Gesù prese il pane e, pronunziata la benedizione, lo spezzò e lo diede ai discepoli dicendo: prendete e mangiate, questo è il mio corpo. Poi prese il calice e, dopo aver reso grazie, lo diede loro dicendo: bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell’alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati» (Matth. 26, 26-28).

Comunione è l’atmosfera nella quale la cena viene celebrata: un’atmosfera affettiva intensa e carica di quei sentimenti che vanno oltre la maniera della conversazione abituale. L’intensità affettiva nell’incontro intorno alla tavola imbandita aumenta in scala ascendente nel corso dello svolgimento della cena, mentre si realizza il passaggio dall’immagine dell’agnello sacrificale alla realtà della vittima vera, la figlia stessa, immolata attraverso il cibo che significa e reitera in modo incruento il sacrificio della figlia.

L’anoressica è lo strumento attraverso cui si realizza la comunione della madre con il padre, unica via di accesso al padre.
Donando la sua vita, l’anoressica offre ai suoi genitori la possibilità di entrare in comunione con lei e, attraverso lei, tra di loro. Se sul piano biologico il cibo e la bevanda vengono assimilati da colui che mangia e che beve, sul piano psicologico la figlia/cibo viene assimilata dai genitori, che così entrano in comunione con la sua vita e con la vita in sé.

Sacrificio della figlia, consumatosi sulla croce, simbolo della relazione sessuale tra i genitori che è mortifera perché avviene attraverso la figlia stessa (Ignazio Majore, 2005), segno del pianeta dell’attraversamento (Nibiru ) che scatena contro il pianeta dispensatore di vita (Tiamat) il Vento del Male, penetrando nelle sue viscere e conficcandosi nel grembo, per poi, dopo averla così domata, spegnere il suo soffio vitale, come ci racconta l’Enuma elish, poema epico babilonese, geroglifico alchemico del crogiuolo, strumento dove la materia prima, lavorata col fuoco, trova la morte per risuscitare trasformata.

Nella sua ultima cena l’anoressica compie un gesto che esprime il senso della sua vita e della sua morte. Rifiuta di partecipare alla cena familiare, in cui, lo sa, è lei stessa l’agnello sacrificale.

“Chi mangia di me, vivrà di me (Gv 6, 51).

Sente che è arrivato il momento di andare, che il tradimento si è consumato, che il traditore le siede accano alla tavola imbandita e intinge il pane nel suo piatto.
E’ il momento che la figlia, deputata a subire una così profonda invasione di morte e di sessualità da parte dei genitori non filtrata, cerchi di superare questa sua condizione passiva e di affermarsi come persona, individuo.
« Io vi dico che da ora non berrò più di questo frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo con voi nel regno del Padre mio » (Mt 26,29).

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L’anoressica “sceglie” di non nutrirsi più fino al giorno in cui potrà essere nutrita nuovamente dalla madre e dal padre interiorizzati.
L’immagine terrifica dell’Apocalisse descrive chiaramente il ruolo dell’anoressica al centro della famiglia: “agnello sgozzato e in piedi” (Apocalisse 5,6).

L’anoressica è l’agnello “senza difetto, maschio, nato nell’anno” (es 12,6), deposito e scarico della morte che circola nella famiglia e nel collettivo, che si ottiene in alcun modo con la violenza, al contrario è il frutto di una rinuncia così totale alla violenza che quest’ultima può scatenarsi a sazietà sulla figlia e rendere invisibile, impalpabile l’invasione.
Invasione di presenze collettive primarie spaventose, che i genitori, a loro volta scarsamente individualizzati, non sono riusciti a filtrare. La mente dell’anoressica è attaccata dalla minaccia costante di presenze primitive (gli orchi delle fiabe), che non è in grado di organizzare.

Riuscire a riconoscere la relativa estraneità di aspetti ormai interiorizzati permetterebbe all’anoressica di porsi criticamente di fronte ad essi, nel tentativo di analizzarli e per quanto possibile di espellerli.
“Le anoressiche, a proposito, s’illudono di liberarsene, espellendo incede del semplice cibo.
L’espulsione vera dovrebbe venire dalla mente. E’ facile a dirsi, ma è a loro molto difficile identificare un’invasione mentale, che è sempre inapparente. E’ più facile lottare col cibo che è concreto e sembra quindi padroneggiabile” (Ignazio Majore. La mente in analisi. Principi di analisi mentale e di psicoanalisi. Casa Editrice Astrolabio, 2005)

 

Carmen Pernicola - Psicologa Clinica e di Comunità

 

 

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