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I Test Psicologici

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Crisi di vita, fasi di vita

on . Postato in Infanzia e adolescenza | Letto 320 volte

Immaginate un grande scultore del passato, un Donatello, un Michelangelo, al quale venivano commissionate grandi opere per abbellire chiese, palazzi, città; il maestro una volta parlato con il committente e vista l’area di collocazione della futura opera pensava al soggetto da realizzare che rispondesse a ciò che i committenti volevano esprimere ma anche e soprattutto a ciò che lui sentiva.

Da qualche parte del suo cuore e del suo cervello emergeva un’immagine, una figura; iniziava a lavorare alacremente per sviluppare i bozzetti, i disegni che con le esatte proporzioni rappresentavano quell’idea originaria; molto lavoro veniva svolto anche in questa fase; molti fogli stracciati; fare e rifare molte volte lo stesso particolare, senso di incapacità di esprimere materialmente l’elegante armonia di un’immagine mentale che era perfetta, lunghe notti insonni tormentati dal desiderio di riuscire a fronte di risultati ancora insoddisfacenti.

Poi gradualmente le tessere del puzzle andavano a posto; l’idea si faceva sempre più nitida e così la strada da seguire; quindi la scelta del blocco di marmo che ormai imprigionava solo la figura che doveva essere liberata dallo scultore; l’opera d’arte era già nel pezzo di pietra anche se un duro lavoro spettava all’artista per liberarla. E vorrei sottolineare “duro lavoro”, fisico e psichico, tra momenti di esaltazione perché qualcosa emerge dalla materia rozza e momenti di disperazione, in cui le forze vengono meno, l’obiettivo da raggiungere sembra lontanissimo e si percepisce solo nebbia e confusione.

Mi sono dilungata su questa metafora perché secondo me può comunicare in maniera diretta meglio di molte teorie, come ci si può rappresentare il Sé interiore vale a dire la dimensione psichica , nucleo dell’Essere.

Ad ognuno di noi è affidato questo blocco di marmo che deve essere liberato dalla sua rozzezza affinché ne emerga l’autentica espressione armonica; per agevolare questo lavoro bisogna fare in modo che ciò avvenga consapevolmente ovvero con la presenza mentale costante rispetto agli atti che mettiamo in essere per arrivare a questo obiettivo.

Il bambino notoriamente dipende dai propri genitori all’inizio della sua esistenza in maniera totale; egli deve apprendere tutto e non sopravvive senza degli adulti che si prendono cura di lui dal punto di vista materiale e affettivo. Il bambino cresce sano perché acquista sempre più autonomia, cammina da solo, mangia da solo, può abbandonare temporaneamente la madre per esplorare il mondo ed entrare in relazione con altri; quindi dalla simbiosi totale in cui il feto vive nello stesso corpo della madre, si passa ad una dipendenza esterna e se il processo è “sano” ad una separazione psicologica.

Questo ultimo passaggio è molto delicato ma non meno importante degli altri, quello che segna il passaggio da “cucciolo di uomo” a “uomo” propriamente detto che cammina sulle proprie gambe non solo a livello fisico ma soprattutto a livello mentale. I propri genitori rappresentano un riferimento fondamentale; essi sono un modello di identificazione costante, attraverso i loro occhi si guarda il mondo, si giudica, si sceglie, ci si valuta.

Per tornare alla metafora iniziale, i genitori, le condizioni ambientali di nascita rappresentano il punto di partenza concreto in cui l’artista si trova ad operare: ad esempio un certo periodo storico, la disponibilità di certi strumenti tecnici, determinate modalità espressive, le risorse economiche a sua disposizione ecc. certamente non tutti ottimali…

Quando il bambino non è più tale perché subentra lo sviluppo fisico, egli dovrà costruirsi gradualmente un’identità diversa dal bambino che è stato e dagli adulti di riferimento che sono comunque ‘altro da sé’; questo onere è del tutto personale: bisogna farsene carico in prima persona; i genitori dal canto loro possono facilitare questo ulteriore passaggio consentendo spazi più ampi di autonomia, non solo da un punto di vista pratico (maggiore libertà di movimento ecc.) ma soprattutto ad un livello più sottile, rispettando scelte dei figli che non sempre condividono, ma importanti perché fonte di apprendimento ed evitando giudizi castranti.

La funzione educativa parentale tende a cambiare: continuare ad esserci ma ad un livello più interlocutorio, rinunciare al ‘supposto’potere sui figli, farsi carico della propria ansia rispetto alle incognite del mondo cui i figli vanno incontro senza scaricarle su di loro. La funzione educativa si fa delicata ma ciò nondimeno sostanziale: una fiducia di base reciproca consentirà al ragazzo di fruire della esperienza di vita dei genitori senza dover rinunciare alle proprie esperienze nel mondo e al proprio modo di vedere e sentire.

E’ facile intuire quanti intoppi si possano verificare in questo processo; come psicoterapeuta posso dire di averne sottocchio un’ampia panoramica: ho ricevuto richieste di consultazione da parte di un padre per il proprio figlio quarantenne con problematiche sessuali, ho visto madri angosciate per i fallimenti scolastici dei figli, i quali spesso capaci ed intelligenti, inconsciamente adattati a questa immagine di bambini impotenti, deboli e bisognosi di protezione ma contemporaneamente pieni di rabbia e quindi bloccati in questa ‘impasse’; e ancora ho visto ragazze sofferenti a causa di gravi disturbi alimentari, che tentavano di sottrarsi al dominio totale della madre esercitando un controllo rabbioso sul proprio corpo, madri che tendevano a vivere i propri bisogni, desideri, aspirazioni fallite, al posto della propria figlia, non lasciando loro spazio vitale, convinte di farlo “per il loro bene”.

La lista potrebbe continuare per molte pagine, e non esaurire le infinite manifestazioni cliniche. In generale le ‘distorsioni’ psicologiche se non divengono consapevoli e quindi modificate passano immutate attraverso generazioni, come un ‘inprinting’ affettivo-comportamentale. Ci sono studi clinici su ampi numeri di pazienti che vanno in questa direzione; un dato che mi ha molto colpito ad esempio è quello del rischio suicidario in famiglia; si è visto che nel corso delle generazioni possono presentarsi più avvenimenti di questo tipo semmai alternandosi con gravi condizioni depressive ecc.

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Con l’adolescenza il ragazzo può comunque contare su un forte ‘alleato’ fisiologico: una grande quantità di energia a sua disposizione per iniziare a camminare con le proprie gambe verso il mondo: che vuol dire cimentarsi in tutte le esperienze che sente il bisogno di fare (competizioni sportive, amori, studio, viaggi, esperienze lavorative ecc.) e reggere la tensione della separazione dalla sua condizione infantile.Il gioco della vita ha la possibilità di passare nelle sue mani: egli ha gli strumenti ed il blocco informe davanti a sè e molto lavoro da fare per raggiungere risultati che ancora non può intravedere bene: a lui la scelta se raccogliere la sfida evolutiva o darsela a gambe levate, lasciandosi sprofondare nel guscio casalingo e rimandando la crescita e il cambiamento ‘in data da stabilire’…

Queste due posizioni psicologiche hanno entrambe un costo: la prima,è chiaro, la fatica e la tensione che questo passaggio comporta, in termini di cambiamenti continui a fronte di un’identità ancora incerta. Ma la seconda che superficialmente sembra più ‘comoda’ si farà sentire sotto forma di ansia causata da un’energia naturale ingabbiata e da una mancanza di contatto con il Sé , a cui si deve su un piano conscio il senso di vuoto, di insoddisfazione, dell’esistenza di una sorta di filtro opaco frapposto tra la propria persona ed il mondo ecc.

Tutto questo si accompagna spesso all’ansia anticipatoria ovvero alla “paura della paura” di soffrire a causa delle esperienze di vita nuove (riuscirò a fare quell’esame? Se lui/lei non si accorge che esisto o mi rifiuta, riuscirò a sopportare lo smacco narcisistico? Non provo a parlarne con qualcuno tanto poi nessuno mi capisce…)

Non si parte mai per nuovi lidi, si resta ancorati a guardare l’orizzonte, sperando che qualcosa accada o che qualcun altro faccia qualcosa per noi ( la posizione psicologica di chi ad esempio aspetta “il principe/principessa azzurri” che risolva la vita…)

Certo l’apertura verso gli altri è importante ma solo se si è in grado di aprirsi alla relazione mettendosi in gioco.

Questi sono passaggi evolutivi obbligati per l’uomo che va verso la sua compiutezza, la scelta di affrontarli è a livello profondo, personale.
Bisogna dire che il contesto culturale in cui viviamo immersi non aiuta a riconoscersi ed a confrontarsi su questi temi: le persone sono spesso prigioniere di una visione tutta “esteriorizzata” (proiettata all’esterno dell’essere) e bugiarda e apportatrice di confusione, che ingenera l’illusione di riempire i vuoti esistenziali con beni di consumo, con pillole che ‘non fanno sentire’, con l’esibizione di stili di vita da rotocalco.

Anche questa può essere una fase di transizione in cui i si lascia portare alla deriva nella Babele delle parole altrui. L’estraniazione dal proprio Sé contiene la potenzialità del suo capovolgimento nell’opposto (es. se ci si sente lontani vuol dire che lo si è rispetto ad un punto di riferimento che si sente ma che non si sa definire; la distanza ci consente di capire ‘rispetto a cosa’) ovvero ritrovare il percorso verso l’interiorità e liberare la propria ‘opera d’arte’; solo da lì possiamo aspettarci l’autentica soddisfazione.

 

Dott. Marcella Dittrich – Psicoterapeuta

 

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Tags: crisi adolescenza

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