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Il corpo e il vuoto: riflessione sugli aspetti psicosomatici come sintomo del disagio adolescenziale

on . Postato in Infanzia e adolescenza | Letto 436 volte

Introduzione

Molto spesso durante la pratica clinica ci si trova ad ascoltare adolescenti e preadolescenti che presentano sintomatologie organiche che sono risultate essere senza eziologia accertata in seguito agli accertamenti medici o che, comunque, possono avere, anche in presenza di una disfunzione di organo, delle cause più profonde e remote.

Fin dall’antichità si è postulato che l’uomo fosse un tutt’uno inscindibile e che, quindi, emozioni e sentimenti potessero agire sugli organi; in particolar modo, poi, la scuola ippocratica di Cos può essere considerata la precorritrice di questo tipo di approccio. Accettare una prospettiva psicosomatica corrisponde, dunque, ad accettare che fattori psicologici influenzino in qualche modo organi e tessuti al punto di poterne causare una loro patologia che deve comunque essere ben tenuta presente: “La medicina psicosomatica non attribuisce meno importanza della medicina generale ai fattori organici, ma ne attribuisce maggiormente ai fattori psichici rimettendo così in auge un principio antico secondo cui lo spirito e il corpo non sono elementi opposti, ma interdipendenti.” (Weiss ed English, cit. in Becache, 1972, pag.211)

Peraltro nel corso della storia il termine “somatizzazione” ha assunto delle valenze differenti a seconda della concettualizzazione dei termini “corpo” e “mente”, non c’è da stupirsi, quindi, se ancora oggi sorgono degli equivoci e delle contraddizioni quando si parla di disturbo psicosomatico. (Feltz-Cornelis van der C.M., Dyck van R., 1997).

La prima volta in cui è stato usato il termine psicosomatico risale al 1818 ad opera di Heinroth, ma è solo a partire dal 1922 con la sua reintroduzione da parte di F. Deutsch che ha cominciato a far parte del vocabolario d’uso comune.

Heinroth sosteneva che le passioni sessuali esercitassero una notevole influenza su malattie quali tubercolosi, epilessia e cancro ed elaborò il concetto di “conflitto interno” quale causa eziopatogenetica di malattie mentali (e non) sostenendo essere il peccato la causa principale dei disturbi di un individuo in quanto i peccati commessi scuotono il senso morale creando un conflitto. (Carrillo-Aràoz, Grossi, 1997)

La psicosomatica moderna vuole essere un superamento di vecchie concezioni rigide psichiatriche o di medicina generale, così almeno afferma Alexander (1951), arroccate sulle loro posizioni, superamento che avviene mediante l’attento studio delle relazioni tra organismo e ambiente e delle modifiche adattive dell’organismo stesso sia a livello biologico che comportamentale.

Sostanzialmente d’accordo con la tesi di Alexander è anche Grincker (1979) che sottolinea come la psicosomatica debba conglobare aspetti somatici, psichici, sociali e culturali.

Anche chi ha una visione più organicista e meno relazionale è comunque d’accordo nel considerare l’esistenza del ruolo delle emozioni quale origine di patologie o modificazioni organiche in genere.

E’ il caso di Biondi (1984) che insiste sul ruolo primario delle emozioni verso la guarigione, e considera l’approccio psicosomatico degno di scientificità in quanto oggi sottoponibile a test di verificabilità, ed evidenzia come le scoperte nel campo psicoimmunologico siano un chiaro esempio di concezione scientifica in questo campo.

Un altro concetto importante utilizzato nell’ambito della psicosomatica è quello di stress: concetto che, però, nel tempo è stato utilizzato con varie accezioni ed è stato oggetto di modificazioni.

Inizialmente con il termine stress si usavano intendere difficoltà, pericoli o aggressioni; in un secondo momento si è dato maggior peso agli sforzi compiuti dal soggetto mentre ultimamente l’aspetto maggiormente considerato è quello di squilibrio, disturbo, sforzo compiuto dall’organismo per evitare una minaccia, reale o immaginaria.

Si è passati quindi da una visione totalmente esterna ed oggettiva del problema ad una visione via via più interna e soggettiva.

Pancheri (1980) ci ricorda come Lazarus sottolinei come più che la situazione in sé, a determinare lo stress è il modo in cui l’individuo la percepisce, è, cioè, una risposta successiva ad una valutazione, conscia o inconscia che sia, e determinata, quindi, dai precedenti condizionamenti, se vogliamo usare un linguaggio di tipo comportamentistico, o dai traumi precedenti, in un’ottica psicoanalitica, comunque dalla struttura di personalità del soggetto.

Sempre Pancheri (1980, pag.26) dà una definizione molto puntuale di stress: “definiamo pertanto lo stress come la risposta dell’organismo ad ogni richiesta di modificazione effettuata su di esso.”

Si sposta quindi l’attenzione sul tipo di risposta data che è, tendenzialmente, persona-specifica, cioè, a fronte di uno stimolo aspecifico ciascuno la personalizza in relazione al significato dato allo stimolo ed alle proprie modalità di reazione psicologica.

Quando lo stress si prolunga troppo nel tempo, su livelli soggettivamente inaccettabili, da reazione adattiva può diventare fonte di patologie funzionali nel senso di: “[...] un fenomeno patologico che interessa una qualsiasi funzione, dell’organismo, e non legittimato da nessuna lesione, dell’organo, sede di quella funzione.” (Abrami in Sapir, 1988, pag.34)

Questa definizione si adatta però perfettamente anche ai disturbi di conversione mentre per quanto concerne i disturbi psicosomatici occorre puntualizzare alcune caratteristiche fondamentali accettate dalle teorie contemporanee:

  1. una disfunzione e una aberrazione strutturali che derivano, in primo luogo, da processi psicologici e non da agenti fisici, immediati, come quelli che originano i disturbi organici;
  2. i disturbi psicosomatici sono il risultato di reazioni implicite, prolungate ed intense attivate mediante la stimolazione dei recettori. Vengono considerati malattie psicosomatiche gli stati patologici, organici o somatici, derivati da reazioni prolungate, ripetute o intense alla stimolazione emozionale.

I criteri suddetti possono essere esemplificati con l’ausilio di uno schema, vedi Tav.1

I disturbi psicosomatici sono dunque dei disturbi di tipo funzionale che possono però con il progredire del tempo dare luogo ad un deterioramento organico causando così una vera e propria malattia e questo aspetto è fondamentale per poter effettuare uno screening tra malattia organica, conversione isterica e disturbo psicosomatico: vedi Tav.2

Ovviamente due sono i piani su cui avviene la distinzione: uno riguarda quella tra disturbo psicosomatico e conversione isterica, l’altro quella tra disturbo psicosomatico e malattia organica.

La prima distinzione può essere così esplicitata: “Le conversioni isteriche sono disturbi psiconevrotici caratterizzati dall’insorgere di un sintomo che quasi sempre coincide con la perdita o l’alterazione di una funzione sensoriale o motoria (per esempio sordità, cecità o paralisi). Non c’è nessuna alterazione fisica in quanto non si rileva alcun cambiamento nei tessuti. Tale condizione è solitamente temporanea ed il sintomo sembra risolvere le difficoltà in cui si trova l’individuo che lo presenta. [...] Questi sintomi sono relativi ai motivi ed ai conflitti delle persone che li presentano, ma non sono provocati deliberatamente, gli individui non sono, cioè, dei simulatori. Neanche il paziente psicosomatico provoca deliberatamente i suoi sintomi e non è simulatore, ma egli subisce realmente delle lesioni ai tessuti che gli isterici non presentano.” (Lachman, 1972, pagg. 36/37)

Relativamente, invece, alla seconda distinzione è importante ricordare che i disturbi psicosomatici “sono strettamente legati all’attività del sistema nervoso autonomo e che un disturbo deve essere considerato psicosomatico solo se i fattori emozionali possono essere identificati tra i suoi maggiori determinanti.” (ibidem)

Cercherò ora di proporre uno spunto di riflessione che possa, nello specifico dell’adolescente, dare una nuova chiave di lettura della sintomatologia manifesta.

Il Corpo

Troppo spesso in psicologia ci si dimentica, o ci si è dimenticati, che il corpo è una parte fondamentale e fondante del nostro modo di pensare e di essere, soprattutto nella nostra società (occidentale) dove ha assunto dei connotati ben precisi di individualità e di individuazione: “Il corpo è un carniere di segni, il segno è un corpo disincarnato” (Baudrillard, 1976, pag.113).

Il corpo è la parte di noi che presentiamo (e rappresentiamo) a riprova del nostro essere noi stessi, diversi (e lontani) dall’altro da cui vogliamo differenziarci non più confusi in una realtà sociale identificatrice che fa del corpo un bene comune.

Parlando della propria esperienza in Melanesia, M. Leenhardt (1947, pag.212) riporta il dialogo avvenuto tra un missionario ed un indigeno: “Insomma non è forse la nozione di spirito che abbiamo portato nel vostro pensiero?” - “Lo spirito? No, non ci avete portato lo spirito. Noi conoscevamo già l’esistenza dello spirito... Quello che ci avete portato è il corpo”.

Ciò a cui si riferiva l’indigeno è proprio il corpo nella sua singolarità, fatto assolutamente nuovo per quelle culture.

La situazione è molto diversa da noi (occidentali) dove, come dicevo, il corpo diventa un fatto privato, inviolabile, e dove anche la sola possibilità di toccarsi o di avvicinarsi è stabilita da regole precise, esteriorizzate e reinteriorizzate (nel senso che sono scaturite da “noi” come fatto culturale per poi essere riacquisite da ciascuno di “noi” e fatte proprie) al punto che, spesso, viviamo come molto più lesiva la semplice vicinanza fisica (ritenuta soggettivamente eccessiva) dell’altro rispetto, magari, al tentativo di manipolazione del nostro pensiero.

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Il corpo è un qualcosa con cui dobbiamo fare i conti, tutti i giorni, ci invia i suoi segnali ed è diventato, oggi più che mai in una società che ne sta facendo l’ultimo simulacro, l’oggetto di culto per eccellenza.

Ma il corpo è anche, come dice Sartre (1943, pag.429) “... l’oggetto psichico per eccellenza, il solo oggetto psichico”.

Se siamo d’accordo con Sartre, allora il corpo assume nuovi significati, nuove valenze, e perde, o almeno pone in secondo piano, il proprio essere segno nel mondo per cominciare, o tornare, ad essere simbolo ( sumbolon )1 di un’espressione totale ed unitaria dell’individuo, delle sue manifestazioni e dei suoi vissuti.

Il corpo cessa di essere Körper e torna ad essere Leib2 cioè quel corpo che trova la sua significatività non nell’essere cosa estesa, ed essere mero corpo fisico, ma nell’esperienza vissuta (Erlebnis).

Ma se è il Leib a parlarci allora i segni che ci invierà sono segni che superano, trascendono, il puro significato fisico, che dimostrano avere, per trasformarsi in specchi di qualcosa di più profondo che c’è in noi e che trova questa via per manifestarsi al mondo.

Il corpo assume allora un’ambivalenza di significato in quanto continua ad apparire Körper per chi lo osserva ma è Leib per chi lo vive e sarà solo tramite un "appaiamento analogico" (Husserl, 1931, pag.120-126) che an-che chi lo osserva potrà coglierne la presenza del soggetto e, quindi, fare una lettura più approfondita dei segni esteriori.

Tutti i segnali vanno riletti e le funzioni reinterpretate poiché in quest’ottica il corpo si ritrae dai ruoli istituzionali affidatigli rifiutando, quindi, "... di offrirsi all’economia politica esclusivamente come forza lavoro, all’economia libidica esclusivamente come fonte di piacere, all’economia medica come organismo da sanare, all’economia religiosa come carne da redimere, all’economia dei segni come supporto di significazioni" (Galimberti, 1993, pag.14-15).

Se poi pensiamo agli sconvolgimenti corporei e psichici che si verificano in adolescenza, alla luce di quanto detto in quest’ottica di rivisitazione del problema, possiamo sottoscrivere il fatto che il corpo “è il teatro privilegiato degli sconvolgimenti e dei dilemmi adolescenziali" (Fabbrini e Mellucci, 1992, pag.146).

Lo schema corporeo3, cioè quel modello che ci serve da riferimento relazio nale, non è presente alla nascita, ma inizia a svilupparsi fin dal periodo neonatale e giunto al suo compimento resta un riferimento costante per tutta la vita (Sillamy, 1980).

Durante l’infanzia, ovviamente, ci sono numerosi cambiamenti somatici che definirei, però, di tipo quantitativo (cioè legati alla crescita) mentre raggiunta l’adolescenza si assistono a delle vere e proprie trasformazioni fisiche che possono rendere improvvisamente ignoto ed infido il corpo, essendo diventato un qualcosa di sconosciuto e “Questo mutamento scuote necessariamente la fiducia dell’individuo circa la stabilità del terreno su cui poggia e forse circa anche la stabilità del mondo in generale” (Lewin, 1946, pag.189).

Sul fatto che gli adolescenti siano consapevoli di questi cambiamenti direi che non c’è alcun dubbio, questa convinzione è ulteriormente supportata e definita dalla ricerca di Speltini (1988) effettuata sulle “rappresentazioni del cambiamento di sé” in 425 adolescenti di età compresa tra i 12 ed i 18 anni.

Da questa ricerca è emersa l’importanza attribuita ai cambiamenti fisici, e tra questi soprattutto a quelli di natura sessuale ed a quelli legati alla crescita di statura.

Un altro aspetto emerso è un buon apprezzamento di questi cambiamenti, soprattutto nei maschi che hanno indicato un buon grado di soddisfazione che si scontrava però con la frustrazione dovuta all’adeguamento (scelto od obbligato) alle norme sociali ed alla loro dipendenza.

E’ proprio questo gap tra maturità fisica e maturità sociale una delle principali fonti di disagio.

E questo gap si sta allungando per due motivi:

  1. il periodo di dipendenza sociale si sta allungando a causa delle modificazioni intrinseche della nostra società che spinge verso studi più prolungati nel tempo rendendo il giovane, se non altro, dipendente più a lungo dalla famiglia di origine;
  2. il momento del raggiungimento della maturazione fisico-sessuale si sta costantemente anticipando: in uno studio effettuato da Tanner (1978) si evince che a partire dal 1852 c’è stato un anticipo del menarca, nelle ragazze dell’Europa Occidentale, di circa 4 mesi ogni decennio.

Non ritengo essere questa la sede dove evidenziare quali siano i principali cambiamenti fisici ed i momenti in cui si verificano, rimando per un approfondimento di quest’argomento a Palmonari (1993).

Per concludere il discorso iniziato in precedenza, l’individuo nella sua indissolubilità può seguire varie strade per dare voce al proprio disagio, il corpo è una di queste ed è una voce estremamente forte e perentoria in quanto sappiamo bene quanto, troppo spesso, gli "adulti" siano portati a sottovalutare aspetti psicologici ed emozionali del ragazzo per prestare, invece, estrema attenzione ai segnali fisici.

Visto in quest’ottica il disagio psicosomatico può essere interpretato come una forma di adattamento.

Resta da capire quali altri aspetti interiori dell’adolescente entrino in gioco per favorire, eventualmente, questa forma di comunicazione.

Il vuoto

“Nella pratica clinica, molto spesso vediamo persone - più o meno gravemente ammalate - per le quali l’espressione <è vuoto di sé> potrebbe rivelarsi utile” (E.Balint, 1963, pag.470).

"Certi pazienti descrivono un’esperienza soggettiva penosa e perturbante che frequentemente caratterizzano come sentimento di vuoto" (Kernberg, 1976, pag.182).

Queste due illustri citazioni esemplificano perfettamente quanto, a livello clinico, sia sentito il problema del vuoto interiore.

Definire cosa sia il vuoto4 esistenziale non è molto semplice, è un concetto a cui ci si può avvicinare per assonanza, per analogia, ma resta il fatto che probabilmente molti di noi, se non tutti, abbiamo avuto modo di sperimentarlo, almeno in qualche misura, nel corso della nostra vita.

Il senso di vuoto non è tipico di una patologia (Kernberg ne parla a proposito di personalità schizoidi, di narcisisti e di depressi) ma a seconda della struttura di personalità, dell’individuo che prova questa sensazione, si manifesta in modo differente5.

Il vuoto è doloroso, difficile da sostenere, talora insopportabile proprio per i suoi connotati di assenza di un qualcosa che, normalmente, sentiamo nostro: una sorta di arto fantasma che ci ricorda ciò che era e che non c’è più, ma forse è la nostra abitudine a rendercelo tale, allo stesso modo in cui possiamo essere disturbati (e magari angosciati) da un silenzio profondo, abituati come siamo al rumore.

O forse è la nostra cultura, dettata dal tipo di società in cui viviamo, che ci segnala come fatto positivo la presenza e come elemento negativo l’assenza.

Ma il vuoto può, o anzi deve, assumere dei connotati importanti perché non è sinonimo di solitudine ed abbandono ma di spazio da colmare, pronto per accogliere nuove esperienze, per essere disponibili verso l’altro sapendo gestire, però, il nostro spazio per non essere invasi.

E’ importante quindi non vivere il vuoto come assenza, di qualcosa che abbiamo perso, ma come presenza, di uno spazio dentro di noi: uno "spazio senza" (Lo Verso, Papa, 1995) cioè uno spazio senza certezze ma proprio per questo numinoso ed apportatore di vita.

Al tempo stesso il vuoto può essere inteso come un momento di avvicinamento alle nostre radici più profonde, alla costituzione del nostro essere6, alle origini delle nostre pulsioni: un momento di intimità con noi stessi e non una depersonalizzazione.

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Purtroppo senza un aiuto, una guida, un supporto esterno, non è facile accedere a queste visioni positive del fenomeno mentre è più usuale lasciarsi andare a questo limbo impenetrabile dove sembra che tutto ci sia precluso e che ogni via di uscita sia sbarrata e dove l’unica ipotesi di salvezza sia legata alla possibilità di urlare più forte del silenzio che ci attanaglia, aggrappandoci all’esile speranza che qualcuno ci senta e ci aiuti.

Questo è quanto spesso capita in adolescenza.

L ’adolescenza è un periodo della vita nel quale il vuoto può essere percepito con maggior intensità ma forse, soprattutto, con minor difese verso di esso e con la minor capacità di elaborarlo e, quindi, di coglierne gli aspetti produttivi.

Il distacco dalle figure genitoriali, il faticare a riconoscersi ed a prendere atto delle proprie trasformazioni psicocorporee, le problematiche legate all’interiorizzazione di una dimensione temporale7 definita sono tutti elementi che contribuiscono alla realizzazione di questa sensazione.

Le tonalità con cui si manifesta e le modalità di risposta possono, però, essere differenti da soggetto a soggetto (vedi nota 5) e soprattutto causa dell’instaurarsi di questa sensazione è, probabilmente da ricercarsi soprattutto nelle relazioni familiari più che nei rapporti sociali mutati, che possono diventare, quindi, solo momento scatenante.

Keniston (1968), in un momento storico di particolare rilevanza, ha effettuato un confronto tra i giovani contestatori con i loro coetanei giudicati alienati ed ha fornito delle prove sociologiche da cui si evince l’importanza prioritaria dei conflitti risalenti alla prima infanzia e delle patologie familiari, rispetto all’evolversi della cultura giovanile, nel determinare un ritiro generalizzato dai rapporti con gli altri e l’incapacità di instaurare rapporti profondi e duraturi.

L’effetto della modificazione della struttura sociale può essere, quindi, solo indiretto, andando ad agire sulla struttura familiare con un’azione che si potrà valutare solo dopo alcune generazioni.

A proposito di questa tematica Kernberg sottolinea come “bisogna operare una netta distinzione tra gli effetti della disorganizzazione sociale, delle frantumazioni della struttura familiare e della primissima fase evolutiva del bambino (che tutti hanno un impatto ben preciso sullo sviluppo della personalità), e gli effetti dei rapidi cambiamenti culturali che si riflettono nei costumi sessuali e morali in evoluzione; questi ultimi, a mio avviso, non comportano esperienze croniche di vuoto e di inutilità, a meno che non esista una grave patologia delle relazioni oggettuali interiorizzate derivanti dalla prima e primissima infanzia” (1976, pag.197).

L’instaurarsi del senso di vuoto in adolescenza sembra, quindi, essere un fenomeno sovradeterminato8 ma in cui, al tempo stesso, ogni causa può, anche, portare a strade diverse in quanto, ad esempio una forte delusione provata da un adolescente, in interazione col proprio ambiente durante la crescita, può esitare sia in un aumento dell’aggressività e dell’odio sia nella comparsa di sintomi difettuali, cioè assenza di una parte di sé e, quindi, vuoto (E.Balint, 1963).

Abbiamo visto, se pur brevemente, come il vuoto venga vissuto, spesso e ancor più dagli adolescenti, in modo angosciato con la ricerca, quindi, o di un qualcosa per riempire questo spazio o di un qualcuno che aiuti a contenerlo senza farcisi risucchiare dentro.

Note conclusive

Ho voluto appaiare, in questo breve articolo, questi due termini, apparentemente espressione di due opposti (con buona ragione, si può affermare che il corpo rappresenti la presenza così come il vuoto rappresenti l’assenza), in quanto, a mio giudizio, esemplificano i due poli del disagio adolescenziale: le modificazioni somatiche e le modificazioni psichiche.

Sicuramente più immediate da capire le prime spero di aver dato, se non una spiegazione, una suggestione che aiuti a comprendere meglio, almeno nella presente ottica, le seconde.

Ma estremamente importante ritengo essere un altro aspetto che lega questi due poli: l’utilizzo del corpo come segnale d’allarme per la comparsa del vuoto interno o, comunque, il fatto che il sintomo somatico sia indissolubilmente legato al sintomo psichico.

Ritengo, quindi, essere insito al concetto stesso di malattia psicosomatica il ruolo del vuoto come spazio libero che veicola dentro di sé energie, sottraendole al soma.

Vuole essere questo nulla più che uno spunto di riflessione verso il quale indirizzare degli sforzi, di tipo clinico, atti ad approfondire i legami esistenti, tra vuoto e disagio somatico, e quale tipo di terapia possa essere più indicata per aiutare chi si trova a vivere questo tipo di disagio.

 

Bibliografia

      1. Alexander F. (1951). Psychosomatic medicine. trad.it. Medicina Psicosomatica,1968, Giunti, Firenze
      2. Balint E. (1963). On Being Empty of Oneself, The International Journal of Psychoanalysis. trad.it. Vuoto e disillusione, 1993, Boringhieri, Torino
      3. Baudrillard J. (1976). L'echange symbolique et la mort, Gallimard, Paris trad.it. Lo scambio simbolico e la morte,1979, Feltrinelli, Milano
      4. Becache A. (1972). Malades psychosomatiques in "Psychologie Pathologique” di Bergeret J. e coll., Masson, Paris trad.it. Malattie psicosomatiche in "Patologia Psicologica" di Bergeret J. e coll.,1988, Masson, Milano
      5. Biondi M. (1984). Medicina Psicosomatica, FrancoAngeli, Milano
      6. Carrillo-Aràoz J., Grossi F. (1997). Psicosomatica, Kappa, Roma
      7. Fabbrini A., Mellucci A. (1992). L'età dell'oro. Adolescenti tra sogno ed esperienza, Feltrinelli, Milano
      8. Fanti S. (1969). Dictionnaire pratique de la psychanalyse et de la micropsychanalyse, Buchet, Paris trad.it. Dizionario di psicoanalisi e di micropsicoanalisi, 1981, Borla, Roma
      9. Feltz van der C.M., Dyck van R. (1997). The Notion of Somatization: Artefact of the Conceptualization of Body and Mind, in Psychotherapy and Psychosomatics, 66, 117-127
      10. Galimberti, U. (1993). Il corpo, Feltrinelli, Milano
      11. Grincker (1974). Medicina psicosomatica,1979, Masson, Milano
      12. Husserl E. (1931). Cartesianische Meditationen, Nijhoff, Den Haag. trad.it. Meditazioni Cartesiane, 1960, Bompiani, Milano
      13. Keniston K. (1968). Young radicals. Notes on committed youth, Harcourt Brace, New York. trad.it. Giovani all'opposizione, 1972, Einaudi, Torino
      14. Kernberg O. (1976). Borderline Conditions and Pathological Narcisism, Aronson, New York. trad.it. Sindromi marginali e narcisismo patologico, 1978, Boringhieri, Torino
      15. Lachman S.J. (1972). Psychosomatic Disorders: A Behavioristic Interpretation, Wiley & Sons, New York. trad.it. I disturbi psicosomatici, 1977, Franco Angeli, Milano
      16. Leccardi C. (1985). Il tempo della quotidianità, in “Il tempo dei giovani” di Cavalli A., il Mulino, Bologna
      17. Leenhardt M. (1947). Do Kamo. La personne et le mythe dans le mond mélanésien, Gallimard, Paris
      18. Lewin K. (1946). Behavior and development as a function of the total situation, Wiley, New York. trad.it. Teoria e sperimentazione in psicologia sociale, 1972, il Mulino, Bologna
      19. Lo Verso G., Papa M. (1995). Il gruppo come oggetto di conoscenza. La conoscenza del gruppo, Cortina, Milano
      20. Palmonari A. (1993). Psicologia dell'adolescenza, il Mulino, Bologna
      21. Pancheri P. (1980). Stress Emozioni Malattia, Mondadori, Milano
      22. Rampazzi M. (1985). Il tempo biografico, in “Il tempo dei giovani” di Cavalli A., il Mulino, Bologna
      23. Sapir M. (1984) Siamo tutti psicosomatici, 1988, Borla, Roma
      24. Sartre J.P. (1943). L'étre et le néant, Gallimard, Paris trad.it. L'essere e il nulla, 1968, Il Saggiatore, Milano
      25. Sillamy N. (1980). Dictionnaire de psychologie, Bordas, Paris
      26. Speltini G. (1988). Les représentations du changement de soi en période adolescent, Enfance, Paris
      27. Tanner J.M. (1978). Foetus into man, Open Books, London. trad.it. Auxologia: dal feto all'uomo, 1981, UTET, Torino

 

Note

  1. Il simbolo nell’antica Grecia era quel coccio di pietra che spezzato testimoniava il legame tra due persone in procinto di separarsi. Quando le due persone si ricongiungevano si procedeva alla ricomposizione delle parti. Il significato del termine successivamente si evolse ma non smarrì il suo senso originario.
  2. Si deve a Husserl la distinzione tra Körper e Leib dove il primo sta ad indicare il corpo inteso nella sua presenza fisica mentre il secondo ricorda maggiormente l’individuo nella sua unitarietà psicofisiologica e, soprattutto, caratterizzato dalle proprie esperienze di vita per cui noi, tendenzialmente, degli altri cogliamo direttamente solo il Körper e solo per analogia con noi possiamo avvicinarci al Leib.
  3. Il concetto trascende il semplice significato di corpo per includere principalmente la percezione, prevalentemente inconscia, che ciascuno ha del proprio corpo anche in funzione delle relazioni che può instaurare.
  4. Il vuoto, nel senso comune del termine, corrisponde al nulla, all’assenza di contenuti e di proprietà ma già il fatto stesso che venga percepito lo trasforma da assenza in presenza.
  5. Kernberg parla di esperienza soggettiva del vuoto ed afferma che i pazienti depressi lo sperimentano come sentimento di solitudine, gli schizoidi come qualità innata e quindi meno dolorosa, i narcisisti lo vivono con l’aggiunta di forti sentimenti di noia e di irrequietudine.
  6. Non si può parlare di vuoto senza parlare di Micropsicoanalisi che fa del vuoto uno degli elementi costitutivi della propria elaborazione teorica e così lo definisce: “continuum infinito senza prevalenza psichica o materiale, costellato di pacchetti energetici essenzialmente fatti di vuoto” (Fanti, 1969, pag.34).
  7. Durante l’adolescenza, per la prima volta nel corso dell’esistenza, la prospettiva temporale cambia dilatandosi notevolmente e soprattutto il/la ragazzo/a comincia a differenziare i desideri dalle aspettative realizzabili. Ma oltre il futuro è anche il rapporto con il presente a modificarsi, rimando per un approfondimento a Rampazzi (1985) e Leccardi (1985).
  8. Intendo il fatto che non sia, comunque, sufficiente un unica causa a determinare il vissuto e le sue conseguenze ma sia necessario un insieme di concause

 

Dott. Giancarlo Caselli - Psicologo - Torino

Questo articolo ha partecipato al 1° Premio di Divulgazione Scientifica "PSICONLINE.IT"

 

 

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Tags: corpo disagio, vuoto. psicosomatica.

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