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Maggie goes on a diet: un libro da mettere all’indice?

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Riflessione sui Disturbi del Comportamento Alimentare

Maggie goes on a diet comportamento alimentareDal mese di ottobre è in vendita negli USA il libro di Paul Kramer Maggie goes on a diet.

Nato con l’obiettivo di combattere l’obesità infantile il testo presenta con una serie di vignette, accattivanti e colorate, come perseguire l’obiettivo della perdita di peso.

Già prima dell’uscita del libro non sono mancate le polemiche, che hanno interessato anche la stampa italiana, in quanto tacciato di spingere i ragazzi verso l’anoressia.

Tuttavia chi lavora in quest’ambito da anni è ben consapevole del fatto che è un'errata convinzione credere che l’insorgenza dell’anoressia sia solo legata all' emulazione dei modelli di magrezza proposti dai media, come ad esempio quelli delle fotomodelle, giacché si tratta di una patologia compulsiva seria, che nasce dal controllo ossessivo sul proprio corpo che è un’operazione coatta, alla quale l’anoressico/a non può assolutamente sottrarsi.

Del resto rapporto di ogni essere umano con il cibo è complesso, in quanto è costruito su una evoluzione lenta e faticosa, che va dall’aspetto biologico a quello psicologico senza soluzione di continuità. Proprio perché intimo, quotidiano, denso di significati simbolici e psicologici, il rapporto con il cibo è così fondamentale nella crescita di ciascun individuo, giacché muove il senso dell’appartenenza, è fondamentale nella costruzione dell’immagine di sé all’interno della cultura di appartenenza e con il difficile confronto con i modelli sociali vincenti.

Una delle più attuali emergenze sociosanitarie è oggi rappresentata dai disturbi del comportamento alimentare (DCA). Generalmente questi disturbi interessano l'universo femminile, sebbene ultimamente si stia assistendo al diffondersi di tali patologie anche tra i maschi. Si riscontrano comunque casi di DCA pure in età pre-adolescenziale (11-15 anni) .

La patologia del comportamento alimentare è variegata: si va dall'anoressia pura alla bulimia, all'anoressia con versante bulimico, all’iperfagia coatta che porta all’obesità, all’alimentazione selettiva.

Nell’anoressia il corpo diventa il principale nemico della persona anoressica, tanto che questa mette in atto infinite strategie finalizzate a negare ogni bisogno corporeo: l’obiettivo è scomparire all’interno di una relazione dove il Sé del soggetto è completamente indifferenziato. La connotazione psicologica dell'anoressia mentale è da un lato il pensiero ossessivo-compulsivo del cibo, dall'altro è la regressione infantile come espressione del rifiuto di crescere. In genere i soggetti con anoressia nervosa presentano una personalità meticolosa e perfezionista. Tendono a fare le cose al meglio delle loro abilità e spesso eseguono i loro compiti in modo ossessivo o compulsivo. Pretendono la perfezione in molte aree della loro vita e, paragonati ai loro coetanei, tendono a essere molto educati e conformisti. I genitori, infatti, commentano come, prima che la malattia insorgesse, non si fossero mai dovuti preoccupare del/della loro figlio/a. Questi/e ragazzi/e si prefiggono spesso standard irrealistici. Se non arrivano all'apice si sentono delle falliti/e e la loro autostima subisce un drastico crollo.

La bulimia in sé è espressione di una preoccupazione per l’aspetto fisico in un soggetto in perenne conflitto che non ha risolto le contraddizioni di fondo (attività – passività, dipendenza – parità). L’eccesso di introduzione di cibo, così come il rifiuto, possono rappresentare simbolicamente il desiderio avido di possesso di amore materno, come l’odio e il rifiuto di questo. Spesso le angosce del bulimico, non essendo contenute dalla figura genitoriale, tendono ad interferire con i processi di socializzazione sia in ambito scolastico sia in quello lavorativo. Il bulimico oscilla tra il pieno e il vuoto. Il tutto e il niente, egli è in grado di nascondere il proprio problema perché può benissimo mantenere segreta la propria patologia, perlomeno ad occhi non molto attenti.

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In questa prospettiva, secondo gli orientamenti più recenti, i DCA possono essere definiti patologie da dipendenza, e, come la tossicodipendenza, sono così difficili da trattare perché sono da ricondurre agli schemi più arcaici che vengono fissati: sono adottati cioè come modalità difensive nei confronti di un «utero mentale» troppo debole per far evolvere il bambino. , il rapporto madre-bambino si struttura in senso simbiotico, dal momento che si prolunga l’apparente benessere della dipendenza senza mai un soddisfacimento degli istinti orali, escludendo al tempo stesso l'insieme delle istanze morali e delle regole generalmente rappresentate dalla figura patema. In questo legame simbiotico, che non favorisce in realtà né la dipendenza né l'autonomia del bambino, viene difatti esclusa l'ingerenza di ogni altro soggetto familiare. Il padre è di solito il membro che ne fa maggiormente le spese, in quanto considerato debole e quindi allontanato. In tale situazione collusiva, la figura patema si ritira molto precocemente, allontanandosi dalla diade madre-bambino e favorendo ancora di più il rafforzamento del legame simbiotico. A questo punto il figlio si viene a trovare nell’assurda e insostenibile posizione di dover «soddisfare» la madre e di non crescere, perché crescendo sentirebbe di «uccidere» la madre stessa in quanto vittima inconsolabile. Il rifiuto del cibo diventa così una garanzia offerta dal figlio alla madre: non mangiando, egli le comunica infatti di stare tranquilla, perché non crescerà e quindi non si staccherà mai da lei. Così l'equilibrio resta intatto.

In un legame così collusivo la madre è coinvolta in una coazione ad anticipare, non consentendo al figlio di esprimere i propri desideri e i propri bisogni in maniera creativa e autonoma. Tale coazione si estende dal cibo a ogni altra cosa (giochi, abbigliamento, ecc.), per cui il bambino viene privato della capacità di cercare, di scoprire ciò che desidera, in definitiva viene privato di se stesso. Crescendo, egli si percepirà senza emozioni e senza passioni, con un senso di vuoto che non riuscirà mai a colmare, ma che, per tentare di colmare, lo costringerà a comportamenti coatti e ripetuti. Non essendo più padrone delle sue emozioni il bambino tenderà a identificarsi con l'unico ruolo riconosciutogli dai genitori nella comunicazione. Non di rado diventa allora l'orgoglio della famiglia, il cosiddetto «figlio modello», molto bravo a scuola, compiacente, che non delude mai le aspettative altrui, rispecchiando l'immagine del figlio e dell'alunno ideale. Il più delle volte, però, si ritrova a vivere con una maschera, in un ruolo a lui totalmente estraneo. Finisce così per maturare un senso di disistima nei propri confronti, sentendosi mediocre e inadeguato, mettendo in dubbio le proprie esperienze corporee e mentali.

Da quanto suddetto emerge che le motivazioni che spingono un bambino o una ragazza a mangiare troppo o troppo poco, tanto da sfociare nella patologie del comportamento alimentare, sono dunque così complesse che se la sola lettura di un libro bastasse a scatenarle la situazione per gli psicologi sarebbe molto semplice, perché una maniera altrettanto semplice si potrebbe uscire da tali situazioni: leggiti questo libro e guarisci! Purtroppo, o per fortuna, le cose non sono così semplici: per produrre cambiamenti ci vuole del tempo, tempo le quale le disfunzioni si sedimentano e sono queste all’origine dei Disturbi del Comportamento Alimentare e del Peso (DCA). Ovviamente non ho potuto leggere il libro, ma partendo da tale premessa risulta evidente che il grido d’allarme lanciato contro tale libro è sull’onda del sensazionalismo e del fare notizia a tutti i costi di chi fa l’equazione dieta = anoressia.

Più che gridare all’allarme sarebbe pertanto più opportuno essere attenti ai bisogni dei propri figli giacché secondo gli studi recenti la non responsività genitoriale e l’inadeguatezza nel cogliere i segnali di fame e sazietà del bambino piccolo contribuiscono all’insorgere di problemi alimentari in età successive, minando la capacità del bambino di autoregolazione alimentare e l’abilità nel fare riferimento ai segnali interni di fame e sazietà. Sul piano psicologico può manifestarsi, infatti, la confusione tra bisogni diversi, dove stanchezza, malessere ed altre esigenze vengono erroneamente sedate con il cibo, come se l'alimentazione potesse soddisfare ogni bisogno. Il cibo è associato infatti a sensazioni di sicurezza, soddisfazione, amore e piacere.

Le dinamiche all’interno della famiglia di bambini che manifestano il loro disagio attraverso un disturbo dell’alimentazione, pertanto, sembrano essere dipendenti da variabili diverse, quali:

  • Una presenza dei nonni, non continuativa ma “occasionale”, il cui apporto spesso si esplica attraverso l’offerta di doni, giocattoli e dolci e frequentemente si limita solo a questo.

  • Gli incontri con altri componenti familiari (zii, etc…) diventano anch’essi occasioni di momenti convivali in cui il consumo di cibo riveste un’importanza centrale.

  • La presenza in famiglia di persone con età ed esigenze differenti (altri fratelli maggiori, nonni, baby-sitter etc…), e la non adeguata distinzione tra i bisogni del bambino e quelli degli adulti, penalizza i reali bisogni di quest’ultimo coinvolgendolo, suo malgrado, in abitudini alimentari e non solo (vedi anche programmi televisivi etc.), inopportune per il proprio fabbisogno. L’assunzione di una quantità di cibo non adatta al metabolismo del piccolo e al suo senso di sazietà, porterà questi ultimi ad essere tarati su quelli degli adulti. Tali schemi alimentari, poco rispettosi, saranno interiorizzati e mal si adatteranno in altri contesti formativi quali, ad esempio, quello scolastico.

  • I ritmi frenetici, costante cronica nella nostra società, spingono a prestare una maggiore attenzione all’accudimento materiale (mangiare, vestirsi per poi uscire frettolosamente ) promuovendo il consumo di alimenti iper-energetici e preconfezionati, considerati la principale concausa del soprappeso: si trascurano così i bisogni affettivi ed emotivi del bambino (bisogno di tenerezza, ascolto reciproco, attività ludiche condivise …), che richiedono tempi più “distesi” e rispettosi delle sue esigenze.

  • La frequenza sempre più alta di famiglie atipiche (separazioni, famiglie allargate con sottosistemi acquisiti, etc.) spesso si tramuta anch’essa in una nuova occasione di consumo di cibo. Non è infrequente, infatti, che nella visita settimanale il genitore non affidatario, “per accontentare il bambino” (in realtà spesso per non mettersi in gioco) vada con lui a “mangiare da Mc Donald” o lo porti a comprare dei giocattoli, a discapito di altre attività di pura condivisione come: momenti ludici all’aria aperta, parlare con il gusto e il piacere di stare insieme, raccontare favole e miti familiari.

  • L’endemica mancanza di tempo libero, malattia cronica della società attuale e il ritmo frenetico che connota la nostra quotidianità, fanno si che i bambini abbiano perso la capacità di gestire il “vuoto”: tutto va frettolosamente riempito. Così come il tempo è “pieno” di compiti, catechismo, lezioni di musica, informatica e inglese, … e là dove c’è uno spazio reperibile, repentinamente riempito dai cartoni animati e/o dalla play-station, anche lo stomaco del bambino non è in grado di sostenere il senso di “vuoto”, e va subito riempito con il cibo. La “fame”, quindi, diventa uno stimolo impellente improcrastinabile ed insostenibile, perché rappresenta quel “senso di vuoto” che l’individuo oggi non può permettersi di sperimentare, un vuoto che non interessa solo lo stomaco ma connota la nostra quotidianità, tanto piena di impegni quanto povera di cure e attenzioni per i bisogni più profondi.

Il bambino di oggi non sembra disporre di punti di riferimento solidi o quanto meno costanti nel tempo, per cui tutto ciò diventa fonte di insicurezze, ansie e “senso di vuoto” (quest’ultimo inteso come “senza rete” di contenimento) che gli precludono la possibilità di vivere le esperienze tipiche della sua età. Le conseguenze più evidenti sono l'instaurarsi di difficoltà a discriminare adeguatamente le proprie tensioni interne e la tendenza a rispondere ad esse tramite l'assunzione o il rifiuto del cibo.

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In adolescenza tutto si complica in quanto, contemporaneamente alle scoperte e all’esplorazione del mondo circostante si vivono stati d'animo ambivalenti. Si tratta di un periodo di passaggio e di instabilità, in cui si è alla ricerca del proprio essere autentico. Chi sono io? Cos’è il mio corpo? È facile allora capire cosa può accadere nel periodo dell’adolescenza, quando un/una ragazzo/a si trova a fare i conti con le trasformazioni del proprio corpo: si sente tradito/a da esso, non vi si riconosce e non lo ama. Vuole negare la trasformazione avvenuta, vuole negare la sua crescita per tornare allo stato di purezza prepuberale. Per l’anoressico/a l'unico modo per farlo è ridursi all'osso, allo scheletro che nega la trasformazione fisica connessa con la crescita. Per l’obeso il cibo diventa in “mezzo” per gratificarsi e per soddisfare tutta l’amarezza e il senso di inadeguatezza. È questo il punto cruciale dei DCA: il corpo è il tramite per entrare in comunicazione con il mondo. Rifiutarlo significa rifiutare la socialità, le responsabilità, i rapporti. Tuttavia, questa incessante lotta contro la propria vitalità e il proprio mondo emozionale rimane il più delle volte completamente interno alla persona, non lasciando trapelare nulla all'esterno, eccetto i segnali che possono colpire un occhio attento.

Viste le cause multifattoriali, la terapia, deve prevedere pertanto un trattamento multidisciplinare integrato, includendo un pediatra, un dietista e uno psicoterapeuta.

 

BIBLIOGRAFIA

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  • https://www.corriere.it/esteri/11_agosto_19/dieta-bambini-libro-marchetti_f8be3bbe-ca60-11e0-9ddb-a6b1d988da8e.shtml

 

 

Dott. Annamaria Improta, Psicologa, Psicoterapeuta, Pedagogista ed Etologa Alimentare.

 

 

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